Contratto statali. I “buchi” nell’accordo tra Governo e sindacati

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L’impegno economico, spalmato in due anni, sarà di circa 5 miliardi, la metà quasi dei quali a carico degli enti del servizio sanitario nazionale, delle regioni, dei comuni, delle province e delle città metropolitane. Continua a leggere

Carta docente 500 euro, per acquistare serve il buono spesa: occhio al codice identificativo

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Molti docenti ci scrivono per avere ulteriori indicazioni su come creare e utilizzare il “buono spesa” acquisito dall’applicazione web cartadeldocente.istruzione.itContinua a leggere

Referendum costituzionale: il capro espiatorio di una politica fallimentare

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Il problema vero è che dopo 4 dicembre avremo di fronte agli stessi problemi che affliggono il paese da molti anni: il debito pubblico e la disoccupazione crescenti, la perdita di competitività, una forza lavoro sempre meno qualificata e a costo sempre più basso, la dismissione del sistema industriale, la mancanza d’innovazione, la mortificazione dell’università e della ricerca, un sistema bancario sempre più in bilico, la rottamazione delle nuove generazioni, tenute artatamente ai margini del dibattito pubblico, ecc.. Continua a leggere

La promessa di marinaio della ministra Stefania Giannini: “Almeno di 2.000 euro al mese la soglia dignitosa dello stipendio dei docenti”.

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Era il 12 maggio 2014, e da allora sono trascorsi 926 giorni (e alcuni giorni fa sono stati “celebrati” i 1.000 giorni dell’attuale governo Renzi), quando la ministra dell’istruzione Stefania Giannini, in tale veste da due mesi e mezzo, affermò ad alta voce che, in Italia, lo stipendio di un insegnante di liceo, “intorno ai 1.400 euro” , era “una vergogna”… Continua a leggere

I docenti e gli ata non si erano candidati per il Consiglio d’istituto. Il preside ottiene la proroga dall’Ufficio scolastico provinciale.

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Nella scuola secondaria superiore in provincia di Catania, dove nessuno dei docenti e del personale ata si era candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio d’istituto… Continua a leggere

Culle vuote e orfani di giorno

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In Italia c’è una diffusa situazione di disoccupazione e di sottoretribuzione insieme a stipendi esagerati e pensioni d’oro di chi sta – o è stato – in alto o in politica. In più un’evasione fiscale non contrastata adeguatamente di 270 miliardi/anno. Evasione equivalente a 10 milioni (10 milioni!) di retribuzioni annue da 27.000 euro. Continua a leggere

Cellulari e registratori per proteggersi dai presidi-padroni

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Per registrare il colloquio, è anche possibile chiamare, dal luogo della conversazione, col proprio cellulare il numero del telefono fisso con aggregata segreteria telefonica, precedentemente fornita di un nastro mignon della durata di 30, 60, 120 minuti. Continua a leggere

Magie Barocche: La Sicilia del barone d’Astorga e altre storie…

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E’ stato un prezioso tuffo nella nostra Sicilia musicale e letteraria l’ennesimo appuntamento del riuscitissimo Festival internazionale val di Noto Magie barocche, che ha visto, lunedì 28 novembre, nella splendida cornice di Palazzo Biscari, l’esibizione dinanzi a un pubblico di appassionati del soprano Federica di Trapani e dell’ensemble Lo Specchio di Narciso, composto da Luca Marconato alla tiorba e liuto, dal violoncellista Diego Roncalli e dal cembalista e musicologo Salvatore Carchiolo alla direzione musicale e al clavicembalo. Continua a leggere

La riforma di cui c’è bisogno

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  • Gli insegnanti subiscono le conseguenze di un paradosso che li priva della possibilità di concorrere a definire gli ulteriori sviluppi della loro professione.

Quella di delegare alle università la funzione di provvedere alla formazione professionale degli insegnanti è stata una scorciatoia che ha prodotto più guasti di quanti abbia contribuito a evitarne. Anche ammettendo che in qualche caso si sia avuto un apporto apprezzabile di tecniche didattiche, è difficile non accorgersi che è stato pagato, in primo luogo proprio dai giovani che intendevano dedicarsi all’insegnamento, un prezzo in termini di qualità del repertorio culturale che avrebbe dovuto far da sostegno all’attività nella scuola.

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La riforma di cui c’è bisogno

di Benedetto Vertecchi – 21 novembre 2016

Che la scuola stia attraversando una fase critica è cosa generalmente affermata. Meno concordi sono le analisi circa le ragioni della crisi. Ma, senza entrare per il momento nel merito delle diverse interpretazioni, conviene osservare che c’è un tema che le accomuna: sembra esservi un generale consenso sulla necessità di provvedere ad una nuova e migliore qualificazione della professione degli insegnanti. Non si può dire che tale esigenza sia specifica delle professioni educative: nessuna attività può continuare a svilupparsi, e neanche ad essere esercitata, senza che in modo esplicito o implicito si attivino forme di adeguamento alle condizioni che nel tempo si vengono manifestando. Riconoscere la necessità di un adeguamento dei profili di chi pratica professioni educative è importante, ma può corrispondere a interpretazioni molto diverse dell’attività degli insegnanti. In troppi casi chi formula proposte che vorrebbero essere innovative non ha alcuna competenza sui problemi dell’educazione formale che non sia il ricordo più o meno filtrato dell’esperienza compiuta come allievi. Opinionisti, politici, intellettuali la cui attività è generalmente orientata in tutt’altre direzioni, tablerondisti de omni et de nullo, imprenditori sembrano tutti disporre di una conoscenza dei problemi educativi che sono ansiosi di porre a disposizione di chi dell’educazione ha una pratica quotidiana.

Non intendo con questo affermare che basti entrare in un’aula per acquisire una capacità di capire e di fare che altri non possono pretendere di avere, ma mi sembra indubbio che prima di riversare nel confronto educativo idee che il più delle volte ripropongono argomenti di senso comune, senza recare un contributo effettivo, ci si dovrebbe preoccupare di conoscere le questioni di cui ci si occupa un po’ meglio di quanto consenta qualche lontana esperienza personale o un più recente sentito dire nella cerchia degli interlocutori consueti. Gli insegnanti subiscono le conseguenze di un paradosso che li priva della possibilità di concorrere a definire gli ulteriori sviluppi della loro professione.

Non si tratta comunque solo di chiedersi se le singole proposte che provengono da chi è estraneo alle pratiche dell’educazione formale (quella scolastica) abbiano o no una loro validità. Ciò che conta è superare la condizione di subalternità che in modo sempre più evidente è venuta caratterizzando l’insegnamento, in particolare da quando a quadri interpretativi di lungo periodo si sono venute sostituendo le logiche di una cultura organizzativa tutta schiacciata sui tempi brevi. Ne è derivata una nozione frammentata dell’educazione, considerata la risultante di una sommatoria di apporti della quale il più delle volte sfuggono gli intenti. Si dispone di tessere per un mosaico senza disegno.

La tendenza al frazionamento ha investito sia l’attività degli insegnanti, sia le procedure tramite le quali si accede alle professioni educative e si provvede al loro adeguamento. Mentre si amplificano, con argomenti da promozione di mercato, soluzioni legislative, organizzative e strumentali, il sistema educativo, e gli insegnanti che ne consentono il funzionamento, continua a restare privo del sostegno conoscitivo che potrebbe derivare solo dalla creazione di strutture specificamente rivolte allo sviluppo della ricerca, e nelle quali gli insegnanti (ovviamente quelli più motivati a impegnarsi nello studio per l’incremento della professione) potrebbero fornire il loro importante contributo. Quella di delegare alle università la funzione di provvedere alla formazione professionale degli insegnanti è stata una scorciatoia che ha prodotto più guasti di quanti abbia contribuito a evitarne. Anche ammettendo che in qualche caso si sia avuto un apporto apprezzabile di tecniche didattiche, è difficile non accorgersi che è stato pagato, in primo luogo proprio dai giovani che intendevano dedicarsi all’insegnamento, un prezzo in termini di qualità del repertorio culturale che avrebbe dovuto far da sostegno all’attività nella scuola. La riforma di cui c’è bisogno, e senza la quale altri interventi non appaiono in grado di rovesciare la tendenza involutiva in atto, è di ricomporre, fidando sugli apporti di una ricerca originale, profili delle professioni educative ugualmente solide dal punto di vista culturale e da quello operativo.

http://www.tuttoscuola.com/la-riforma-cui-ce-bisogno/

Aiuti di Stato preclusi agli Istituti scolastici paritari / articolo 107 TFUE

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Aiuti di Stato preclusi agli Istituti scolastici paritari

di Massimo Greco – 27 novembre 2016

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La questione della natura giuridica pubblica o privata di un ente che si trova oggettivamente in una condizione “borderline” è tanto complessa quanto delicata. E’ complessa perché sia la giurisprudenza che la dottrina, e ancora peggio il legislatore, non si ritrovano in posizioni univoche, optando ora per il modello formale, ora per quello sostanziale. E’ delicata perché all’individuazione della natura giuridica seguono numerose conseguenze che, qualora non adeguatamente messe in conto, possono seriamente pregiudicare sia la vision che la missiondell’ente medesimo.

Nel campo dell’istruzione, un problema affrontato tante volte ma mai del tutto risolto concerne l’annosa questione del finanziamento statale delle Scuole paritarie e della sua compatibilità con l’art. 33 Cost, comma 3° a tenore del quale “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. La Costituzione sembra quindi, laicamente, riconoscere il diritto alle Istituzioni private di offrire servizi educativi e formativi al pari di quelli offerti dallo Stato, a condizione che la loro attività non gravi sulla spesa pubblica.

Ad oggi, nonostante dottrina e giurisprudenza suggeriscano allo Stato di finanziare i fruitori del servizio e non anche direttamente gli Istituti scolastici, il Ministero dell’Istruzione e dell’Università continua annualmente a finanziare Scuole paritarie e Libere Università statali di diritto privato senza discriminare, all’interno del medesimo ambito privatistico, tra Enti a carattere commerciale ed Enti a carattere non profit. Il numero elevato di scuole paritarie (13 mila circa) interessate al finanziamento statale ha inevitabilmente finito per politicizzare la vicenda e per impallidirne la riflessione giuridica. Diversa e meno invasiva è la pressione esercitata allo Stato dalle Libere Università statali di diritto privato, se non altro per l’enorme differenziale numerico (non più di 30).

La questione è stata recentemente affrontata dal Consiglio di Stato che, entrando nel merito della natura giuridica dell’Istituto privato ai fini dell’ammissibilità al citato finanziamento ministeriale e richiamando quanto già statuito dalla Commissione Europea, ha chiarito che non è di per sé sufficiente ad escludere la natura economica dell’attività il fatto che gli eventuali avanzi di gestione non siano distribuiti tra i soci e siano reinvestiti nell’attività didattica (che è appunto la caratteristica degli enti no-profit), mentre la sola condizione in presenza della quale è lecito escludere il carattere commerciale dell’attività è quella della “gratuità o quasi gratuità” del servizio offerto. In assenza di quest’ultima condizione, da valutare in termini rigorosamente oggettivi (gratuità o quasi gratuità del servizio), il vantaggio selettivo concesso ad alcune imprese operanti nel settore costituisce aiuto di Stato, incorrendo perciò nel divieto e nel regime di illiceità sancito dal citato art. 107 del TCE.

Quanto al rilievo da dare all’elemento oggettivo attinente alle modalità di svolgimento dell’attività, va altresì rilevato che già la giurisprudenza tributaria, nel definire una controversia sulla (non) esenzione dall’ICI nei riguardi di un Ente religioso gestore di una Scuola paritaria, ha statuito che nella gestione di una Scuola paritaria da parte di un Ente religioso il pagamento di una retta da parte degli alunni è indice rivelatore dell’esercizio dell’attività con modalità commerciali. In particolare, le attività didattiche si considerano effettuate con modalità non commerciali se, tra gli altri requisiti, l’attività è svolta a titolo gratuito, ovvero dietro versamento di una retta d’importo simbolico.

