Al sud quello che fa più impressione è la povertà dei bambini / Francesco Sinopoli e Gad Lerner

Ecco perché nel suo Rapporto sulla formazione, l’Ocse si era perfino spinto a scrivere che uno studente di Bolzano è avanti di un anno rispetto ad un coetaneo studente campano che frequenti la medesima scuola. L’Ocse, tuttavia, non diceva che il Pil per abitante del Trentino Alto Adige è di 38.745 euro contro i 16.848 della Calabria e i 18mila della Campania.

Inoltre, con i “mostruosi” criteri di ripartizione, subiti e alla fine accettati purtroppo dai presidenti delle regioni meridionali e da alcuni sindaci spariscono 13,5 milioni di euro per le scuole dell’infanzia al sud, aumentando vistosamente un divario territoriale già devastante, deludendo le già deluse madri del Sud che così penalizzate ancora una volta si vedono costrette a non cercare quel poco lavoro che il mercato offre e a restare in casa coi loro bambini, nella fascia di età più delicata per la crescita intellettuale, quella 0-3, ai quali viene negato il diritto al nido e alla socializzazione.

«In tutte le puntate c’è l’Italia, posti come Crotone o la Basilicata. Al sud quello che fa più impressione è la povertà dei bambini. Ma ovunque abbiamo categorie estesissime di lavoratori, facchini, donne delle pulizie che sono lavoratori poveri. Il 40% dei poveri in Italia è gente che lavora. Questo accrescersi smisurato nella distanza fra i redditi, come quello fra un top manager e un operaio, lo si vuol far passare come un dogma di una nuova religione».

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Nel Sud-Italia gli abitanti più poveri d’Europa. E il divario col Nord si allarga.

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La lotta alla disuguaglianza parte dal diritto all’istruzione, al sud come al nord

GETTY IMAGES
School kids in classroom

Fu giusta e lungimirante la decisione della Cgil di dedicare un’intera sessione dell’Assemblea nazionale al Mezzogiorno nello scorso settembre a Lecce, nell’ambito della tre giorni dedicata al lavoro. Alcuni dei nodi di fondo che allora emersero sono tornati nel dibattito politico e pubblico di questi giorni, soprattutto dopo i referendum falsamente autonomisti di Lombardia e Veneto; con la presentazione alle Camere di una legge di Bilancio sbagliata; e con la pubblicazione dell’ultimo Rapporto Svimez 2017.

