Professionali: troppe materie e poca formazione / E se abolissimo i licei?

«Fin dal primo anno, i ragazzi devono affrontare 16 materie diverse, e quelle professionalizzanti sono minoritarie rispetto a quelle standard. Un ragazzo si perde, con 16 materie»

« …. un assessore provinciale alla Pubblica istruzione che abbandonò il tavolo durante il convegno, perché era imbarazzato che si sostenesse di dover professionalizzare gli studenti dei professionali. Invece gli studenti sono stati liceizzati».

Risultati immagini per istituti professionali

——-

«NIENTE ADDETTI? TUTTA COLPA DI DUE RIFORME»

Parla Valerio Vagnoli, storico dirigente del Saffi: nei professionali troppe materie e poca formazione.

di Marzio Fatucchi, “Corriere Fiorentino”, 28 novembre 2018

«Bernabò Bocca [Presidente di Federalberghi] ha perfettamente ragione». Valerio Vagnoli, storico dirigente del Saffi, è un fiume in piena. Con lui proviamo a capire perché le aziende del turismo hanno questa grande difficoltà nel trovare personale qualificato.

Vagnoli, cosa è successo?

«Tutta colpa di due riforme, la prima nel 2010, la seconda più recente — ma fatta sempre dagli identici esperti, dirigenti e funzionari del ministero che hanno realizzato la prima. Queste due riforme hanno snaturato i nostri istituti professionali che, fino ad allora, funzionavano molto bene».

Ci può fare un esempio?

«Fin dal primo anno, i ragazzi devono affrontare 16 materie diverse, e quelle professionalizzanti sono minoritarie rispetto a quelle standard. Un ragazzo si perde, con 16 materie. C’era un modello che andava benissimo negli anni ‘80. In altre parti d’Europa, l’indirizzo professionale è diventato simile a quello di un tempo in Italia. Ancora oggi, e solo lì, il Trentino Alto Adige fa solo formazione, non istruzione. E gli istituti professionali in quella regione, che guarda al modello austriaco e tedesco, preparano a livelli altissimi».

Bocca parla proprio della scuola di formazione alberghiera di Vienna, come modello da «importare» in Italia…

«E fa bene, perché lì si fa davvero formazione professionale. Da noi, si parte con italiano, storia, geografia, educazione fisica, matematica, diritto, scienze della terra, naturali, nel biennio. Poi, certo, ci sono le materie come l’accoglienza turistica, la gestione della sala, il ricevimento e l’ospitalità. Ma sono piccoli bocconi rispetto alle altre. Così come le due lingue straniere, che hanno solo due ore la settimane, e tali restano anche dopo per alcuni percorsi. Temo che con quella riforma che si sia provato davvero ad evitare disoccupazione professionale: ma quella dei docenti, non dei ragazzi e ragazze presenti nelle nostre scuole».

L’altro fronte toccato da Bocca è quello delle nuove professioni digitali. Però quelle competenze sono di tipo elevato: come formarle?

«Sono competenze che si acquisiscono solo a livello universitario o con corsi di alta formazione professionale, corsi post diploma. Ma anche qua c’è un problemi: questi corsi li seguono solo 9 mila studenti in tutta Italia. Troppo pochi, rispetto alle esigenze attuali».

Le imprese vi hanno parlato di questa difficoltà nel trovare personale qualificato?

«Veramente è l’opposto: siamo stati noi del Gruppo di Firenze a dirlo alle imprese, che per anni non ci hanno ascoltato. Finalmente sta cambiando qualcosa. Ho cominciato 12 anni fa a dirigere un professionale. Organizzammo subito un convegno, dopo 6 mesi. Da allora, ci siamo trovati davanti solo un muro di gomma: l’episodio più eclatante fu un assessore provinciale alla Pubblica istruzione che abbandonò il tavolo durante il convegno, perché era imbarazzato che si sostenesse di dover professionalizzare gli studenti dei professionali. Invece gli studenti sono stati liceizzati. Quello che viene denunciato da Bocca è vero, tanto che sono sempre di più i corsi post diploma svolti da agenzie private, dall’altissimo costo. Così però si penalizzano i “privi di mezzi”, come dice la Costituzione, che restano privi di formazione e poi del lavoro».

E ora, ci sono segnali di cambiamento?

«Sì ma in peggio, con l’ultima misura del ministro attuale: è stata quasi dimezzata l’alternanza scuola-lavoro nei professionali e tecnici, passata da 400 ore a 280. Un colpo di grazia».

§ http://portal.sitecom.com/WLM-3600/v1001/upgrade/parent.php?lanIP=192.168.0.1&userRequest=gruppodifirenze.blogspot.com

+++++++

E se abolissimo i licei?
Pensiamo al dopo Gelmini…
di Vincenzo Pascuzzi – 31-03-2011

«Ma perché tutti i ragazzi italiani, finita la terza media, si iscrivono al liceo? Cos’è questa smania a tutti i costi di frequentare una scuola nella quale viene fornita, da che mondo è mondo, una formazione umanistica e prevalentemente teorica?…» (1) si domanda la prof Silvana La Porta, su La Sicilia del 24 marzo scorso, con riferimento a Paola Mastrocola e al suo recente libro “Togliamo il disturbo”.

Iscrivere i figli al liceo è diventata una moda, uno status symbol? Proprio così e a ragione. Famiglie, studenti e docenti hanno instaurato un circolo virtuoso: i migliori vanno alle scuole migliori e queste risultano migliori proprio perché attraggono i migliori, sia prof e che studenti! Il fatto che “i livelli dell’istruzione liceale sono vertiginosamente crollati” non modifica il giudizio in termini relativi. Per quanto svalutati, i licei risultano ancora più validi e attrattivi rispetto a tecnici e professionali. La fama o la nomea si auto realizzano, continuano il circolo virtuoso. Virtuoso? Sì, relativamente e per chi ne fa parte. Complessivamente (per tutta la scuola e per la nazione) il circolo risulta invece vizioso, negativo e svantaggioso.

La realtà è che tecnici e professionali non sono (o non sono considerati, che poi in pratica è – o diventa – lo stesso) istituti di serie A. Così li ha sempre considerati anche il ministero e non ha mai fatto nulla per emanciparli veramente e dar loro pari dignità. Ultimamente ha anche ridotto le ore laboratoriali. Poi i laboratori costano e perciò risultano, in molti casi, non adeguatamente attrezzati o aggiornati.

Da ciò deriva la “massificazione dei licei” – come scrive Silvana La Porta – che danneggia (ma non è la sola causa) sia i licei stessi che l’istruzione tecnica e professionale.

A questo punto si potrebbe avanzare l’ipotesi (o la provocazione) di abolire del tutto i licei o almeno il liceo classico. Quest’ultimo in particolare è responsabile, in bene e in male, della polarizzazione prevalentemente umanistica e teorica di tutta la scuola italiana e della situazione distorta segnalata da La Porta. Il liceo classico ha mantenuto la sua unicità per oltre un sessantennio (1859-1923) (2) e la sua prevalenza per oltre un secolo (fino al 1962) (3), solo recentemente è passato in minoranza numerica (i nuovi iscritti sono nel rapporto di circa 1 a 3) rispetto al liceo scientifico. L’impronta classica prevalente però permane nella scuola italiana attraverso gli insegnanti e i politici. Fra i quali prevale e viene vantata la maturità classica e le lauree umanistiche o simili (lettere, filosofia, legge, anche medicina). In particolare, chi si occupa di gestire la scuola (i presidi in particolare) e deve riformarla ha, in prevalenza, un’impronta classica. È perciò chiaro che abbiamo e continueremo ad avere tecnici e professionali con un’impronta classica evidente o latente.

——-

(1) http://www.aetnascuola.it/categorie/66-voci-dalla-scuola/5358-qricreazioneq-il-liceo-dellobbligo

(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Liceo_classico

(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Liceo_scientifico

§ http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=14801
+++++++

Marco Bussetti, il ministro che non c’è: ecco chi comanda davvero nella scuola italiana

È solo l’inizio. Il governo ha in cantiere una raffica di novità, che messe insieme disegnano il percorso di una vera riforma del sistema scuola. Il fatto è che questi interventi, invece di essere inseriti in un testo organico, sono andati a gonfiare il gran fiume degli emendamenti alla legge di bilancio per il 2019, che andrà approvata entro la fine dell’anno.

È il governo del cambiamento: si butta il vecchio. Il nuovo arriverà. Forse.

Risultati immagini per valditara

——-

Marco Bussetti, il ministro che non c’è: ecco chi comanda davvero nella scuola italiana

Mentre il titolare dell’Istruzione si occupa di presepi, crocifissi e compiti per le vacanze, al dicastero comandano il super burocrate Chinè e l’ultrà leghista Valditara. Che preparano la riforma dell’università per togliere ogni vincolo a incarichi e consulenze private per i prof. E intanto la maturità cambia ancora

di Vittorio Malagutti e Francesca Sironi – 10 dicembre 2018
Marco Bussetti, il ministro che non c'è: ecco chi comanda davvero nella scuola italiana

Missione compiuta. Anche quest’anno la sacra famiglia può stare tranquilla. Garantisce Marco Bussetti. Nel nome, parole sue, dei «nostri valori e delle nostre tradizioni», il ministro dell’Istruzione non ha esitato a spendersi personalmente in difesa del presepe, invitando le scuole di ogni ordine e grado a «non nasconderlo». Un classico. Già nel lontano 2004, dalla stessa poltrona di Bussetti, la berlusconiana Letizia Moratti pubblicò addirittura una lettera aperta sul tema, schierandosi, manco a dirlo, dalla parte di Gesù bambino. E le cronache di quattro anni fa raccontano di un Matteo Salvini impegnato a recapitare statue dei pastorelli ad altezza quasi naturale in un istituto di Bergamo dove il preside aveva lasciato libertà di scelta agli insegnanti. Adesso che Salvini comanda a Roma e un suo uomo si è insediato al ministero dell’Istruzione, l’annoso dibattito sugli addobbi natalizi, non proprio una questione centrale per il futuro del Paese, riassume alla perfezione la strategia del governo a trazione leghista. Simboli e parole d’ordine servono a mobilitare gli elettori: il migrante, le Ong, l’euro.

Anche il presepe, nel suo piccolo, funziona a meraviglia quando si parla di istruzione e di valori da trasmettere ai giovani. Intanto però, ben nascosto dal polverone della propaganda, c’è chi manovra per cambiare i connotati della scuola italiana. Non è il peso piuma Bussetti, neofita assoluto della politica, già professore di ginnastica e dirigente del provveditorato di Milano, catapultato nei palazzi romani per intercessione del suo amico Giancarlo Giorgetti, ora sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E neppure Lorenzo Fioramonti, il viceministro con targa Cinque Stelle che fin qui è riuscito a ottenere, quattro mesi dopo l’insediamento, la sola delega all’Università e non quella per la Ricerca, che forse arriverà prossimamente, ma forse anche no. A tracciare la rotta, quindi, non sono il ministro né il suo vice. I due, peraltro, vivono praticamente da separati in casa, con il secondo costretto ad apprendere dai giornali, anzi da Twitter, notizie come il siluramento del capo dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston, deciso da Bussetti.

Il ministro dell’istruzione Bussetti ha annunciato una circolare per chiedere di ridurre i compiti durante le vacanze di Natale. Ospite a Circo Massimo, su Radio Capital, Bussetti nega la possibilità di diminurie anche quelli per le vacanze estive: “Il periodo è più lungo, tenere sveglia la mente sul percorso e l’attività curricolare svolta durante l’anno può essere importante per l’approccio al successivo”. Un periodo più lungo ma, secondo il ministro, non troppo lungo: “Rispetto agli altri paesi d’Europa, siamo uno dei paesi che svolge più ore di insegnamento”, risponde Bussetti, che sull’eventualità di rimodulare l’orario scolastico dice che “è un tema che si potrà affrontare ma in un altro momento, non è la priorità”. Intervista di Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto

La trama del potere, quello vero, porta altrove. Leggi, regolamenti e progetti passano tutti dalla stanza di Giuseppe Chinè, 50 anni, capitano di lungo corso della burocrazia governativa, avvocato e consigliere di Stato, già collaboratore di Antonio Di Pietro alle Infrastrutture, poi con Giulio Tremonti al ministero dell’Economia, dove è rimasto anche con Mario Monti e infine dal 2013 alla Salute al fianco di Beatrice Lorenzin. A giugno, Chinè è atterrato all’Istruzione come capo di gabinetto di Bussetti e da settimane, secondo quanto rivelano fonti del dicastero, sta curando in prima persona un progetto della massima importanza: mettere ordine nella selva di norme che riguardano l’università italiana per arrivare a un nuovo testo unico che contenga anche importanti novità in materia di ordinamento degli atenei e status giuridico dei professori. 

Sugli stessi temi è impegnato anche il leghista Giuseppe Valditara, che nel nuovo organigramma del dicastero è andato a occupare la posizione di capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca. Docente di diritto romano, classe 1961, da sempre schierato a destra, Valditara nel 2010, quando era senatore berlusconiano, diede un contributo importante alla riforma universitaria varata dall’allora ministro Mariastella Gelmini.

Otto anni dopo, il professore (in aspettativa) con cattedra a Torino è sbarcato al ministero dell’Istruzione con l’ambizione di completare il lavoro avviato ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi. Vengono dai suoi uffici una serie di proposte destinate, con l’approvazione del ministro, a diventare presto emendamenti alla legge di bilancio in discussione in Parlamento. Massima autonomia alle università e massima autonomia anche ai professori, a costo di metter mano al loro status giuridico fissato per legge. Questo in estrema sintesi il programma di lavoro di Valditara, che non a caso, in uno degli emendamenti che ha già sottoposto agli uffici di Bussetti vuol garantire ulteriore flessibilità ai docenti nell’organizzazione del proprio lavoro. In altre parole, se questa proposta diventerà legge, i professori potrebbero contrattare con il rettore, o con il preside di facoltà, tempi e modalità del loro impegno, con la possibilità, per esempio, di dedicarsi per un certo periodo alla sola ricerca. Questo nuovo regime professionale aprirebbe la porta alla contrattazione individuale dello stipendio da parte dei professori e avrebbe come conseguenza la liberalizzazione pressoché completa delle attività extra accademiche dei docenti, che potrebbero per esempio accettare consulenze e incarichi vari per conto di enti pubblici e aziende private.

Le norme oggi in vigore già prevedono la possibilità per i professori di lavorare fuori dall’università. Ci sono però limitazioni che verrebbero in gran parte a cadere se passasse l’emendamento studiato da Valditara. In passato la violazione delle regole sulle consulenze esterne (articolo 6 comma 10 della legge Gelmini) ha portato a interventi della Corte dei conti con indagini della magistratura.

Ha fatto scalpore, nel maggio scorso, un’operazione della Guardia di finanza che ha messo sotto inchiesta 411 docenti delle facoltà di ingegneria, architettura, economia e altre ancora di numerosi atenei italiani. Al centro delle accuse era proprio il doppio lavoro dei cattedratici. «Non capisco perché, nel rispetto degli obblighi didattici, a un ingegnere che insegna in un politecnico non possa essere consentito di lavorare anche per un’azienda», dice Valditara. «Al limite una quota del compenso per la consulenza esterna potrebbe andare all’università», aggiunge il capo dipartimento del ministero.

In teoria, una riforma di questo tipo dovrebbe incontrare forti resistenze tra i Cinque Stelle, che in materia universitaria hanno posizioni molto distanti da quelle espresse nei progetti di emendamento ora all’attenzione di Bussetti. «Il ministro ha fin qui dimostrato grande apertura su queste proposte», sostiene Valditara, che si è già mosso anche in Parlamento. Il compito di sensibilizzare gli alleati di governo è stato affidato al senatore Mario Pittoni, responsabile scuola della Lega, nonché presidente della commissione cultura di palazzo Madama. Vedremo se il pressing leghista riuscirà a vincere le resistenze.
Intanto, tra riforme vere e presunte, la confusione sulla direzione di marcia è massima. A novembre Salvini, davanti a una platea di militanti, aveva promesso l’abolizione del valore legale della laurea, un vecchio pallino del Carroccio. A poche ore di distanza è toccato a Bussetti garantire che non se ne parla, almeno per il momento. A ottobre invece è stato rapidamente corretto un comunicato notturno del Consiglio dei ministri, che annunciava la fine del test d’ingresso per Medicina. Non è all’ordine del giorno, assicurò il ministro, al massimo aumenteranno i posti in facoltà. Poi ci sono state le polemiche sulla Storia nei programmi scolastici, sull’aumento di soli 14 euro al mese agli insegnanti, perfino sull’inatteso ritorno del grembiule, che Bussetti vedrebbe bene almeno fino alle Medie.

