Quando la lezione va in rete. Tra diritti d’autore e diritti del docenteA quali problemi legali va incontro il docente che vuole pubblicare online una lezione multimediale? E quali sono le possibili soluzioni?…(da La vita scolastica)

Argomento: Cultura e pedagogia, autore: Andrea Benassi, ricercatore ANSAS

A quali problemi legali va incontro il docente che vuole pubblicare online una lezione multimediale? E quali sono le possibili soluzioni?

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Per il docente, internet vuol dire accesso ad una quantità enorme di risorse per la didattica. Testi, certamente, ma anche immagini, filmati, brani musicali, simulazioni ed altro ancora. Un video su Youtube, una fotografia su Flickr, un grafico sul sito web di un’azienda: attraverso una connessione internet e una LIM – o un proiettore – diventano asset immediatamente e gratuitamente utilizzabili nel contesto di una lezione multimediale in classe.

Ma internet è anche altro: è la possibilità, per il docente, di pubblicare in rete questa stessa lezione – sotto forma di video, presentazione, learning object, etc. Attraverso strumenti di authoring sempre più semplici e immediati, il docente può diventare a sua volta produttore di contenuti multimediali e – attraverso servizi online come Youtube, Slideshare, Prezi etc. – questi contenuti possono essere resi accessibili da ogni luogo e in ogni momento.

Ed è qui che subentra qualche problema. Perché se è vero che il docente ha piena facoltà di mostrare in classe immagini, filmati, brani musicali prodotti da altri, quando si tratta invece di pubblicare online la propria lezione l’utilizzo di questi asset si pone in diretto contrasto con la legge sul diritto d’autore, in particolare con il diritto di riproduzione (art.13) e il diritto di comunicazione al pubblico (art.16).

La lezione e il diritto d’autore sul web

In base a questi articoli, non è permesso né produrre né diffondere in rete opere che contengano – anche in minima parte – materiale prodotto da terzi senza autorizzazione da parte di chi ne detiene i diritti (in genere l’autore stesso o il suo editore). Tanto per fare un esempio: se in classe l’insegnante è libero di mostrare un’immagine del sistema solare nel contesto di una lezione di astronomia, quella stessa immagine può costituire un problema se la lezione viene pubblicata – in una qualsiasi forma – sul web, a meno di non farne esplicita richiesta all’autore o al suo avente causa, e ammesso (non sempre concesso) che quest’ultimo acconsenta.

C’è da dire che la legge sul diritto di autore prevede espressamente alcune eccezioni rispetto a quanto stabilito dagli articoli sopra citati. Una di queste riguarda proprio l’utilizzo per finalità didattiche. Secondo il primo comma dell’art. 70, “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”. Ecco che, in base a questo articolo, l’insegnante acquisisce la facoltà di utilizzare “parti di opera” all’interno della propria lezione online, a patto che le finalità siano illustrative o di critica e discussione, e che non si ponga in concorrenza all’utilizzazione dell’opera stessa. Un ulteriore requisito, di tipo formale, viene poi fissato dal terzo comma dello stesso articolo, secondo il quale “Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.”

Resta però il problema, per niente banale, costituito dal quantum di “parte di opera”: Qual’è la quantità massima utilizzabile per un brano musicale? E per un film? Senza contare il caso delle immagini: come si applica il criterio di “porzione” ad una fotografia? Tagliandone via delle parti? Di fatto, la legge non fornisce indicazioni al riguardo (salvo nel caso delle antologie scolastiche), lasciando all’interpretazione una questione non di poco conto.

Morale della favola: al docente che vuole inserire contenuti prodotti da altri nella propria lezione online, non resta che addentrarsi di volta in volta in una selva di richieste di autorizzazioni o di questioni interpretative che potrebbero avere come primo effetto quello di invitare a… lasciar perdere.

Ma non tutto ciò che circola in rete è protetto da copyright. Alcune opere ne sono totalmente e volutamente sprovviste, come nel caso di gran parte delle immagini messe a disposizione dalla NASA. Ancora più frequente, e in rapida crescita, è l’utilizzo di licenze di tipo “some right reserved” (alcuni diritti riservati), la più famosa delle quali è senz’altro Creative Commons.