Nelle conclusioni di quelle giornate del lavoro, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, aveva assunto con forza un impegno, tra gli altri, per il nostro sindacato: continuare la lotta contro le tante e diverse forme di disuguaglianza che ancora resistono nel Paese, e che anzi sono andate acuendosi e approfondendosi nel corso del decennio della devastante crisi economica. Ed è ciò che facciamo quotidianamente nel segmento sindacale che rappresento, la Flc, la Federazione dei lavoratori della conoscenza, che raccoglie lavoratrici e lavoratori dell’istruzione, dell’università, della ricerca e dell’alta formazione artistica e musicale. E all’interno di ciascun “comparto” ci vengono raccontate e raccontiamo specifiche forme di disuguaglianze, vecchie e nuove, che vorremmo non limitarci solo a denunciare, ma a provare, in qualche modo, a risolvere, nei limiti consentiti ad un sindacato di categoria.
Partiamo intanto da una considerazione preliminare e di metodo: il nostro è ormai un Paese profondamente fratturato, tra i pochi che hanno e i tanti che non hanno, tra chi abita in zone fortunate e chi abita in zone depresse, tra chi ha l’opportunità di conoscere e di crescere nella vita, attraverso un completo percorso di studi, e coloro, tanti, che questa opportunità non ce l’hanno. Come dimostra, ancora una volta, il recentissimo Rapporto Svimez 2017, la frattura territoriale, inoltre, tra nord e sud è ancora profonda, e ha enormi riflessi sulle disuguaglianze generazionali, ad esempio. Se, come scrive lo Svimez, un cittadino meridionale su 10 versa in povertà assoluta, e tripla è la possibilità di caderci, è del tutto evidente che questa condizione sociale di partenza impedisce il pieno sviluppo della persona, come impone invece l’articolo 3 della Costituzione. E se il reddito pro capite è la metà di quello del Centro Nord e il 66% di quello nazionale, si può comprendere la ragione per cui un giovane calabrese (o siciliano) su due non studia né cerca lavoro, oppure emigra. Il tasso di occupazione del Mezzogiorno resta il più basso d’Europa, addirittura inferiore del 35% alla media UE, e soprattutto non è più il serbatoio delle nascite. Ciò definisce una condizione sociale di partenza di ogni bimbo o alunno o studente del Mezzogiorno che è di evidente disuguaglianza.
Ecco perché nel suo Rapporto sulla formazione, l’Ocse si era perfino spinto a scrivere che uno studente di Bolzano è avanti di un anno rispetto ad un coetaneo studente campano che frequenti la medesima scuola. L’Ocse, tuttavia, non diceva che il Pil per abitante del Trentino Alto Adige è di 38.745 euro contro i 16.848 della Calabria e i 18mila della Campania.
Non solo. Lo Svimez rivela altre due notizie: 1. Su 50 miliardi di residui fiscali (sui quali c’è stata la legittimazione dei referendum dei governatori di Lombardia e Veneto) di cui beneficia il Mezzogiorno, ben 20 tornano direttamente al Nord; 2. Nel 2016, gli investimenti pubblici hanno toccato il punto più basso della serie storica: la spesa in conto capitale è stata il 2,2% del Pil, mentre nel Mezzogiorno appena lo 0,8%. Al Nord, lo Stato spende in opere pubbliche 296 euro pro capite, mentre al Sud, dove ve ne sarebbe più bisogno, la spesa pro capite è scesa drammaticamente a meno di 107 euro. Non solo. Scrive lo Svimez che nel frattempo il Sud ha perso 21.500 dipendenti pubblici ed esiste un divario in valore assoluto di circa 3700 euro a persona. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descrivono ancora il Sud come inondato di risorse assistenzialistiche e di dipendenti pubblici. Non è più così.

Come si riverbera questa enorme frattura territoriale dal punto di vista della parità di condizioni per bambini, alunni, studenti? Se partiamo dalle università, si scopre non solo che in dieci anni sono migrati dal sud verso il nord (e l’Europa) circa 200mila laureati, un esercito per il quale il Mezzogiorno paga un conto salatissimo e amarissimo, sia dal punto di vista esistenziale (giovani strappati alle famiglie), che da quello del mancato sviluppo per effetto dell’evidente impoverimento delle energie intellettuali (valutato in circa 30 miliardi l’anno), ma soprattutto che più della metà dei giovani che ogni anno si maturano nelle scuole secondarie del Mezzogiorno non possono iscriversi all’università per ragioni economiche e a causa dei costi diventati ormai proibitivi per famiglie per lo più monoreddito e con un’occupazione povera. Si tratta di una delle ingiustizie più gravi e drammatiche che un paese sviluppato possa tollerare: l’accesso allo studio, il diritto al sapere e a una vita migliore sacrificati per effetto di una condizione di povertà diffusa. È una condizione drammatica che dovrebbe mobilitare le coscienze migliori del paese, dovrebbe far scattare l’allarme verso una generazione che ha moltiplicato le potenzialità conoscitive, ma che ha scarsità di mezzi economici. Una beffa.