Dichiarazioni a parte, che spesso lasciano il tempo che trovano, anche le nuove norme sfornate dal ministero hanno finito in qualche caso per aumentare la sensazione di caos. L’esempio principe è forse lo stravolgimento dell’esame di maturità. Ai ragazzi di quinta superiore che da due anni si stavano preparando secondo il modello attuale, e ai loro poveri prof, la scossa è arrivata a ottobre con una norma infilata nel già affollatissimo decreto milleproroghe. Non proprio la cornice migliore per introdurre una svolta di tale importanza. Si cambia, quindi. E allora niente più test Invalsi, fino a quest’anno obbligatori per essere ammessi all’esame. Ma, soprattutto, niente più terza prova, mentre il secondo scritto verrà articolato diversamente. Al liceo classico, per esempio, potremmo avere, insieme, un test di greco e uno di latino. Le circolari ministeriali che illustrano contenuti e modalità di valutazione della nuova maturità sono infine arrivate, ma professori e studenti, a grande maggioranza, restano perplessi di fronte a una riforma introdotta in gran fretta.

È solo l’inizio. Il governo ha in cantiere una raffica di novità, che messe insieme disegnano il percorso di una vera riforma del sistema scuola. Il fatto è che questi interventi, invece di essere inseriti in un testo organico, sono andati a gonfiare il gran fiume degli emendamenti alla legge di bilancio per il 2019, che andrà approvata entro la fine dell’anno. Alcuni cambiamenti decisivi, come i nuovi percorsi di ingresso e di selezione per i docenti delle scuole medie e superiori, per esempio, passeranno soltanto dal capitolo intitolato “Misure di razionalizzazione della spesa pubblica” nel bilancio di Stato. Non sembra proprio il modo migliore di favorire il dibattito su temi di grande importanza, hanno fatto notare diversi parlamentari dell’opposizione durante l’audizione del ministro Bussetti alla commissione Cultura della Camera.

Alla voce tagli, possono essere iscritti gran parte dei provvedimenti del governo. È il caso della riduzione a un solo anno, con conseguenti risparmi per milioni di euro, del tirocinio pratico e formativo degli insegnanti finora articolato su tre anni. Ancora una volta, si sforbicia, anziché investire sull’istruzione. Si riduce della metà anche l’alternanza scuola-lavoro. Era un’attività contestata da un’ ampia fetta di professori e studenti, come viene ricordato nel contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle. Adesso però, con meno ore a disposizione, diventerà ancora più difficile migliorare la collaborazione con le aziende. E spuntano norme sulla scuola perfino nel cosiddetto decreto Genova, che stanzia 4,5 milioni di euro per la progettazione dei “poli per l’infanzia”, il nuovo sistema integrato di asili e materne a cui andranno oltre 300 milioni di euro di risorse. Sull’edilizia scolastica, altro capitolo di grande rilievo, Bussetti ha invece imboccato un sentiero a dir poco tortuoso. È stata infatti cancellata la struttura tecnica al servizio di amministratori locali e presidi, che faceva capo alla presidenza del Consiglio. Una nuova “Centrale per la progettazione delle opere pubbliche” ne erediterà risorse e progetti, ma ancora non si sa quando diventerà davvero operativa. È il governo del cambiamento: si butta il vecchio. Il nuovo arriverà. Forse.

——-

VEDI ANCHE:

Risultati immagini per mario pittoni

Il responsabile scuola della Lega ha la terza media. Ed è capo della Commissione Istruzione

Il senatore Mario Pittoni ha scritto per il Carroccio la riforma che dovrebbe archiviare la Buona scuola. Ma nel curriculum, scritto a penna, non ha mai chiarito quale fosse il suo titolo di studio. E ora spiega: “Quello che c’è da sapere non si impara sui polverosi libri”

——-

§ http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/12/10/news/sovranistia-trastevere-1.329329?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR1oJDhHSDSWrqFxin8aPfn2yqfTa2oXPtJ42oiq_zQqMbmm11Jr9sCL3j0

+++++++

Il merito non porta consenso: ecco perché M5s e Lega scaricano l’Invalsi / Merito! Merito! Alalà

Non bisogna dimenticare che l’Invalsi lo ha voluto il ministro Moratti con il governo di centro-destra e che la sinistra è, ed è stata fino ad anni recenti, ostile se non tiepida: anche il ministro Berlinguer non era riuscito a fare molto e il ministro Fioroni all’inizio del suo mandato cercò di sterilizzarlo.

Per quanto le direttive su quanto Invalsi può e deve fare siano sempre state in capo al ministero — e non in tutti i Paesi è così, al fine di garantire l’indipendenza e pertanto l’attendibilità della valutazione —, non è mancato chi in questi anni ha visto con fastidio questa relativa indipendenza. E in questo caso probabilmente non prevalgono orientamenti ideali e/o ricerca di consenso, ma meri problemi di potere.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

——-

Scuola. Il merito non porta consenso: ecco perché M5s e Lega scaricano l’Invalsi

Il ddl sulla semplificazione contiene il ridisegno delle funzioni di Invalsi e Anvur. Si realizza un sogno nel cassetto di M5s (cui oggi si accoda la Lega)

18.12.2018 – Tiziana Pedrizzi
LaPresse

Chi oggi è contro la semplificazione? Nessuno, ovviamente. Ma nel pacchetto natalizio con questo correttissimo nome c’è, nei fatti, l’azzeramento della valutazione della scuola italiana. Invalsi e Anvur unificati diventerebbero uffici ministeriali.

Dopo le elezioni del 4 marzo, gli analisti dei flussi elettorali avevano segnalato che gli insegnanti avevano votato in una percentuale molto larga per i 5 Stelle, soprattutto nelle regioni dove il loro consenso è stato più ampio. Si è puntata spesso l’attenzione, in questo senso, sugli effetti negativi della “Buona Scuola”, con il suo maldestro tentativo di dare più competenze ai presidi e soprattutto di valutare gli insegnanti; un obiettivo che ha ottenuto effetti reali scarsi, in cambio però di molta ostilità, anche per il modo con cui era stato progettato. Perfino l’imbarcata di massa dei precari a prescindere dalle competenze reali non era piaciuta alla categoria. Errori dell’algoritmo? Non si è mai capito, anche perché è dal dopoguerra che gli insegnanti del Sud iniziano la carriera nelle scuole del Nord e, tranne rari casi, con soddisfazione reciproca.

Ma una promessa meno sbandierata, eppure ben presente, era stata anche quella di togliere dai piedi l’Invalsi. In giorni in cui la “ciccia” promessa sembra evaporare, la ricerca di consenso va dove può e in questo caso non ci sono ragioni di spesa a frenare.

Un primo passo è stato fatto in ottobre con la sospensione — non potevano fare di più — dell’obbligatorietà della certificazione a lato della maturità. Ma c’era, e c’è, il rischio che gli studenti, in barba agli esponenti parlamentari grillini promotori del liberi tutti, accorressero in massa a farsi certificare, consapevoli che un vuoto in tal senso parla già da solo. Meno chiaro, se non misterioso, in questo come in altri casi, è l’interesse della Lega, che ha addirittura il ministro.

Non bisogna dimenticare che l’Invalsi lo ha voluto il ministro Moratti con il governo di centro-destra e che la sinistra è, ed è stata fino ad anni recenti, ostile se non tiepida: anche il ministro Berlinguer non era riuscito a fare molto e il ministro Fioroni all’inizio del suo mandato cercò di sterilizzarlo. Ora, è noto che la scuola non è in cima ai pensieri della Lega e che non esiste fra gli insegnanti una base di produttori grandi o piccoli infuriati contro l’orientamento assistenzialista, statalista e conseguentemente anti-efficientista di altri noti provvedimenti od orientamenti dell’improbabile alleato.

Ma è abbastanza chiaro ormai che tutto il Nord e il Centro Italia (oltre che naturalmente una parte significativa del Sud) non è assolutamente contrario a una valutazione che non lo penalizza nel giudizio, che — diciamo la verità — ha effetti solo sul terreno morale e dell’immagine e che agli occhi della società tutta è comunque un elemento di valorizzazione della professione. Perché forse qualcuno non si è accorto che pretendere di non essere giudicati, in modo peraltro privo di conseguenze, da parte di chi legittimamente e professionalmente giudica come gli insegnanti non fa un gran bel vedere…

C’è, però, un altro interesse, forse il più stringente, che si può intuire quando si legge che Invalsi e Anvur unificati dovranno essere collocati all’interno degli uffici ministeriali. Per quanto le direttive su quanto Invalsi può e deve fare siano sempre state in capo al ministero — e non in tutti i Paesi è così, al fine di garantire l’indipendenza e pertanto l’attendibilità della valutazione —, non è mancato chi in questi anni ha visto con fastidio questa relativa indipendenza. E in questo caso probabilmente non prevalgono orientamenti ideali e/o ricerca di consenso, ma meri problemi di potere. Magari non principalmente dei dirigenti incardinati e inamovibili con competenze principalmente giuridiche, quanto soprattutto del personale proveniente dalla scuola nominato pro tempore con ruoli dirigenziali che si “appassiona” di più a problemi di merito e che comunque aspira a conquistarsi e garantirsi un potere e un ruolo più sicuro.

E i sindacati? A parte la Cgil, che ormai ha posizioni sovrapponibili a quelle dei vecchi Cobas, stupirebbe un silenzio-assenso da parte di un sindacato come la Cisl, che ha sempre apprezzato ragionevoli operazioni di valutazione e che ha anche impegnato le sue forze per dare loro qualità.

Ma tutto ciò dà una grande tristezza. E’ ormai chiaro che una seria e competente valutazione “interna” da parte degli insegnanti non è in contraddizione con operazioni di valutazione esterna che hanno altri compiti. Le operazioni di valutazione, con tutti i loro limiti, sono ormai diffuse a livello internazionale: in Cina hanno contribuito a modificare assetto e contenuti degli storici esami di “mandarinato”. E qui la speranza è quella di assistere alla replica della commedia sulla legge di bilancio.

§ https://www.ilsussidiario.net/news/educazione/2018/12/18/scuola-il-merito-non-porta-consenso-ecco-perche-m5s-e-lega-scaricano-invalsi/1823940/

+++++++

Merito! Merito! Alalà!

Posted by comitatonogelmini su 29 ottobre 2009

scuolatagli

di Vincenzo Pascuzzi da www.retescuole.net

Negli ambienti scolastici ricorre, da un po’ di tempo, il termine “merito”. Insistente, frequente, sottolineato. Sembra quasi sentire l’eco del grido …. Merito! Merito! Alalà! quale attuale parafrasi del dannunziano, e poi fascista, Eja, Eja, Alalà.

Come il termine “comunista” (ma questo è solo un esempio per capire un espediente dialettico) risuona quale sicura, rapida e sbrigativa scorciatoia per (tentare di) addossare il torto ad altri, anche la parolina “merito” risuona quale sicura e rapida scorciatoia per (tentare di) avere per sé il consenso, per appropriarsi della ragione, per giustificare qualsiasi proprio annuncio, provvedimento, iniziativa, cantonata, rinvio, omissione e anche per affermare implicitamente di possederlo, il merito, e di saperlo quindi valutare negli altri.

Altri termini, usati analogamente a merito, sono: responsabilità, rigore, razionalizzazione, competenza. Le espressioni tipiche usate sono: «la scuola del merito e della responsabilità», «riportiamo a scuola il merito e il rigore», «il partito del merito», «la scuola della competenza, del merito e della responsabilità», «si torna alla scuola della serietà, del merito e dell’educazione», «docenti, carriera per merito».

Ma quale è, o potrebbe essere, la ragione che richiede il ricorso all’uso del termine “merito” e ai vantaggi dialettici connessi?

All’origine di tutto c’è un problema reale e rilevante: gli insufficienti apprendimenti scolastici dei nostri studenti uniti spesso a comportamenti indisciplinati. I nostri governanti, che sono in imbarazzo e in difficoltà di fronte alle classifiche internazionali, vorrebbero migliorare la posizione della scuola italiana. Per farlo, occorrerebbero: serie analisi della situazione, individuazione delle cause, opportune scelte strategiche, programmi ripartiti nel tempo, finanziamenti adeguati. Insomma una riforma vera, valida e graduale della scuola, magari e meglio se condivisa fra destre e sinistre. Chiaramente ciò non è facile non solo da attuare ma forse anche da pensare e progettare.

Allora si ripiega verso una cura di prevalente o sola immagine, di facciata, cosmetica. Ci si accontenta di imbellettare le apparenze invece di intervenire e incidere sulla sostanza. Per meglio spacciare questa pseudo-soluzione per soluzione vera, si modifica l’approccio al problema, se non il problema stesso. Si comincia col semplificare e mistificare le cause, ciò che è all’origine della situazione, e i responsabili. Ecco allora: i “guasti” del ’68 (40 anni fa!), il buonismo, il lassismo, la sinistra, la mancanza di rigore, di merito; i ragazzi che non studiano e i prof che non li bocciano abbastanza (così, per loro capriccio?!). Modificato il problema, spacciare la soluzione è poi semplice: indietro tutta, ingraniamo una robusta retromarcia, riportiamo i buoi nella stalla, mettiamo votacci, bocciamo di più.[…]

Così si rinuncia a cercare le cause vere, si fa una diagnosi che giustifichi la terapia disponibile (per qualcuno peraltro congeniale). I docenti non vengono coinvolti, nemmeno informati, ricevono solo ordini, idem per studenti e famiglie. Si prescinde dai cambiamenti intervenuti in oltre 40 anni, dall’aumento del numero degli studenti (alle medie superiori si è passati da 400.000 unità a 2.500.000, sei volte di più!), dai programmi scolastici datati, non si impostano interventi graduali e pluriennali, non si individuano indicatori di successo/insuccesso, si ignorano problemi quali la massiccia dispersione scolastica (pari al 20%), la burocrazia ipertrofica e asfissiante (carte e carte, circolari, relazioni, …), la sicurezza e l’idoneità degli edifici scolastici, l’aggiornamento dei docenti. Il tutto poi viene abbondantemente condito e insaporito con gli ingredienti imposti dal MEF che obbligano a tagli, tagli e tagli!

Il merito (sempre lui) ricorre anche per quanto riguarda la situazione dei docenti e, in particolare, le loro retribuzioni.

Che gli insegnanti siano malissimo retribuiti, lo sanno anche i sassi e questa è anche una causa, indiretta e minore (ma non tanto), dei mali della scuola. Se possono, i laureati migliori non fanno gli insegnanti. Essendo sotto-pagati, alcuni (chiamiamoli pure fannulloni, comunque non sono certamente la maggioranza) si impegnano al minimo, non sono incentivati ad aggiornarsi, a volte sono costretti a un secondo lavoro.

La situazione retributiva è talmente grave e paradossale che Piero Citati, nel luglio 2007, proponeva: “raddoppiamo gli stipendi ai professori” in quanto ”gli insegnanti sono diventati una specie di sottoproletariato”. La provocazione riguardava la fattibilità economica non la giustezza dell’obbiettivo.

Ci sono poi i precari cioè i supplenti, dei quali la scuola non può fare a meno ma mantiene (nel numero spaventoso di 100-200.000!!) sospesi in una situazione infame e immorale, sempre per motivi economici e di risparmio.

Queste situazioni vengono tenute in caldo (in stand-by!) dal governo ipotizzando, per la prima, vaghe, bizzarre e bizantine selezioni in base al “merito” per poi ripartire – forse, solo ad alcuni e in futuro – una frazione dei risparmi ottenuti con la riduzione del personale (una sorta di cannibalismo) e, per la seconda, graduatorie in più provincie e strani accordi estorti a Regioni e sindacati per riciclare sotto altro nome l’indennità di disoccupazione.

Così siamo arrivati alla critica situazione attuale abbondantemente descritta e denunciata più su internet – siti, blog, forum, liste – che sui media. Vedremo cosa succederà ancora. Intanto si continua a ripetere, e con enfasi, il solito slogan: Merito! Merito! Alalà

§ https://comitatoscuolapubblica.wordpress.com/2009/10/29/merito-merito-alala/

+++++++

Aforismi e dicerie su Invalsi e meritocrazia linkeria

§ http://www.gildacuneo.it/2013/03/aforismi-e-dicerie-su-invalsi-e-meritocrazia-linkeria/

+++++++

Perché l’Invalsi è tutto da rifare
di Vincenzo Pascuzzi – 26-11-2013
§ http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=16737

+++++++

“Appello rivolto al ministro Carrozza affinché il nuovo Presidente INVALSI sia scelto in modo da proseguire e rafforzare l’azione dell’Istituto – 16 dicembre 2013”

Primo firmatario Prof. Andrea Ichino in data 15 dic. 2013

Dalla pagina Facebook Invalsicomio (quasi 3mila membri), gestita da Vincenzo Pascuzzi, si desume che dal 16 dicembre al 1 febbraio le firme in favore della petizione sono state 982, così ripartite:

– Docenti: n. 361, pari al 37% circa
– Prof. universitari, ricercatori ed altri univ.: n. 312, pari al 32% circa
– Presidi (o d.s.): n. 79, pari al’8% circa
– Altri o non indicato: n. 218, pari al 22% circa
(fra questi: genitori: n. 19, pari al 2%; studenti: n. 11, pari all’1%)

Un risultato abbastanza deludente per gli agguerriti Adi e Ichino, e per la loro Guerra Santa a favore dell’Invalsi.

