20 anni di autonomia: svuotata la dignità dell’insegnante / ma ai presidi non basta / mini dossier

Il dato comune alle riforme degli ultimi 20 anni è il progressivo slittamento della scuola da un modello pubblicistico, universale, democratico e costituzionale a un modello privatistico e aziendale, funzionale a un nuovo assetto sociale che punta sull’individuo inteso non più come cittadino consapevole e partecipativo, ma come lavoratore e consumatore il più possibile passivo e impegnato in una lotta per la sopravvivenza lavorativa e sociale. Non è un caso che con l’autonomia nasca il mitico concetto di “utenza”, e la scuola da organo costituzionale viene ridotta a semplice erogatrice di servizi che deve intercettare il consenso di coloro che di tali servizi saranno fruitori.

Risultati immagini per organigramma scuola

Esempio di organigramma scolastico buro-gerarchico (a-didattico)

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20 anni di autonomia scolastica: svuotata la dignità lavorativa e sociale dell’insegnante. Una riflessione

di Marco Cerase – 23 febbraio 2018

Ieri 22/2/2018 si è svolto il seminario dal titolo “20 anni di autonomia scolastica” organizzato dal Comitato Nazionale per la scuola della Repubblica.

E’ stato un seminario di notevole interesse e di altissimo valore scientifico e culturale, nel quale  sono state analizzate le trasformazioni che hanno portato dai decreti delegati del 1978, massima espressione normativa del fermento politico e culturale della scuola degli anni ’70 a favore di una scuola democratica e costituzionale, fino alla legge 107.

In particolare gli ultimi 20 anni sono stati caratterizzati da una serie di riforme terribilmente coerenti, dall’introduzione dell’autonomia scolastica ad opera di Bassanini e Berlinguer, passando per le riforme Moratti e Gelmini fino alla cosiddetta “Buona Scuola”.

Il dato comune alle riforme degli ultimi 20 anni è il progressivo slittamento della scuola da un modello pubblicistico, universale, democratico e costituzionale a un modello privatistico e aziendale, funzionale a un nuovo assetto sociale che punta sull’individuo inteso non più come cittadino consapevole e partecipativo, ma come lavoratore e consumatore il più possibile passivo e impegnato in una lotta per la sopravvivenza lavorativa e sociale. Non è un caso che con l’autonomia nasca il mitico concetto di “utenza”, e la scuola da organo costituzionale viene ridotta a semplice erogatrice di servizi che deve intercettare il consenso di coloro che di tali servizi saranno fruitori.

Nel mirino di tutte le riforme c’è sempre stato il sapere critico, la cultura intesa in senso lato, la conoscenza, la paideia; l’obiettivo è quello di ridurre sempre di più le conoscenze, considerate roba vecchia, polverosa e anche un po’ sovversiva, e di sostituirlo con le competenze, in un’ottica liberomercatista che le istituzioni europee non si stancano di imporre ai sistemi educativi delle singole nazioni.

Lo studente a scuola non deve più formarsi come cittadino, ma come lavoratore, preferibilmente nell’accezione di imprenditore di sé stesso; la scuola invece di fornirgli quegli strumenti critici che potrebbero metterlo in grado di comprendere la propria situazione e agire pubblicamente per trasformarla, strumenti che gli vengono negati, è chiamata a formarlo come lavoratore e individuo atomizzato, in un’inversione a 180° del ruolo che, per secoli, ha avuto l’educazione. Questo obiettivo dichiaratamente politico ed ideologico ha generato la fioritura di una vasta letteratura sulle mitiche “competenze”, che nessuno è finora mai riuscito a definire in maniera scientifica e univoca, e, coerentemente, di un’altrettanto vasta letteratura pedagogica di stampo cognitivista e costruttivista; i rivoli di questa accozzaglia di insensatezze ci giungono quotidianamente nelle nostre scuole attraverso le mille circolari e norme ministeriali, attraverso i corsi di formazione dell’Indire, con il loro insopportabile risvolto totalitario e confessionale, attraverso l’obbligatorietà dei famosi 24cfu, che garantiscono sull’esposizione di ogni singolo docente all’ortodossia del verbo cognitivista, attraverso le leggi nazionali come il decreto delegato 62 sulla valutazione , attraverso l’opera instancabile di nostri colleghi che si propongono come zelanti sacerdoti del Credo e che collaborano con i dirigenti nell’imporci l’ultimo ritrovato metodologico, le griglie e le grigliette, le prove comuni, persino il linguaggio vuoto, rituale, carico di gergalismi, di sigle incomprensibili, di ambigue definizioni anglofone.