Postulato di questo più evoluto quadro interpretativo è che, al netto della natura giuridica auto dichiarata, gli Istituti scolastici (Scuole e Libere Università non statali di diritto privato) che vorranno partecipare al riparto annuale dei trasferimenti ministeriali dovranno dichiarare il possesso del requisito della “gratuità o quasi gratuità” delle rispettive prestazioni sulla base delle attività sostanzialmente esercitate.

http://www.vivienna.it/2016/11/27/aiuti-di-stato-preclusi-agli-istituti-scolastici-paritari/

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Aiuti di Stato

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Per aiuti di Stato nella terminologia usata dall’Unione europea (in passato Comunità europea) si intendono tutti i finanziamenti a favore di imprese o produzioni, sia provenienti direttamente dallo Stato, inteso in senso ampio (amministrazioni centrali, regionali, locali, ecc), sia da altri soggetti quali le imprese pubbliche, intese come quelle imprese nei confronti delle quali i poteri pubblici possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza dominante per ragioni di proprietà, di partecipazione finanziaria o della normativa che le disciplina.

L’articolo 107, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) precisa i presupposti che devono essere presenti affinché l’intervento costituisca un aiuto di Stato nel senso dato dal diritto dell’Unione europea a questo termine. Le quattro condizioni richieste sono le seguenti:

  • origine statale dell’aiuto (aiuto concesso dallo Stato ovvero mediante risorse statali);
  • esistenza di un vantaggio a favore di talune imprese o produzioni;
  • esistenza di un impatto sulla concorrenza;
  • idoneità ad incidere sugli scambi tra gli Stati membri.

Gli interventi che presentano queste quattro caratteristiche sono qualificabili aiuti di Stato, indipendentemente dalla loro forma (es. sovvenzione, prestito a tasso agevolato, garanzia contro un corrispettivo non di mercato, vendita di beni, locazione di immobili o acquisizione di servizi a condizioni preferenziali per le imprese, riduzioni fiscali, partecipazioni al capitale di imprese a condizioni che non sarebbero accettate da un buon investitore privato operante in normali condizioni di mercato…).

In virtù della forte integrazione all’interno del mercato comunitario si può ritenere che siano rari i casi in cui un aiuto di origine statale che procura un vantaggio ad una o più imprese non abbia anche un impatto sulla concorrenza e sugli scambi tra gli Stati membri.

Lo stesso articolo 107, paragrafo 1 del TFUE prevede il principio dell’incompatibilità degli aiuti di Stato con il mercato interno. Il principio è dunque quello del divieto, ma esistono anche alcune deroghe a questo principio, contenute nel citato articolo 107, paragrafi 2 e 3, e negli articoli 93 e 106, paragrafo 2 del TFUE.

Gli aiuti sono sottoposti al controllo della Commissione, che li autorizza solamente quando rientrano in una delle deroghe previste dal trattato. Per l’applicazione della maggior parte delle deroghe la Commissione gode di un ampio poter discrezionale ma deve comunque motivare le sue decisioni. L’articolo 108 del TFUE dispone che anche il Consiglio possa statuire che un aiuto è compatibile con il mercato interno e autorizzarlo, ma questo deve avvenire su richiesta di uno Stato membro, deliberando all’unanimità e solamente quando circostanze eccezionali giustifichino una tale decisione. I casi sono dunque rari.

È dunque solamente in deroga al citato principio che gli aiuti possono essere autorizzati. Il TFUE prevede un obbligo di notifica preliminare (allo stadio di progetto) alla Commissione di tutti i nuovi aiuti o le modifiche di aiuti esistenti. Un aiuto concesso senza autorizzazione della Commissione europea (o del Consiglio nei rari casi in cui questo avviene) è automaticamente “illegittimo”. Da alcuni anni la Commissione ha adottato alcuni regolamenti (e una decisione) che esentano gli Stati membri dall’obbligo di previa notifica.

Gli aiuti sono generalmente ritenuti compatibili dalla Commissione qualora perseguano un obiettivo di comune interesse (es. la tutela ambientale, la formazione, la lotta alla disoccupazione, l’incremento delle attività di ricerca, sviluppo e innovazione, la promozione del capitale di rischio, gli investimenti delle piccole e medie imprese o, in talune regioni, delle grandi imprese, ecc.). In genere, l’aiuto deve essere volto a correggere un fallimento del mercato.

https://it.wikipedia.org/wiki/Aiuti_di_Stato

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 articolo 107 TFUE

  1. Salvo deroghe contemplate dai trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza.
  2. Sono compatibili con il mercato interno:
    a) gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall’origine dei prodotti;
    b) gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali;
    c) gli aiuti concessi all’economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania che risentono della divisione della Germania, nella misura in cui sono necessari a compensare gli svantaggi economici provocati da tale divisione. Cinque anni dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare una decisione che abroga la presente lettera.
  3. Possono considerarsi compatibili con il mercato interno:
    a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione, nonché quello delle regioni di cui all’articolo 349 (* NOTA 1), tenuto conto della loro situazione strutturale, economica e sociale;
    b) gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro;
    c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse;
    d) gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nell’Unione in misura contraria all’interesse comune;
    e) le altre categorie di aiuti, determinate con decisione del Consiglio, su proposta della Commissione.

http://www.osservatorioaiutidistato.eu/introduzione/trattato-di-lisbona.html

Fidae, paritarie: soddisfatti delle misure nella Legge di bilancio

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“La scuola pubblica è formata da scuola statale e paritaria, dunque l’invito al Convegno del prossimo 1 e 2 dicembre è rivolto a tutte le persone appassionate del fare scuola. La Fidae, in quanto Ente formatore riconosciuto dal MIUR, rilascia Attestato utile a documentare i percorsi formativi che propone. ….”

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Fidae, paritarie: soddisfatti delle misure nella Legge di bilancio

di Eleonora Fortunato – 28 novembre 2016 – 6:15
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Soddisfazione da parte della Fidae sulle misure previste dalla Legge di Stabilità per le scuole paritarie: nelle ore che precedono l’importante convegno che si terrà a Roma l’1 e il 2 dicembre, la Presidente Virginia Kaladich ci conferma che si vedono finalmente i primi segni di un cambiamento di rotta significativo.

Presidente Kaladich, all’Augustinianum parlerete molto di nuovi modelli didattici e anche di tecnologie applicate alla scuola. Le scuole che fanno capo alla Fidae hanno accumulato un’esperienza significativa in quest’ambito? Le novità contenute nella nuova legge di Bilancio vi sosterranno anche in questa direzione?

“La scuola cattolica da sempre, fedele alle intuizioni dei fondatori, ha cercato di offrire un servizio educativo attento alla crescita integrale dei giovani creando percorsi dove fede, cultura e vita si integrino. Un impegno che vuol dire incarnarsi nell’oggi per una scuola di qualità. Pertanto non si può che essere attenti a modelli didattici e a opportunità tecnologiche da mettere a disposizione dei nostri ragazzi. Tenendo conto anche che le nuove tecnologie sono pane quotidiano dei nostri ragazzi, accompagnarli ad un uso consapevole, scoprendone tutte le opportunità, è oggi compito, prima di tutti, della scuola. Non possiamo né demonizzare e né disinteressarcene. Accompagnare i ragazzi nella loro storia di apprendimento deve trovarci attenti e disponibili a comprendere i ‘linguaggi’ odierni.

Tante le buone pratiche in atto nelle nostre scuole. Sicuramente l’aspetto economico non sempre ci ha permesso di realizzare tutti i sogni. La Legge di stabilità, approvata in questi giorni dalla Commissione Bilancio della Camera, riaccende la speranza perché, finalmente, saranno aperti i fondi PON (Programma Operativo Nazionale del Miur finanziato dai Fondi Strutturali Europei) anche per i progetti delle scuole paritarie.

Inoltre, chi deciderà di sostenere le scuole (statali o paritarie) con lo strumento dello School Bonus, verserà la donazione direttamente all’Istituto e non più al Miur (e questa modifica procedurale dovrebbe permettere a tutte le scuole di attirare un maggior numero di benefattori)”.

Il vostro convegno è, come sappiamo, aperto ai docenti di tutte le scuole, dal momento che si propone di essere un’occasione di formazione sul proprio modo di insegnare. Qual è il suo giudizio sul Piano nazionale per la Formazione degli Insegnanti presentato qualche settimana fa dal Miur?

“La scuola pubblica è formata da scuola statale e paritaria, dunque l’invito al Convegno del prossimo 1 e 2 dicembre è rivolto a tutte le persone appassionate del fare scuola. La Fidae, in quanto Ente formatore riconosciuto dal MIUR, rilascia Attestato utile a documentare i percorsi formativi che propone.

Importante pensare a come dare continuità alla formazione iniziale. Benvenuto il Piano formativo! Interessante sottolineare che non lascia fuori nessuno, mira allo sviluppo della professionalità dei docenti, dei dirigenti e di tutto il personale. Chiaramente, va ben pensato e progettato”.

Il Piano nazionale sottolinea le competenze digitali degli insegnanti. Che cosa pensa lei dell’uso massivo della tecnologia negli anni della formazione? Fa parte della schiera degli ‘apocalittici’ o degli ‘integrati’?

“Sono del parere che bisogna aprire le porte all’uso della tecnologia, ma non in modo esclusivo ed eccessivo. I giovani hanno bisogno di equilibrio, gli estremismi non servono”.

28 novembre 2016 – 6:15

http://www.orizzontescuola.it/fidae-paritarie-soddisfatti-delle-misure-nella-legge-di-bilancio/

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Formazione insegnanti: Roma, 1 e 2 dicembre convegno e workshop FIDAE su nuovi ambienti di apprendimento e didattica del futuro

di redazione – 22 novembre 2016 – 8:29

Eleonora Fortunato – La scuola come comunità emotivamente intelligente, luogo per sperimentare una didattica coraggiosa e innovativa: se ne discuterà a Roma il 1° e il 2 dicembre nella storica sede dell’Istituto Patristico Augustinianum, via Paolo VI 25, per iniziativa della Fidae, federazione che raggruppa nel nostro paese oltre 4mila scuole cattoliche.

Invitati a partecipare i docenti di scuole di ogni ordine e grado, sia statali sia paritarie, ai quali il ricco carnet di interventi e workshop darà modo di confrontarsi attivamente con proposte pedagogiche innovative, che illustreranno nuovi modelli di insegnamento e di apprendimento.

La prima sessione del convegno sarà moderata dal giornalista di Avvenire Enrico Lenzi e ruoterà intorno a “Nuovi ambienti di apprendimento e qualità delle relazioni educative”, con le relazioni di Maddalena Colombo (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Pierpaolo Triani (Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza). Gli interventi di Raffaele Mantegazza (Università degli Studi di Milano Bicocca) e Giuseppe Mari (Università Cattolica di Milano) saranno invece coordinati da Ernesto Diaco, Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola, l’Università. Tra i tanti temi proposti durante il workshop pomeridiano, segnaliamo “La proposta pedagogica del Service Learning” di Italo Fiorin, “Abitare la scuola: spazi educativi” di Christian Bortolotto e “Nuovi ambienti di apprendimento per gli spazi educativi del futuro” di Massimiliano Di Biase; il Movimento Studenti Cattolici si occuperà di rappresentanza studentesca come strumento per la parità.

I lavori della seconda giornata saranno moderati da Sergio Cicatelli, Direttore del Centro Studi Scuola Cattolica della CEI, e ospiteranno una relazione di Arduino Salatin (IUSVE – Istituto Universitario) su “L’evoluzione dei curricula scolastici in Europa e le sfide per l’Italia alla luce della L.107/2015”; saranno toccati argomenti come “Scuola – famiglia: Come costruire insieme il PTOF – Piano Triennale Offerta Formativa” con Roberto Gontero (Presidente AGeSC), “Il luogo del favoloso, dove le idee prendono forma in oggetti reali” con Fabulous Laboratory, “Cooperazione culturale dell’Italia all’estero quale strumento di dialogo tra i popoli” a cura di Giuseppe Manica (Ministero degli Affari Esteri).

