Fedora di Umberto Giordano, opera un tempo celebre e applaudita, poi caduta nel dimenticatoio, forse perché considerata secondaria nella produzione del musicista foggiano e oscurata dall’Andrea Chénier.

Il teatro Bellini di Catania, pur versando in forti ambasce a causa delle sue gravi condizioni economiche, ha deciso meritoriamente, grazie alle azzeccate scelte del sovrintendente Roberto Grossi e del direttore artistico Francesco Nicolosi,  di metterla in scena, conquistando il folto pubblico della prima del 17 marzo con una vicenda che tanto appassionò i teatri del primo Novecento e di cui ha offerto un allestimento assolutamente convincente.

A dirigerla doveva essere il mago della bacchetta Daniel Oren, che, per motivi di salute, ha lasciato il posto a un bravo Gennaro Cappabianca, che ha guidato l’orchestra in splendida forma con piglio sicuro e un raro senso del fraseggio, offrendo un’esecuzione fedele e precisa della partitura di Giordano e sapendola attraversare arditamente nella varietà dei suoi toni; un plauso va anche alla regia di Salvo Piro, che, con una attenta lettura della partitura, ha dato alla messa in scena un’impronta più realistica che verista, amalgamando perfettamente luoghi e tempi della storia ed evitando uno stacco netto nei tre atti tra ambienti così diversi ed eterogenei come San Pietroburgo, Parigi e la Svizzera.

Belli le scene i costumi di Alfredo Troisi, in particolare con l’incantevole purezza degli abiti bianchi dell’ ultimo atto (forse una metafora delle rinnovate anime dei protagonisti?) All’altezza del ruolo per verosimiglianza scenica e tecnica vocale i cantanti: a Fedora ha dato voce il soprano lettone Ira Bertman, che ha saputo offrire al personaggio la  giusta cifra di primadonna con un’interpretazione azzeccata, una padronanza assoluta della voce, sicura e potente, e convincenti capacità attoriali. Al suo fianco il bravo tenore Sergey Polyakov, nel ruolo di Loris Ipanov, che ha piacevolmente stupito per la dolcezza degli accenti, la morbidezza del canto e la freschezza del timbro. Bravi anche Anastasia Bartoli, nel ruolo della mondana contessa Olga Sukarev, molto agile e sicura vocalmente, con una gaia e scintillante presenza scenica, e il baritono Ionut Pascu nel ruolo di De Siriex, che si è rivelato un cantante di eccezionale comunicativa, dall’ottima dizione e da qualche bell’acuto, soprattutto nella frizzante aria “La donna russa è femmina due volte”, applaudita con gioia dal pubblico.

 Assolutamente geniale, in conclusione, la drammatica suggerita analogia tra la morte di Fedora e la tanto temuta morte del teatro Bellini: al momento del suicidio della protagonista, mentre ella insolitamente faceva per allontanarsi verso il fondo del palcoscenico, ecco svelarsi le quinte, con tutti i lavoratori del teatro improvvisamente partecipi della scena compresi il sovrintendente e il direttore di sala. A questo punto un inquietante cartello con la scritta “Non facciamola morire” è sceso sul palco e l’attrice Manuela Ventura ha levato un accorato appello a non lasciar morire l’arte e la musica con la fine dei teatri d’opera.

Una protesta elegante, una vera conclusione doc per uno spettacolo gradevole che lascia sperare lunga vita al nostro Teatro catanese…

Silvana La Porta