In tutto ciò, oltre alla dignità dello studente, quella che è stata più compressa è la liberta dell’insegnante, quella libertà così chiaramente esplicitata nell’articolo 33 della costituzione. La libertà, come diceva Gaber, non è fare come si vuole, ma è libertà di partecipare, motivo per il quale nel 1978 furono istituiti gli organi collegiali; i poteri degli organi collegiali sono stati via via defraudati, a vantaggio soprattutto dei dirigenti.

Contemporaneamente è stata svuotata la dignità lavorativa e sociale dell’insegnante, trasformato in un travet subordinato al dirigente, costretto a una mole impressionante di adempimenti burocratici, privato del tempo e degli spazi della libera riflessione e del libero aggiornamento e obbligato invece ad una formazione coatta e ideologicamente orientata nella direzione gradita al ministero; un docente sempre più assoggettato e sempre più decentrato rispetto al suo compito istituzionale, quello dell’insegnamento nelle classi, quella felicità di insegnare bollata dagli ideologi delle controriforme come “spontaneismo soggettivistico” da conculcare.

In tutto ciò quello che davvero sorprende è stata la debolezza della reazione degli insegnanti, ancora forte nei primi anni 2000, tanto da costringere alle dimissioni Berlinguer, che con il concorsone voleva introdurre premi di carriera per i professori “buoni” e allineati, e a rendere di fatto lettera morta la riforma Moratti, inducendo il successivo ministro Fioroni a smontarla pazientemente con il suo famoso cacciavite. La resistenza degli insegnanti si è via via fiaccata nel corso degli anni (con forti complicità dei sindacati, c’è da dire) tanto che nulla ha potuto contro quel colpo di mano istituzionale e culturale che è stata la legge 107 e i suoi decreti delegati.

Oggi più che mai c’è invece bisogno di una rinnovata consapevolezza degli insegnanti riguardo al loro ruolo nella scuola e nella società, di un orgoglio che li aiuti a resistere a tutte le controriforme imposte negli spazi di partecipazione che ancora conservano ma che, se non esercitati, rischiano di rimanere pura formalità, come ben sappiamo dai nostri collegi docenti e consigli d’istituto.

Particolarmente interessanti l’intervento appassionato di Anna Angelucci e quelli di Anna Millan Gasca, Rossella Latempa, Giovanni Carosotti e Corrado Mauceri.

Allego alcuni link di riferimento per chi fosse interessato ad approfondire:

APPELLO PER LA SCUOLA PUBBLICA  https://sites.google. com/site/ appelloperlascuolapubblica/ 
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA SCUOLA DELLA REPUBBLICA  https://www.comune. bologna.it/…/coscost/assnaz/ index.htm

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Nella scuola ci sono solo insegnanti, amministrativi, ausiliari e il dirigente. Non ci sono esperti legali, esperti del lavoro, esperti di diritto commerciale, nonostante tutte le responsabilità delle altre amministrazioni, che invece possono contare su quei supporti. Tutte le responsabilità sono in capo al dirigente scolastico che “nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti, ed è coadiuvato dal responsabile amministrativo, che sovrintende, con autonomia operativa, nell’ambito delle direttive di massima impartite e degli obiettivi assegnati, ai servizi amministrativi e ai servizi generali dell’istituzione scolastica, coordinando il relativo personale” (art. 25, comma 5, D.Lgs 165/2001).
[Bugiardino. I circa 8.000 presidi rivendicano uno staff di almeno 3 persone: in totale 24.000 figure di middle-management! Tanto per cominciare.]
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Scuola. Modello vecchio e inefficienza capillare: senza autonomia sta morendo
Organizzazione totalmente inadeguata e gestione del personale docente sono i due grandi nervi scoperti della scuola. Gli stessi che la stanno rottamando.
di Giuseppe Santoli – 17 marzo 2018

Scuola (LaPresse)Scuola (LaPresse)

Il vecchio modello di scuola costruito su un’offerta formativa unica ed uguale per tutti è ormai inadeguato e superato rispetto alla pluralità e varietà della domanda formativa ed educativa della società attuale. La scuola ha la necessità di stare al passo coi tempi. Deve sempre più poter avere personale altamente qualificato, soprattutto dal punto di vista educativo e pedagogico. Ma, soprattutto deve essere capace di  trasformarsi in una struttura organizzativa complessa, dove possano incrociarsi competenze e professionalità fra di loro differenti e complementari.

Due grandi nervi scoperti. Il reclutamento del personale avviene ancora sulla base di graduatorie ad esaurimento per titoli culturali e di servizio; le scuole non hanno nessun ruolo e competenza nella formazione specifica per l’insegnamento, che risulta delegata all’università, ma soprattutto le scuole non hanno alcuna possibilità di poter scegliere il personale docente. Sono sotto gli occhi di tutti le storture della maxi stabilizzazione dei precari per effetto della legge 107/2015.