Marina Boscaino – Invalsi: una battaglia sull’idea di scuola

§ http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=12126

——-

INVALSICOMIO & MERITOMANIA

§ https://www.facebook.com/groups/invalsicomio/

+++++++

I test Invalsi e il degrado dell’insegnamento dalle primarie alle superiori

§ http://gisrael.blogspot.com/2018/02/i-test-invalsi-e-il-degrado.html

+++++++

Aumenti ai dirigenti scolastici: continua la protesta, anche contro il M5S / Soddisfatti con moderazione

“Ancora una volta – sottolinea l’Usb – questo Governo mostra di avere un’idea di scuola che parte dall’alto, ignorando coloro che consentono giorno per giorno al sistema di istruzione pubblica di funzionare ed andare avanti, costretti questi ultimi a confrontarsi con una dirigenza scolastica che mostra scarsissime capacità dirigenziali e una tendenza pericolosa al comando autoritario”.

Nel Bel Paese la differenza di retribuzione tra i dirigenti di II fascia e i dirigenti scolastici, anch’essi di II fascia, è abissale! Ecco perché DIRIGENTISCUOLA non è del tutto soddisfatta: la perequazione raggiunta riguarda solo la parte fissa della retribuzione di posizione che è ben poca cosa di fronte a quella variabile e di risultato che percepiscono gli altri dirigenti di pari fascia. Chi scatena la guerra tra poveri o è in malafede o ha altri interessi peraltro malcelati.

——-

Aumenti ai dirigenti scolastici: continua la protesta, anche contro il M5S

Non si ferma la protesta contro il contratto dei dirigenti scolastici siglato nei giorni scorsi.
Nelle ultime ore si sono espressi sia l’Usb sia i Partigiani della Scuola Pubblica.

La posizione dell’USB

“Ancora una volta – sottolinea l’Usb – questo Governo mostra di avere un’idea di scuola che parte dall’alto, ignorando coloro che consentono giorno per giorno al sistema di istruzione pubblica di funzionare ed andare avanti, costretti questi ultimi a confrontarsi con una dirigenza scolastica che mostra scarsissime capacità dirigenziali e una tendenza pericolosa al comando autoritario”.

“Prima di ‘premiare’ i dirigenti scolastici – sostiene Luigi Del Prete,  segretario nazionale del sindacato di base – bisognerebbe che Miur, Usr, Usp operassero serie verifiche sul loro operato quotidiano, caratterizzato da continue violazioni dei contratti e scarsa conoscenza della normativa. Una dirigenza scolastica, quella italiana, che da un lato pretende di essere equiparata alla dirigenza della pubblica amministrazione, ma che, dall’altro, mostra una totale assenza di qualsiasi conoscenza giuridica delle norme contrattuali, delle modalità di funzionamento di strutture complesse come le istituzioni scolastiche, attraverso un arbitrio gestionale che ricorda spesso piccole monarchie feudali”.

Cosa dicono i Partigiani della scuola pubblica

Di tenore analogo è il comunicato dei PSP (Partigiani Scuola Pubblica): “Esagerato e fuori luogo appare l’aumento di ben 540 euro netti al mese ai dirigenti scolastici a partire dal 2010 [per la verità il contratto decorre dal 2016, ndr] stabilito in questi giorni nel corso dell’intesa sindacale. Ancora più incredibile se lo si inquadra nel corso di una manovra di bilancio così complessa e sotto il capestro della procedura di infrazione da parte della Commissione europea e a fronte di docenti costretti a sopravvivere a mille km da casa per l’algoritmo renziano con uno stipendio di 1300 euro al mese, per i quali non si è ancora trovata una soluzione efficace”.

“Tutto questo – sostengono i Partigiani – diventa ancora più assurdo se si analizza il livello raggiunto dai contenziosi a carico del MIUR dovuti all’assenza di controlli e di sanzioni a quei dirigenti scolastici che adottano condotte abusanti e si fanno difendere dall’avvocatura dello Stato, risultando anche spesso soccombenti”.

Ma i Partigiani propongono una loro spiegazione: “Sorge il dubbio che con questa manovra si sia voluta ‘indennizzare’ la categoria dei dirigenti scolastici della perdita dell’autorità a decidere della vita e della morte professionale dei docenti, attraverso il ddl 763 con cui si intende abolire chiamata diretta e ambiti territoriali. Ci auguriamo che il governo nella legge di bilancio ci ripensi e dia invece la priorità a chi non arriva a fine mese”.

I Partigiani colgono poi l’occasione per sferrare un duro attacco alle forze di Governo e al M5S in particolare.

“Il mondo della scuola – sostengono – ha dato fiducia al Movimento 5 Stelle per cancellare, non per attuare la legge 107 comprando il consenso e la collaborazione dei dirigenti scolastici con la sottoscrizione di un contratto che prevede 540 € mensili di aumento stipendiale ben lontano dal principio del taglio dei privilegi applicato anche sugli stipendi dei loro stessi parlamentari” .
“Il mondo della scuola – concludono i PSP – gli ha creduto ed ora, dopo aver votato in massa per i 5 Stelle , si ritrova con un pugno di mosche sul piano economico e con una sconfitta epocale sul piano politico.  A noi PSP non resta che ripartire con le lotte, facendo opposizione sociale al governo Lega-5Stelle”.

§ https://www.tecnicadellascuola.it/aumenti-ai-dirigenti-scolastici-continua-la-protesta-anche-contro-il-m5s

+++++++

IL NUOVO CCNL: SODDISFATTI CON MODERAZIONE

Non comprendiamo – per modo di dire – i toni trionfalistici di chi si attribuisce il merito, se non esclusivo preponderante, di essere stato tagliato il traguardo dopo un lungo e impegnativo percorso  con la sottoscrizione dell’ipotesi di CCNL della nuova area dirigenziale Istruzione e Ricerca allo spirare del giorno di Santa Lucia. Perché si tratta solo della prima tappa di un faticosissimo percorso avviato da DIRIGENTISCUOLA-Di.S.Conf. con le cinque giornate di sit-in sotto il Ministero dell’istruzione nel mese di maggio 2017, che ha costretto le storiche sigle sindacali, anche chi si è rivelato un insospettabile barricadiero, ad uscire allo scoperto e ha sventato il rischio di un ennesimo contratto deteriore – sarebbe stato il quarto! – da concludere con la consueta clausola di stile nella solita dichiarazione congiunta di rinviare al prossimo giro la perequazione con tutti gli altri dirigenti pubblici di pari fascia.

Un sano senso di realismo ci impone di affermare che siamo soddisfatti. Soddisfatti, ma con moderazione.

Siamo, invece, dispiaciuti per il persistente retaggio culturale di chi continua a paragonare la retribuzione dei dirigenti a quella dei docenti e che ha portato alcuni giornalisti a gridare perfino allo scandalo o al malcostume del tutto Italiano. In tutti i settori i confronti si fanno in orizzontale, solo nella scuola in verticale. Nel Bel Paese la differenza di retribuzione tra i dirigenti di II fascia e i dirigenti scolastici, anch’essi di II fascia, è abissale! Ecco perché DIRIGENTISCUOLA non è del tutto soddisfatta: la perequazione raggiunta riguarda solo la parte fissa della retribuzione di posizione che è ben poca cosa di fronte a quella variabile e di risultato che percepiscono gli altri dirigenti di pari fascia. Chi scatena la guerra tra poveri o è in malafede o ha altri interessi peraltro malcelati.

Non siamo soddisfatti perché nel corso dei dieci antecedenti incontri siamo stati i soli, e pertanto non ci siamo riusciti, a provare in tutti i modi possibili a rimuovere i vincoli – reali o presunti – per far partecipi dei benefici economici stanziati dalla legge di bilancio 205/17 tutti i dirigenti scolastici in servizio nel triennio contrattuale 2016-2018, pur se esigibili alle previste scadenze, trovando un muro invalicabile nell’assoluto disinteresse degli altri soggetti al tavolo negoziale.

Ma lo siamo con moderazione perché all’ultimo momento la nostra ostinazione ha indotto l’ARAN a riconoscere una parziale perequazione  della retribuzione di posizione di parte fissa per il 2018, il solo espressamente finanziato dalla citata legge di bilancio, portandola dagli attuali euro 3.556,68 annui lordo-dipendente ai 6.159,72 dal primo gennaio al 30 dicembre (che altrimenti sarebbero stati persi sia dai dirigenti andati in quiescenza il primo settembre di quest’anno che da quelli rimasti in servizio) e a 12.561,11 euro a decorrere dal 31 dicembre 2018, disponibili dal giorno successivo.

Quest’ultima cifra è un fatto indubbiamente positivo poiché realizza la piena perequazione di parte fissa, senza pericolose code traslate sulla prossima imminente tornata contrattuale 1 gennaio 2019 – 31 dicembre 2021, che così dovrà essere destinata a completare la perequazione della posizione variabile e della problematica, e tuttora inesistente, retribuzione di risultato, essendo rimasti integralmente liberi i 96 milioni di euro stanziati dalla legge di bilancio 205/17 a decorrere dal 2020.

La formula testé sottolineata, unitamente alle risorse strutturali della legge 107/15 (37 milioni di euro a decorrere dal 2017) e considerando altresì che i riferiti aumenti sono stati parametrati sulla dotazione organica dei dirigenti scolastici (quindi inclusiva dei circa 2.500 che presumibilmente saranno assunti dal primo settembre 2019) rendono giustizia della bufala in circolazione, secondo cui le nuove cifre saranno in larga parte intaccate dal decremento della retribuzione di posizione dell’invariata parte variabile non appena ridistribuita su una più vasta platea in conseguenza dei consistenti nuovi ingressi. Bufala commissionata ad arte da neonate sigle non rappresentative per reclutare nuove adesioni e per rilanciare il preannunciato lucroso business dei ricorsi seriali, un tot a chilo oppure gratis in cambio di una delega.

Siamo soddisfatti sulla parte normativa, laddove abbiamo apprezzato l’impostazione dell’ARAN – e la sua riuscita difesa, grazie anche al nostro, solo nostro, costante contributo – di un articolato snello e senza nessuna specifica sezione – nei fatti e per consolidata esperienza penalizzante – per incasellarvi la dirigenza delle istituzioni scolastiche, pur riservando degli spazi per considerarne, in termini essenziali, le sue peculiarità, così come appositi spazi risultano per le altre due diverse tipologie di dirigenza (dell’Università e della Ricerca) ora presenti nella comune area contrattuale.

Siamo soddisfatti per essere state acquisite, nella sostanza se non compiutamente nella forma, le proposte di DIRIGENTISCUOLA inerenti istituti di non poco momento.

In primo luogo, e non è stato facile, si è ripristinata la restituzione, a domanda ed entro i cinque anni,  nel ruolo di provenienza.

E’ stato reso esplicito che la valutazione dirigenziale è attuata in conformità alle norme di legge in materia, le stesse che si applicano a tutte le altre figure dirigenziali, ancorché le sigle sindacali generaliste presenti al tavolo sproloquino nei susseguenti comunicati di essere stata essa ricondotta alla disciplina negoziale, per continuare a concordare con l’Amministrazione iperconcettuosi, invasivi ed illegittimi caravanserragli preordinati a condurre mano nella mano e sino alla pensione incurabili minorati psichici per un miglioramento continuo; per poi farli puntualmente fallire con la pretesa di incessanti, ed impossibili, garanzie di piena oggettività, così reiterando – come da diciott’anni ad oggi – il pactum sceleris con l’Amministrazione: una dirigenza che, non essendo valutata, non può pretendere una retribuzione di risultato, ma tutt’al più una mancia elargita e commisurata, secondo criteri di mero automatismo, alla complessità dell’istituzione scolastica diretta; e una dirigenza che, non essendo valutata, non è legittimata a valutare il personale dipendente, docenti e ATA.

E’ stata espunta dall’originaria bozza l’equivoca ed inconferente Comunità educante, operazione che invece era riuscita nel comparto: che, lungi dall’essere un’innocua concessione lessicale ai loro proponenti, sarebbe stata impiegata come un cacciavite per smontare le prerogative di chi è e resta innanzitutto un dirigente pubblico, per depotenziarlo a primus inter pares siccome membro di una conviviale comunità autoconsistente ed autoreferenziale, celebrante in proprio i riti di una democrazia scolastica quale valore in sé ovvero libera di scegliersi i fini e sciolta da qualsivoglia vincolo che non sia quello che sovranamente si determini di autoimporsi. Mentre il diritto disconosce consimili elucubrazioni ma conosce, e regola, le istituzioni scolastiche quali pubbliche amministrazioni (art. 1, comma 2 del D. Lgs. 165/01) ad un tempo enti dotati di soggettività giuridica e organi dello Stato, nell’un caso e nell’altro soggiacenti all’incipit del D.P.R. 275/99 (art. 1 – Natura e scopi dell’autonomia delle istituzioni scolastiche) e se non al dettato della performance (D. Lgs. 150/09), all’ancor prima equivalente obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi, costituenti parametri – e limiti – alla stessa libertà d’insegnamento (art. 21, comma 9, legge 59/97).

Ma per intanto la Comunità educante è stata (ri)tirata in ballo nella sua più risalente versione di Comunità scolasticaperché grazie ad essa nel testo contrattuale è (sarebbe) stata riconosciuta la specificità del profilo professionaledella dirigenza scolastica rispetto alla categoria dirigenziale priva di aggettivazioni (in realtà quivi copiandosi e assemblandosi le sparse disposizioni di legge) e pertanto grazie ad essa si comincia a finanziare il settore istruzione, lasciandosi intendere – ora, cari dirigenti, state buoni! –  che dopo quelli definiti sui social aumenti principeschi dovrà essere il turno degli altri membri che di queste comunità sono anch’essi componenti

E’ stato poi espressamente recepito l’istituto della delega di funzioni, che si legge nell’articolo 17, comma 1-bis del D. Lgs. 165/01, riguardante l’intera dirigenza pubblica e quindi valevole anche per i dirigenti scolastici, che così possono ricorrervi de plano per la loro sostituzione se in ferie e/o ammalati e/o comunque  impegnati fuori sede.

Resta invece l’insoddisfazione per non essere state accolte le proposte, pure sostenute da tutte le organizzazioni sindacali:

– sul conferimento degli incarichi aggiuntivi nel punto della parità di chance per ogni dirigente di concorrere liberamente alla nomina di presidente di commissione negli esami di Stato del secondo ciclo, attesa l’avvenuta abrogazione dei settori formativi e concordemente alle recenti pronunce del giudice amministrativo;

– sulla mobilità interregionale fissata nella misura minima del 30% dei posti disponibili anziché rimessa ancora all’assoluta discrezionalità del direttore dell’ufficio scolastico regionale in ordine alla sua quantificazione;

– sulla mancata eliminazione della recidiva, con il rischio che alla seconda infrazione lieve nel corso del biennio, fosse anche un’altra sospensione dal servizio per un solo giorno, il dirigente venga automaticamente licenziato;

– sui mancati interventi correttivi in materia di indeterminata e indiscriminata sospensione cautelare facoltativa dal servizio in pendenza di un procedimento penale, non ristretta a reati gravi e quindi attivabile anche per le ipotesi di reato bagatellare, sanzionabile (beninteso, se provato, ma dopo quanti anni?) con  la  sola multa;

– sul mancato pagamento delle reggenze a carico della fiscalità generale e non già a carico del FUN, cioè degli stessi dirigenti!

E resta non meno l’insoddisfazione per la negata introduzione della mobilità professionale esterna, a domanda presso altre pubbliche amministrazioni; sulla quale tutti gli altri sindacati presenti al tavolo sono rimasti rigorosamente silenti, a voler significare che la dirigenza scolastica, segnata dall’indelebile stigma di figlia di un dio minore, non può essere spesa, in forza della sua lussureggiante specificità, al di fuori del proprio recinto domestico, anche dopo l’avvenuto – formale – smantellamento della quinta Area e pur restando essa la più generalista e più complessa di tutte le pari grado dirigenze pubbliche.

Con l’anno nuovo, non appena l’ipotesi di accordo, dopo i controlli di rito, si tradurrà nella sottoscrizione di un contratto già scaduto – ma che resta vigente in regime di ultrattività – occorrerà formalmente disdettarlo, per poi avere via libera per la seconda, decisiva, tappa onde realizzare la completa equiparazione con la retribuzione di parte variabile e di risultato.

 

DIRIGENTISCUOLA-Di.S.Conf. si presenterà al tavolo con un’aumentata rappresentatività per fronteggiare le sigle generaliste che congiuntamente rappresentano l’anomala commistione di lavoratori (docenti e ATA, che è anch’essa un’anomalia ammantata dall’etichetta di personale della scuola) e datori di lavoro (i dirigenti preposti alla conduzione di istituzioni scolastiche).

Messe insieme non hanno più la maggioranza assoluta nell’area, essendo  scese sotto il 50%. con la nuova rilevazione della rappresentatività, in procinto di essere a breve pubblicata.