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Per le iscrizioni ed ulteriori informazioni: http://eventi.fidae.net/

Referendum, le paritarie: non vendiamo il nostro Sì per un piatto di lenticchie!

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Per il presidente Aninsei i provvedimenti approvati ieri sera alla Camera non possono essere esaustivi per ‘salvare’ le scuole paritarie: “affermare che basti aumentare di poco le detrazioni per tali spese alle famiglie, che passeranno dagli attuali 400 euro, ai futuri 717 lordi su base annua (per il 2017), per convincere un mondo intero, quello della Scuola Paritaria a votare ‘si’ è non solo offensivo, ma – afferma Sepiacci – denigratorio e direi addirittura canzonatorio!”.

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Referendum, le paritarie: non vendiamo il nostro Sì per un piatto di lenticchie!

di  – Sabato, 26 Novembre 2016
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Aver maggiorato i fondi alla scuola paritaria, attraverso la Legge di Stabilità, non sembra aver prodotto consensi da parte di chi gestisce questo genere di istituti.

Almeno a sentire le dichiarazioni di Luigi Sepiacci, presidente Aninsei, l’Associazione che riunisce gli Istituti non Statali di Istruzione: replicando “a chi dice che Aninsei è un catalizzatore di voti per il ‘si’ al Referendum del 4 dicembre”, ha detto Sepiacci, voglio ribattere che la scuola paritaria italiana “non si vende, e tanto meno per un piatto di lenticchie!”.

Per il presidente Aninsei i provvedimenti approvati ieri sera alla Camera non possono essere esaustivi per ‘salvare’ le scuole paritarie: “affermare che basti aumentare di poco le detrazioni per tali spese alle famiglie, che passeranno dagli attuali 400 euro, ai futuri 717 lordi su base annua (per il 2017), per convincere un mondo intero, quello della Scuola Paritaria a votare ‘si’ è non solo offensivo, ma – afferma Sepiacci – denigratorio e direi addirittura canzonatorio!”.

Quanto ai disabili, per i quali per la prima volta è stato istituito un fondo apposito che porterà un primo numero di docenti di sostegno anche nelle paritarie, “forse si vorrebbe che invece che lo Stato, a farsi carico delle spese fossero gli istituti paritari? Dov’è il loro senso di giustizia sociale?”.

“Così come – prosegue Sepiacci – aprire al mondo degli Istituti non statali i bandi Pon Europei e l’alternanza scuola-lavoro non è certo un regalo del Governo in carica, ma vuole significare solo garantire la corretta applicazione di quell’articolo 33 della Carta Fondamentale, di quella stessa Costituzione, della quale i difensori del NO appaiono essere oggi gli strenui difensori, che garantisce agli studenti delle scuole paritarie un uguale trattamento rispetto a quelli delle scuole statali”.

“‘Si’ e ‘no’ saranno scelte che gli iscritti all’Aninsei adotteranno secondo le proprie convinzioni, che si sono fatte in questa costante e logorante sovraesposizione nei dibattiti pubblici, da parte di entrambi gli schieramenti”, conclude Sepiacci

http://www.tecnicadellascuola.it/item/25611-referendum-le-paritarie-non-vendiamo-il-nostro-si-per-un-piatto-di-lenticchie.html

Dal referendum costituzionale alle scuole paritarie se-dicenti pubbliche

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Altra questione da sgombrare è quella del fantomatico e miracoloso “costo standard”, voucher o buono scuola, che farebbe risparmiare allo Stato (udite, udite!) ben 17 miliardi di euro/anno. Anche se supportata dal saggio-pamphlet “Il diritto di apprendere”, confezionato ad hoc, appare più come improbabile favoletta che come proposta seria ed applicabile.

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Dal referendum costituzionale alle scuole paritarie se-dicenti pubbliche

di Vincenzo Pascuzzi – 26 novembre 2016

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Curzio Maltese è “convinto da mesi che il No al referendum trionferà il 4 dicembre” e  che “Dopo il referendum comunque vada sarà un declino”. Ancora pochi giorni e poi conosceremo l’esito.

Comunque vada appare anche sicuro che Stefania Giannini dopo il 4 dicembre dovrà lasciare il Miur. Renzi ha provato a sacrificarla già nelle settimane passate, per attenuare le ostilità del mondo della scuola verso la legge 107 con una “operazione recupero docenti” finalizzata al referendum.

Indubbiamente Giannini ha le sue non poche responsabilità e colpe, ma il comportamento di Renzi è apparso troppo disinvolto e spregiudicato. Il vero padre-padrone della c.d. Buona Scuola è  stato e rimane lo stesso Matteo Renzi che dall’inizio se n’è intestata la paternità e ha portato subito all’incasso i meriti futuri, che poi non ci sono stati, si è appuntato sul petto in anticipo medaglie di battaglie poi  perse. Stefania Giannini è stata relegata quasi al ruolo di controfigura o di comparsa.

Altra vicenda che ha dovuto subire Giannini è quella relativa ai finanziamenti alle scuole paritarie cattoliche. Valorizzando a proprio tornaconto l’incombente referendum, le lobby virtuose (?) delle paritarie devono aver fatto potenti pressioni e insistenti condizionamenti fino ad ottenere contributi statali per 500 milioni, quasi il doppio dei 272 milioni del 2014. Ma alle paritarie ciò non basta, dicono che è una goccia o equivale a un piatto di lenticchie. Giannini ha dovuto giustamente ribattere: “Questo è il massimo, a normativa vigente che noi potessimo ottenere“.

La normativa vigente significa Costituzione, art. 33, con il ben noto vincolo “senza oneri per lo Stato” e la legge 62/2000 di incerta costituzionalità, pasticciata, incompleta.

Le scuole paritarie cattoliche dimenticano, cercano di nascondere la realtà: il fatto cioè che non sono scuole pubbliche, ma organizzazioni private. Anzi cercano di accreditarsi proprio come scuole pubbliche per rivendicare contributi che la “normativa vigente” non consente. I 500 milioni ottenuti sono una deroga indebita, mal tollerata, se non proprio un abuso.

In proposito, commette palese errore, oppure esercita furbizia o inganno, chi scrivendo articoli continua titolare “Le scuole paritarie? Non sono private, ma pubbliche come le statali!” oppure “Viaggio nella scuola pubblica (statale e paritaria) italiana”, e sottolinea anche: “il termine ‘scuola privata’ non è applicabile alle scuole paritarie, pena l’auto-certificazione di ignoranza crassa da parte di chi lo fa”

Che non si tratti di “auto-certificazione di ignoranza crassa” altrui ma di testimonianza di verità lo stabilisce la stessa l. 62/2000 all’Art. 1, c. 1. “Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, secondo comma, della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali. ….”. La paritarie cattoliche non appartengono di certo agli enti locali e non possono quindi che essere scuole private.

L’etichetta di “auto-certificazione di ignoranza crassa” ritorna perciò come rude boomerang contro chi l’ha lanciata (Anna Monia Alfieri, per essere espliciti!).

Con la normativa vigente non si potrà arrivare alla parità economica completa (cioè contributi statali per circa 6 mld di euro/anno) auspicata da  AGeSC, Fidae, CdO-Foe, Fism e Agidae con il sostegno Cei/Bagnasco (ma non di papa Bergoglio), non si potrà andare oltre i traguardi già raggiunti.  Infatti c’è chi sta pensano di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

Altra questione da sgombrare è quella del fantomatico e miracoloso “costo standard”, voucher o buono scuola, che farebbe risparmiare allo Stato (udite, udite!) ben 17 miliardi di euro/anno. Anche se supportata dal saggio-pamphlet “Il diritto di apprendere”, confezionato ad hoc, appare più come improbabile favoletta che come proposta seria ed applicabile. Anche per questo motivo Matteo Renzi non ha mai risposto – almeno pubblicamente – alla accorata lettera aperta inviatagli un anno fa,  il 13.12.2015, dalla sua ammiratrice e  “coetanea quarantenne” A.M. Alfieri.

La citata lettera aperta concludeva con le seguenti domande:  “Visto ciò, che cosa aspettiamo? A quando il risparmio dei 17 miliardi all’anno? A quando la libertà di scegliere, per me che pago le tasse, la buona scuola pubblica, paritaria o statale, per mio figlio? Quando mi arriva ‘sto bonus del costo standard? So già dove spenderlo!… Ho adocchiato la scuola!”

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Alcuni link attinenti

1) 5 motivi per cui vincerà il No

Pubblicato: 24/11/2016 

http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/5-motivi-per-cui-vincera-il-no_b_13199554.html

 

2) La stagione renziana è finita, fatevene una ragione

Pubblicato: 22/06/2016 

http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/la-stagione-renziana-finita_b_10608802.html

3) Dopo il referendum comunque vada sarà un declino

Il Venerdì di Repubblica – Il Venerdì di Repubblica – 25 nov. 2016 – pag. 7

4) Giannini sotto attacco di Renzi, ma lei si difende: Errori? no, colpa dei giudici

http://www.retescuole.net/senza-categoria/giannini-sotto-attacco-di-renzi-ma-lei-si-difende-errori-no-colpa-dei-giudici

 

5) AP (Area Popolare): fondi per le scuole paritarie private / mini dossier

http://www.retescuole.net/wp-admin/post.php?post=16148&action=edit

 

6)      Le scuole paritarie? Non sono private, ma pubbliche come le statali!

di Anna Monia Alfieri – 9 gennaio 2016

http://www.tecnicadellascuola.it/item/16900-le-scuole-paritarie-non-sono-private-ma-pubbliche-come-le-statali.html

7)      Viaggio nella scuola pubblica (statale e paritaria) italiana

di Anna Monia Alfieri – 16 novembre 2016

http://formiche.net/2016/11/16/paritaria-scuola-pubblica-statale-italiana/

8) Paritarie in crisi nera, chiuse 400 scuole. Governo in soccorso: gli studenti costano poco

di Alessandro Giuliani ,  La Tecnica della scuola  – 23.11.2016

http://www.gildavenezia.it/paritarie-in-crisi-nera-chiuse-400-scuole-governo-in-soccorso-gli-studenti-costano-poco/

 9) Anna Monia Alfieri, Lettera aperta al premier Renzi (13 dicembre 2015)

http://www.tecnicadellascuola.it/item/16416-caro-matteo-ti-scrivo-lettera-aperta-di-anna-monia-alfieri-al-premier-renzi.html

http://www.nonprofitonline.it/Default.asp?m=0&id=466&id_n=6537

http://www.nonprofitonline.it/detail.asp?c=1&p=0&id=3846

La “schiforma” della scuola

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Adesso c’è il bonus al merito (ma in definitiva si tratta di un “malus” per gli insegnanti, e soltanto di un “bonus” per gli amici e gli amici degli amici, per i graditi dai dirigenti scolastici, per i già “premiati” con l’assegnazione di attività retribuite. Insegnanti, quelli che otterranno dai dirigenti scolastici il “bonus” nella misura stabilita dal rispettivo dirigente scolastico (e ci sono dirigenti scolastici che hanno specificato di assegnare addirittura misure da mille a duemila euro: ovviamente soltanto a pochi, dato che mediamente si tratterà in ogni scuola di distribuire 25.000 euro detratte le imposte), che saranno un numero limitato.