Creative Commons

Creative Commons è una organizzazione no-profit statunitense che nasce nel 2001 con lo scopo di favorire la libera circolazione delle opere tramite internet e che ha creato e gestisce una nuova tipologia di licenze: le Creative Commons (CC), appunto. La particolarità di queste licenze sta nel fatto che l’autore non stipula un contratto con una singola parte contraente, come avviene con le licenze standard, bensì con l’intera collettività. Con le CC, l’autore che pubblica un’opera consente espressamente a chiunque di utilizzarla senza bisogno di autorizzazione, a patto che vengano rispettate alcune clausole.

Chiariamolo subito, infatti: Creative Commons non significa “libertà di utilizzare un’opera altrui senza dover rendere conto a nessuno”. L’autore stabilisce piuttosto di cedere alcuni diritti sulla propria opera al pubblico. I diritti concessi dipendono da quale licenza CC l’autore decide – di volta in volta – di adottare. Nella versione attuale – la 3.0 – le licenze sono sei, e si ottengono dalle possibili combinazioni di quattro elementi:

Attribuzione (Attribution) – Devi attribuire la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore o da chi ti ha dato l’opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l’opera.
Non opere derivate (No derivatives) – Non puoi alterare o trasformare quest’opera, ne’ usarla per crearne un’altra.
Non commerciale (Non commercial) – Non puoi usare quest’opera per fini commerciali
Condividi allo stesso modo (Share alike) – Se alteri o trasformi quest’opera, o se la usi per crearne un’altra, puoi distribuire l’opera risultante solo con una licenza identica o equivalente a questa.

La combinazione di questi elementi porta, come dicevamo, a sei diverse possibili licenze:

1. Attribuzione
2. Attribuzione – Non opere derivate
3. Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate
4. Attribuzione – Non commerciale
5. Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo
6. Attribuzione – Condividi allo stesso modo

Ecco quindi come, nel nostro caso – ovvero l’utilizzazione di opere di terzi all’interno di una lezione online – occorra distinguere bene tra le varie licenze CC esistenti. In particolare, sono da evitarsi le opere sotto licenza che contiene l’elemento “Non opere derivate” (dato che la lezione costituirebbe, appunto, opera derivata). Così come sono da scartare anche le licenze 4 e 5 qualora si intendesse utilizzare la lezione anche per fini commerciali. Le licenze 1 e 6 sono senz’altro le più indicate per il nostro caso dal momento che sia l’attribuzione che la condivisione sotto stessa licenza quasi mai rappresentano per il docente un ostacolo alla pubblicazione.

Va da sè che l’immagine del sistema solare di cui parlavamo in precedenza, se protetta da una di queste licenze, può essere utilizzata senza alcun problema all’interno di una lezione online.

Ma quante sono le opere in circolazione con questo tipo di licenze? Ad oggi, una minoranza, ma in rapido aumento: nell’ultimo anno, YouTube ha iniziato ad offrire migliaia di video protetti da CC (licenza “Attribuzione”), oltre alla possibilità, per gli utenti stessi, di caricare contenuti sotto questa licenza. Per ricercare video CC su Youtube, basta aggiungere la stringa “, creativecommons” in coda alla parola chiave ricercata. Su Google Immagini, invece, tramite la ricerca avanzata è possibile filtrare i risultati in base al tipo di licenza CC che desideriamo. Esistono poi dei veri e propri repository di media digitali sotto licenza CC, il più famoso dei quali è Wikimedia Commons della Wikimedia Foundation (la stessa di Wikipedia, che non a caso protegge i propri contenuti proprio con questa licenza). Altri si sono specializzati in un solo tipo di media, come Jamendo.com che si occupa solo di brani musicali, o Freesound.org, che contiene una vastissima quantità di effetti sonori.

In conclusione, non possiamo fare altro che raccomandare al docente stesso di adottare, quando possibile, licenze CC per proteggere le proprie lezioni online, contribuendo in questo modo alla diffusione e alla riutilizzazione della conoscenza in rete.