Così come una beffa si è rivelato il piano di riparto dei fondi, 209 milioni, per le scuole dell’infanzia, che ha decisamente penalizzato il Mezzogiorno. In virtù di un paradossale accordo preso in Conferenza Stato-Regioni-Enti locali, i criteri per la ripartizione si basano prevalentemente sul numero di bambini nella fascia d’età 0-6 anni, sul numero degli iscritti ai nidi e sulla presenza di scuole dell’infanzia statali sul territorio regionale. Succede così che per paradosso vengono concessi 103 euro per ogni bambino della Valle D’Aosta e appena 49 per ogni bambino della Calabria. In virtù di questi parametri, all’intero Mezzogiorno vengono assegnati 54 milioni di euro sui 209 stanziati, ovvero il 26% dell’intera cifra, pur avendo il Sud una popolazione di bambini entro i sei anni pari al 34%. E già questa sarebbe una prima discriminazione evidente. Se si analizza il contributo procapite dello stanziamento si scopre, poi, che vengono assegnati 43 euro ai bimbi campani e 90 euro ai bimbi dell’Emilia Romagna, ad esempio, e in media 51 euro per ogni bimbo residente nel Centrosud e 78 per ogni bimbo residente al Nord. Ecco come trasformare una opportunità, per quanto limitata, nell’ennesimo fallimento della legge 107. Lo stato e quindi il Miur non ha avuto la forza di difendere la missione principale del progetto 0-6 e ha ceduto a logiche di scambio politico dove vincono naturalmente i più forti. Questo è accaduto in conferenza stato-regioni.

Inoltre, con i “mostruosi” criteri di ripartizione, subiti e alla fine accettati purtroppo dai presidenti delle regioni meridionali e da alcuni sindaci spariscono 13,5 milioni di euro per le scuole dell’infanzia al sud, aumentando vistosamente un divario territoriale già devastante, deludendo le già deluse madri del Sud che così penalizzate ancora una volta si vedono costrette a non cercare quel poco lavoro che il mercato offre e a restare in casa coi loro bambini, nella fascia di età più delicata per la crescita intellettuale, quella 0-3, ai quali viene negato il diritto al nido e alla socializzazione. Ci si è dimenticati della promessa fatta col Trattato di Lisbona, di raggiungere un minimo del 33% di copertura dei servizi educativi in particolare i nidi, riqualificando la spesa proprio di quei territori in difficoltà. Si confermano le scelte sciagurate, già inaugurate con i criteri di assegnazione dei fondi per gli atenei meridionali, molto simili a quei criteri falsamente oggettivi utilizzati con le scuole dell’infanzia, di abbandonare il Mezzogiorno a se stesso, di alimentare la migrazione interna e verso l’estero, di rendere il Sud una terra abbandonata dalle nuove generazioni, e dalla bassa natalità.

Si può porre termine intanto ad alcune di queste ingiustizie? Provvedendo ad esempio a rimpolpare, e di parecchio, le risorse per il diritto allo studio per gli studenti delle famiglie povere, ai quali va garantito il futuro iscrivendosi all’università di loro scelta. Investendo nel tempo scuola a sud e rivedendo quegli assurdi criteri di ripartizione del fondo per le scuole dell’infanzia, in modo da non avvantaggiare e non penalizzare alcun bambino. Incrementando finalmente l’organico delle scuole dell’infanzia e stabilizzando i precari.

Noi crediamo che si possa fare. Subito. Basta la volontà politica di scrivere pochi emendamenti nella manovra finanziaria in corso di discussione in Parlamento.

http://www.huffingtonpost.it/carlo-renda/la-lotta-alla-disuguaglianza-parte-dal-diritto-allistruzione-al-sud-come-al-nord_a_23274523/

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Televisione. Il ritorno di Gad Lerner: «Povero è un tabù»

di Angela Calvini domenica 12 novembre 2017
Su Rai 3 la domenica sera con il programma “Ricchi e poveri”: sei reportage fra Italia, Kenya e Messico. «Sempre più disparità: social e tv non ne parlano»

Gad Lerner nella discarica di Dandora a Nairobi, in Kenya per “Ricchi e poveri” su Rai 3

Gad Lerner nella discarica di Dandora a Nairobi, in Kenya per “Ricchi e poveri” su Rai 3

 