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La “schiforma” della scuola: un comitato fissa i criteri per il “bonus” ai docenti, il preside individua i destinatari e definisce il “quantum”.

di Polibio – 22 novembre 2016

 

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Una “schiforma” quella della scuola, e lo sappiamo tutti perché, se ci riferiamo a quanto di sconvolgente è accaduto sin dall’inizio dell’anno scolastico 2015-2016 e di ancora più sconvolgente e assolutamente negativo, deportazioni comprese di decine di migliaia di insegnanti anche a distanza di oltre mille chilometri dalle città di residenza, obbligate le donne a lasciare a casa i figli e le figlie, al marito e ai propri genitori, per andare a insegnare in comuni a enorme distanza da quello di residenza per “conquistare”, dopo anni di disoccupazione, di precariato, di supplenze saltuarie, un posto di lavoro retribuito, se di ruolo e quindi a tempo indeterminato, con 1.262 euro al mese nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria o con 1.350 euro al mese nella scuola media e nella scuola superiore. E da quelle terre lontane partire, a settimane alterne, e con notevoli costi di viaggio, per riabbracciare i figli, nella speranza di potere ottenere, tre anni dopo, il trasferimento, se non nella provincia, nella regione d’origine.

Tutti sappiamo del “fantasioso” concorso ancora in corso, nella sostanza una serie di concorsi in ogni regione, in definitiva un’altra fanfaronata, con lunghe liste di non ammessi alla seconda prova, tanto da risultare gli ammessi numericamente alquanto in meno dei posti messi concorso, così come è accaduto in altri concorsi già conclusisi, mentre altri non si concluderanno in tempi brevi. Come a essere stato “suggerito” di “ritardare” e di “limitare” il numero dei vincitori. Cosicché nessuno avrebbe potuto rivendicare, non avendo “superato” il concorso, il diritto di essere assunto a tempo indeterminato a partire dall’anno scolastico successivo. E dire che era stato assicurato (“promesso”, e il promesso non è certezza, bensì un futuro senza data) che i concorsi sarebbero stati conclusi in tempo per nominare i vincitori entro la fine dell’ormai trascorso da quasi novanta giorni il mese di agosto 2016!. Quindi, assunzioni dei vincitori, anche se in numero inferiore ai posti messi a concorso, il 1° settembre del 2017. E continuano a rimanere non stabilizzati, a causa di altre promesse non mantenute, almeno 150 mila insegnanti che hanno pieno diritto alla stabilizzazione, ma che purtroppo rimangono nella qualità di docenti precari perché la legge di stabilità non è stata affatto modificata, a ulteriore dimostrazione che la “politica delle promesse”, delle fanfaluche, delle fanfaronate per ingrandire a dismisura il contenuto delle promesse che non saranno mai realizzate, è servita durante i 1.000 giorni dell’attuale governo a mistificare, a promettere e naturalmente, in forza dell’infinito futuro, a “rinviare sine die” gli adempimenti. Insomma, nel caso di specie, “schiforma” e “malascuola” di pari passo.

La sbandierata espressione “la buona scuola”, volendo fare intendere che si trattava di qualcosa di radicalmente diverso, in positivo, dell’esistente, rientra a pieno titolo tra le fanfaluche (invenzioni assurdità): malascuola come malasanità. Peraltro, “buona” è aggettivo qualificativo. A parte la vera “buona scuola”, alquanto più che buona, quella della riforma Berlinguer (2001) – seguita dalle riforme, rispettivamente, Moratti e Gelmini”, durante gli anni successivi, queste ultime migliori della “riforma Renzi”, che con sua personale espressione l’ha qualificata “buona”, volendo quindi fare intendere che le altre erano state addirittura pessime –, va precisato che la scuola non può che essere, utilizzando il comparativo di maggioranza, migliore rispetto a buona e addirittura deve essere ottima, superlativo assoluto rispetto a buona.  La legge n. 107 del 13 luglio 2015 ha per titolo “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il ripristino delle disposizioni legislative vigenti”: un solo articolo, il n. 1, 212 commi, molti quelli con commi seguiti da un serie di numeri, e poi da altri commi e da altri numeri (2.1, 2.2, 3.1., ecc.), 30.000 parole, un’enorme quantità di numeri e di riferimento legislativi, di parentesi e di punteggiature, il tutto in 27 pagine della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, anno 156, n. 162, mercoledì 15 luglio 2015. Non c’è scritto “La Buona Scuola”. In ambito scolastico, ma non soltanto, è riturata niente affatto “buona”: Tante sono state le manifestazioni dei docenti, degli studenti e dei genitori degli alunni, di politici e di sindacalisti, tutti a contestare con forza una legge unanimemente definita di pessima riforma della scuola.

Un tempo, dall’anno scolastico 1947-48 all’anno scolastico 1972-73, per decreto del Capo provvisorio dello Stato,  21 aprile 1947, n. 629, c’erano le qualifiche annuali attribuite dal direttore didattico o dal preside, rispettivamente, alle maestre della scuola materna, ai maestri e alle maestre della scuola elementare e ai professori e alle professoresse della scuola media e della scuola superiore: a partire da “sufficiente” e proseguendo con “buono”, “valente” e “ottimo”. C’era anche la qualifica “insufficiente”, che in definitiva, in caso di ripetizioni, poteva determinare il licenziamento dell’insegnante. Le note di qualifica erano compilate dai provveditori agli studi per i direttori didattici e i presidi, e dai capi d’istituto scolastico per i docenti. Comprendevano, per ciascuno degli interessati, le condizioni fisiche, la qualità intellettuale, la condotta nella scuola e nella vita privata, la diligenza in speciali circostante riguardanti le funzioni didattiche e la disciplina, la collaborazione col capo d’istituto e con gli altri docenti, l’idoneità a funzioni direttive, nonché ogni altra annotazione ritenuta opportuna a delineare le caratteristiche e le attitudini personali. Il giudizio complessivo veniva espresso con le qualifiche già indicate. Otto anni dopo, la legge n. 160 del 19 marzo 1955 estese al personale insegnante non di ruolo le norme vigenti sulla qualifica. Le qualifiche annuali, assegnate ai singoli docenti sulla base di criteri di fatto inesistenti e quindi su personale “scelta” del direttore didattico o del preside, nella sostanza contenevano lo scopo di favorire tizio/a e caio/a, e magari di “liberarsi” per licenziamento, con riferimento a ripetute qualifiche di “insufficiente”, di qualcuno/a. Nella sostanza, anticipando i tempi, come agiscono gli attuali presidi-padroni, che urlano per acquisire il “diritto”, in violazione del Contratto collettivo nazionale del comparto scuola, di sospendere i docenti dal lavoro e dalla retribuzione fino a dieci giorni e di ripetere la sospensione, così in definitiva causando conseguenze e ingiusti danni. E in definitiva sostituendosi alla specifica Commissione presso l’Ufficio scolastico regionale e assumendo paradossalmente e immoralmente la doppia funzione di “denunciante” e di “decidente” sul tema della contestazione notificata al/alla docente.

Un tempo c’era anche il cosiddetto “merito distinto”, che aveva un preciso “valore” da far valore sullo stipendio. “Merito distinto” recentemente conclusosi per la definitiva collocazione in pensioni degli ultimi docenti che a suo tempo l’avevano acquisito. Nell’anno 1974, con decreto del 31 maggio, n. 417, del Presidente della Repubblica, le qualifiche annuali attribuite agli insegnanti di ogni ordine e grado vennero abolite e sostituite da una valutazione facoltativa del servizio prestato, alla quale provvedeva il Comitato di valutazione del servizio. Adesso c’è il bonus al merito (ma in definitiva si tratta di un “malus” per gli insegnanti, e soltanto di un “bonus” per gli amici e gli amici degli amici, per i graditi dai dirigenti scolastici, per i già “premiati” con l’assegnazione di attività retribuite. Insegnanti, quelli che otterranno dai dirigenti scolastici il “bonus” nella misura stabilita dal rispettivo dirigente scolastico (e ci sono dirigenti scolastici che hanno specificato di assegnare addirittura misure da mille a duemila euro: ovviamente soltanto a pochi, dato che mediamente si tratterà in ogni scuola di distribuire 25.000 euro detratte le imposte), che saranno un numero limitato. Peraltro, come è già avvenuto, a parte che i “bonus” concessi dai dirigenti hanno riguardato meno del 40 per cento, determinati docenti hanno ottenuto 1.000 e più euro, mentre in tanti hanno ottenuto, per gentile concessione del capo d’istituto (tuttavia, il quadro delle concessioni è segreto e ai sindacati della scuola non è stata consentita la contrattazione di secondo livello), 200, 150, 100 e addirittura 80 euro: corrispondenti all’elemosina giornaliera di 54, 40, 27, 22 centesimi al giorno).

Alessandra Lupetti ha definito “una colossale bufala” l’idea di “identificare gli insegnanti migliori e di premiarli, aggiungendo che è una “clamorosa sciocchezza” l’idea di “identificare e premiare gli insegnanti più bravi”. In sostanza, si tratta, aggiunge Polibio, della “teoria dell’assurdo”. E certamente, come ha scritto Alessandra Lupetti (vd: “L’idea di premiare gli insegnanti migliori è una clamorosa bufala”), di “un trucco per sviare l’attenzione” da una serie di negatività”. Ma anche da altro che direttamente riguarda i docenti, e non soltanto la loro carriera e gli aumenti di stipendio. Ritorniamo brevemente ai tempi delle note di qualifica e alle qualifiche da sufficiente a ottimo, e in particolare a quella di insufficiente, attribuite agli insegnanti, rispettivamente, dai direttori didattici e dai presidi. Qualifiche poi eliminate il 31 maggio 1974. Ebbene, facendo riferimento alla legge 107/2015, è subentrato il “bomus”, o “malus” che dir si voglia, per il riconoscimento del merito, funzionale per il sistema degli scatti stipendiali, triennali, complessivamente dodici (l’ultimo dei quali a partire dal 35° anno di servizio), detti di competenza, per il trattamento economico del personale docente. Ebbene, il “bonus” – che per moltissimi insegnanti sarà un “malus” – verrà concesso soltanto a una parte (una minoranza) degli insegnanti. Gli altri insegnanti (la maggioranza, assai più numerosa della limitata minoranza) potrebbero non acquisire mai il “bonus”. Viene anche previsto che sarà un’esigua minoranza ad acquisire in trentasei anni di servizio tutti i dodici scatti triennali, ciascuno dei quali collegato all’aumento dello stipendio. E ciò perché, come è anche previsto, ogni tre anni soltanto i due terzi dei docenti di ogni singola scuola o rete avranno diritto allo scatto stipendiale, triennale, avendo maturato più crediti nel triennio precedente. Tutto ciò comporterà un vantaggio stipendiale con riferimento al numero degli scatti triennali, fino al massimo con dodici scatti, e una perdita, anche notevole, per moltissimi, dato che è ampiamente previsto, sopperendo così all’eventuale insufficienza della risorse. In definitiva, e questo è un punto da chiarire, il mancato superamento degli scatti triennali (anche con riferimento al “bonus” o al “malus” di “premialità” di “fatto” riservato al venti per cento circa degli insegnanti, e peraltro anche in forma e in sostanza di elemosina) cosa potrebbe comportare per gli insegnanti, soprattutto per quelli che di trienni senza scatti stipendiali ne avranno, raggiunto un determinato anno di lavoro, diversi? Il trasferimento ad altro incarico in altra sede o addirittura il licenziamento? In sostanza, il trucco certamente c’è, e magari non si vede. Soprattutto nella “malascuola” e nella cosiddetta “schiforma”.

Polibio                                                                                                                                             polibio.polibio@hotmail.it

“Dio non è religioso”. Sul fondamentalismo

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Gli schemi concettuali trumpisti sono violentemente oppositivi: tra noi e loro, tra maschio e femmina, tra l’amico e il nemico, tra i birthers (per i quali i diritti civili e politici spettano solo a chi è nato in Usa) e gli immigrati di colore sans papiers (negros, latinos, islamici, cinesi, ecc.), tra americani e stranieri, tra America e resto del mondo («America first»).