Per quanto riguarda, invece, l’assetto organizzativo alle istituzioni scolastiche è riconosciuta l’autonomia nelle sue più ampie dimensioni: didattica, organizzativa, funzionale, di ricerca e sperimentazione, finanziaria e negoziale. Tuttavia, l’autonomia nelle scuole non è decollata e resta ancora da costruire. La riforma costituzionale del 2001 in merito alle diverse competenze di Stato, Regioni ed Enti locali, sul sistema di istruzione non ha avuto alcun seguito sul piano della legislazione ordinaria, ed imperversa ancora il centralismo burocratico/ministeriale. Sembra quasi che l’inciso “fatta salva l’autonomia”, contenuto nella Costituzione, abbia davvero fatto sedimentare nella coscienza amministrativa la “cultura dell’inciso” da cui sono derivate molte negatività che hanno sbarrato il passo all’autonomia: invece di fare leggi di sostegno e di sviluppo dell’autonomia, gli attori istituzionali si sono precipitati a mettere i paletti delle loro competenze e dei loro poteri.

E così l’autonomia scolastica è rimasta una petizione di principio senza alcuna definizione dell’assetto giuridico e organizzativo dell’istituzione-scuola. Ma c’è di più: la scuola, in ragione della sua complessità, è un’amministrazione a vocazione orizzontale, è interessata da qualunque innovazione normativa venga introdotta. Le altre amministrazioni, invece, presidiando settori specifici, sono a vocazione verticale ed hanno a che fare solo con la normativa che interessa quel settore. Ne consegue, in via generale, che tutte le responsabilità della scuola sono condivise con gli altri settori amministrativi, con la differenza sostanziale che mentre i dirigenti degli altri settori ne presidiano solo alcune, la dirigenza scolastica deve fronteggiarle tutte, o quasi. Del resto ogni altra amministrazione costruisce il proprio organico e assume il personale in funzione dei compiti che deve svolgere. Dispone quindi di una tecnostruttura di supporto alla decisione e alla gestione in grado di affrontare quei compiti.

Nella scuola ci sono solo insegnanti, amministrativi, ausiliari e il dirigente. Non ci sono esperti legali, esperti del lavoro, esperti di diritto commerciale, nonostante tutte le responsabilità delle altre amministrazioni, che invece possono contare su quei supporti. Tutte le responsabilità sono in capo al dirigente scolastico che “nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti, ed è coadiuvato dal responsabile amministrativo, che sovrintende, con autonomia operativa, nell’ambito delle direttive di massima impartite e degli obiettivi assegnati, ai servizi amministrativi e ai servizi generali dell’istituzione scolastica, coordinando il relativo personale” (art. 25, comma 5, D.Lgs 165/2001).

Non esiste per questi docenti collaboratori alcun riconoscimento giuridico e la loro retribuzione (qualche migliaio di euro/anno) è determinata dalla contrattazione decentrata d’istituto. Trattasi quindi di funzioni prive di stato giuridico e caratterizzate dalla precarietà della nomina e dalla volontarietà dei soggetti individuati.

Infine, per la realizzazione del piano dell’offerta formativa possono essere previste ulteriori “funzioni precarie”: le funzioni strumentali che sono identificate con delibera del collegio dei docenti. Anche il compenso delle funzioni strumentali è definito dalla contrattazione d’istituto. Ma, attenzione: il ruolo di collaboratore del dirigente non è cumulabile con quello di funzione strumentale, almeno dal punto di vista economico.

A mio parere l’organizzazione della scuola così com’è non può funzionare. E’ necessario superare le criticità e i bizantinismi che ho sinteticamente rappresentato e avviare la scuola verso forme più adeguate di gestione efficace ed efficiente di tutto il sistema nella sua complessità. Quindi bisogna riconoscere e dare, finalmente valore e significato autentico all’autonomia delle istituzioni scolastiche. Solo se le scuole saranno completamente autonome e potranno disporre di risorse e strumenti adeguati potranno svolgere le loro funzioni, assumendo in pieno la responsabilità dei risultati conseguiti in termini di rendicontazione sociale.

(1 – continua)

►http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2018/3/17/SCUOLA-Modello-vecchio-e-inefficienza-capillare-senza-autonomia-sta-morendo/811906/

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Per MEGLIO “Capire la protesta dei presidi” ovvero l’altra faccia della medaglia

Alcuni link relativi  all’articolo – buono ma lacunoso riguardo alla cronistoria degli aspetti sindacali – “Capire la protesta dei presidi” di Francesco Rocchi, 2 giugno 2017)

di Vincenzo Pascuzzi, Aetnascuola.it, 2.6.2017

 

1) il personale della Vera Scuola protestò in massa e scioperò in massa. Era il 5 maggio 2015. Ma i dirigenti rimasero in silenzio. Con le bocche ermeticamente chiuse dai “tappi della speranza”: la speranza di vedersi equiparati ai dirigenti della PA; la speranza di vedere riconosciuto un trattamento retributivo che fosse consono al loro ruolo; la speranza di non dover sottostare alle numerose vessazioni burocratiche; la speranza di poter autonomamente scegliere il personale senza dover attingere da regolari graduatorie; la speranza di poter avere la collaborazione di un intero staff presidenziale; la speranza di poter avere la governance completa sull’istituto diretto.