«La povertà viene taciuta come fosse una vergogna, anche dalla televisione e dai social media. Io mi ritengo una persona fortunata a poterne parlare». Così Gad Lerner racconta Ricchi e poveri , in onda su Rai 3 per sei domeniche. Un’inchiesta in sei puntate firmata dal giornalista autore di Islam, Italia e Operai e da Laura Gnocchi, quantomai attuale. Il giornalista apre la nuova serie con un’intervista in ospedale a Concetta Candido, la disoccupata che si è data fuoco per protesta nella sede Inps di Torino e di cui Lerner racconta la storia nel libro Concetta. Una storia operaia edito da Feltrinelli. Per raccontare l’inasprirsi delle diseguaglianze che dividono ricchi e poveri, in questa prima puntata Lerner viaggerà da Settimo Torinese all’Inghilterra, fino al Kenya.

Lerner, Ricchi e poveri è anche un gruppo che decise di chiamarsi così negli anni 60, quelli della contestazione e delle rivendicazioni sociali…

«Di questo argomento se ne poteva parlare con ironia nell’Italia degli anni 60, dove erano molto accorciate le distanze tra ricchi e poveri: gli stili di vita si erano avvicinati, i poveri avevano avuto forme di protezione sociali molto significative, c’era un naturale frequentarsi fra classi sociali diverse. Oggi le distanze sono estremamente cresciute. Basti pensare che i tre uomini più ricchi degli Stati Uniti posseggono da soli la metà della ricchezza di tutti gli americani che sono 160 milioni».

Un argomento però poco frequentato dalla televisione.

«La nostra tv prova un grande gusto a proporre trasmissioni dove i ricchi ostentano i loro straordinari privilegi, quasi per anestetizzare un senso di scandalo, per considerare queste disuguaglianze accettabili perché inevitabili. La povertà viene dipinta come una vergogna, da custodire nel privato: se sei povero è colpa tua perché sei debole, perché non sei capace…».

La prima puntata apre con un caso italiano drammatico.

«Intervisterò Concetta, che ho conosciuto bene. Volevano liquidare il caso come un raptus di follia, mentre invece lei è una lavoratrice abbandonata in una solitudine che ha provocato disperazione. Questa donna era attivissima su Facebook, dove scriveva di tutto, di animali, ricette, della sua fede molto forte in Padre Pio, ma non ha mai scritto una virgola sul fatto di essere stata licenziata, di essere piena di debiti, perché si vergognava. Sui social, che dovrebbero essere uno strumento di relazione, sul tema della povertà scattano reticenza e vergogna».

Le sue inchieste mostrano una povertà globale e interconnessa.

«Quando diciamo aiutiamoli a casa loro… Io sono andato nelle loro case, nella disperazione di Ciudad Juarez, in Messico al confine col Texas, fino alla baraccopoli di Dandora a Nairobi dove mi ha accompagnato padre Maurizio Binaghi. Ma anche a Malindi, un tempo paradiso africano di tanti imprenditori. Torno poi a Padova dove don Luca Favarin ci spiega il sistema dell’accattonaggio organizzato dei giovani africani. E poi a Londra di fronte allo scheletro della Grenfell Tower, la casa popolare circondata dalle esclusive residenze di North Kensington, nel cui rogo lo scorso giugno sono morte 80 persone. Lì incontreremo lo scrittore anglo- nigeriano Ben Okri».

Parlerà anche dei forti appelli di papa Francesco a favore di una maggiore giustizia sociale?

«Nell’ultima delle sei puntate sotto Natale voglio affrontare il tema della dottrina sociale di papa Francesco che, nella sua radicalità, affronta con sistematicità temi come il lavoro, il precariato, la redistribuzione della ricchezza. Eppure, e mi dispiace dirlo, non viene calcolato».

Ci permetta di contraddirla. Le parole di Francesco sono di ispirazione per milioni di persone.

«Io mi riferisco a chi detiene le responsabilità e alla maggior parte della stampa che lo tratta come se fosse un vecchio sognatore al quale si può lasciar esprimere queste belle utopie senza invece approfondire le sue posizioni in un dibattito serio».

E per quel che riguarda l’Italia?