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“Dio non è religioso”. Sul fondamentalismo

di Michele Martelli – 18 novembre 2016

Trump ha vinto. Ma se ci chiediamo a quali schemi concettuali sia riconducibile la sua campagna elettorale, intessuta di violenti slogans xenofobi, razzisti e sessisti, mi pare evidente che appartengano al fondamentalismo politico-religioso tipico della Destra repubblicana americana. Presbiteriano è Trump, come l’altro Donald, Reagan. Il suo libro preferito è la Bibbia; «Nessuno può battere la Bibbia». Si può dire che per certi versi il suo trionfo è la rivincita del fondamentalismo religioso-razzista del WASP (= White Anglo-Saxon Protestant), sempre forte tra i Repubblicani. Non a caso il Ku Klux Klan ha cercato di appropriarsi della sua vittoria, così modificando anche il suo slogan più noto: «Make white America great again» (con l’aggiunta di white). Gli schemi concettuali trumpisti sono violentemente oppositivi: tra noi e loro, tra maschio e femmina, tra l’amico e il nemico, tra i birthers (per i quali i diritti civili e politici spettano solo a chi è nato in Usa) e gli immigrati di colore sans papiers (negros, latinos, islamici, cinesi, ecc.), tra americani e stranieri, tra America e resto del mondo («America first»).

Non c’è troppo da meravigliarsi. «Fondamentalismo», come noto, deriva da un termine coniato negli Stati Uniti nel 1919 dalla setta dei neoevangelici radicali della WCFA (= World’s Christian Fundamentals Association). In quest’ottica, i Fundamentals cristiani sono un sistema di dogmi teologico-religiosi ritenuti assolutamente certi e incontrovertibili, che farebbero del cristianesimo, e di quello protestante in primo luogo, la vera fides e la vera religio, a cominciare dall’interpretazione letteralistica della Bibbia e della sua infallibilità. Il che implica il rifiuto della scienza e del darwinismo, la divisione manichea tra Bene e Male e la credenza nell’imminenza dell’Apocalisse. Un modello archetipico dei fondamentalismi politico-religiosi fino ad oggi!

Ma stabilire quale sia la vera religione anche solo all’interno del cristianesimo, per tacere degli altri due monoteismi e delle numerose religioni non cristiane, vista la sua frammentazione in infinite sette, mi pare umanamente impossibile. Basta sfogliare un qualsiasi dizionario delle religioni per perdersi nell’inestricabile dedalo di correnti e sette spesso l’una contro l’altra armata. La vera religio? Una domanda senza risposta. Un enigma insolubile. Solo Dio, se ci fosse, potrebbe scioglierlo.

Ed ecco una deliziosa storiella ebraica. Un giovane, sedutosi per caso in un piccolo caffè accanto ad un anziano signore, e accortosi dopo un po’ che quel signore era Dio in persona, ne approfitta per fargli la domanda delle domande, ossia «chi possegga la vera fede», se il cristiano, l’ebreo o il musulmano. Ovvio: se non lo sa Lui, che sa tutto, chi altri può saperlo? Risposta: «A dirti la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione non m’interessa». Questa storiella, narrata dallo scrittore israeliano Amos Oz nel suo aureo libretto Contro il fanatismo, può essere considerato il filo conduttore del recente libro di Marco Gallizioli, Abitare il nostro tempo complesso. Le scienze umane interrogano le culture e le religioni contemporanee (Cittadella, Assisi, 2016). Da aggiungere che tra «fanatismo» e «fondamentalismo» c’è prossimità, se non sinonimia. Fanatismo deriva infatti dal latino fanum = tempio, voce affine, sembra, a fas= ciò che è lecito, giusto, ammesso dalle leggi divine. Leggi che riguardano la vita pubblica e privata, gli individui e la società, l’etica e la politica.

L’intento di Gallizioli è duplice. 1) Definire il fondamentalismo nei suoi elementi costitutivi, tra cui: a) il dogmatismo dottrinale e la criminalizzazione del dubbio, del pensiero critico, della stessa libertà emozionale e sentimentale; b) la divisione manichea tra giusto e sbagliato, eletti e reprobi, chi sta dentro e chi sta fuori; c) il millenarismo o messianismo, ossia l’idea delirante che sia vicina la fine dei tempi, o il tempo della fine.

2) Rintracciarne le cause, riconducibili alla drammatica complessità del tempo presente (globalismo, crisi, velocità dei processi tecnologici e culturali, ingiustizie sociali, migrazioni, spaesamento, onde la sensazione di svuotamento e smarrimento dell’individuo); in una parola, mancanza di senso di un presente illimitato, inestricabile, caotico, senza passato e senza futuro, senza ricordo e senza speranza. Onde la via di fuga dal presente, in un mondo lontano, utopico, inesistente, spesso tradizionalistico e arcaico, semplificato, più facilmente interpretabile e controllabile. Un presente talvolta cambiato sì, come nel Califfato dell’Isis, ma stravolto in peggio!

Belle le pagine in cui l’autore, sulla scia della psicanalista francese Monique Selz, analizza la «perdita di pudore» dell’uomo d’oggi, intendendo per «pudore» lo spazio privato e interiore delle proprie e delle altrui scelte, opinioni, libertà, intimità e affettività, messo a serio rischio dai nuovi media, dai social-network, dai riti e dai dogmi della nuova religione pagana del Dio-Web. Se il confine, il limite tra il mio spazio interiore e il tuo scompare, scompare sia l’«io» sia il «tu». L’identità svuotata, rivoltata, spettrale, sopprime anche la diversità e l’alterità. Ognuno è massificato, serializzato. Né uomo né cittadino. Né persona. Ma maschera senza volto. Vuota esibizione di chi può assumere tutte le maschere. Uno, nessuno, centomila. Vedi il mazzo di fiori recapitato in classe all’innamorata, o il viaggiatore in treno che parla a voce alta al cellulare. Mi mostro, dunque sono? Ma che cosa sono? Niente: pura trasparenza e omologazione.

Non ci sono facili vie d’uscita. Gallizioli passa in rassegna alcuni «scorci e prospettive di pensiero» di autori contemporanei, tra cui la via del «compromesso» ragionevole di Amos Oz, la «lotta contro il pensiero ortodossista», teocon e antilaico di Martha Nussbaum, l’«imparare a guardare con gli occhi del nemico» di David Grossmann, l’esercitarsi a criticare i dogmi e a «pensare il non-pensato», per non trasformarlo in «impensabile» di Mohammed Arkoun, e, soprattutto, l’appello a «guardare la religione con gli occhi dei bambini». I quali, come nel libro omonimo del giornalista televisivo Gualtiero Peirce, alla richiesta di disegnare Dio in un foglio bianco, rispondono: «Il Signore è grande e non si può disegnare, perché nel foglio non ci sta».

Collimano con quest’idea le tesi più «scandalose» e paradossali del pensiero teologico classico. Il credente non fondamentalista infatti dice: «Adoro, quia ignoro, credo perché ignoro» (Niccolò Cusano). Oppure: «di Dio so quel che non so, perché Egli è l’ineffabile» (Plotino). Oppure ancora: «Se lo hai compreso, Dio non è così; se invece è così, non lo hai compreso. Perché dunque vuoi parlare di ciò che non hai potuto comprendere?» (Agostino).

La migliore risposta del credente è dunque il silenzio (anche se purtroppo questi autori sulla fede non hanno poi mai smesso di parlare e pontificare). E al silenzio affida il credente Gallizioli la sua esperienza di fede. Allo studioso invece l’attraversamento dei confini delle diverse scienze umane, l’interdisciplinarità e l’interculturalità, l’audacia trasgressiva e persino eretica del ricercatore, nel tentativo di dare risposte plausibili, aperte, seppur sempre relative, discutibili e rivedibili, alle grandi questioni del nostro tempo. Come è quella del fondamentalismo.

(18 novembre 2016)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/%E2%80%9Cdio-non-e-religioso%E2%80%9D-sul-fondamentalismo/

Magie Barocche: le acrobazie virtuosistiche di Bach

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Ritorna al Festival Magie barocche, anche quest’anno un susseguirsi di splendidi e sempre vari concerti,  l’Orchestra del Festival internazionale del Val di Noto che ha eseguito ieri sera nella splendida cornice scenografica di Palazzo Biscari, tre concerti brandeburghesi di Bach (3, 5 e 6)…

Fortemente voluta dal direttore artistico Antonio Marcellino, l’orchestra (Violini: Vito Imperato, Antonio D’Amico, Aldo Ferrente, Giovanni Cavallaro, Aldo Piazzese, Rossella Mandrà, Alessio Nicosia, Salvo Domina, Giuseppe Costantino; viole: Augusto Vismara, Gaetano Adorno, Simone Paradiso, violoncello: Antonio Di Credico, Alessandro Longo, Marco Bologna; contrabbasso: Davide Galaverna; flauto: Salvatore Vella; clavicembalo: Alistair Sorley)  si è confermata ancora una volta formata da musicisti di affermata professionalità, capaci di interpretare la musica barocca con grande estro e, contemporaneamente, rigore.

Com’è ben noto Bach vivente, i Concerti Brandeburghesi  non conobbero alcun successo. Scivolati ben presto nell’oblio e riscoperti fortunosamente solo nel secolo successivo da parte di Mendelsshon, essi furono dati alle stampe esattamente cent’anni dopo la morte del compositore; ma almeno a partire da tale data la loro fama aumentò sempre più sino ai giorni nostri, tanto da venire oggi (giustamente) considerati tra i capolavori bachiani.

Ieri abbiamo assistito a un’esecuzione stringata ed energica, molto bella quella del clavicembalo, con una resa degli intrecci melodici e contrappuntistici  netti e brillanti, in omaggio al principio che la musica barocca deve essere eseguita tenendo conto di una serie di specificità tecniche ed interpretative che medino il testo scritto con la prassi di scrittura ed esecutiva dell’epoca.

In realtà Bach, con i suoi concerti, che travalicano, svecchiano e rompono ogni schema compositivo tradizionale, lancia una sfida che gli orchestrali del Festival internazionale del Val di Noto hanno recepito e vinto senza ombra di dubbio, sostenendo, per la gioia delle orecchie degli ascoltatori, un vero e proprio campionario di acrobazie virtuosistiche.

Una su tutte quella del clavicembalo del concerto 5, che con il lunghissimo assolo del primo movimento, è considerato il primo concerto per clavicembalo mai scritto.

Ne è scaturita un’interpretazione  del grande compositore come musicista dal doppio volto, uno rispettoso della disciplina e dell’ordine, l’altro ispirato al senso dell’audacia e della rivoluzione musicale.

Correttezza filologica, notevole bravura interpretativo-esecutiva e  grande affiatamento strumentale: sono questi gli ingredienti vincenti della rassegna Magie barocche che sicuramente ci riserverà ancora qualche piacevole sorpresa finale.

Silvana La Porta

Paritarie, raddoppiano i fondi per materne e disabilità / Parità revocata?

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«La parità scolastica sta diventando sempre più una realtà», sottolinea il presidente dei deputati di Area popolare, Maurizio Lupi, mentre delle «paritarie risorsa del sistema» parla il deputato del Pd, Edoardo Patriarca. Soddisfazione è, infine, espressa anche da Paola Binetti (Ap) e Simonetta Rubinato (Pd), firmatarie degli emendamenti sull’alternanza scuola-lavoro e sullo school bonus.

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Scuola. Paritarie, raddoppiano i fondi per materne e disabilità

di Paolo Ferrario – giovedì 24 novembre 2016
Gli istituti riceveranno i contributi entro il 31 ottobre e potranno partecipare ai bandi europei Pon per progetti innovativi. Cambia anche lo “school bonus”
Paritarie, raddoppiano i fondi per materne e disabilità

 

Aumentano le risorse per la scuola paritaria nella manovra 2017. Le maggiori novità riguardano il raddoppio del fondo per la disabilità (da 12 a 24 milioni), mentre viene creato un fondo per le scuole materne che passa da 25 a 50 milioni. Crescono, progressivamente, le detrazioni fiscali per le famiglie che pagano le rette. Dagli attuali 400 euro a figlio, si passa a 564 euro per il 2016, a 717 per il 2017, a 786 per il 2018 e a 800 euro per il 2019. Inoltre, le scuole avranno la certezza di ricevere il contributo statale entro il 31 ottobre di ogni anno. Cambiano anche le modalità di destinazione dello school bonus, la possibilità di destinare alle scuole erogazioni liberali ottenendo un vantaggio fiscale.