Ma conservano un forte potere di interdizione, reso possibile dalle deleghe loro rilasciate dai colleghi e in forza del quale dovranno necessariamente porsi ancor più il problema di come giustificare agli occhi dei soci di – schiacciante – maggioranza un nuovo contratto che al momento prevede per loro quaranta euro lordi mensili pro-capite a fronte di ulteriori remunerazioni – a questo punto, faraoniche? – per la controparte datoriale.

§ https://www.dirigentiscuola.org/il-nuovo-ccnl-soddisfatti-con-moderazione/?fbclid=IwAR1wXjvlnjqmunbSxmkzbXzDdSMkuU46LHQNG7_dnTFMgyMlrwkTwYv4Qls

+++++++

La scuola regionale? Una batosta per il Sud / Il federalismo «malato»

Il cammino giuridico, dunque, non è semplice. Ma poi alla fine, al di la delle questioni giuridiche vi è una domanda di fondo: a cosa serve la dipendenza regionale dei docenti? Migliorerebbe la nostra scuola?

Gli Accordi preliminari vennero tutti stipulati a fine febbraio, poco prima delle elezioni politiche.

[Bugiardino. 1) “a cosa serve la dipendenza regionale dei docenti?” forse viene usata come esca per i docenti stessi, lasciando intendere la possibilità di retribuzioni meno misere. 2) alcune regioni, più ricche e amministrate da Lega (e FI), si credono o sono più virtuose, efficienti e  con i conti in ordine e perciò ritengono di saper meglio amministrare e gestire il settore scuola a casa “propria”. Ma, ora che Lega è al governo nazionale e con un suo ministro a capo del Miur, questa motivazione viene meno e anzi diventa contraddittoria. 3) il rischio concreto, se non la certezza, è che con la scuola regionalizzata alla burocrazia nazionale si aggiungerebbero le burocrazie regionali, con sovrapposizioni e conflitti! v.p.]

Risultati immagini per regioni italiane

——-

Scuola. Regionalismo differenziato e prof, dove vanno a sbattere Bussetti e le Regioni

Si parla di regionalizzazione dell’istruzione, soprattutto in riferimento al personale docente, sulla base degli sviluppi dell’ultima legislatura. Il punto

26.11.2018 – Annamaria Poggi

Qualche settimana fa in una delle sue prime interviste il ministro Bussetti ha dichiarato che avrebbe portato avanti il progetto di regionalizzazione dei docenti, all’interno di un più ampio processo di regionalizzazione della materia dell’istruzione su cui starebbe ragionando con l’altro ministro investito della questione per competenza, e cioè il ministro Erika Stefani.

Cerchiamo di capire di cosa si tratta utilizzando le informazioni che al momento sono note.

La vicenda prende avvio nella passata legislatura, quando alcune Regioni italiane (Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte) decisero di avviare il percorso del cosiddetto regionalismo differenziato e cioè di chiedere più poteri legislativi e amministrativi in determinate materie (politiche attive del lavoro, istruzione, salute e ambiente), così come previsto dall’art. 116 Cost. ultimo comma e similmente a quanto alcune di esse (Veneto, Lombardia e Piemonte) avevano già fatto, senza alcun esito, nel 2006.

A queste richieste diede riscontro il Governo Gentiloni, con la stipula di “Accordi preliminari”, materialmente sottoscritti dal sottosegretario per gli Affari regionali e le autonomie (Gianclaudio Bressa) evidentemente con il placet della Presidenza del Consiglio dei ministri cui questo ministero è sottoposto.

Gli Accordi preliminari vennero tutti stipulati a fine febbraio, poco prima delle elezioni politiche.

Con la nuova legislatura non solo non sono venute meno le pressioni delle Regioni che già avevano avanzato le loro richieste (soprattutto quella del Veneto) ma a queste se ne sono aggiunte altre. Almeno altre sei Regioni (Toscana, Marche, Umbria, Liguria, Basilicata e Campania), infatti, hanno manifestato l’intenzione di muoversi in tale direzione. Non tutti i percorsi sono ugualmente strutturati e già pervenuti ad un livello di dettaglio delle materie sufficientemente maturo. In alcuni casi il lavoro svolto mostra un ventaglio di richieste davvero notevole, e tutte le Regioni richiamate hanno avanzato maggiori competenze sull’istruzione.

Al momento ciò su cui si può ragionare concretamente sono solo gli Accordi della scorsa legislatura che trattano tutti del tema dell’istruzione. I tre Accordi sono identici e sono strutturati in due parti. Una prima enuncia principi di carattere generale, ed una seconda enuncia, settore per settore, quelle che potrebbero essere le richieste regionali.

Nella prima parte si precisa che:

a) il percorso sarebbe quello già consolidato per la stipula delle intese tra Stato e Confessioni religiose (intesa tra Governo e singola Regione e approvazione con legge del Parlamento);

b) gli Accordi preliminari dovrebbero, poi, essere oggetto di successive intese;

c) le intese durerebbero tendenzialmente 10 anni e potrebbero essere modificate nel corso del decennio, prorogate o rinegoziate alla conclusione del periodo;

d) il trasferimento delle risorse finanziarie e di personale dovrebbe essere trattato da una Commissione paritetica Stato-Regione che dovrebbe prevedere come sarebbero trasferite le risorse dallo Stato alla Regione: se come compartecipazione a qualche tributo statale o in altro modo;

e) occorrerebbe determinare i fabbisogni standard (entro un anno) e trasformarli entro 5 anni in costi standard per superare il criterio della spesa storica (il che equivale a dire che le Regioni si impegnerebbero con le Intese a diminuire la spesa nel settore);

Oltre questi principi gli Accordi contengono poi degli Allegati ognuno relativo alle materie che potrebbero essere oggetto di trasferimento. Anche qui l’Allegato Istruzione è identico nei tre Accordi. Vediamo cosa prevede.

a) Alla Regione spetterebbe la programmazione regionale dell’offerta di istruzione e la definizione dell’organico (senza poter aumentare l’organico statale); ma la Regione potrebbe istituire un proprio Fondo per aumentare la propria dotazione di organico solo con contratti a tempo determinato;

b) alla Regione verrebbe attribuita la competenza legislativa per organizzare l’integrazione tra istruzione professionale e istruzione e formazione professionale, nel rispetto del d.lgs. 61/2017 e anche qui potendo istituire un Fondo proprio per aumentare la dotazione organica;

c) alla Regione spetterebbe l’organizzazione degli Its e i raccordi tra questi e gli altri sistemi di istruzione (istruzione, istruzione professionale, universitaria, eccetera);

d) alla Regione spetterebbe, nel rispetto dell’autonomia universitaria e in accordo con le università, attivare percorsi di didattica integrativa di quella universitaria per favorire lo sviluppo tecnologico, economico e sociale del territorio, nel rispetto dei requisiti di sostenibilità dei corsi universitari e dello stato giuridico dei docenti universitari;

e) la Regione costituirebbe un Fondo per l’edilizia in cui confluirebbero tutti i fondi statali per l’adeguamento e il miglioramento sismico delle strutture, per i laboratori e altri spazi necessari per la didattica;

f) alla Regione spetterebbe, nel rispetto dei vincoli di bilancio e dei Livelli essenziali delle prestazioni, maggiore autonomia sulla gestione del personale del sistema sanitario regionale; delle regole per l’accesso alla libera professione; per l’accesso alle scuole di specializzazione medica (tramite accordi con le singole università del territorio).

L’attuale Governo al momento non ha ufficializzato il raggiungimento di Accordi con le Regioni che hanno avanzato le varie richieste. Teoricamente, peraltro, sempre l’attuale Governo, se volesse, potrebbe fare propri gli Accordi stipulati da quello precedente (sopra illustrati), poiché non vi è nessun ostacolo giuridico in merito.

Fin qui i fatti. Ragionando ora in astratto sulle possibilità di regionalizzare l’istruzione, possiamo fissare i seguenti punti fermi:

1. Le Regioni già oggi, grazie all’art. 117 Cost. possono fare leggi su alcune materie (diritto allo studio; mense, trasporti; edilizia…);

2. hanno la competenza esclusiva sulla formazione professionale;

3. hanno la competenza sulla programmazione (quante scuole e di che tipo) sul loro territorio;

4. hanno competenza sui sussidi alle scuole paritarie.

Sui docenti la questione è molto complessa: l’unica Regione che al momento ha completamente regionalizzato i docenti è il Trentino Alto-Adige in virtù del fatto di essere Regione a Statuto speciale e con la giustificazione del bilinguismo (che è pure protetto dalla Costituzione). In questa Regione il personale docente è personale dipendente dalla Regione proprio in virtù della specificità di quella Regione.

Per le Regioni che non sono speciali non è possibile trovare una motivazione specifica (legata cioè alla specificità del loro territorio) che consenta di dire che vi è una motivazione di ordine costituzionale per regionalizzare il personale. Questa è la vera difficoltà costituzionale.

Vi è poi un’altra complicazione di ordine costituzionale e cioè che l’articolo 117 Cost. tutela e costituzionalizza l’autonomia delle Istituzioni scolastiche che, se il personale venisse regionalizzato e cioè posto alle dipendenze della Regione, perderebbero un altro pezzo della loro autonomia.

Il cammino giuridico, dunque, non è semplice. Ma poi alla fine, al di la delle questioni giuridiche vi è una domanda di fondo: a cosa serve la dipendenza regionale dei docenti? Migliorerebbe la nostra scuola?

Questa è a mio avviso la vera domanda, su cui occorrerebbe aprire il dibattito, se il Governo davvero volesse andare in quella direzione.

§ https://www.ilsussidiario.net/news/educazione/2018/11/26/scuola-regionalismo-differenziato-e-prof-dove-vanno-a-sbattere-bussetti-e-le-regioni/1813530/

+++++++

La scuola regionale? Una batosta per il Sud

di Cristina Lacava – 20 novembre 2018
Una scuola di serie A, nelle regioni più ricche, e una di serie B per le più povere. Questa potrebbe succedere se andrà avanti l’ipotesi di un sistema scolastico regionale, fortemente voluta dal governatore del Veneto, Luca Zaia. Qualche giorno fa Zaia ha firmato con il ministro per l’Istruzione Marco Bussetti un accordo per l’insegnamento della lingua veneta nelle scuole di tutta la regione, ma questo è solo il primo passo. Il Veneto infatti chiede la completa regionalizzazione della scuola: insegnanti e personale Ata assunti su base locale, magari con stipendi anche più alti dei colleghi. Ma come si potrebbe fare?

La bozza di disegno di legge delega della ministra degli Affari regionali Erika Stefani, chiede di attribuire al Veneto più risorse, perché è la regione con il maggior gettito fiscale. Più contributi dai, più dovresti ricevere, è la tesi. Il ministro in realtà è piuttosto cauto (i sindacati sono contrari), anche se va detto che nel Contratto di governo si punta a incentivare le autonomie locali. Ma il punto è che «è profondamente sbagliato pensare che i fondi per la scuola siano legati alla ricchiezza di un territorio» dice Marco Esposito, autore di Zero al Sud. La storia incredibile e vera  dell’attuazione perversa del federalismo fiscale(Rubbettino): «Guadagnare di più significa avere il diritto a servizi migliori? Non è giusto. A una scuola di mille studenti a Padova toccherebbe il doppio di una scuola con gli stessi alunni a Cosenza. Non si possono calcolare i fabbisogni dell’istruzione sulla base del reddito degli abitanti». Anche perché si creerebbe una disparità in contrasto con il principio di uguaglianza stabilito dalla Costituzione. «Meno soldi vuol dire meno manutenzione, meno programmi di approfondimento, meno laboraotir, meno tecnologia».

Unknown

Intanto la protesta contro la regionalizzazione della scuola avanza: “No alla secessione dei ricchi” è il titolo di una petizione lanciata da Gianfranco Viesti su change.org che ha già superato le 13mila firme.

«Dobbiamo trovare invece un meccanismo per incentivare le assunzioni dei giovani docenti meridionali al Sud», conclude Esposito. «Il problema è reale e grave. Oggi le cattedre sono poche, perché vengono subito occupate dagli insegnanti più anziani che si sono trasferiti al Nord. Per i giovani non c’è posto e non è giusto».

§ http://blog.iodonna.it/scuola/2018/11/20/la-scuola-regionale-una-batosta-per-il-sud/?refresh_ce-cp

+++++++

Il federalismo «malato» Autonomia, è scontro sulla scuola regionale

§ http://www.gildains.it/public/documenti/8625DOC-131.pdf

§ http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/il-federalismo-malato-autonomia-e-scontro-sulla-scuola-regionale.flc

+++++++

Scuola regionale, Bussetti: ‘Idea virtuosa’. Turi (Uil Scuola): ‘Preoccupati e contrari’

§ https://www.tuttoscuola.com/scuola-regionale-bussetti-idea-virtuosa-turi-uil-scuola-preoccupati-e-contrari/

+++++++

Autonomia, Erika Stefani (Lega): “Bozze pronte, ma non ho risposte da ministri M5s. Quando Conte firma decreto? Saperlo…”

Autonomia, Stefani (Lega): “Bozze pronte, ma non ho risposte da ministri M5s. Quando Conte firma decreto? Saperlo…”

La titolare del dicastero per gli Affari Regionali e le Autonomie, in un’intervista a Libero, accusa i Cinquestelle di fare resistenze sul tema delle maggiori competenze a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. E minaccia: “Ho in mente una cosa per sbloccare la situazione”
§ https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/17/autonomia-stefani-lega-bozze-pronte-ma-non-ho-risposte-da-ministri-m5s-quando-conte-firma-decreto-saperlo/4842577/
+++++++
Che fine ha fatto l’autonomia per le regioni del Nord
L’avevano chiesta Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, il governo aveva promesso di concederla entro l’autunno, ma ora è tutto fermo anche per gli ostacoli messi dal Movimento 5 Stelle
§ https://www.ilpost.it/2018/12/17/autonomia-veneto-lombardia/
+++++++

Scuole paritarie: l’ingombrante scheletro del “Gruppo di lavoro per il costo standard”

[Bugiardino. 1) “uno stimolante seminario di studio” ?! come è possibile? relatori e partecipanti tutti omogenei per orientamento e già stra-convinti della salubrità del Costo Standard! 2) “a risparmi stimati a regime tra i 7 e i 17 miliardi di euro l’anno”: cifre ballerine, incerte, usate come esche e cautamente rinviate “a regime”. 3) “la crisi finanziaria che tocca oggi molte scuole paritarie”, “il collasso delle scuole paritarie”: sono aspetti preoccupanti di cui ricercare entità e cause. 4) da notare che relatori e partecipanti hanno accuratamente evitato di citare il “Gruppo di lavoro per la definizione del costo standard di sostenibilità“, che avrebbe dovuto fornire precise risposte e conferme, ma che invece non ha affatto lavorato, si è riunito una sola volta (20.12.2017), e ora viene tenuto nascosto in qualche armadio come un ingombrante scheletro! v.p.]

Risultati immagini per scheletro armadio

——-

Parità e libertà di educazione: la concorrenza è un pericolo o un aiuto a migliorare?

S

Lo scorso 12 dicembre la Camera dei deputati, sala Nilde Iotti, ha ospitato uno stimolante seminario di studio sul tema “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa”. L’incontro, che è stato moderato dal direttore di Tuttoscuola, Giovanni Vinciguerra, si è articolato in due momenti successivi, uno più tecnico – con le relazioni della giurista Anna Monia Alfieri sul contesto europeo nel quale si colloca la scuola italiana e dell’economista Marco Grumo sul ‘costo standard’ – l’altro più politico, con l’intervento di Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia, e di Valentina Aprea, capogruppo dei parlamentari dello stesso partito membri della VII commissione Cultura della Camera.

Le relazioni tecniche hanno argomentato la proposta di utilizzazione universale del ‘costo standard’ come strumento di finanziamento di tutta l’offerta pubblica di istruzione, comprendente la scuola statale e quella paritaria, una proposta recentemente rilanciata anche nel saggio “Lettera ai politici sulla libertà della scuola”, a firma di Dario Antiseri e Anna Monia Alfieri, già segnalato da Tuttoscuola all’attenzione dei lettori (https://www.tuttoscuola.com/scuole-paritarie-il-costo-standard-come-ultima-chance/).  Per la Alfieri “non è più sufficiente riconoscere un diritto. Siamo indietro rispetto all’Europa, dove si discute delle modalità di finanziamento, non ancora (come da noi) della legittimità (che nel resto d’Europa, esclusa la Grecia, è data per scontata)”. Il prof. Grumo ha spiegato come il modello di costo standard di sostenibilità abbia già trovato applicazione nel settore della sanità, con buoni risultati, e come sarebbe possibile una applicazione graduale, partendo da una Regione o da un ciclo scolastico. Secondo gli autori, l’applicazione porterebbe – grazie a una spesa più efficiente – a risparmi stimati a regime tra i 7 e i 17 miliardi di euro l’anno e a una ripartizione dei fondi per il 93% alla scuola statale e per il 7% alla scuola paritaria (che oggi accoglie oltre il 10% degli studenti).