«In tutte le puntate c’è l’Italia, posti come Crotone o la Basilicata. Al sud quello che fa più impressione è la povertà dei bambini. Ma ovunque abbiamo categorie estesissime di lavoratori, facchini, donne delle pulizie che sono lavoratori poveri. Il 40% dei poveri in Italia è gente che lavora. Questo accrescersi smisurato nella distanza fra i redditi, come quello fra un top manager e un operaio, lo si vuol far passare come un dogma di una nuova religione».

Ma esistono delle soluzioni?

«Certo, quella di stabilire delle regole di dignità del lavoro. Anche perché ho riscontrato un’altra cosa molto grave, il pericolo della povertà culturale, perché nel non lavoro non c’è il tempo libero, ma c’è il tempo vuoto. È un problema educativo e culturale che potrebbe essere risolto con una maggiore solidarietà e mutuo soccorso fra le persone».

Ma anche con scelte politiche appropriate?

«In Italia c’è una totale inadeguatezza per gli stanziamenti al sostegno ala povertà. Il reddito da inclusione ha fondi del tutto insufficienti. Nel mercato del lavoro, poi, la deregulation selvaggia ha aiutato la ripresa economica, alla quale però, a differenza del passato, non si accompagna alla crescita del reddito da lavoro, che invece cala. Sono normative su cui lo Stato potrebbe intervenire».

https://www.avvenire.it/agora/pagine/gad-lerner

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Nel Sud-Italia gli abitanti più poveri d’Europa. E il divario col Nord si allarga.

Nel Sud-Italia gli abitanti più poveri d’Europa. E il divario col Nord si allarga.

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14 mila studenti persi alle medie Linee guida contro la dispersione

A rischio soprattutto ripetenti e anticipatari

di Emanuela Micucci – ItaliaOggi – 14 novembre 2017

Alle medie abbandonano la scuola 14.258 studenti. Nel passaggio alle superiori 34.286 ragazzi escono dal sistema scolastico. I dispersi dei licei, degli istituti tecnici e professionali e dell’IeFp sono 112.240. Numeri allarmanti che nel focus sulla dispersione scolastica nell’anno scolastico 2015/16, appena pubblicato dall’Ufficio statistica e studi del Miur, nascondo volti e storie di alunni che la scuola italiana ha respinto (www.miur.gov.it). Un fenomeno su cui in questi mesi è al lavoro al ministero dell’istruzione una cabina di regia guidata da Marco Rossi Doria per consegnare a dicembre le linee guida di indirizzo e d’azione per il contrasto e la prevenzione della dispersione. «Un piano che», spiega la ministra dell’istruzione Valeria Fedeli, «avrà come punto di riferimento l’articolo 3 della nostra Costituzione» per garantire pari opportunità a tutti i ragazzi, «compito principale del sistema di istruzione». Sebbene in calo dal 2013, attestandosi per il 2016 al 13,8% rispetto al 20,8% del 2006, tanto da avvicinarsi all’obiettivo europeo del 10% entro il 2020. Il fenomeno dell’abbandono scolastico inizia già alle medie e coinvolge con l’avanzare del grado di istruzione sempre più studenti.

Con forti divari tra Nord e Sud d’Italia, che vedono Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia e Calabria sopra la media nazionale. Alle medie ha abbandonato gli studi lo 0,8% degli iscritti, percentuale pari a ben 14.258 ragazzi. La maggior parte, l’1%, lascia in I e in II media, di questi tra lo 0,37% e lo 0,40% abbandona durante l’anno, mentre lo 0,47% di dispersi in III media lascia gli studi durante l’anno. Quasi la metà dei dispersi alle medie, il 40,9%, ha oltre 16 anni. L’abbandono, infatti, è più frequente tra chi è in ritardo con gli studi: la ripetenza può essere considerata un fattore che precede, e in certi casi preannuncia, l’abbandono.