Con i cambiamenti apportati in Commissione Bilancio alla Camera, le famiglie potranno versare direttamente sul conto corrente della scuola (e non più su un conto del Miur) e sarà poi la stessa scuola a girare il 10% al Fondo perequativo per i territori svantaggiati. Infine, anche le paritarie usufruiranno della ripartizione dei fondi (100 milioni) per l’alternanza scuola-lavoro e, soprattutto, potranno partecipare direttamente ai bandi Pon dell’Unione Europea, per progetti di innovazione didattica, che prevedono risorse per 3 miliardi fino al 2020.
«Siamo soddisfatti a metà, perché ci aspettavamo di più sulle detrazioni», commenta il presidente dell’Agesc, Roberto Gontero, che comunque sottolinea la positività degli interventi messi in campo.

«Governo e maggioranza hanno dimostrato di credere nella vera parità scolastica», ricorda il sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi.

«La parità scolastica sta diventando sempre più una realtà», sottolinea il presidente dei deputati di Area popolare, Maurizio Lupi, mentre delle «paritarie risorsa del sistema» parla il deputato del Pd, Edoardo Patriarca. Soddisfazione è, infine, espressa anche da Paola Binetti (Ap) e Simonetta Rubinato (Pd), firmatarie degli emendamenti sull’alternanza scuola-lavoro e sullo school bonus.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/paritarie-raddoppiano-i-fondi-per-materne-e-disabilita

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Parità revocata? Attenti ai veri numeri

Ha fatto un certo effetto la notizia, diffusa da diversi organi di stampa, che al 9 per cento delle scuole secondarie superiori paritarie visitate dagli ispettori ministeriali è stata revocata la parità. Come spesso accade, una parte dell’opinione pubblica si è fermata ai titoli e ha fatto rimbalzare, sui social network e nei forum della stampa online, la voce che il 10 per cento delle scuole paritarie sono diplomifici. Una volta che una notizia prende una certa piega, è molto difficile riuscire a ribaltarla, soprattutto se alimentata da pregiudizio ideologico. Tuttavia, vogliamo provarci ugualmente.

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http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/11/25/SCUOLA-Parita-revocata-Attenti-ai-veri-numeri/734507/

Eduscopio. Andrea Gavosto stizzito ribatte a Silvia Ballabio

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Eduscopio.it non è mai stato pensato né presentato come LO strumento di scelta, ma come UNO degli strumenti di scelta e centinaia di migliaia di famiglie lo usano ormai da anni in questo senso. [ma non bisogna confondere gli accessi al sito come approvazione o adesione alle indicazioni]

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Scuola. I dati oggettivi? Antipatici, ma necessari: Gavosto (Eduscopio) risponde alle critiche

di Andrea Gavosto – giovedì 24 novembre 2016

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Negli scorsi giorni, l’edizione americana dell’Oxford Dictionary ha annunciato quella che per i suoi autori è la parola dell’anno 2016: post­-truth. Il termine post­-truth (che in italiano può essere reso con l’espressione “oltre la verità”) “denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica”.

Si tratta di un’intonazione del dibattito pubblico per la quale si tende progressivamente a trascurare i fatti a favore delle percezioni e di informazioni parziali, non oggettive e non verificate, delle quali le reti sociali — virtuali e non — possono essere una fonte inesauribile. Di solito, quando voglio esemplificare nell’ambito di una discussione il concetto di post­-truth faccio riferimento alle posizioni degli anti­vaccinisti che rigettano decenni di studi comprovati e periodicamente ri­verificati nell’ambito della comunità scientifica a favore di evidenze aneddotiche, teorie complottiste sulla pervasività degli interessi di big pharma, pseudo­studi scientifici condotti da persone senza alcun titolo e liberamente disponibili sul web.

Ebbene, da oggi, grazie a Silvia Ballabio e al suo articolo intitolato “Se la scelta (reale) dei genitori funziona meglio di Eduscopio” e pubblicato su questo giornale, posso fare riferimento a un caso di atteggiamento post-truth alternativo all’esempio, devo ammettere, un po’ trito degli anti­vaccinisti.

La tesi di fondo dell’articolo è che non abbiamo bisogno di dati oggettivi sulla qualità delle basi formative offerte dalle scuole secondarie di II grado italiane, basta fidarsi delle proprie percezioni, del passaparola, dell’impressione epidermica avuta agli open day e, chissà, forse anche della simpatia del/la dirigente scolastico/a (o del/la professore/ssa che esercita la funzione orientativa in ingresso). Fidiamoci di quello che ci raccontano, prendiamolo a scatola chiusa, e soprattutto fidiamoci di noi stessi, del nostro istinto e delle nostre sensazioni. Tutto andrà per il meglio, perché sono questi i parametri davvero “reali” e i genitori li conoscono, li dominano e li capiscono bene. Tutto ciò, nonostante il dilagare della “debolezza genitoriale” denunciato dalla stessa Silvia Ballabio in un altro passaggio del suo articolo. Ma, va be’, non si può avere tutto dalla vita.

Ebbene, l’ente che dirigo, la Fondazione Agnelli, collabora su base quotidiana con diverse scuole per sviluppare progetti di innovazione didattica, contrasto alla dispersione scolastica, inclusione degli allievi con disabilità. E il nostro lavoro ci porta spesso in giro per saloni dell’orientamento e open day. Quello che abbiamo visto nel corso degli anni è che a fronte di dirigenti e docenti che svolgono il proprio lavoro con scrupolo e dedizione e, tra mille difficoltà, cercano di renderne partecipi le famiglie, ve ne sono altri che hanno semplicemente imparato ad usare con particolare maestria alcuni strumenti di marketing scolastico.

Alcuni esempi. Ti faccio vedere le foto o il video di un avanzatissimo laboratorio di robotica fatto da alcuni miei studenti spacciandola come una condizione operativa costante nella mia scuola, quando invece si tratta di un’attività limitata all’ultimo anno di corso, di una sola classe, di una particolare sezione con una specifica curvatura del curricolo e realizzata grazie alla buona volontà di un docente. Oppure, ti faccio vedere i magnifici risultati raggiunti da due miei studenti alle Olimpiadi della matematica o al Certamen, lasciando intendere che la mia scuola non faccia altro che sfornare geni della matematica e della lingua latina. Ancora, ti parlo delle magnifiche e progressive sorti dei miei studenti immatricolati nei migliori atenei italiani ed esteri o assunti già prima che si diplomassero dalle imprese con cui la mia scuola ha intessuto rapporti di collaborazione strutturatissimi, senza produrre uno straccio di dato e quando va bene esibendo qualche testimonial.

Il portale eduscopio.it che indaga le performance dei diplomati all’università e sul mercato del lavoro, e che tanto fa inorridire Silvia Ballabio, altro non è che uno strumento messo a disposizione delle famiglie per ponderare queste affermazioni. Offre un riscontro oggettivo, empirico e chiaro alle affermazioni fatte dalle scuole negli open day o negli incontri con le famiglie. E lo fa basando le proprie analisi sugli esiti di tutti i diplomati e non dei 3­4 casi di eccellenza. In questo svolge una funzione “complementare” e non “sostitutiva” rispetto alle informazioni già reperibili da altri canali ufficiali (si pensi al ricchissimo sito del Miur, la Scuola in Chiaro) o in forma diretta dalle scuole stesse. Eduscopio.it non è mai stato pensato né presentato come LO strumento di scelta, ma come UNO degli strumenti di scelta e centinaia di migliaia di famiglie lo usano ormai da anni in questo senso.

Sì, perché eduscopio.it rende disponibile questa informazione in forma gratuita e a tutti. A differenza del “passaparola” che tanto piace alla Ballabio e che invece favorisce solo circoli ristretti e ceti sociali culturalmente avvantaggiati.

Certo i dati hanno un terribile difetto: sono antipatici perché permettono di misurare il grado di affidabilità delle affermazioni, delle opinioni e delle percezioni individuali. E, si sa, a fronte di qualche giusta intuizione confermata, ci sarà sempre qualche mito sfatato col quale tocca fare i conti. Ma sarebbe ingiusto pensare che Silvia Ballabio abbia maturato questa sua opinione su eduscopio.it per via di un “reality check” troppo severo.

È più probabile che il giudizio di Silvia Ballabio su eduscopio.it nasca invece da una cattiva informazione della quale è stata vittima. Altrimenti sarebbe difficile giustificare un’accusa che muove allo strumento che dovrei considerare infamante, se non fosse poco seria: quella secondo la quale in eduscopio.it vi sarebbe “assenza di trasparenza nella costruzione dei correttivi necessari per la comparabilità di percorsi universitari diversi”.

Sono sorpreso dal fatto che Silvia Ballabio, che pure si reputa attenta e avvertita, non abbia avuto modo di leggere il documento tecnico che accompagna eduscopio.it e che è reso disponibile sul portale. Riporto qui il link per sua comodità nel caso le fosse sfuggito: a pagina 10 troverà un paragrafo che s’intitola “Primo step: la standardizzazione delle misure di outcome” nel quale viene descritta passo dopo passo tutta la procedura statistica adottata per normalizzare i voti universitari. Sono 4 paginette di formule e tabelle che una lettrice attenta come la Ballabio non avrà difficoltà a scorrere. Ovviamente, se avesse qualche dubbio residuo, la invitiamo a raggiungerci in Fondazione dove ripercorreremo insieme tutta la procedura econometrica, guarderemo insieme tutti i numeri e potrà darci i giusti suggerimenti per perfezionare lo strumento fino a renderlo infallibile. Come le sue percezioni.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/11/24/SCUOLA-I-dati-oggettivi-Antipatici-ma-necessari-Gavosto-eduscopio-risponde-alle-critiche/734575/

Magie barocche: Gli augelli canori di Carlo Francesco Cesarini

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Magie barocche, la prestigiosa serie di concerti catanesi al palazzo Biscari curata dal direttore Antonio Marcellino, è proseguita nella serata del 22 novembre , con una vera e propria chicca musicale e filologica: le quattro Cantate di Carlo Francesco Cesarini, uno dei più rilevanti compositori della Roma tardo barocca, contenute nel manoscritto 2248 della Biblioteca Casanatense (Fetonte, e non ti basta, Già gli augelli canori (L’Arianna), Filli, no’l niego, io dissi (La gelosia), Oh dell’Adria reina. ) Continua a leggere

Evviva la scuola (valutata) / in Veneto hanno preso un granchio anzi una granseola

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“Finalmente, sulla base di parametri oggettivi (risultati all’università e occupazione post-diploma), abbiamo una classifica che sicuramente fa discutere, ma riduce la confusione.” [in Veneto hanno preso un granchio anzi una granseola; l’editoriale è entusiasta di Eduscopio nonostante dubbi e critiche espresse in precedenza.]

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Evviva la scuola (valutata)

Il passo in avanti

di Gigi Coplello – Il Corriere del Veneto, – 22.11.2016

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Finalmente abbiamo una classifica delle nostre scuole superiori. Ristoranti ed alberghi hanno le stelle, gli alimentari sono e non sono bio e via classificando. Nella scuola invece, e in tutto ciò che è pubblico, le classifiche sono affidate all’impressione e all’opinione, ma poi rimane tanta confusione. Finalmente, sulla base di parametri oggettivi (risultati all’università e occupazione post-diploma), abbiamo una classifica che sicuramente fa discutere, ma riduce la confusione. In prima battuta, la classifica è positiva. La media è alta. Vuol dire che la scuola superiore pubblica fa il suo lavoro. Risultato non scontato, ma è lì e i numeri lo dimostrano. In seconda battuta, qualche «vecchia gloria» vive di rendita. I migliori non sono i blasonati licei o istituti dei capoluoghi, ma quelli di provincia. Queste due considerazioni indicano che si fa e si può fare buona scuola. Ognuno al suo posto. Di lavoro. Dirigenti e insegnanti dentro la scuola. Genitori (e nonni) in famiglia e nella società. Ci sono, come già detto, risultati diversi tra scuole di città e scuole di provincia, che propongono una situazione ambientale diversa: sicuramente la città dà più stimoli ed occasioni, ma vanno «governati». Gli istituti hanno poi risultati mediamente inferiori ai licei ed anche qui emerge un evidente rinvio all’ambiente esterno alle scuole. Insomma, i «punti di partenza» sono diversi.