Gli interventi dei politici, entrambi esponenti di un partito che ha avuto importanti e prolungate responsabilità di governo, ma che attualmente si colloca all’opposizione del governo giallo-verde, hanno riconosciuto la rilevanza e l’urgenza di un’iniziativa volta ad impedire la crisi finanziaria che tocca oggi molte scuole paritarie. Il loro apporto al funzionamento complessivo del sistema nazionale di istruzione, come sottolineato da Vinciguerra, andrebbe invece valorizzato perché il collasso delle scuole paritarie “sarebbe una imperdonabile catastrofe che peraltro ricadrebbe sulla scuola statale, sul Paese e sulla libertà di educazione”.

Per Mariastella Gelmini “c’è un pregiudizio verso la scuola paritaria. Si vuole accreditare lo Stato come fornitore unico di servizi (si vedano i progetti del Governo– sostenuti in particolare dalla componente pentastellata, ndr – sulla statalizzazione del servizio autostradale)”. Per l’ex ministro dell’istruzione dell’ultimo governo Berlusconi “la libera concorrenza tra pubblico e privato aiuta a realizzare un servizio migliore per la collettività”. Anche per Valentina Aprea si sta assistendo a un ritorno allo statalismo e al centralismo, che hanno già fallito in altre epoche. La Aprea ha anche lanciato l’idea di un tavolo delle associazioni che si battono per la parità e per la libertà educativa, che possa offrire idee e spunti alla politica, e ha citato la proposta di legge da lei avanzata su “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”.

Gelmini e Aprea hanno sottolineato il silenzio in materia del governo, all’interno del quale la Lega in campagna elettorale si era dichiarata favorevole all’introduzione del ‘costo standard’. Una proposta che essendo stata esclusa dal contratto di governo per la netta contrarietà del Movimento 5 Stelle viene ora rilanciata da Forza Italia, che potrebbe farne una sua bandiera nell’ipotesi di una eventuale ricostituzione dell’alleanza di centro-destra con il partito di Salvini, e comunque in vista delle ormai prossime elezioni europee.

§ https://www.tuttoscuola.com/parita-e-liberta-di-educazione-la-concorrenza-e-un-pericolo-o-un-aiuto-a-migliorare/?fbclid=IwAR2birJw3XX-w6Epk053DLimxPRkcqo9j7EVpOyc9PPMO-HbNISRgy2c50w

+++++++

<<Tra scuole paritarie vige spesso una logica di concorrenza spietata e non di collaborazione o di rete per difesa di piccoli orticelli (la Brianza è un ottimo esempio) che certamente nel lungo periodo non ha giovato alla costruzione di realtà solide e attrattive>>.

<<Sono convinto che una delle prime ragioni per cui gran parte dell’opinione pubblica in Italia sia sostanzialmente indifferente al futuro della scuola non statale stia nel fatto che una buona fetta delle “scuole private” italiane garantiscono ai propri studenti un livello di preparazione bassissimo, sono “diplomifici” nel gergo comune. Perché mai lo Stato dovrebbe sostenerle economicamente? Penso che le scuole non statali di buon livello, e sono tante, debbano costituire un cartello di “scuola di qualità”, documentando il marchio con numeri e dati tangibili per arrivare a differenziarsi, nell’immaginario pubblico, dalle comuni “scuole private”>>.

§ https://www.tempi.it/servirebbe-un-uragano-katrina-per-cambiare-il-nostro-modo-di-intendere-la-scuola/

——-

Le paritarie in concorrenza spietata fra loro / Katrina e la diaspora degli afro-americani poveri da New Orleans

§ http://www.aetnascuola.it/le-paritarie-si-fanno-concorrenza-spietata-fra-loro-katrina-e-la-diaspora-degli-afro-americani-poveri-da-new-orleans/

+++++++

Maxi-aumento ai presidi: 460 euro in più al mese da gennaio / “appena 130 euro !!!”

QUALCHE PRESIDE-DS COMMENTA*:

<<Comincia la disinformazione della stampa che riproduce veline senza sapere e capire di cosa si tratta. Trascurano di dire che a fronte dell’aumento della parte fissa della retribuzione c’è contestuale ed equivalente diminuzione della parte variabile della retribuzione con un saldo di appena 130 euro!!! Alla faccia dell’informazione svenduta e truffaldina e di pseudo giornalisti che scrivono fake news.>>

<<Gli aumenti veri della retribuzione complessiva dei dirigenti scolastici non saranno di 817,96 euro mensili; questi sono gli aumenti per la posizione fissa, a cui fa da contraltare la diminuzione di 580,42 euro della retribuzione variabile ed accessoria.
Gli aumenti veri sono pari a circa 230 euro mensili lordi, 130 netti.
Il fatto più grave è che non sono stati per niente recuperati i tagli illegittimi fatti dal MIUR negli ultimi anni, circa 3.500 euro annui in media pro capite; dato che non ci hanno pensato i sindacati, l’UDIR ne chiederà la restituzione al giudice del lavoro tramite i ricorsi che sta promuovendo.>>

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

——-

Scuola, maxi-aumento ai presidi: 460 euro in più al mese da gennaio

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci – 15 dicembre 2018

Sotto l’albero di Natale arriva un gradito regalo per i 7.452 presidi italiani. Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre all’Aran è stato firmato il nuovo contratto 2016-2018 che, tra l’incremento del 3,48% (previsto per la generalità dei dipendenti pubblici) e l’allineamento della retribuzione di posizione parte fissa ai valori riconosciuti alle altre figure dirigenziali pubbliche, comporterà, per i dirigenti scolastici, un maxi-aumento medio di circa 460 euro netti mensili (pari a un incremento lordo annuo di circa 11mila euro). Interessati al rinnovo – seppure con aumenti stipendiali più contenuti – anche i 353 dirigenti di università ed enti di ricerca, per un totale, quindi, di 7.805 persone.

Per il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, si «tratta di un risultato di grande importanza». Soddisfazione è stata espressa anche dal presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, soprattutto per quanto riguarda l’avvicinamento stipendiale rispetto agli altri dirigenti dello Stato: «È un primo passo significativo nel percorso verso la perequazione retributiva completa, che chiediamo da anni».

Ai 460 euro netti in più al mese si arriva sommando l’incremento “standard” del 3,48%, pari a 160 euro lordi al mese, circa 80 euro netti, ai 380 euro netti aggiunti sulla retribuzione di posizione parte fissa, che sale di 9mila euro, passando da poco più di 3.500 euro a oltre 12.500 (per quest’ultima operazione, nella manovra 2018, sono stati stanziati 37 milioni nel 2018, 41 nel 2019, 96 nel 2020, oltre ai 35 milioni previsti dalla Buona Scuola).

Oggi una busta paga dei presidi oscilla tra i 2.500 e i 3mila euro netti al mese a seconda dell’avvenuta “promozione” (ci sono infatti gli ex “direttivi” prima del 2001 che hanno la Ria, la Retribuzione individuale di anzianità, i presidi post 2001 che non ce l’hanno, e gli “ex incaricati” a cui invece è stato riconosciuto un assegno ad personam di importo variabile). Una retribuzione, peraltro, sottolinea compatta la categoria, non in linea con le accresciute responsabilità.

Il nuovo Ccnl – che, ricorda l’Aran, diventerà efficace, con la firma definitiva, una volta concluso l’iter di verifica e controllo della sua compatibilità economica – prevede pure diverse novità sulla parte normativa. In primis una sorta di “diritto alla disconnessione”, con la possibilità per chi è in ferie o malattia di farsi sostituire da un docente delegato. Viene poi consentito a un preside, entro i cinque anni di servizio, di tornare al ruolo di appartenenza (quello docente). Mentre gli obblighi relativi alla sicurezza nei luoghi di lavoro sono circoscritti alle funzioni organizzative e gestionali svolte dal dirigente. Ciò significa che delle carenze strutturali risponderà l’ente locale proprietario, come peraltro già evidenziato dalla giurisprudenza.

Spazio, inoltre, a misure a tutela dei dirigenti con gravi patologie e a ferie e riposi solidali per assistere figli minori bisognosi di cure. Aggiornato, infine, il codice disciplinare, per tenere conto delle novità legislative e per una migliore tutela degli studenti e della corretta funzionalità dei servizi.

https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-12-15/scuola-maxi-aumento-presidi-460-euro-piu-mese-gennaio-090323.shtml?uuid=AEmFM8zG#Echobox=1544883507?refresh_ce=1

 

——-

*GLI AUMENTI CONTRATTUALI

http://www.governarelascuola.it/nuovo/index.php/il-dirigente-e-lo-staff/361-gli-aumenti-contrattuali?fbclid=IwAR2-iykRThKs5wXFNlAeOQehI6heXqt_p6onr7L_AG-5KCxHKBM9JaDL5uM

+++++++

Maria Stella Gelmini e la Costituzione, qualcosa non torna

ricordo che la Gelmini è la meno indicata a parlare  di Costituzione. L’Onorevole, infatti, tra il 2008-2009 è stata responsabile con G. Tremonti della più significativa operazione contro la Costituzione. Mi riferisco all’istituzione delle classi pollaio, all’abolizione delle compresenze e in generale alla sottomissione dell’istruzione alle compatibilità economiche (L.133/08 e DPR.81/09).

——-

Maria Stella Gelmini e la Costituzione, qualcosa non torna

Maria Stella Gelmini

Maria Stella Gelmini la meno indicata a promuovere la Costituzione. I fatti lo confermano.

Maria Stella Gelmini  invita a studiare la Costituzione. La meno indicata a dire qualcosa sulla Costituzione. E’ stata protagonista, infatti, della più significativa operazione contro la nostra Carta fondamentale (2008-09).

La dichiarazione di Maria Stella Gelmini 

Maria Stella Gelmini ha rilasciato un’intervista al quotidiano cattolico “Avvenire“. A fini di questo intervento riporto il seguente passaggio che si apre con la seguente domanda:
“A quale proposta pensa?
Educazione alla cittadinanza. Che vuol dire educare i nostri giovani a capire valori come il rispetto, l’uguaglianza, l’ascolto. La scuola può cambiare ancora. Penso a ore di studio sulla nostra Costituzione.
 ”

Esiste una significativa stonatura tra la dichiarazione i fatti

Siamo di fronte a un esempio dove le parole nascondono i fatti. Direi di più: il ” il bla bla” diventa un fatto. E’ il format della comunicazione cartacea e 2.0 costruito intorno all’utente medio, caratterizzato dalla “memoria breve”. Questa è  dominata dal susseguirsi vorticoso delle informazioni. Quasi tutte non diventano mai conoscenza. In altri termini, non modificano la rete concettuale del soggetto, in quanto il loro destino che li colloca rapidamente nel “binario morto” dell’oblio, impedisce qualunque processo di strutturazione cognitiva.
Fatta questa premessa, ricordo che la Gelmini è la meno indicata a parlare  di Costituzione. L’Onorevole, infatti, tra il 2008-2009 è stata responsabile con G. Tremonti della più significativa operazione contro la Costituzione. Mi riferisco all’istituzione delle classi pollaio, all’abolizione delle compresenze e in generale alla sottomissione dell’istruzione alle compatibilità economiche (L.133/08 e DPR.81/09). E questi sono i fatti che l’Onorevole tende a nascondere dietro le parole.
Ora quali sono stati gli articoli contro i quali  si sono rivolti i suddetti provvedimenti? Gli art. 2, 3 e 34 che sostanzialmente affermano il diritto all’istruzione come un diritto inalienabile della persona e l’impegno della Repubblica a rimuovere qualunque impedimento al raggiungimento dell’obiettivo.

§ http://maestroscialpi.altervista.org/maria-stella-gelmini-e-la-costituzione-qualcosa-non-torna/?fbclid=IwAR06ZuSPXqEfB2aVbOyYBBjTCj3ZRynsUVzhQWalM1zzO5Qmk3PZpqZn3ic

+++++++

Gelmini: manovra, difendono l’indifendibile. E tagliano risorse ai più deboli

Parla la capogruppo di Forza Italia alla Camera

di Arturo Celletti – giovedì 13 dicembre 2018
Mariastella Gelmini

Mariastella Gelmini

«È una manovra sciagurata. Non c’è innovazione. Non ci sono investimenti. C’è solo un colpo duro contro le generazioni future». Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia, boccia il governo con parole nette. «L’Italia sta già pagando duramente gli errori di M5s e Lega. Lo spread è salito fino a quota 300 e i mutui sono più cari. Le famiglie e le imprese stanno già facendo i conti con la stretta del reddito. Gli investitori scappano…».

Che cosa direbbe a Conte?

Cambi. Non si può difendere l’indifendibile. Anche con l’Europa non hanno scelto la strada giusta: serviva più preparazione e meno arroganza. Pensavano che alzando la voce avrebbero portato a casa risultati e, invece, hanno solo dimostrato una sconcertante inconsistenza.

La procedura di infrazione può essere ancora evitata e i segnali che arrivano da Bruxelles fanno sperare…

Sarebbe un dovere ascoltare il monito di Mattarella e moltiplicare l’impegno per riuscirci. Anche perché se fallisce anche l’ultima mediazione di Conte saranno gli italiani a pagare. Con le loro tasche.

Con Forza Italia al governo si sarebbe sforato quel tetto dell’1,8 chiesto dall’Europa?

Il vero problema non è spingersi fino al 2,1 o al 2,2. È capire per quale motivo farlo. Se l’obiettivo fosse stato un deciso taglio delle tasse Forza Italia avrebbe detto sì. Ma è assurdo indebitarsi per un ipotetico reddito di cittadinanza senza puntare sugli investimenti.

La maggioranza degli italiani non apprezza più questa misura voluta da Di Maio.

Hanno cominciato ad aprire gli occhi. A capire che questo governo dà soldi a vanvera ma, parallelamente, boccia tutti gli emendamenti a favore della disabilità. Non è stato finanziato il fondo per la mobilità e il trasporto dei disabili. Non sono state aumentate le detrazioni per le famiglie dei disabili. È una vera vergogna non riuscire a dare risposte ai più deboli. E pensare che il ministro per la Famiglia e la disabilità, Lorenzo Fontana, aveva fatto promesse precise anche sul fondo per il ‘dopo di noi’. Niente. Tante chiacchiere e zero fatti.

La disabilità è stato il primo tema scelto sul suo blog per aprire un confronto con il Paese…

Credo nella rete e nelle sue potenzialità. Può aiutare a costruire percorsi, può agevolare soluzioni… Ecco perché ho aperto il ‘blog di Stella’. Sogno di portare in Parlamento proposte di legge che siano discusse con i cittadini e che, alla fine, siano frutto di condivisione. La Rete non può essere solo la piazza virtuale per demonizzare l’avversario e accendere l’odio.

A quale proposta pensa?

Educazione alla cittadinanza. Che vuol dire educare i nostri giovani a capire valori come il rispetto, l’uguaglianza, l’ascolto. La scuola può cambiare ancora. Penso a ore di studio sulla nostra Costituzione. E penso a un Parlamento che su un tema così può trovare unità.

Vede una crisi vicina?

Non credo: Lega e M5s faranno di tutto prima di ammettere il loro fallimento. Ma le tensioni sono sempre più forti e questo governo a trazione grillina farà sempre più fatica ad andare avanti.

Trazione grillina?

C’è il reddito di cittadinanza e non c’è la flat tax. Economia, infrastrutture, giustizia, lavoro: su tutte le grandi questioni c’è il marchio del M5s.

§ https://www.avvenire.it/economia/pagine/gelmini-difendono-lindifendibile-e-tagliano-risorse-per-i-pi-deboli

+++++++

Gelmini (FI): la scuola può cambiare ancora

di redazione – 14 Dic 2018 – 17:57

Intervista di Avvenire a Maria Stella Gelmini, in cui la Capogruppo alla Camera di FI annuncia le iniziative che porterà avanti attraverso il Blog di Stella.

La scuola è uno dei settori di cui Maria Stella Gelmini, già Ministro dell’Istruzione  del governo Berlusconi IV dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011, vuole occuparsi.

In una intervista ad Avvenire afferma “La scuola può cambiare ancora. Penso a ore di studio sulla nostra Costituzione.”

Un tema, quello di Educazione alla Cittadinanza, sul quale secondo la Gelmini il Parlamento potrà trovare l’unità.

Ricordiamo infatti che sullo stesso argomento sono già intervenuti la Lega, la Sen. Malpezzi (Pd)l’on. Sgambato (Dems), e adesso anche FI.

§ https://www.orizzontescuola.it/gelmini-fi-la-scuola-puo-cambiare-ancora/
+++++++
Gelmini: voglio occuparmi di scuola, disagio giovanile, nuova Ed. Civica
di redazione – 13 Dic 2018 – 17:49

L’ex Ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, ha lanciato il “Blog di Stella”, piattaforma finalizzata ad una comunicazione diretta con i cittadini.

Temi affrontati nel Blog

La Gelmini, come riferisce TGCOM24, tramite il blog, intende aiutare i giovani, affrontando tematiche quali: il disagio giovanile; la scuola, che deve confermare il suo ruolo strategico di alleato della famiglia; la nuova educazione civica, da proporre con mezzi innovativi ai nostri ragazzi; la cittadinanza digitale, per affrontare in modo intelligente e responsabile l’invadenza dei social network.