Lascia la scuola media il 5,1% dei ripetenti, rispetto allo 0,4% degli alunni in regola. Ma anche gli anticipatari presentano una percentuale superiore ai compagni regolari: 1,1%. Gli studenti più colpiti dalla dispersione sono gli stranieri, al 3,3% contro lo 0,6% degli alunni italiani, percentuale che sale al 4,2% se sono nati all’estero. Nel passaggio dalla III media alle superiori ben 34.286 ragazzi escono dal sistema scolastico, il 6,16%. La maggioranza passa alla formazione professionale regionale (4,47%), una percentuale minima va in apprendistato (0,02%) o all’istruzione parentale (0,06%), mentre l’1,61% ha abbandonato del tutto gli studi. Alle superiori la dispersione raggiunge il 4,3%, pari a ben 112.240 studenti. Con punti del 7% nel primo anno di corso. Maglia nera il Mezzogiorno con il 4,8% di abbandono, che in Sardegna, Campania e Sicilia supera il 5%. Mentre le percentuali più basse si registrano in Umbria, con il 2,9%, Veneto e Molise con il 3,1%.

I licei sono i percorsi con meno abbandoni, il 2,1%, percentuale che raddoppia negli istituti tecnici arrivando al 4,8%. Quota questa doppiata a sua volta nei professionali, dove tocca l’8,7%. Ma è nell’istruzione e formazione professionale (IeFp) che si registrano più abbandoni, il 9,5%. Tutti dati di cui la cabina di regia ha fatto tesoro, oltre ad aver «raccolto le esperienze delle scuole, esaminato decine di buone prassi di ogni parte d’Italia e in particolare il lavoro in rete tra scuole e le altre realtà educative: centri sportivi, terzo settore, parrocchie, volontariato», sottolinea Rossi Doria. Ed aver «recepito linee di indirizzo da regioni, enti locali e proposte dalle parti sociali».

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/14-mila-studenti-persi-alle-medie-linee-guida-contro-la-dispersione.flc

http://www.italiaoggi.it/giornali/preview_giornali.asp?id=2224736&codiciTestate=1&sez=professionisti&titolo=14%20mila%20studenti%20persi%20alle%20medie%20Linee%20guida%20contro%20la%20dispersione

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=7ABKLS&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

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Disuguaglianza sociale: i figli di famiglie povere vengono bocciati sei volte di più

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DIRITTI
Il tasso di ripetenze è molto più alto negli istituti scolastici che presentano un indice socio-economico e culturale più basso: è quanto emerge dall’VIII Atlante dell’infanzia a rischio, presentato da Save the Children. In un’Italia in cui le famiglie con minori in povertà assoluta sono quintuplicate in dieci anni, quindi, non sempre la scuola riesce a colmare le disparità

In un’Italia in cui le famiglie con minori in povertà assoluta sono quintuplicate in dieci anni, non sempre la scuola riesce a colmare le disparità. La disuguaglianza sociale condiziona il rendimento scolastico: il tasso di ripetenze è sei volte maggiore nelle scuole che presentano un indice socio-economico e culturale più basso. Ogni anno oltre 130mila ragazzi sono a rischio dispersione scolastica. Questi alcuni dei dati contenuti nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio ‘Lettera alla scuola’ presentato oggi in anteprima da Save the Children, pubblicato da Treccani e disponibile nelle librerie italiane dal 23 novembre. “Un viaggio attraverso l’Italia con gli occhi dei bambini – spiega l’organizzazione – partendo dalla scoperta del luogo più strategico dell’infanzia, la scuola e delle sue risposte alle sfide di oggi”.

POVERTÀ, DISUGUAGLIANZA E RENDIMENTO – In Italia vivono 669.000 famiglie con minori in condizione di povertà assoluta che, una volta sostenuti i costi per la casa e per la spesa alimentare, possono spendere solo 40 euro per la cultura e 7.60 per l’istruzione al mese. È un fenomeno che investe tutto il paese: i bambini in tale situazione – 1.292.000, il 14% in più in un anno – rappresentano il 12,5% del totale dei minori (il 12% al Nord, l’11,6% al Centro, il 13,7% al Mezzogiorno). La correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. Uno studente di 15 anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, inoltre, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata.