La scuola deve fare la sua parte. Ma anche genitori e società devono fare la loro. Senza rovesciare gli uni contro gli altri responsabilità che sono di ciascuno. Ultima considerazione: la classifica è stabilita da una fondazione privata. Dal nome prestigioso (Agnelli), ma privata. Nulla toglie alla scientificità dei numeri e della classifica. Resta da capire perché debba essere un privato a farla. La cosa ha una spiegazione: l’opposizione, sindacale ma non solo, ad ogni valutazione nella scuola. Opposizione antica. Che, in realtà, è un boomerang: toglie credito alla scuola e a chi ci lavora. Già i risultati delle prove Pisa-Invalsi avevano tolto di mezzo tante critiche nei confronti della scuola pubblica. In quel caso, le scuole venete superavano e bene le medie europee. Oggi le classifiche della Fondazione Agnelli confermano quel giudizio e aggiungono altri elementi di valutazione. Su queste basi possiamo dire qualcosa di più e di meglio sulla scuola e chi ci lavora. Difendendola da genitori che si improvvisano professori e dimenticano di essere anch’essi educatori. Da imprenditori che vorrebbero prodotti finiti anziché ragazzi intraprendenti. Come si vede, valutare fa bene. E chi si oppone va valutato: male.

http://www.gildavenezia.it/evviva-la-scuola-valutata/

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2016/22-novembre-2016/evviva-scuola-valutata-2401076743306.shtml

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Se la scelta (reale) dei genitori funziona meglio di Eduscopio

http://www.retescuole.net/senza-categoria/se-la-scelta-reale-dei-genitori-funziona-meglio-di-eduscopio

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Un “malgoritmo” per le graduatorie di Eduscopio / mini dossier

http://www.retescuole.net/rassegna-stampa/un-malgoritmo-per-le-graduatorie-di-eduscopio-mini-dossier

La valutazione dei presidi farà aumentare i promossi. Ma non per merito

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Un traguardo comune a tutte le scuole è proprio quello di ottenere una consistente  diminuzione del numero dei bocciati. Qualora ciò non avvenga, lo stipendio dei dirigenti verrà decurtato. …. c’è da aspettarsi che solo la falsificazione della realtà consentirà di aumentare le promozioni e di non tagliare i già bassi stipendi dei presidi.

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LA VALUTAZIONE DEI PRESIDI FARÀ AUMENTARE I PROMOSSI. MA NON PER MERITO

di Valerio Vagnoli – martedì 22 novembre 2016

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Da quest’anno i dirigenti delle scuole saranno sottoposti a una verifica annuale del loro operato. Ognuno di loro ha già presentato agli uffici scolastici provinciali un documento di autovalutazione in cui si elencano le iniziative destinate a migliorare la qualità dell’offerta formativa e di conseguenza l’aumento dei “successi scolastici”.

In  base a questo, a ciascun dirigente è stato consegnato un piano, elaborato da una Commissione di ispettori e di docenti distaccati presso gli uffici periferici del Ministero, in cui si indicano quali aspetti debbano essere migliorati all’interno di ciascun Istituto. Un traguardo comune a tutte le scuole è proprio quello di ottenere una consistente  diminuzione del numero dei bocciati. Qualora ciò non avvenga, lo stipendio dei dirigenti verrà decurtato.

Uno stipendio, com’è noto, già scandalosamente basso rispetto a responsabilità e  carichi di lavoro sconosciuti a tutti gli altri dirigenti statali, che tuttavia hanno stipendi assai più generosi. C’è quindi da aspettarsi  senz’altro un vistoso aumento dei promossi, che  probabilmente avverrà, visti gli interessi in gioco, indipendentemente dalle strategie messe in atto per raggiungerlo e da un effettivo progresso negli apprendimenti.

Che la scuola italiana sia nel complesso propensa a una seria valutazione del merito pochi lo credono; e le bocciature, dalle percentuali effettivamente drammatiche soprattutto nelle scuole professionali, sono in gran parte dovute, piuttosto che a un’eccessiva severità dei docenti, a un sistema scolastico che da decenni non risponde alle reali esigenze formative degli studenti. Valga quale esempio il numero esagerato, e privo di qualsiasi logica pedagogica, delle materie nei tecnici e nei professionali. Entrambi questi indirizzi risultano infatti, da decenni, del tutto snaturati rispetto alle loro finalità e alle reali vocazioni di chi li sceglie.

Ma tornando al raggiungimento degli obiettivi che il ministero propone, vale la pena di ricordare come i successi o gli insuccessi scolastici siano innanzitutto determinati dalla qualità dei docenti e in primo luogo, ovviamente,  dalla loro presenza o meno a scuola. Invece, a oltre due mesi dall’inizio dell’anno scolastico, intere classi non hanno ancora conosciuto molti dei loro insegnanti (quelli che ora piano piano stanno arrivando perché finalmente chiamati direttamente dalle scuole, sono  peraltro precari e forse ancora destinati a essere rimossi); e di tutto ciò non sappiamo affatto di chi sia la responsabilità.

Gli addetti ai lavori sanno quanto sia determinante, ai fini dei risultati finali degli allievi, improntare fin dai primi di giorni il lavoro scolastico alla serietà e alla buona organizzazione. Per i ragazzi, infatti,  gli insegnanti sono dei punti di riferimento fondamentali sia sul piano dei contenuti e della metodologia che su quello comportamentale. Ma molti professori, come abbiamo visto, ancora mancano.

Ben venga la valutazione dei dirigenti, ma sarà possibile valutare e  magari anche conoscere i nomi di  coloro che hanno la responsabilità di questo disastroso inizio di anno scolastico? Un disastro che a memoria del sottoscritto non ha assolutamente dei precedenti.

Di fronte a questa situazione molti ragazzi, soprattutto delle prime classi, si stanno già “perdendo” e alla fine  c’è da aspettarsi che solo la falsificazione della realtà consentirà di aumentare le promozioni e di non tagliare i già bassi stipendi dei presidi.

Valerio Vagnoli

(“Corriere Fiorentino”)

http://gruppodifirenze.blogspot.it/2016/11/la-valutazione-dei-presidi-fara.html

Dispersione scolastica: in Sicilia aumentano i ragazzi che abbandonano la scuola

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Dall’analisi condotta da Save the children appare chiaro il collegamento tra mancata istruzione e povertà; un minore su due infatti (40,7%) si trova in una condizione di povertà relativa, a fronte di una media nazionale del 20,2%. Un bambino su 5 in Sicilia non ha gli spazi necessari a casa per fare i compiti, e non può permettersi di praticare sport o partecipare ad altre attività formative; a questo proposito infatti risulta che 3 ragazzi su 4, sempre tra i 6 e 17 anni non hanno mai visitato musei e monumenti, mentre più di 4 su 5 non hanno mai partecipato ad un concerto.

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Dispersione scolastica: in Sicilia aumentano i ragazzi che abbandonano la scuola

Può essere esagerato parlare di analfabetismo di ritorno, ma sono sicuramente allarmanti gli ultimi dati rilasciati da Save the children e  che conferiscono alla Sicilia un triste primato.

Un giovane su 4 di età compresa tra i 18 e i 24 anni infatti interrompe gli studi alle scuole medie inferiori, pari a una percentuale del 24,3%, ben al di sopra della media nazionale che si attesta al 14,7%. A questo si aggiunge il fatto che un siciliano quindicenne su 3 non raggiunge le conoscenze minime in matematica e lettura e più di un ragazzo di età compresa tra i 6 e i 17 anni su due non legge neanche un libro all’anno. 

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Dall’analisi condotta da Save the children appare chiaro il collegamento tra mancata istruzione e povertà; un minore su due infatti (40,7%) si trova in una condizione di povertà relativa, a fronte di una media nazionale del 20,2%. Un bambino su 5 in Sicilia non ha gli spazi necessari a casa per fare i compiti, e non può permettersi di praticare sport o partecipare ad altre attività formative; a questo proposito infatti risulta che 3 ragazzi su 4, sempre tra i 6 e 17 anni non hanno mai visitato musei e monumenti, mentre più di 4 su 5 non hanno mai partecipato ad un concerto.

Una soluzione, potrebbe essere quella di ricorrere al tempo pieno nelle scuole, in modo da offrire maggiori occasioni formative; in Italia il tempo pieno nelle scuole è già presente, in Lombardia si parla di una percentuale del 48% mentre in Sicilia solo l’8% delle scuole primarie ricorre al tempo pieno.

http://catania.liveuniversity.it/2016/11/21/scuola-dispersione-scolastica-in-sicilia-aumentano-i-ragazzi-che-abbandonano-la-scuola/

 

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Dispersione Scolastica

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Via l’Invalsi da tutti gli esami

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Il diploma finale recherà i risultati prove d’esame, i voti d’ammissione ed eventuali lacune riscontrate in sede di scrutinio per l’ammissione e gli esiti prove Invalsi Al diploma sarà allegato un documento con gli esiti prove Invalsi (in alternativa alla scelta di inserimento nel diploma), l’esito di eventuali percorsi opzionali, certificati di competenze rilasciati da aziende o enti in cui si è svolta l’alternanza scuola–lavoro) e altre certificazioni esterne conseguite dallo studente.

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Via l’Invalsi da tutti gli esami

E meno peso ai voti riportati nel corso degli anni

di Carlo F0rte – ItaliaOggi – 22 novembre 2016

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Dal prossimo anno le prove Invalsi non avranno valore ai fini degli esami di licenza media e di maturità e sarà dato minor valore ai voti riportati nel corso degli anni. Sono queste alcune delle novità più importanti dei nuovi esami conclusivo del I e del II ciclo. Le modifiche saranno introdotte dal governo tramite un decreto legislativo che sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale intorno al 15 gennaio prossimi. Il provvedimento sarà adottato in attuazione di una delega contenuta nella legge 107/2015. E il ministero dell’istruzione ha informato i sindacati sulle novità in un contro che si è tenuto il 16 novembre scorso nella sede del dicastero guidato da Stefania Giannini. Ecco qualche dettaglio in più.

Esame nel primo ciclo

Le prove Invalsi non faranno più parte delle prove di esame, ma saranno comunque somministrate a fini statistici e costituiranno requisito di accesso per l’esame. I test saranno effettuati prima del termine dell’anno scolastico e verteranno su tre materie: italiano, matematica e inglese. Il punteggio conseguito sarà inserito nell’attestazione delle competenze.Le prove scritte e il colloquio rimarranno sostanzialmente identici, ma saranno collegate al profilo finale previsto dalle indicazioni nazionali. Il presidente della commissione sarà lo stesso dirigente scolastico preposto all’istituzione scolastica sede di esame. L’esito finale dell’esame sarà deliberato dalla commissione mediante l’attribuzione di una lettera da A ad E sulla base di criteri di correzione e linee guida nazionali. In pratica, le lettere sostituiranno i vecchi indicatori pre-riforma: ottimo, distinto, buono, sufficiente, mediocre e scarso. La media dei voti del secondo quadrimestre non avrà più valore ai fini del voto finale dell’esame.

Ammissione agli esami

Lo svolgimento delle attività di alternanza scuola-lavoro sarà requisito di ammissione all’esame e, in ogni caso, per essere ammesso agli esami, l’alunno dovrà avere almeno la media del 6. La partecipazione alle prove Invalsi sarà necessaria per essere ammessi, ma non farà parte dell’esame e non avrà valore per il voto finale. Le prove Invalsi saranno a carattere nazionale, di italiano, matematica e inglese. La prova sulla comprensione e uso della lingua inglese attesterà i livelli di apprendimento in coerenza con il quadro comune europeo di riferimento per le lingue.