(v. “Tutti i tappi del dirigente” di Bianca Maria Cartella, 30 maggio 2017)

 

2) Intanto i presidi, ora dirigenti scolastici, protestano, rivendicano la “perequazione” retributiva (cioè il raddoppio dello stipendio, qualcosa come + 480 mln di euro in totale per 8.000 DS), sono scesi in agitazione felpata dall’inizio di aprile, ma hanno in programma lo sciopero della fame (?), l’assedio al Miur (25 maggio), il rifiuto delle  reggenze (se lamentano di lavorare 12-13 ore al giorno, come fanno a gestire due scuole??!!).

(v. “Galli della Loggia e il tabù della bocciatura da infrangere/2” di Vincenzo Pascuzzi, 16 Maggio 2017)

3) L’ANP è “il sindacato che più aveva appoggiato la legge 107” rivela o conferma il preside, o DS, Stefano Stefanel nell’articolo “Dirigenti o dipendenti” del 19 aprile 2017.

(v. “Il finto sciopero dei ds dell’Anp” di Vincenzo Pascuzzi, 1 Maggio 2017)

4) ANP aveva salutato con favore la breve stagione riformatrice che ha prodotto nel settembre 2014 il documento “La Buona Scuola” e nel luglio 2015 la legge 107, malgrado alcuni evidenti limiti, nella convinzione che il decisore politico volesse “cambiare verso” al sistema scolastico, rimettendolo al servizio del Paese, della sua crescita, delle speranze delle nuove generazioni.

(v. Documento d’indirizzo del Consiglio Nazionale ANP, 2 aprile 2017)

5) I poteri aggiuntivi che la riforma Renzi-Giannini assegnerebbe ai presidi? “Sono leve gestionali indispensabili per farla funzionare”. A dirlo è Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi. Intervistato dall’Ansa, il leader del primo sindacato per dirigenti della scuola spiega che un intervento sul fronte dei dirigenti scolastici e dell’autonomia era “necessario”.

(v. “La riforma porta troppo potere ai presidi? Macché, ci voleva!” di Alessandro Giuliani, 13 Marzo 2015)

6) “Io non sciopero e voglio migliorare il Ddl ‘La buona scuola’” è il titolo dell’appello lanciato da quattro Dirigenti scolastici che dissentono dallo sciopero proclamato per il prossimo 5 maggio dalle cinque maggiori organizzazioni sindacali.

(v. #iononsciopero, un appello lanciato da quattro Dirigenti scolastici, di tuttoscuola.com, 27 aprile 2015)

7) Mentre gli insegnanti si preparano al grande sciopero del 5 maggio, il primo proclamato insieme dopo 7 anni dai principali sindacati del settore (i 3 confederali con Snals e Gilda), e mentre continuano a non spegnersi le polemiche tra il ministro Giannini e i docenti da lei definiti “squadristi”, 4 impavidi presidi, stufi di essere definiti sceriffi o peggio, hanno spiegato sul web perché il 5 maggio andranno a lavorare: il documento si intitola “#iononsciopero e voglio migliorare il ddl la Buona Scuola”. Non vogliono essere definiti tout court “filo-Renzi”  (per dirla in modo gentile, perché sul web li hanno riempiti di insulti irripetibili); il loro obiettivo è far sì che il percorso iniziato vada avanti, anche se con qualche cambiamento importante.

(v. “#iononsciopero contro la Buona Scuola” di Cristina Lacava,  29 aprile 2015)

8) “Non è che abbiamo sbagliato noi presidi a voler diventare dirigenti manager di una scuola-azienda di vaste dimensioni (altrimenti non ci avrebbero concesso la dirigenza), che non ci lascia il tempo per seguire i nostri ragazzi con tutti i problemi che oggi hanno? (…) E i nostri insegnanti che debbono sentirci vicini, che debbono poter contare su di noi per intraprendere un cammino di innovazione per il quale non si sentono preparati? ….”