La Gelmini ha già in mente quale sarà la prima campagna che lancerà nel blog:  #SìAlFondoDisabili per sostenere i cittadini portatori di handicap.

Filo diretto con i cittadini

Il blog, afferma l’ex titolare del Miur, sarà “Un luogo extraparlamentare, fuori dal Palazzo, per dialogare con il Paese, per raccogliere idee, consigli, proposte, per avere un filo diretto con i cittadini su tanti temi che spesso la politica dimentica o che tratta con troppa superficialità“.

§ https://www.orizzontescuola.it/gelmini-voglio-occuparmi-di-scuola-disagio-giovanile-nuova-ed-civica/
+++++++

Insegnanti italiani: i meno rispettati al mondo / I presidi-conti

Tutti ridono, e dunque tutti sono complici, di fronte alle gesta di una banda di studenti che sommergono il povero professore di insulti, minacce, bestemmie. E lo trasformano in un burattino da colpire a viso aperto, in segno di sfida. L’episodio è stato classificato come un atto di bullismo, ma qui il bullismo c’entra davvero poco. Piuttosto è l’ennesima prova di una scuola dove sono saltate le gerarchie e il rispetto dei ruoli, e dove i ragazzi si possono permettere di tutto per un motivo fondamentale. Sono coperti e protetti dai loro genitori. I primi che scendono in campo per insultare e picchiare i professori.

[Bugiardino. “I genitori. I primi che scendono in campo per insultare e picchiare i professori”: NO, non è così! I genitori non sono esenti da responsabilità, ma non sono i PRIMI responsabili, questa è solo l’apparenza, ed è anche raffinata e subdola disinformazione! La realtà, che molti non vogliono vedere e che pochi denunciano, è che la responsabilità PRIMARIA E VERA risale ai vertici del Sistema Scuola, cioè ai politici, ai tecnici, ai sindacati, che lo hanno mal-gestito e peggiorato con le pessime riforme calate dall’alto negli ultimi venti e più anni, che lo hanno impoverito e depredato di risorse (spacciate per virtuose razionalizzazioni!), che lo hanno incaprettato di adempimenti e burocrazia, trasformandolo in fabbrica di FALSI diplomi, attestati, voti, valutazioni, promozioni …. , modellandolo come pseudo-azienda con piramidi apicali e gerarchiche di capi, capetti, al di sopra di didattica, docenti, maestri e professori! v.p.]

 

——-

Gli insegnanti meno rispettati al mondo? Sono nelle scuole italiane… Presi a pugni e calci. Portati davanti al Tar. Insultati e sbeffeggiati (foto e video). 

di Antonio Galdo, Non sprecare, 14.11.2018

I dati di un maxi sondaggio del Global Teacher Status index confermano le tragiche notizie della cronaca. Nel raccapricciante filmato girato alla scuola F. Carrara di Lucca si vedono anche i ragazzi che prendono a testate il docente. Non è un caso isolato. In tante, troppe scuole, gli insegnanti vengono minacciati. Innanzitutto dalle famiglie dei ragazzi.

SCONTRI GENITORI INSEGNANTI

Il Paese dove gli insegnanti sono meno rispettati al mondo? L’Italia, subito dopo Israele e Brasile. In fondo a una classifica di 35 nazioni, in tutto il mondo, stilata grazie a un maxi-sondaggio del Global Teacher Status Index. Il campione interpellato è molto ampio: 35mila persone intervistate, di un’età variabile tra i 16 e i 65 anni. Ciò significa che dentro a questa popolazione che ha consentito la rilevazione, ci sono studentiinsegnantifamiglie. Tutti. Così scopriamo che appena il 16 per cento degli italiani considerano gli insegnanti nelle scuole ancora rispettati. Per dare un’idea di come ci stiamo distanziando da tutto il mondo, questa percentuale sale all’81 per cento nella Cina comunista, dove la disciplina è considerata una materia cardine dell’insegnamento. Da noi, invece, gli insegnanti vengono presi a sedie in testa, trascinati davanti al Tar se non hanno dato un voto gradito a un alunno, sbeffeggiati e minacciati. Come dimostrano alcune storie-simbolo, realmente avvenute, a dimostrazione di quanto le statistiche del Global Teacher Status Index siano fondate.

LEGGI ANCHE: I no che dobbiamo imparare a dire ai figli, tornando a parlare con loro

RAPPORTO GENITORI INSEGNANTI

I video che circolano in Rete sull’aggressione subita da un professore da parte di un gruppo di alunni, all’Istituto tecnico-professionale F. Carrara di Lucca, andrebbero mostrati e discussi in tutte le scuole italiane. Tutti ridono, e dunque tutti sono complici, di fronte alle gesta di una banda di studenti che sommergono il povero professore di insulti, minaccebestemmie. E lo trasformano in un burattino da colpire a viso aperto, in segno di sfida. L’episodio è stato classificato come un atto di bullismo, ma qui il bullismo c’entra davvero poco. Piuttosto è l’ennesima prova di una scuola dove sono saltate le gerarchie e il rispetto dei ruoli, e dove i ragazzi si possono permettere di tutto per un motivo fondamentale. Sono coperti e protetti dai loro genitori. I primi che scendono in campo per insultare e picchiare i professori.

Ricordate, per esempio, la vicenda, ma è solo una tra le tante, del liceo statale Duca d’Abruzzi di Treviso? Uno studente liceale parla in classe con lo smartphone durante la lezione, il professore giustamente sequestra il cellulare e lo mette in cassaforte per consegnarlo ai genitori. Apriti cielo. I familiari dello studente scendono in campo e, con l’assistenza legale dell’avvocato Fabio Capraro, denunciano la scuola: sequestro improprio e abuso di potere. Deciderà il tribunale.

https://www.repstatic.it/video/photo/2018/04/18/435276/435276-thumb-full-lucca1.jpg

GENITORI CONTRO DOCENTI

Fin qui la storia, passiamo alla morale del racconto. Nessuno può negare che questo studente abbia fatto una cosa che va sanzionata (lo prevede anche una burocratica circolare del ministero) e nessuno può lontanamente pensare che preside e insegnante volessero rubare il suo smartphone. Semmai hanno provato a coinvolgere la famiglia del ragazzo, in quello spirito di collaborazione che dovrebbe essere alla base dei rapporti tra la scuola, gli alunni, gli insegnanti, e le famiglie.

Invece assistiamo a un vero corto circuito. Rispetto al quale c’è anche una domanda da farsi: con questo bel precedente, quale insegnante e quale preside in Italia penseranno mai di applicare una regola elementare di stile e di efficacia scolastica, impedendo ai ragazzi l’abuso del cellulare e le conversazioni con gli sms durante le lezioni? Ci rendiamo conto che in questo modo la scuola viene azzerata e delegittimata? E che il conto del corto circuito poi lo pagheranno gli stessi ragazzi e gli stessi genitori così solerti nel rivolgersi all’avvocato di turno? Purtroppo, tra l’altro, il caso di Treviso non è affatto isolato in questo conflitto strisciante che semina solo danni, sprechi e veleni.

Non è il titolo di un film stile La notte prima degli esami. La guerra tra genitori e insegnanti in Italia non è una fiction, ma si tratta di uno scontro che viene aggiornato tutti i giorni con qualche nuovo episodio. Al confine della cronaca nera.

PER APPROFONDIRE: Genitori contro la scuola, il figlio prende 9, ma loro vogliono 10. E ricorrono al Tar

INGERENZA DEI GENITORI NELLA SCUOLA

Milano la preside dell’Istituto Guido Galli, Anna Lamberti, è stata aggredita nell’atrio della scuola e invitata ad andarsene. Quaranta presidi del capoluogo lombardo hanno scritto al ministro dell’Istruzione una lettera per chiedere un intervento, con queste parole: «A scuola, ormai siamo come in trincea. Lasciati soli».

Alla scuola media Giosuè Carducci di Catania, l’insegnante di matematica Domenico Marletta è stato assalito dalla madre di una studentessa che aveva rimproverato. Stesso copione, sempre in Sicilia, per un insegnante di educazione fisica, picchiato dal padre di un alunno che aveva rimproverato per l’uso del cellulare in palestra. Ostia (Roma) una madre ha atteso la professoressa della figlia all’uscita per aggredirla e insultarla, a difesa di suo figlio. La preside del liceo Virgilio di Roma, Irene Baldriga, è stata più volte minacciata dai genitori dei ragazzi: la sua colpa è di avere tentato di bloccare lo spaccio della droga nella scuola.

RAPPORTO GENITORI SCUOLA

Che dire? Gli psicanalisti e gli esperti sono in grado di dare tutte le risposte scientifiche a questo sciagurato conflitto tra genitori e insegnanti. Famiglie troppo deboli e figli poco responsabilizzati. Padri e madri immaturi come, se non peggio, dei loro figli. Perdita di senso del significato dell’autorità e delle regole. Il fallimento di una scuola, dove spesso comanda una burocrazia ottusa e qualche piccola corporazione. Tutte spiegazioni convincenti, ma resta il fatto che i ragazzi possono crescere bene solo in presenza di un’alleanza, il contrario della guerra, tra genitori e insegnanti. Mentre il prezzo dello scontro, alla fine lo pagano proprio loro.

§ https://www.gildavenezia.it/gli-insegnanti-meno-rispettati-al-mondo-sono-nelle-scuole-italiane/

§ https://www.nonsprecare.it/scontri-genitori-insegnanti-scuola?refresh_cens

+++++++

Ultimi: Così le statistiche condannano l’Italia

(Einaudi. Passaggi) Formato Kindle

di Antonio Galdo  (Autore)

Siamo diventati ultimi. Ad assegnarci questo posto nel girone dei Paesi avanzati del mondo globale, e innanzitutto in Europa, non è il nostro autolesionismo o la solita polemica tra opposte tifoserie politiche. No, questa volta a parlare, con una pioggia di sentenze senza appello, sono le classifiche internazionali. Quelle che misurano i progressi, o i regressi, di un Paese. Quelle che indicano chi fa piú strada, chi è fermo e chi va indietro. Quelle che riscrivono le gerarchie nel mondo sviluppato. E l’Italia in questi ultimi anni non ha fatto altro che retrocedere, passo dopo passo, statistica dopo statistica. Fino a piazzarci in quel gradino, l’ultimo di ciascuna classifica. Scuola, università, lavoro, competitività, giustizia, digitale: ovunque siamo in fondo, mentre primeggiamo in corruzione e pressione fiscale. Ma spogliarsi della maglietta di ultima della classe non è impossibile e Ultimi ci racconta anche da dove l’Italia deve ripartire per risalire la classifica.

§ https://www.amazon.it/Ultimi-statistiche-condannano-Einaudi-Passaggi-ebook/dp/B01BZKQEG2/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1461317960&sr=1-1

+++++++

La “finta” valutazione. Vietato gridare “il re è nudo”

§ https://www.gildavenezia.it/la-finta-valutazione-vietato-gridare-il-re-e-nudo/

+++++++

I PRESIDI-CONTI ASPIRANO ALL’OMAGGIO FEUDALE

§ http://www.aetnascuola.it/presidi-conti-aspirano-allomaggio-feudale/

++++++++

Costo standard e scelta educativa / che fine ha fatto il Gruppo di Lavoro?!

Le Parole di Maria Stella Gelmini e di Valentina Aprea hanno dato spazio e sostegno alla proposta di Anna Monia Alfieri e Marco Grumo, studiosi del Costo Standard di Sostenibilità nella Scuola per Studente. Una proposta che parte da un dettagliato studio che si fonda sulla realtà attraverso fornendo dati di comparazione tra la spesa della scuola privata e quella della scuola pubblica.

Continua a leggere

La “finta” valutazione / Vietato gridare “il re è nudo”

Se l’insegnante fa credere cinicamente all’alunno che è bravo, provoca un male all’alunno e a se stesso. E cosa può fare l’insegnante, se il sistema non gli permette una valutazione obiettiva, si adegua per non combattere contro i poderosi mulini a vento ed essere tacciato di incompetenza, di pressappochismo, di svolgere male il suo lavoro. Che squallore la scuola di oggi, la “Buona scuola”, anzi la cattiva scuola.[Bugiardino. Vietato gridare “il re è nudo”, e tutto il sistema scuola è pesantemente condizionato e assuefatto a tacere e fingere. v.p.] 

Continua a leggere

Bussetti tra auguri e compiti. “Il mago di Ozio” / di Massimo Gramellini



L’alleggerimento delle servitù scolastiche sembra inserirsi a meraviglia in un consolidato filone di pensiero del governo, volto a gratificare la pigrizia che alberga in tutti gli elettori, presenti e futuri. 

[Bugiardino. Quanto dichiara Bussetti è un’interferenza vanesia, indebita e dannosa nella didattica e nell’organizzazione del sistema scuola, al pari delle sue  precedenti dichiarazioni su crocifisso e presepe. v.p.]

Continua a leggere

Presepe a scuola sì o no? I presidi e l’autonomia: «Decidono gli insegnanti»

Ministro Bussetti: «Il crocifisso per me è il simbolo della nostra storia, della nostra cultura, delle nostre tradizioni, non vedo che fastidio possa dare nelle nostre aule, anzi, può aiutare a far riflettere. E sono favorevole ai presepi nelle scuole in occasione del Natale, fa parte della nostra identità»
Carmelo Adagio, preside-ds: «Di obbligatorio — dice — non c’è niente, la parola di un ministro non è legge. Sono alla guida di 18 scuole dell’Appennino e in ogni plesso i docenti si organizzano come vogliono. Non ho mai vietato il presepe, ma nemmeno obbligo a farlo. Stesso discorso per il crocifisso: la scuola è laica, non servono oggetti di culto nelle classi».


“Va in scena il teatrino del Natale e poi si lascia morire la gente per strada”

Le polemica scoppia puntuale ogni anno e ogni anno diventa sempre più aspra: questa volta a scatenare la bufera è stato Don Luca Favarin, prete “di strada” di Padova, che ha detto “no” al presepe, per “rispettare il Vangelo e i poveri”.

[Bugiardino. Don Luca Favarin ha sottolineato una contraddizione: “Credo che un Natale senza presepio sia più coerente con questa pagina volgare e infame della storia del nostro Paese. Va in scena il teatrino del Natale e poi si lascia morire la gente per strada. Vorrei ricordare ai cristiani che ci sono migliaia di Gesù-bambino in giro per le strade, sotto i ponti”. v.p.] Continua a leggere

Il Maestro e Margherita con quel diabolico Riondino

Si può mettere in scena uno dei più grandi romanzi satirici russi del Novecento dalla trama complessa ed enigmatica e donare agli spettatori tre ore di puro godimento estetico e morale.  E’ stata questa l’audace scommessa vinta a pieno titolo dalla sapiente regia di Andrea Baracco e da Letizia Russo, che ha ridotto e adattato per il palcoscenico “Il Maestro e Margherita”, opera capolavoro di Michail Bulgakov, andato in scena in questi giorni con grande successo di pubblico, per un vero e proprio sold out ad ogni rappresentazione, al Teatro Stabile di Catania. Continua a leggere

Il presepe vivente dell’era Salvini non ha capanna, non ha bue e nemmeno asinello

Il presepe vivente dell’era Salvini non ha capanna, non ha bue e nemmeno asinello: sono i 24 migranti spalmati sul marciapiede in stazione, con i rivoli della città che gli scorrono sotto le giacche lise, accovacciati di fianco ai cestini dell’immondizia urbana, con i piedi neri e i talloni induriti mentre ci chiedono da cosa sono stati scacciati e dove dovrebbero andare. Da nessuna parte, devono andare. In nome della sicurezza devono sparire, ma non si sa come, rimarginarsi come se fossero un’infezione, smetterla di esserci.

Risultati immagini per salvini presepio

——-

Il presepe ipocrita

di Giulio Cavalli – 3 dicembre 2018

   

Il “presepe” quest’anno si farà con i rimasugli degli uomini non certificati, gli scarti prodotti da un Decreto sicurezza che è sostanzialmente un enorme camion dell’immondizia: attraverserà il Paese, svuoterà i centri di accoglienza e lascerà uomini, donne e bambini come sacchi rotti agli angoli delle strade.

Il primo presepe vivente è stato allestito qualche giorno fa a Isola Capo Rizzuto, poco lontano da Crotone. È la versione in anteprima di quello che ci aspetta per questo prossimo Natale da festeggiare con la benevolenza di cartone che si tengono in tasca i benpensantiquelli che dosano la compassione in base alla provenienza, all’etnia, alla propria percezione dell’altro annullandolo e hanno convenuto che vada bene così.

Il presepe vivente dell’era Salvini non ha capanna, non ha bue e nemmeno asinello: sono i 24 migranti spalmati sul marciapiede in stazione, con i rivoli della città che gli scorrono sotto le giacche lise, accovacciati di fianco ai cestini dell’immondizia urbana, con i piedi neri e i talloni induriti mentre ci chiedono da cosa sono stati scacciati e dove dovrebbero andare. Da nessuna parte, devono andare. In nome della sicurezza devono sparire, ma non si sa come, rimarginarsi come se fossero un’infezione, smetterla di esserci.