Credito e punteggio finale

Il credito scolastico relativo al percorso di studi inciderà fino a un massimo di 40 punti (12 per il terzo anno, 13 per il quarto anno, 15 per il quinto anno). Le 2 prove di esame fino a 20 punti ciascuna e il colloquio fino a 20 punti.

Commissione

La commissione continuerà ad essere costituita secondo le norme attuali, che non hanno subito alcuna modifica a seguito dell’avvento della legge 107/2015.

Prove di esame

La prima prova scritta nazionale accerterà la padronanza della lingua italiana. La seconda prova scritta nazionale verterà su una delle discipline caratterizzanti l’indirizzo di studi (per gli istituti professionali una parte della seconda prova sarà predisposta dalla commissione in coerenza con l’offerta formativa della scuola). Infine, il colloquio servirà ad accertare il conseguimento delle competenze relative al profilo dello studente e la capacità argomentativa e critica del candidato a partire da un testo o da un documento scelto tra le proposte elaborate dalla commissione e comprenderà l’esposizione delle attività svolte in alternanza.

I documenti finali

Il diploma finale recherà i risultati prove d’esame, i voti d’ammissione ed eventuali lacune riscontrate in sede di scrutinio per l’ammissione e gli esiti prove Invalsi Al diploma sarà allegato un documento con gli esiti prove Invalsi (in alternativa alla scelta di inserimento nel diploma), l’esito di eventuali percorsi opzionali, certificati di competenze rilasciati da aziende o enti in cui si è svolta l’alternanza scuola–lavoro) e altre certificazioni esterne conseguite dallo studente

http://www.italiaoggi.it/giornali/preview_giornali.asp?id=2133622&codiciTestate=1&sez=professionisti&titolo=Via%20l%27Invalsi%20da%20tutti%20gli%20esami

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/via-l-invalsi-da-tutti-gli-esami.flc

false promesse di Renzi, promesse da ‘referendum’

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Occhio, soprattutto, che non siano promesse da ‘referendum’ che, dopo il 4 dicembre, indipendentemente dall’esito della consultazione popolare sulla riforma costituzionale, potranno letteralmente volatilizzarsi… #Matteo Renzi

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Chimienti, “false promesse di Renzi su assunzione 200 mila precari”

di redazione – 18 novembre 2016 – 9:09

La Parlamentare cinquestellata Silvia Chimienti interviene sulle dichiarazioni del Primo Ministro Renzi che ha promesso tutele per i docenti precari delle graduatorie d’istituto.

“I  200mila precari vanno assunti, non puoi azzerare e fare un nuovo concorso”, queste le promesse del Premier in occasione del suo tour pro referendum.

“Falsa marchetta”, commenta Silvia Chimienti sul suo sito web, lanciata in occasione del referendum “quando – scrive – ancora non si sono concluse le procedure del concorso più vergognoso della storia, quello che ha costretto decine di migliaia di docenti abilitati e specializzati ancora una volta gli uni contro gli altri.”

Concorso che, continua, ” ha bocciato metà dei candidati e non ha assunto metà dei vincitori perché i posti erano magicamente scomparsi”.

Il post della Chimienti si conclude con un appello ai docenti precari di “non lasciarsi ingannare” e che il Premier, “mai come in questi giorni è disposto a qualsiasi bugia e promessa pur di raccattare qualche voto.”

http://www.orizzontescuola.it/chimienti-false-promesse-di-renzi-su-assunzione-200-mila-precari/

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Mobilità docenti ultime notizie: Renzi, promesse da ‘referendum’?

Naturalmente, c’è molta attesa di vedere cosa accadrà con la deroga al vincolo triennale di permanenza sulla provincia di assunzione, viste le dichiarazioni poco rassicuranti rilasciate nelle ultime ore dal ministro Stefania Giannini. Occhio, dunque, alle promesse del Presidente Renzi, visto che molti neoassunti dalla Buona Scuola stanno persino rimpiangendo la loro ‘precedente vita da precari’. Occhio, soprattutto, che non siano promesse da ‘referendum’ che, dopo il 4 dicembre, indipendentemente dall’esito della consultazione popolare sulla riforma costituzionale, potranno letteralmente volatilizzarsi… #Matteo Renzi

http://it.blastingnews.com/lavoro/2016/11/scuola-mobilita-docenti-2017-ultime-notizie-renzi-a-gennaio-dl-ad-hoc-001271169.html

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Mobilità. I nastrini rossi consegnano una lettera al premier Renzi

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“Più volte – scrivono i nastrini rossi nella lettera a Renzi – Lei stesso ha ammesso che le buone intenzioni della Buona Scuola si sono tradotte per alcuni aspetti in pratiche non propriamente “buone”. Una di queste è stata la mobilità obbligatoria: siamo andati a coprire posti esistenti nelle regioni del Nord provocando vasti “vuoti” negli organici necessari al Centro-sud e siamo ora tornati per gran parte a coprire provvisoriamente i posti che comunque esistono e sono necessari nei nostri territori. Lei sa benissimo – continuano – che i posti dell’organico di diritto e di potenziamento che formano l’organico dell’autonomia delle scuole non sono sufficienti all’ordinario espletamento delle attività negli istituti. E del tutto inadeguati i contingenti dei docenti di sostegno che annualmente devono fare i conti con nuove certificazioni che richiedono la presenza del docente specializzato. Dalle notizie apparse sui media, in ultimo proprio le dichiarazioni rilasciate dal direttore generale dell’Usr pugliese, Anna Cammalleri al Tgr Puglia del 16 novembre scorso, emergono l’urgenza di coprire tali cattedre oggi completamente scoperte con grave danno ai ragazzi disabili ed agli istituti scolastici che li ospitano. Ciò dimostra ancora una volta che la richiesta di docenti in Puglia e nel Sud è tale a tal punto da permettere il rientro nelle nostre Regioni. Obbligarci al trasferimento per coprire i posti dell’organico di diritto, sa benissimo, che ha provocato vasti “vuoti” negli organici delle nostre scuole e nelle nostre vite”. Ora attendiamo “con l’avvio dei lavori parlamentari nelle varie commissioni, un cambiamento di rotta in grado di rispondere, convintamente, alle richieste di giustizia di noi docenti della buona scuola”.

Sul blog https://nastrinirossidocenti.wordpress.com/ , luogo virtuale, sono presenti testimonianze personali che raccontano la precarietà di vita in cui sono piombati i docenti di ruolo del meridione. Storie che saranno raccontate incessantemente sino a quando non saranno accolte le richieste di rientro dei docenti dei nastrini rossi.

18 novembre 2016 – 21:18 – redazione

http://www.orizzontescuola.it/mobilita-i-nastrini-rossi-consegnano-una-lettera-al-premier-renzi/

 

Diciotto supplenti in undici mesi “Così i nostri figli non sanno contare”

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Roma, all’elementare Ferrini non si riesce a trovare una maestra di matematica E nelle ore di buco i bimbi finiscono anche nei corridoi

Diciotto supplenti in undici mesi “Così i nostri figli non sanno contare”

di Corrado Zunino – la Repubblica – 18 novembre 2016 – pag. 22

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Gli scolari della Seconda B della scuola elementare Contardo Ferrini — Roma Nomentana, media borghesia, ventinove classi — l’anno scorso, dopo dodici supplenti di matematica cambiate ogni dieci giorni, erano arrivati a contare fino a 50. Non oltre, e nient’altro. Quest’anno la Terza B — li hanno promossi tutti, visto che le lacune contabili dipendevano dal sistema e non dai discenti — con l’aiuto della maestra d’italiano si sono spinti fino a 100 provando a osare le prime addizioni,senza riporto. Esercizi alla lavagna a singhiozzo, apprendi e disapprendi, riparti e fermati, visto che le supplenze, i tamponamenti, le apparizioni di docenti temporanei o potenziati — nei primi due mesi di scuola — sono già state sei. E sei le sparizioni. Diciotto insegnanti su undici mesi in due stagioni scolastiche, ecco. La terribile supplentite italiana, peggiorata in questa fase di conflittuale messa a punto della Buona scuola, alla Contardo Ferrini di Roma è diventata una patologia cronica e profonda. Da estirpare in fretta se non si vuole regalare alle scuole medie un altro gruppo di preadolescenti in catastrofico ritardo sulle scienze matematiche, vulnus storico della didattica italiana.

Il racconto di una quotidianità di assenze in classe per bimbi di otto anni scarsi — ci sono 10-12 ore a settimana tra matematica, scienze e informatica — è affidato a una madre, Manuela Magliocchetti, astrofisica preoccupata. «Assistiamo impotenti a un turn over di insegnanti forsennato e a uno smistamento continuo dei nostri figli in altre aule», spiega. «In classe, a inizio anno, si è presentata una supplente ed è durata quattro giorni, quindi un’altra supplente, maestra Stefania, e sono altri quattro giorni. Arrivano anche gli aventi diritto, quelli che potrebbero tenersi la cattedra a vita, ma, non so perché, da noi firmano e restano quattro giorni. Alcuni dicono che intorno alla scuola non si trova parcheggio. Poi di nuovo una supplente poco incline a fermarsi e ancora Stefania, intenzionata a restare fino a fine anno. Neppure lei andava bene: contro la sua volontà è stata scalzata da una supplente già in servizio alla Ferrini con un punteggio più alto». Ha il punteggio alto, ma in Terza B non si presenta. Va subito in malattia, e ci resta venti giorni. “Frattura al braccio”, la diagnosi. «Si è fatta male a scuola, potrebbe chiedere i danni», fa sapere la dirigente scolastica, Marina Esterini, arrivata lo scorso settembre. In quei venti giorni per i bambini della 3B c’è il “baby sitting” del maestro di turno preso da altre classi. Venerdì scorso i maschietti vengono divisi per aule e messi seduti in fondo a vedere, a “loop”, i video del rap “Andiamo a comandare”. Femminucce, “che tanto sono buone”, nei corridoi. “Da sole, senza bidello, che sono sotto organico”.

La speciale assenza, speciale e reiterata, della Contardo Ferrini ha un vizio di origine. Un’insegnante di 49 anni, nata a Pistoia, in cattedra a Treviso per la prima volta nel 2001 e che dal settembre 2009 ha ottenuto l’assegnazione alla scuola romana e dall’anno successivo ha alternato aspettative a malattie. “Motivi di lavoro, personali e di studio”. Ha avuto, l’insegnante di primaria, assegnazioni in altri istituti di Roma e a Foggia, ma non ha mai lasciato il ruolo alla Ferrini e negli ultimi cinque anni ha insegnato davvero poco. “Coniuge in servizio all’estero”, legge 26/80 poi aggiornata dalla 333/85. “Tutto a rigor di legge”, spiegano fonti del ministero dell’Istruzione, “ma l’utilizzo di massa di queste forme di aspettativa, e delle assegnazioni provvisorie, sta mettendo in difficoltà la scuola italiana”. L’Ufficio scolastico del Lazio fa sapere che molte docenti campane, calabresi e siciliane prendono la cattedra a Roma e chiedono subito l’assegnazione provvisoria vicino a casa. Dice il direttore generale Gildo De Angelis: «Quest’anno solo per le elementari 750 insegnanti hanno ottenuto la possibilità di rientrare a stagione iniziata. Su Roma avevamo coperto tutti i ruoli, dobbiamo ripartire da capo». I bimbi della Terza B l’hanno scorso avevano maturato un’instabilità matematica e pure emotiva. «Ho ascoltato io», è sempre la madre Manuela, «un bambino fermare una supplente e dirle: ti prego, dicci che sei te finalmente la nuova maestra». Ora la preside promette che martedì prossimo si insedierà la supplente definitiva, forse quella con il braccio rotto.

http://www.corriereuniv.it/cms/wp-content/uploads/2016/11/tiffpilot.exe-24.pdf

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/diciotto-supplenti-in-undici-mesi-cosi-i-nostri-figli-non-sanno-contare.flc