(v. “L’isola che non c’è? Alla ricerca della scuola ideale”di Annunziata Brandoni, 2010)

►https://www.tecnicadellascuola.it/per-meglio-capire-la-protesta-dei-presidi

►http://www.gildavenezia.it/per-meglio-capire-la-protesta-dei-presidi-ovvero-laltra-faccia-della-medaglia/

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Vediamo così i presidi-manager pretendere il supporto di uno staff (con esonero almeno parziale dall’insegnamento), staff ovviamente collocato e considerato al di sopra dei docenti (alla base della piramide-organigramma, quasi inservienti o semplice manodopera?), staff come spinta per innalzare ancora il preside e lanciarlo verso le alte vette dell’AD o CEO (Chief Executive Officer)! La didattica, attività di tipo orizzontale, verrebbe finalmente sottoposta e schiacciata da burocrazia e gerarchia, di tipo verticale, con un procedimento di eterogenesi dei fini. La scuola più che provvedere all’istruzione, diventerebbe occasione per carriere di vertice! Avremmo allora 8.000 manager, più 24.000 middle manager o quadri intermedi!

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Lo strano appello 2
di Vincenzo Pascuzzi – 21-03-2016
Può risultare utile e interessante cercare di fare il punto sull’iniziativa “Liberare la scuola”, lanciata in rete da sette DS in data 29 febbraio scorso, e su altre questioni ad essa attinenti e collegate, anche se omesse dagli stessi DS.

Quota mille firme
Così scrivono sul loro sito (dirigentiscolasticitaliani.it) il 17 marzo: “superate le 1000 FIRME di dirigenti scolastici – altre 500 di docenti, ata, studenti, e genitori”. Alcune osservazioni. La prima è che 1000 è già vicino il limite fisiologico di saturazione di appelli o petizioni provenienti da quel gruppo di DS: ce lo ricorda Aldo Ficara in un post su “Fuori registro”. Sorprende poi il basso numero – appena 500 – di non-DS ma simpatizzanti: cioè meno di uno per DS e per scuola! Nemmeno i vice-presidi o vicari e i collaboratori hanno tutti aderito! Il raggiungimento di quota mille è stato riassunto sul loro gruppo fb (Dirigenti Scolastici italiani – Gruppo chiuso) con l’immagine di Garibaldi che sbarca a Marsala, immagine sostituita dopo 48 ore (?).

Critiche ma non ostilità
Conviene precisare che queste osservazioni critiche iniziali e le altre che seguiranno potrebbero risultare sgradite e antipatiche a promotori e sottoscrittori dell’appello, però non scaturiscono da acrimonia o da un’ostilità preconcetta o viscerale verso il gruppo di DS, ma sono supportate dai fatti, oggettive, non possono essere nascoste o negate perché non converrebbe a nessuno.
È certo cosa positiva se un gruppo di dipendenti Miur cerca di organizzarsi e di far valere le proprie ragioni e richieste. Però il giudizio favorevole all’aspetto organizzativo e intenzionale non può estendersi poi automaticamente alle richieste e all’operato del gruppo, né sono le critiche che possono provocare l’eventuale insuccesso delle iniziative, anzi.

Il titolo slogan
Il titolo “Liberare la scuola” non è casuale o banale, ma è stato scelto con professionalità per risultare accattivante e atto a mettere in buona luce sia il messaggio che i promotori dello stesso, ha buone caratteristiche di immagine e di buon marketing, sembra il gemello della “Buona scuola” di Renzi, Giannini e c., che però – in maggior parte – ha fallito per quanto riguarda fatti e contenuti, sta creando problemi, insoddisfazioni, contrapposizioni, delusioni e critiche, comprese quelle dei nostri DS.
Mentre i DS, tenuti ad applicare la l. 107, non sembrano nella condizione di criticare la “Buona scuola” in applicazione, i docenti risultano più sensibili, colpiti e coinvolti, tanto che uno di loro, Manlio Amelio scrive: “la deportazione, il depotenziamento, la duplicazione della supplentite, la svalutazione degli insegnanti, lo sfruttamento obbligatorio dei minori, la morte dell’art. 33 della Costituzione, la negazione dell’uguaglianza formale tra i docenti, l’antitesi della meritocrazia!… l’estinzione della democrazia, l’ampliamento della burocrazia!” (v. in rete “Alla manieraccia di Renzi, la scuola colata a picco!”).

Innovazione e miglioramento
Innovazione e miglioramento compaiono nel documento come due refrain un po’ isolati. In proposito si può dire che entrambi richiedono appunto “energie e risorse” ma non possono aspettare che queste vengano dai risparmi futuri di una burocrazia resa meno invadente. D’altra parte e nonostante le assicurazioni contrarie, nell’ultimo anno le risorse destinate all’istruzione sono diminuite dal 3,9% al 3,7% del Pil nazionale e sono destinate ancora a scendere secondo il Dpef.
Altro aspetto dell’innovazione è che essa è parte inscindibile della didattica, come pure la valutazione dei ragazzi e l’aggiornamento dei docenti, tutti aspetti che non possono essere espropriati ai docenti e avocati ai DS per essere poi calati e imposti dall’alto. 