Il presepe vivente di quest’anno non ha nessuna Maria: sono donne come Faith che con una bimba piccola e incinta ha dovuto cercare un tetto per la notte insieme al marito. Sono sopravvissuti all’inferno libico e per legge dello Stato ora qui devono trovare una grotta.

Il presepe vivente di quest’anno sono le persone marginalizzate per decreto che si trascineranno in cerca di un buco per non farsi congelare. Li vedremo in giro, cenciosi come li vuole la narrazione che gli hanno affibbiato e così potremo dire che sono davvero come ci dicono: sporchi, nullafacenti, talmente disperati da incutere disperazione a noi che invece vorremmo passare un bel Natale in famiglia e ce lo ritroviamo rovinato da questi.

E sarà perfetto per chi si propone come leader della disinfestazione: crea infezione e poi si propone come cura.

Buon lunedì. E buon Natale.

§ https://left.it/2018/12/03/il-presepe-vivente/

+++++++

Cari Salvini e Meloni, come lo facciamo il presepe quest’anno?

la Sacra Famiglia: ce ne sono, in questo preciso momento, centinaia, in tutto il territorio nazionale. Sono perfette per il ruolo: perseguitate (il permesso umanitario ce lo avevano per questo), scacciate, nullatenenti. Al momento, in un solo presepe dovremmo costruire almeno mille capanne, per ospitarle tutte. Ma il decreto sicurezza ce lo impedisce.

——-

Cari Salvini e Meloni, come lo facciamo il presepe quest’anno?

Manginobrioches Giornalista e blogger, @manginobrioches

Cari Matteo Salvini e Giorgia Meloni,

purtroppo ho qualche difficoltà a fare il presepe, quest’anno. Ecco perché:

  • la Sacra Famiglia: ce ne sono, in questo preciso momento, centinaia, in tutto il territorio nazionale. Sono perfette per il ruolo: perseguitate (il permesso umanitario ce lo avevano per questo), scacciate, nullatenenti. Al momento, in un solo presepe dovremmo costruire almeno mille capanne, per ospitarle tutte. Ma il decreto sicurezza ce lo impedisce.
  • I pastori: quasi tutti sono stati fermati dalla Marina libica sul barcone con cui cercavano di fuggire per raggiungere Betlemme. Ora sono rinchiusi in un carcere, coperti di lividi, e non hanno i soldi per continuare il viaggio.
  • Gli artigiani delle botteghe: hanno chiuso tutti, e ora sono precari al lavoro nella grande distribuzioneNon possono venire perché hanno i turni notturni il 24.
  • Gli angeli: da sempre pericolosi esponenti del no-gender (hai mai capito, tu, di che sesso sono, gli angeli?), avevano portato una bandiera arcobaleno e sono stati fermati per manifestazione non autorizzata.
  • I mendicanti: in realtà non esistono, dal momento che la povertà è stata sconfitta dal governo del Cambiamento, ma per quelli di loro che si ostinano ad esistere, ci sono sempre provvedimenti illuminati che provvedono a tenerli fuori dalla vista. Quindi non ci saranno.
  • Il laghetto: è stato utilizzato per sversare fanghi tossici, come tutti gli orti attorno (hai presente quell’articolo 41 nel decreto Genova?), e non ha un bell’aspetto. Per quest’anno non lo possiamo mettere.
  • Le casette: non hanno potuto beneficiare del condono di Ischia, ma sperano di farcela. Dopotutto, cosa non è abusivo?
  • La cometa: in realtà è un fenomeno dovuto al riscaldamento globale (anche se Trump dice che non esiste) e allo smog, e stanno lì tutti a fotografarla, ma fa un po’ paura, rossa e viola com’è.
  • I Magi: sono in viaggio da un lontanissimo paese in cui hanno delocalizzato la produzione di incenso e mirra (l’oro è quello delle pensioni, e quindi sarà presto tagliato, quando sarà abolita la Fornero, saranno eliminate le accise sulla benzina e sarà sconfitto il cancro), ma probabilmente non avranno mai il visto (specie Baldassarre, che potrebbe essere un pericoloso terrorista e comunque è nero). Sono anche sospetti in quanto scienziati, probabilmente al soldo di Big Pharma e della lobby dei vaccini. Ha detto il ministro Lezzi che bisogna ospitare ogni punto di vista, quindi quest’anno nel presepe al loro posto metteremo un terrapiattista, un amico dei rettiliani e il cugino della Taverna.

Ps: l’unico problema che non ho è l’asino. Anzi, ne ho tantissimi, e stanno tutti a Roma…

§ https://www.huffingtonpost.it/manginobrioches/cari-salvini-e-meloni-come-lo-facciamo-il-presepe-questanno_a_23606962/

IL LIBRO “Diseguali, il lato oscuro del lavoro” di Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza

Per reagire è necessario ribaltare il sistema educativo, incentrato ormai su valutazioni standardizzate (INVALSI, ANVUR) senza nessuna base scientifica, che anziché formare i cittadini del domani, uomini e donne con un opportuno grado di conoscenza e consapevolezza, formano soltanto i consumatori, una sorta di inconsapevoli schiavi di politiche liberiste alle quali non potranno mai ribellarsi.

——-

‘DISEGUALI, IL LATO OSCURO DEL LAVORO’ (2018, Guida editori) è il titolo dell’ultima di Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza.

Il saggio si sviluppa attorno ai due concetti della crisi democrazia e del lavoro, strettamente interconnessi tra di loro. La nostra è una società, infatti, connotata, contrariamente alla stagione novecentesca, da una disarmante immobilità sociale, cosicché i ricchi — pochi — sono sempre più ricchi, e i poveri — troppi — sempre più poveri. All’interno di questo quadro si colloca la tragedia della classe media, destinata nella sua quasi totalità al declassamento.

Questa crescente disparità è il frutto di una sorta di rinnovata lotta di classe, condotta però dai ricchi, che la stanno vincendo, nei confronti dei poveri, come già all’inizio di questo decennio aveva intravisto Luciano Gallino, noto e stimato sociologo del lavoro. I diritti sociali conquistati al prezzo delle lotte e del sangue novecentesche dal movimento operaio vedono una stagione di fortissima compressione, e la rabbia sociale viene diretta invece nei confronti dei più deboli. Come afferma Luigi Vicinanza, “l’uomo solo è la base elettorale di chi trasforma il disagio sociale e la disperazione economica in profitto di consensi e voti” ed è per questo che, come scrive Ernesto Paolozzi “in questa prospettiva il ritorno del primato della politica, dell’eticopolitico, diventa centrale e ruota attorno al rilancio della questione sociale, sempre più drammatica soprattutto per le nuove generazioni”.

Le nuove generazioni, cresciute negli anni della globalizzazione e illuse dalle parole d’ordine delle competenze e della meritocrazia, si scontrano ora con l’incertezza, la precarietà, l’assenza di welfare e diritti e, soprattutto, con la prospettiva della fine del lavoro almeno così come l’abbiamo inteso fino ad ora. Difatti, oltre ai problemi endogeni di ogni sistema economico e la stagione di compressione dei diritti che stiamo vivendo, lo sviluppo sempre più accelerato dell’automazione prospetta la sparizione, nel corso di pochi anni, della maggior parte delle tradizionali figure di lavoratori; la prospettiva della piena occupazione, che aveva caratterizzato nel mondo occidentale la stagione del dopoguerra, sembra definitivamente tramontata.

S’impone dunque, nel ragionamento dei due autori, la necessità di ragionare laicamente su come redistribuire la ricchezza derivante dai giganteschi e incontrollati profitti che vengono accumulati dalle grandi multinazionali scavalcando completamente le possibilità di imposizione fiscale dei singoli Stati. La politica deve intervenire prevedendo misure cooperative tra i vari Stati in un’ottica non solo europea ma internazionale per impedire alla globalizzazione e al capitalismo di spazzar via ciò che resta dei sistemi democratici.

Ѐ quindi inevitabile riconoscere che la politica ha mancato totalmente di attenzione e di comprensione in merito a questi processi, che non solo non ha saputo arginare, ma nemmeno prevedere; e all’interno del fallimento della politica risalta quello della sinistra che non ha saputo tutelare coloro che diceva di voler difendere. La sinistra non ha saputo leggere la trasformazione della società, e così la precarietà e l’umiliazione declinati da rapporti di lavoro sempre più moralmente logori hanno avuto il sopravvento. Per reagire è necessario ribaltare il sistema educativo, incentrato ormai su valutazioni standardizzate (INVALSI, ANVUR) senza nessuna base scientifica, che anziché formare i cittadini del domani, uomini e donne con un opportuno grado di conoscenza e consapevolezza, formano soltanto i consumatori, una sorta di inconsapevoli schiavi di politiche liberiste alle quali non potranno mai ribellarsi.

Si delinea, dunque, un rapporto sinallagmatico tra la crisi del lavoro e la crisi della democrazia. La rilevanza della tematica del non-lavoro è, infatti, parte di un processo politico, sociale e culturale dovuto alla distruzione delle strutture che arginavano le forze dell’economia. La globalizzazione si è dimostrata non governabile, e così la logica dei mercati ha sostituito la democrazia e i suoi valori. Non vi è più alcun rapporto proporzionale tra i fattori del capitale e del lavoro.

La dissoluzione della classe media, la mancanza di sufficienti diritti per i lavoratori, la precarizzazione, hanno indebolito le fondamenta dei sistemi democratici, avendo come esito la crisi che vediamo oggi. Non si può restare inerti dinnanzi ad un simile scenario. Sono troppe le distorsioni del sistema democratico che rischiano di essere governate, come già in parte accade, da chi dolosamente vuole approfittarsene per ragioni ancorate al mero profitto personale.

Soprattutto, l’indebolimento della democrazia ha spianato la strada all’accentrarsi del consenso su coloro che, in realtà, sono tra i maggiori responsabili della sua crisi. Il saggio di Paolozzi e Vicinanza ha il grande pregio, oltre a fornire un’efficace sintesi storica di processi sociali altamente complessi, di indicare quali dovrebbero essere i punti cardine per un dibattito serio all’interno del mondo della sinistra.

Confidiamo che quest’ultimo sappia essere all’altezza della sfida che la Storia gli pone dinanzi.

Annarita Starita
annastarita93@gmail.com

Lorenzo Fattori
lorenzofattori88@gmail.com

§ https://medium.com/futuroprossimo/diseguali-il-lato-oscuro-del-lavoro-46c2d8d99f59

+++++++

IL LIBRO “Diseguali, il lato oscuro del lavoro” di Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza

di Gennaro Prisco

Recensire un libro per il piacere di farlo è un invito alla lettura ed una ricerca di confronto con quanti poi si introdurranno nella lettura del testo.

Lunedì 8 ottobre 2018, con Gaetano Fermato, con il quale siamo alla ricerca di storie da raccontare con la Cool association, abbiamo deciso di andare alla presentazione del saggio del filosofo Ernesto Paolozzi e del giornalista Luigi Vicinanza  dedicato al lavoro.

Il titolo scelto dagli autori è una presa di posizione politica: “Diseguali, il lato oscuro del lavoro”  (Guida Editore)

L’appuntamento è alle 17.30 presso lo Spazio Guida in via Bisignano a Chiaia. A quell’ora Chiaia è piena di gente che va e che viene.  Il clima è mite ma l’autunno è alle porte e con la stagione delle foglie gialle, in città è già Natale.

E’ la nostra prima volta da Guida. Gaetano mi attende fuori, è arrivato in anticipo.

Chiedo a più persone del luogo di indicarmi dov’è la libreria. Ma alla domanda non segue una risposta precisa. C’è chi mi ricorda che Guida a Port’Alba ha chiuso e che anche quella del Vomero ha fatto la stessa fine. Infine un ragazzo vicino ad un caffè smanetta sul suo cell e mi indica il palazzo al cui interno è collocata la libreria.

La sala ci accoglie affollata. Su un divano c’è il moderatore, Ottavio Ragone, responsabile della redazione napoletana di Repubblica. Ha appena finito la sua introduzione e dà la parola al prof Massimo Marelli che da economista legge le disuguaglianze, tra l’altro, misurandole sulla mobilità dinamica delle società contemporanee che è simile negli USA, in Europa, in India. Avvalorando la tesi del libro di una lotta di classe all’incontrario, quella che i ricchissimi fanno contro i non ricchissimi e i poveri.

Giusto per comprendere lo stato delle cose: l’America non ha più un sogno ( è prima in questa classifica dell’immobilità ) e l’Italia è quarta.

Insomma un club del 1% della popolazione mondiale detiene oltre il 50% delle ricchezze. E che questo è possibile attraverso l’evasione fiscale. Che, giusto per stare dentro il tema tanto caro al ministro della razza padana, divenuta razza italiana, all’Africa sottrae ogni anno, da 44 Paesi su 54 che compongono la geografia politica del continente, 50 miliardi di dollari d’evasione fiscale con l’off shore e i paradisi fiscali.

Come ha spiegato il professore Marelli, dentro al libro ci  sono nomi, cognomi, responsabilità e analisi. Chi vuole può leggerli gli otto uomini che nella globalizzazione hanno smisurate ricchezze. I nomi dei capi di Stato democratici o tiranni o sovrani che l’Espresso ha pubblicato in una sua inchiesta sui Panama Papers, una band rock metal di Paperopoli.

Ecco la globalizzazione, ecco la rottura tra impresa e lavoro, ecco la paga base, lo sfruttamento, lo schiavismo, le finte muraglie come sembra definirle il sociologo Antonello Petrillo, che tiene una lunga lezione sulle disuguaglianze e sui traffici illeciti che i muri attraversano facendo offesa del corpo delle donne, che storicamente segnano sempre le involuzioni sociali.

Storicamente, evento causa, causa evento. Roba completamente saltata in una realtà mondiale che si dibatte nel presente senza storia. Una strategia degli illuminati attuali che non ha confini, perché governare il globo giustifica qualche milione di morti e un conflitto permanente tra uomini e donne divisi in razze, in ceti, in credi religiosi.

Poi è toccato agli autori. Ernesto Paolozzi è stato tranciante: non solo il socialismo è in crisi, anche il liberismo lo è. E ciò che noi scriviamo va nella direzione di trovare una via d’uscita sul piano politico e propone la formazione di una forza politica, un partito del lavoro e della libertà che metta al centro della sua azione il lavoro come fattore di liberazione dell’uomo e una più equa distribuzione della ricchezza che non può non sostenersi senza una tassazione progressiva e una diversa regolamentazione delle successioni.

Insomma ci vuole la politica altra, una illuminazione che indirizzi i popoli verso una globalizzazione del lavoro ben fatto e ben pagato, che combatti la povertà, che costruisce un argine molto solido al dilagare di un modello educativo non consapevole, non intelligente, non creativo, non responsabile.

La storia ricordata da Luigi Vicinanza, nel prologo, credo che sia emblematica dello stato delle cose.

E’ la storia di Iqbal Masiq che a cinque anni viene venduto dai genitori ad un fabbricante di tappeti, che lo tiene legato al telaio per sei anni perché ha tentato la fuga. Ad undici anni viene liberato dal Fonte di liberazione del lavoro forzato e parla ad una conferenza a Stoccolma e dice: “Non ho paura del mio padrone. Ora è lui ad avere paura di me”. A dodici anni viene ucciso con un colpo di fucile sparato da un sicario rimasto ignoto.

§ http://www.cityweeknapoli.it/2018/10/09/il-libro-diseguali-il-lato-oscuro-del-lavoro-di-ernesto-paolozzi-e-luigi-vicinanza/

+++++++

Un nuovo vocabolario dei diritti. Recensione del libro di Paolozzi e Vicinanza

§ https://articolo1mdp.it/un-nuovo-vocabolario-dei-diritti-recensione-del-libro-di-paolozzi-e-vicinanza/?fbclid=IwAR1xM-nbwJbSuVhIn8zj1DHFWZy-wNcK2dxAGoT_vcxwM5A1Dbn1M_jPSpc

+++++++

Venerdi 7 dicembre alle 12,30 a Più Libri più liberi, bellissima manifestazione libraria alla Nuvola in viale Asia a Roma, nella Sala Giove discuteremo di questo snello ma denso libro ‘DISEGUALI, IL LATO OSCURO DEL LAVORO’ con gli autori Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza e con Guido Compagna, celebre e rigoroso giornalista. ‘Lo sviluppo tecnologico non è un destino che condanna alla povertà di massa e, dunque alla perdita della dignità e della libertà’ ” …

Venite venerdì per il seguito!

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Vescovo contro Salvini su migranti e presepe / presidi-ds “microcefali”

L’accusato, per usare un’espressione sintetica, pare proprio il ministro Matteo Salvini, che sarebbe responsabile di “di voler preservare l’identità cattolica e cristiana, basata sull’amore per il prossimo, predicando l’odio e l’esclusione invece dell’inclusione”.

Ma Tessarolo è arrivato pure a definire “microcefali” quei dirigenti scolastici che darebbero il fianco a questo genere di operazioni propagandistiche.