#iononsciopero
Alcuni dei DS promotori o firmatari dell’appello attuale “Liberare la scuola” risultano tra i promotori o firmatari di un altro documento datato 28 aprile 2015 e titolato “#iononsciopero – E voglio migliorare il ddl ‘La buona scuola’”! Il contenuto, il senso e lo scopo di detto documento non necessitano di spiegazioni e commenti. Il 5 maggio 2015 le adesioni alla protesta raggiunsero il numero di 620.000, senza l’appello a non scioperare sarebbero state ancora di più. Il ddl 2994 poteva essere allora revocato o modificato, il sindacatoni si lasciarono scippare questa possibilità da un governo impaurito, ma testardo e ostinato (se per abilità o inganno di questo, o loro ingenuità e incapacità, o accordo sottobanco non è dato sapere) e il ddl divenne la pessima legge n. 107/2015. Ora logica e coerenza vorrebbero che chi, appena 11 mesi fa, lanciava l’appello #iononsciopero, ora 1°) ammettesse errori e responsabilità prima di chiamare disinvoltamente a “liberare la scuola”; 2°) riconoscesse esplicitamente le inadeguatezze della l. 107, allora tanto decantata; 3°) non si atteggiasse adesso a saputello o furbetto proprio rispetto a chi allora protestò con lo sciopero contro un ddl pieno di difetti e assurdità.

Ridurre la burocrazia
Sacrosante le richieste (punti 1, 2, 3 del documento DS) per semplificare e ridurre la burocrazia come pure il vizietto governativo di assegnare incarichi e responsabilità senza curarsi di fornire le risorse e le norme corrispondenti e adeguate a gestirle. Però la degenerazione burocratica (burocratosi?) non è novità degli ultimi mesi, è deriva endemica ed esponenziale dei governi, ne ha scritto su Repubblica di ieri, 20 marzo, anche Michele Serra (“Salvateci dallo stalker burocratico”).
Va anche osservato che le posizioni dirigenziali e gerarchiche poggiano in buona parte proprio su complessità burocratiche inventate o accentuate, ottenute mescolando impropriamente aspetti didattici con necessità organizzative. In altre parole, potando o tagliando i rami della burocrazia – cosa ovviamente necessaria – possono venir meno anche prerogative dirigenziali.
Infine appare astuto voler incanalare sulla scia di “meno burocrazia e più innovazione” le richieste economiche dei DS, che pure vengono negate, ma sono presenti (punti 4 e 5), e quindi chiedere la solidarietà dei docenti.

I DS non sono la scuola
Con la precedente nota del 12 marzo, chiedevamo “La ‘scuola’ si riduce solo a loro stessi, ai loro problemi, alle loro richieste?”. Possiamo aggiungere che in alcune scuole – non in tutte – l’ufficio del preside è come un’isola felice, quasi un piccolo ed esclusivo santuario, lussuoso, ben arredato e attrezzato, anche con tappeti, piante da interni, comode poltrone, climatizzato, con frigo e servizi igienici esclusivi, mentre magari le aule sono in condizioni fatiscenti, abbandonate, impresentabili.

Retribuzioni dei DS
Chiedere retribuzioni adeguate o più corrispondenti alla quantità e qualità del lavoro svolto non è certo condannabile, ma anzi comprensibile e anche doveroso. Risulta strano però chiederle e insieme negare di averle chieste (per pudore?). Risulta contraddittorio chiedere soldi a fronte di maggiori attività e responsabilità lavorative e contemporaneamente chiedere la riduzione di queste ultime. Nemmeno si può ignorare o prescindere dalla situazione retributiva dei docenti (sono quelli che fanno il …. lavoro sporco! v. punto seguente) che secondo i dati tabellati da A.D. Ficara – lo ringraziamo – vedono il DS con retribuzione doppia rispetto ai docenti. Per la precisione e rapportata a 100 la paga del docente, abbiamo che nel 1990 la paga del preside era pari 146 e oggi risulta essere 207 (da una volta e mezza al doppio). SE&O.

Didattica e intendance
“La scuola, intesa come attività educativa e didattica, appartiene soprattutto ai docenti, ….” così troviamo scritto al punto 3 delle faq a corredo dell’appello “liberare la scuola”. Questa è affermazione fondamentale e innegabile anche se – nello stesso paragrafo – viene subito e decisamente placcata, si cerca di marginalizzata e assorbita.
L’interazione didattica ha come nucleo iniziale il binomio docente-discente/i , essenzialmente orizzontale (paragonabile o assimilabile, in qualche modo, all’allattamento materno), e perciò è imperniata su maestri e prof, può fare a meno dei presidi (v. in rete “Le scuole nascono senza presidi o DS”). Tanto che se uno studente è debole o non ha capito si ricorre a volte alle ripetizioni di un docente, mai a un preside.
Recentemente, il 13 marzo, “Hanan Al Hroub ha vinto il c.d. Premio Nobel per il miglior docente 2016” e Papa Bergoglio ha ricordato “l’importanza degli insegnanti, costruttori della pace, creatori dell’incontro. I bambini devono imparare giocando, imparando l’allegria, auguri alla maestra Hanan”.
Senza voler sminuire il ruolo dei DS , osserviamo che non esiste ancora il Nobel per i presidi, come non esiste l’equivalente del pallone d’oro per allenatori, guardalinee o arbitri di calcio.
Allo stesso punto 3 delle faq citate, subito dopo il riconoscimento alla didattica, segue un significativo, orgoglioso e presuntuoso “tuttavia i dirigenti scolastici …. ” che sminuisce e affonda la didattica stessa e i docenti. Viene da pensare al ben noto Marchese del Grillo e alla sua espressione colorita e oscena “Perché io so io e voi non siete ecc. “, ma questa è una malignità.
Nella scuola complessa, accanto alla didattica c’è bisogno di supporto organizzativo, burocratico, logistico, funzionale, normativo. Il supporto organizzativo ecc., che è simile all’intendance militare, può essere paragonato all’involucro della didattica, al più ai binari e alle traversine su cui viaggia il treno dell’istruzione, ma l’inversione dell’importanza dei ruoli non è consentita anche se sembra programmata in modo occulto e indebito e già in fase di attuazione (v. qui di seguito: scuola-azienda).

Scuola-azienda e l’argent suivra
Da una quindicina d’anni (dal 2000 con L. Berlinguer ministro) è in atto una perniciosa infatuazione dei decisori politici di turno (dx o sx non fa differenza) per la c.d. scuola azienda! La cui teorizzazione o l’ipotesi risale al 1955 e a Milton Friedman (Nobel 1976 per l’Economia, non per l’Istruzione) che parlò di applicare alle scuole: leggi di mercato, concorrenza, clienti-studenti, voucher o buoni-scuola, …. Non serve avere un premio Nobel nel cv per constatare, terra-terra, che l’istruzione non è né un prodotto, né un servizio trattabile con modalità aziendali e commerciali. Nemmeno l’organizzazione di una scuola può essere assimilata a quella di un’azienda e rappresentata seriamente con organigrammi forzati e fasulli che vedono il preside in alto, in cima alla piramide. Di più, nemmeno gli apprendimenti possono essere seriamente quantificati e misurati per confluire in pseudo-bilanci preventivi e consuntivi sui quali fondare fantomatiche meritocrazie dei quiz o dei test standardizzati. Ovvio, esistono scuole più o meno buone, docenti più o meno capaci, ecc. ma valutazioni, miglioramenti, organizzazione non possono essere di tipo commerciale e aziendale, né oggettivizzate con i test a crocette. Peraltro, l’ossessione scuola-azienda ha attecchito e permane presso i politici e presso i DS (potenziali beneficiari), deforma la trattazione e la disamina dei problemi, conduce a soluzioni fallimentari e costose. Vediamo così i presidi-manager pretendere il supporto di uno staff (con esonero almeno parziale dall’insegnamento), staff ovviamente collocato e considerato al di sopra dei docenti (alla base della piramide-organigramma, quasi inservienti o semplice manodopera?), staff come spinta per innalzare ancora il preside e lanciarlo verso le alte vette dell’AD o CEO (Chief Executive Officer)! La didattica, attività di tipo orizzontale, verrebbe finalmente sottoposta e schiacciata da burocrazia e gerarchia, di tipo verticale, con un procedimento di eterogenesi dei fini. La scuola più che provvedere all’istruzione, diventerebbe occasione per carriere di vertice! Avremmo allora 8.000 manager, più 24.000 middle manager o quadri intermedi! L’argent (ou la monnaie) suivrà!
Purtroppo, negli ultimi anni, il processo perverso e latente di mala-aziendalizzazione della scuola è andato avanti penetrando nelle mentalità e nei comportamenti di molti e anche concretizzandosi con normative e leggi – riforma ultima compresa – e nelle aspettative. La responsabilità e l’iniziativa è chiaramente delle scelte dei governi, sia di dx che di sx, mentre la complicità colpevole è dei sindacatoni filo-governativi nei fatti anche se e quando gridano contro.