——-

Il vescovo di Chioggia, mons. Adriano Tessarolo, ha attaccato chi battaglia per la realizzazione del presepe nelle scuole, ma poi “manda per strada” i migranti

Il vescovo di Chioggia, mons. Adriano Tessarolo, si è espresso in modo critico rispetto ad alcune scelte operate dalla politica di questi tempi.

La notizia sta pure nel fatto che il presule in questione si era spesso distinto per prendere posizioni non in linea con il politicamente corretto. Come quando ha svelato di comprendere le ragioni di chi reagisce ai ladri. L’accusato, per usare un’espressione sintetica, pare proprio il ministro Matteo Salvini, che sarebbe responsabile di “di voler preservare l’identità cattolica e cristiana, basata sull’amore per il prossimo, predicando l’odio e l’esclusione invece dell’inclusione”.

Tessarolo non ha tirato in ballo in maniera diretta il leader del Carroccio, ma il riferimento sembra più che deducibile. Attraverso un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, Tessarolo ha detto la sua tanto su alcune possibili conseguenze del Ddl sicurezza quanto sulla polemica che sta coinvolgendo le rappresentazioni presepiali.

Se sulla gestione dei fenomeni migratori, il presule ha posto l’accento sull’impossibilità di promuovere in contemporanea una visione del mondo cristiana e la “linea dura” nei confronti dei migranti, sul presepe il vescovo ha parlato di “strumentalizzazione”. “Loro – ha dichiarato riferendosi a non specificati esponenti politici – parlano alla pancia della gente per ottenere il consenso, senza capire che in questo modo aizzano gli italiani contro gli immigrati”. E ancora: “Agevolano il rigurgito dei peggiori luoghi comuni: gli stranieri – ha continuato – vengono qui a rubarci il lavoro, ad assorbire tutti i finanziamenti statali, a commettere reati. Giocano sulle paure delle persone per creare contrapposizione invece dell’integrazione”. Ma Tessarolo è arrivato pure a definire “microcefali” quei dirigenti scolastici che darebbero il fianco a questo genere di operazioni propagandistiche.

Quello della realizzazione del presepe nelle scuole, insomma, sarebbe un falso problema, considerato che neppure le persone di fede musulmana sarebbero così agguerrite sul tema: “Quella di eliminare le tradizioni cattoliche – ha specificato l’ecclesiastico incaricato a Chioggia – è una fisima di revisionisti che aspettano solo l’occasione per esprimere avversità nei confronti degli stranieri”.

Il ministro Matteo Salvini non viene nominato, ma leggendo tra queste righe diviene difficile non pensare a un vero e proprio attacco diretto al leader leghista.

§ http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vescovo-chioggia-contro-salvini-su-migranti-e-presepe-1611239.html

+++++++

Il vescovo: «Mandano i migranti  per strada, poi difendono il presepe»

§ https://www.pressreader.com/italy/corriere-del-veneto-padova-e-rovigo/20181204/281582356701068

+++++++

da lombarda non ne posso più del razzismo del Ministro dell’Interno.

Proprio per questo motivo concludo con una richiesta destinata a voi che vi accanite a difendere il presepe: questo Dicembre 2018 buttate uno sguardo fuori dal vostro piccolo presepe pieno di statuette inanimate dipinte a mano (o made in China, a seconda) e tra le strade delle città della nostra Bella Italia, sotto le decorazioni natalizie, potrete scorgere tante piccole Maria, Giuseppe e Gesù a cui noi tutti stiamo chiudendo la porta in faccia.

——-

A Salvini dico: il mio presepe non avrà mai confini

In questa mia lettera aperta spiego che da lombarda non ne posso più del razzismo del Ministro dell’Interno.

A Salvini dico: il mio presepe non avrà mai confini

A Salvini dico: il mio presepe non avrà mai confini

di Federica Corti – 4 dicembre 2018

Caro Salvini, sono una ragazza di 23 anni, italiana al 100%, anzi ancora meglio: Lombarda. Sono nata e cresciuta sopra il Po, in quell’area che la Lega ha sempre elogiato come la vera Italia. (Questo giusto per presentarmi, perché mica sono cresciuta in quella Savana che è il Sud Italia!). Sono nata in una famiglia piccolo borghese e cattolica. Insomma, sono il prototipo perfetto del tuo pubblico. Eppure l’8 Dicembre non scenderò in piazza. Me ne starò chiusa in casa e se troverò un bandiera dell’Europa su Amazon che abbia un costo inferiore ai 25 euro (si sa, noi studenti fuori sede dobbiamo stare attenti alle spese), l’appenderò persino al balcone.

Io non scenderò in piazza per diversi motivi. Primo, perché faccio parte di quella generazione che viaggia tanto. Di quella generazione che ormai i confini nazionali non li sente più. Non scenderò in piazza perché anche io sono stata un’immigrata, in Inghilterra, 3 anni fa. E mi è piaciuto poter emigrare, mi è piaciuto poter andare in un paese che poteva darmi più di quanto potesse darmi l’Italia in quel momento. E voglio pensare di poter avere questa occasione anche in futuro. Perché a me, come a tanti giovani, i confini stanno stretti, ci chiudono e ci limitano. Se penso alle mie amiche del mio paesino nordico di 3000 abitanti: una sta facendo un’esperienza di studio in California, un’altra è appena tornata da un Erasmus in Spagna e un’altra ancora fa la cameriera a Londra.

“No, ma i confini mica sono per noi, sono per gli altri. Per difendere i nostri valori italiani” mi risponderai buon (?) Salvini? Ma, onestamente, quali sono questi valori italiani? Io vorrei che qualcuno me li spiegasse, perché, facendo un’analisi forse un po’ superficiale della mia vita, non li trovo così presenti:

Mi vesto principalmente da Zara, un marchio spagnolo. Guardo principalmente Serie Tv Americane o Inglesi, perché le fiction italiane alla Don Matteo non mi soddisfano granché e le guardo pure in lingua, perché il doppiaggio mi disturba. La mia cena fuori preferita è il sushi giapponese e quando ordino la pizza a casa, la ordino dal kebabbaro turco, perché fa una delle pizze d’asporto più buone di Roma. In casa ho un quadro di Buddha appeso al muro, souvenir del mio ultimo viaggio in Thailandia e il portiere del mio condominio (a cui sono debitrice, specialmente in questo periodo Natalizio di folli acquisti online) è Romeno. Ho appena decorato casa per il Natale e sono piena di tanti piccoli Santa Claus, ma non ho il presepe.

Anche se qui non vorrei poi entrare nel merito della discussione così focosa riguardante il presepe nelle scuole. Anche perché è una tradizione che io rispetto e mai mi permetterei di dire di eliminare il presepe. Anzi, mi piacerebbe poter vivere in un’Italia dove ci può essere un Gesù bambino, vicino a un Buddha, vicino a una mezzaluna dell’Islam, vicino a, non lo so, una calcolatrice, per rappresentare anche chi non crede.

Una cosa soltanto mi fa ridere, anzi forse un po’ piangere, di tutta questa faccenda. Io conosco bene la storia di Gesù bambino, come ho detto in precedenza, sono pur sempre la pecora nera di una famiglia cattolica. E mi ricordo di come, da piccola, mi facesse stare male l’idea di questa giovane ragazza in procinto di partorire a cui tutti chiudevano la porta faccia e che si ritrovava al freddo per strada con un bambino in arrivo.

Proprio per questo motivo concludo con una richiesta destinata a voi che vi accanite a difendere il presepe: questo Dicembre 2018 buttate uno sguardo fuori dal vostro piccolo presepe pieno di statuette inanimate dipinte a mano (o made in China, a seconda) e tra le strade delle città della nostra Bella Italia, sotto le decorazioni natalizie, potrete scorgere tante piccole Maria, Giuseppe e Gesù a cui noi tutti stiamo chiudendo la porta in faccia.

Amen e Buon Natale!

§ https://globalist.it/politics/2018/12/04/a-salvini-dico-il-mio-presepe-non-avra-mai-confini-2034483.html

+++++++

L’Imam del Veneto: «Non siamo contro il Presepe a scuola, smettete di coinvolgerci in queste polemiche»

Le famiglie musulmane non si sentono quindi offese, «se nella loro scuola di costruisce un presepio. Ci piacerebbe invece che si creassero occasioni per far conoscere a tutti, bambini e giovanissimi compresi, i fondamenti della nostra fede, i nostri luoghi di preghiera, le nostre tradizioni».

Senza contare che, con l’approvazione del decreto Salvini sulla sicurezza, quest’anno potrebbe non essere garantita la presenza dei Re Magi, a rischio di “respingimento”, con i loro cammelli e il loro seguito di pastori palestinesi… a meno che, magari per meriti biblici, li facciano passare per qualche corridoio umanitario…

——-

L’Imam del Veneto: «Non siamo contro il Presepe a scuola, smettete di coinvolgerci in queste polemiche»

«Non coinvolgeteci anche quest’anno, in prossimità del Natale, con le polemiche sul Presepe nelle scuole: ancora una volta, direttamente o indirettamente, si cerca di tirare in ballo i musulmani»,  lo dice Bouchaib Tanji, presidente della Lega Islamica del Veneto.

«Spero però che questa sia davvero l’ultima volta perché oramai come musulmani abbiamo detto, chiarito e sottolineato che nel vedere un Presepe, cantare il Natale o ascoltare il nome di Gesù e di Maria, a noi non dispiace, anzi – sottolinea -. Basta leggere il Corano per sapere che per i musulmani Gesù Cristo è un grande profeta che ha compiuto miracoli. Gesù Cristo e la Vergine Maria si incontrano in circa 100 versetti del Corano».

Tanji non nasconde la sua esasperazione: «Negli scorsi anni abbiamo acquistato pagine intere di giornali – ripete – per fare gli Auguri di Natale ai cristiani (e a tutte le persone di buona volontà), abbiamo donato presepi, abbiamo partecipato alle Sante Messe nelle chiese cattoliche».

Le famiglie musulmane non si sentono quindi offese, «se nella loro scuola di costruisce un presepio. Ci piacerebbe invece che si creassero occasioni per far conoscere a tutti, bambini e giovanissimi compresi, i fondamenti della nostra fede, i nostri luoghi di preghiera, le nostre tradizioni». «A questo proposito abbiamo avuto alcune esperienze (molto positive) grazie a docenti che credono nel dialogo tra le diverse fedi e, soprattutto, nella religiosità delle persone – dice ancora -. Benvenuto è quindi il Presepe, benvenuta è ogni pratica e tradizione religiosa che rispetta la persona umana e la sua libertà di scelta».

Per Tanji «benvenuta sarà anche una discussione seria e intelligente sul modo migliore con cui la scuola pubblica italiana può realizzare la sua funzione di educare ed istruire sulla base di quanto indicato dalla Costituzione». «Auguri quindi a tutti per le prossime Feste di Natale – conclude – sperando che portino più dialogo e meno (infondate) polemiche».

Ultimo aggiornamento: 17:51
§ https://www.ilmessaggero.it/italia/imam_veneto_presepe_scuola-4148656.html
——-
+++++++

Ci risiamo con il presepe a scuola

 di Marco Rostan – 03 dicembre 2018

Come ogni anno, si riaccende il dibattito sui simboli religiosi a scuola, fra rivendicazioni e contraddizioni palesi

C’è una questione importante che, puntuale come un orologio, scoppia con l’inizio del mese natalizio. Tranquilli, non sono altri immigrati in arrivo, non è l’ennesimo disastro ambientale, non sono i soliti scialpinisti imprudenti che provocano le valanghe. Non è qualche ponte che crolla o un’altra voragine che inghiotte la strada, non sono i rifiuti che ci sommergono e neanche l’aumento dello spread e dei disoccupati. No, cari lettori, si tratta del presepe nelle scuole! Si fa? Non si fa? Chi lo fa, dove lo fa, in che ora lo si fa? E dov’è la tradizione? Dove va la laicità?

Eravamo ansiosi di sapere quale sarebbe stata la posizione del nuovo governo su di un argomento così sentito dalla popolazione, dalle famiglie, tema che preoccupa le gerarchie cattoliche e consente ai “laici” di fare qualche sparata contro il confessionalismo della scuola pubblica. Insomma, un tema che da anni appassiona, divide i genitori, gli insegnanti, i dirigenti scolastici, i consigli comunali, compromettendo il clima di reciproca bontà che dovrebbe caratterizzare la festa natalizia. Senza contare che, con l’approvazione del decreto Salvini sulla sicurezza, quest’anno potrebbe non essere garantita la presenza dei Re Magi, a rischio di “respingimento”, con i loro cammelli e il loro seguito di pastori palestinesi… a meno che, magari per meriti biblici, li facciano passare per qualche corridoio umanitario…

Comunque, anche se il governo non si è ancora espresso in modo compatto (e quando mai?) sappiamo che il Ministro dell’istruzione Marco Bussetti, che già sul crocifisso aveva dichiarato che per lui era il simbolo della nostra storia, della nostra cultura e delle nostre tradizioni, e che «la sua esposizione nelle aule non dava alcun fastidio, anzi invitava a far riflettere», si è espresso decisamente a favore del presepe nelle scuole.

Da sempre il presepe a scuola è una bandiera della Lega. Nel Veneto, con il governatore Zaia, vi è stata anche la possibilità, per le scuole che si impegnavano ad allestirlo, di usufruire di un contributo di 250 €. A Pisa il Consiglio comunale a guida Carroccio ha approvato una mozione che impegna sindaco e assessore competente a fornire a tutte le scuole le statuette necessarie per il presepe… Una cifra ben spesa, tanto più quando poi si scopre che in più di una scuola del nostro bel paese sono le famiglie a dover portare a scuola la carta igienica…

Foto: Presepe africano, di Lokilech – Opera propria, CC BY-SA 3.0,

§ https://riforma.it/it/articolo/2018/12/03/ci-risiamo-con-il-presepe-scuola

+++++++

Ragazzi, vi invito TORNIAMO AL PRESEPE

L’Assessore Donazzan: “546 scuole hanno risposto al bando regionale. È la miglior risposta alla provocazione sensazionalista di Don Favarin”  L’Assessore Donazzan: “546 scuole hanno risposto al bando regionale. È la miglior risposta alla provocazione sensazionalista di Don Favarin”   “La risposta più bella alla provocazione di Don Favarin l’hanno data le scuole che hanno accolto l’iniziativa originale, ….

[Bugiardino. “La risposta più bella”? bah! sperando che sia stata libera …. v.p.]

——-

+++++++

Presepe nelle scuole, Donazzan risponde a Don Luca Favarin

L’Assessore Donazzan: “546 scuole hanno risposto al bando regionale. È la miglior risposta alla provocazione sensazionalista di Don Favarin”   “La risposta più bella alla provocazione di Don Favarin l’hanno data le scuole che hanno accolto l’iniziativa originale, ….

L’Assessore Donazzan: “546 scuole hanno risposto al bando regionale. È la miglior risposta alla provocazione sensazionalista di Don Favarin”

 

“La risposta più bella alla provocazione di Don Favarin l’hanno data le scuole che hanno accolto l’iniziativa originale, voluta dal Consiglio regionale del Veneto con propria mozione lo scorso anno e tradottasi nella proposta della Giunta veneta concedere 250 euro alle scuole che avessero realizzato il presepe. Ben 546 scuole hanno concorso al bando indetto dall’Ufficio scolastico regionale del Veneto: di queste 281 sono statali, 247 paritarie, 18 i centri di formazione professionali”.

Così, Elena Donazzan, assessore regionale all’Istruzione e formazione, replica al post di don Luca Favarin, il sacerdote padovano che si occupa degli ultimi, che attraverso la propria pagina Facebook ha invitato quanti si sono schierati a favore delle nuove norme per l’accoglienza dei migranti a non fare il presepe a Natale, “per rispetto dei poveri”.

 

“Le scuole che hanno partecipato al concorso – prosegue l’assessore – hanno compreso che il presepe non è solo un simbolo legato al culto ma è una esperienza culturale, un messaggio di rispetto della tradizione nella quale viviamo, un modello di integrazione culturale anche per chi proviene da altre parti del mondo o professa un’altra religione. Realizzare il presepe è un evento che la scuola deve saper interpretare in un contesto educativo che vede le famiglie e la comunità locale vivere il Natale per quello che è, ovvero la nascita di Gesù.

Credo che don Favarin sia stato preda di un vizio tipo di questa società, il sensazionalismo – prosegue l’assessore – Una regola giornalistica dice che fa più notizia il padrone che morde il cane che il contrario. Un sacerdote che arriva a chiedere di non fare il presepe ha un unico obiettivo: quello di apparire. Non posso infatti pensare che abbia veramente inteso dire che fare il presepe è una ipocrisia: quale ipocrisia ci può esser nel costruire insieme la rappresentazione della nascita di Gesù, con le statuine di casa, in un momento di intimità familiare e scolastica?”.

 

Mi sembra, invece piuttosto ipocrita – conclude l’assessore – voler essere pauperisti per apparire. Forse il sacerdote dovrebbe rivedere il proprio messaggio”.

 

Di seguito la partecipazione delle scuole venete al bando regionale di contributo per la realizzazione del presepe.