Fuoriregistro
È stato osservato che i DS dispongono e gestiscono un sito web, una pagina e un gruppo Fb e che bannano e cancellano post. Niente di anormale, però se bannano o cancellano post non possono poi negare di averlo fatto e risentirsi se viene fatto notare loro. Stessa cosa per le rivendicazioni: liberi di formularle e sostenerle come credono, ma potranno pure essere oggetto di critiche e osservazioni, come infatti lo sono!
Nel sito Fuoriregistro sono apparse, da parte DS, alcune loro critiche alle critiche ricevute (il documento del 12 marzo, ivi riportato) e si è aperto un limitato confronto. Sembra però che i DS intervenuti da una parte sfondino porte aperte e dall’altra affermino ovvietà non contestate, gli stessi però non hanno risposto (ma non sono obbligati a farlo) alle domande formulate nell’appena citato documento del 12 marzo.

Nota finale
Sono stati affrontati solo e in parte alcuni argomenti di una problematica scolastica vasta, contrastata e in evoluzione. Non mancheranno occasioni per riprendere e approfondire sia questi che altri argomenti e situazioni.

►http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=18007
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Lo strano appello di alcuni DS
di Vincenzo Pascuzzi – 12-03-2016
LIBERARE LA SCUOLA

Titolano appunto “Liberare la scuola”, non liberate o liberiamo (magari insieme: presidi, docenti, ata, studenti) la scuola. Sono alcuni DS, che prima si chiamavano presidi e che ora lanciano in rete il loro appello, o grido di dolore, o lettera aperta senza destinatario o con tutti destinatari. Invocano la liberazione della scuola, ma nel documento stilato e proposto alla sottoscrizione da 7 di loro si parla solo di questioni attinenti la loro attività e la loro condizione, reclamano meno impegni, attività, responsabilità, adempimenti (punti 1, 2, 3) e chiedono più soldi (punti 4, 5), anche se lo nascondono (in proposito, meglio la schiettezza dell’ANP che lo grida). PUNTO.

La “scuola” si riduce solo a loro stessi, ai loro problemi, alle loro richieste? NULLA da segnalare o richiedere per didattica, alunni, docenti, ata?
Su Facebook hanno creato un sito, una pagina e un gruppo, ma sono ambienti chiusi, forse perché non amano intrusioni e critiche e temono i confronti con coloro che dovessero risultare …. contrastivi? Così bannano e cancellano soggetti e post sgraditi o “pericolosi”, come mi segnalano amici e colleghi. In due settimane, la loro pagina ha già ottenuto 1.600 “mi piace”, ma solo 800 DS o simpatizzanti hanno sottoscritto il documento proposto.

Questi bravi DS, che chiedono – forse al governo e anche ai sindacati – di “liberare la scuola”, non hanno proprio nulla nulla da dire e proporre riguardo a dispersione scolastica, ripetenze, basso numero di laureati italiani rispetto ai paesi UE, nuovi problemi connessi al bonus merito, agli ambiti territoriali, alla mobilità, al contributo volontario-obbligatorio, alle retribuzioni inadeguate di tutto il restante personale? E non sanno nulla dei 30mila supplenti senza stipendio da mesi? Non parliamo di questioni tipo carta igienica se no Simona Malpezzi ci fa lo schemino!

E per loro non esiste il problema, segnalato da una recente ricerca OCSE, dei nostri studenti che stanno troppe ore a scuola, studiano di più a casa, ma imparano poco rispetto agli studenti del Nord Europa? Ma quale idea di scuola presente e futura hanno in mente? Quella attuale riformata con la l. 107 va più o meno bene?

Infatti, altra questione non affrontata e non chiarita riguarda proprio la legge 107/2015 (già ddl 2994, c.d. buona scuola). Alcuni dei DS ora promotori e sottoscrittori dell’appello in questione, nell’aprile scorso, si dichiararono decisamente contrari allo sciopero proclamato 5 maggio 2015 – chiamandolo “Sciopero demagogico” – in un altro appello titolato “Io non sciopero e voglio migliorare il Ddl ‘La buona scuola’”. Cosa è cambiato, qualcosa è andato storto, la buona scuola non funziona o ancora non basta, oppure sono loro stessi che hanno cambiato opinione?

Infine, l’appello senza destinatario esplicito assomiglia a un’iniziativa a carattere sindacale particolare che risulta però senza gambe per stare in piedi e procedere. Nessuna mobilitazione in programma, nessun presidio al Miur o alle Prefetture, nessuna disobbedienza civile? Per loro, si mobiliteranno spontaneamente i politici e i sindacati amici in soccorso in quanto si dichiarano “movimento trasversale di DS”? Oppure?

(seguono diversi commenti)
►https://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=17993
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I PRESIDI-CONTI ASPIRANO ALL’OMAGGIO FEUDALE

In risposta a Gianni Zen (dirigente scolastico) *

di Effe Rosso – 30 dicembre 2014

►http://www.aetnascuola.it/presidi-conti-aspirano-allomaggio-feudale/

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