LA DISPERSIONE SCOLASTICA – Tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112mila adolescenti, mentre in quelle di primo grado il tasso scende all’1,35%, che corrisponde a 23mila alunni. “Sebbene negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica – sottolinea Save The children – con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti, come mostrano i nuovi dati dell’anagrafe nazionale studenti del MIUR resi disponibili nell’Atlante”. Tra i ragazzi delle secondarie di II grado, possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera. Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i 15enni in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.

MOTIVAZIONI E ANSIA SCOLASTICA – La crisi economica, inoltre, rischia di avere un effetto negativo anche sulla motivazione degli studenti. In Italia meno di un giovane laureatosu 2 ha un lavoro (nell’Unione Europea il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione, in Italia appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7%). Non sorprende, dunque, che gli ‘scoraggiati’ tra i 15 e i 34 anni, che hanno smesso di cercare un’occupazione, siano cresciuti del 43% in dieci anni, raggiungendo quota 420mila, 340mila di loro al Sud. La scuola italiana, poi, è vissuta con preoccupazione da molti alunni: il 56% studia con grande tensione, il 70% prova molta ansia prima di un test anche se preparato, il 77% si innervosisce se non riesce a eseguire un compito a scuola, l’85% teme di prendere brutti voti. Sentimentiche pongono il paese al primo posto, insieme al Portogallo, nell’indice elaborato dall’Ocse sull’ansia scolastica.

Si assiste poi a due tipi di fenomeni opposti. Con l’aggravarsi delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, tanti bambini non hanno accesso ad attività culturali. Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni in un intero anno non arrivano a leggere almeno un libro, fare sport in modo continuativo, andare a concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei e non hanno accesso a internet. Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi un 15enne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6 ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e uno su 3 vi trascorre 5 o più ore al giorno.

UNA SCUOLA (NON) A MISURA DI BAMBINO – Con solo il 4% del PIL nazionale speso nel settore dell’istruzione, contro una media europea superiore del 4,9%, non è facile per la scuola pubblica offrire una risposta alle problematiche che incontra. Così, ad esempio, il 41% delle scuole secondarie di I grado lamenta una scarsa dotazione di laboratori e ambienti di apprendimento adatti a sperimentare nuove prassi didattiche, con 4 scuole su 10 che possono fare affidamento su meno di un laboratorio ogni 100 studenti. Solo il 17,4% degli istituti (una scuola su 6) è dotato di almeno una palestra in ogni sede, mentre, sebbene quasi tutte abbiano una biblioteca, meno di 3 su 4 danno la possibilità di effettuare un servizio prestito e meno di un terzo del patrimonio librario risulta utilizzato. Evidente il divario tra Nord e Sud: se in Settentrione 2 biblioteche su 3 sono dotate di almeno 3mila volumi, in Meridione lo è solo una su 3.

DALLA DENATALITÀ ALLA SFIDA DELL’INCLUSIONE –Tra i fenomeni che condizionano la scuola di oggi anche la denatalità: in cinquanta anni gli under 15 sono passati da 12 a 8 milioni, perdendo circa un terzo della popolazione in età della scuola dell’obbligo: l’Italia conta 165 anziani ogni 100 bambini sotto i 14 anni. Nonostante la tendenza fosse stata invertita dall’ingresso di molti bambini di origine straniera, negli anni scolastici dal 2015/2016 a quello in corso è stata registrataun’ulteriore contrazione di 100mila alunni. Nel caso in cui questo trend proseguisse, tra cinque anni ci saranno 361mila alunni in meno e tra dieci 774mila. Lo scenario somiglierebbe a quello che oggi già sperimentano da numerose aree interne: qui le scuole secondarie di primo grado sono presenti solo nel 60% dei comuni e quelle di secondo nel 20%. Sebbene il numero totale di alunnidiminuisca, aumenta invece quello dei bambini di origine straniera, che rappresentano il 9,2% degli studenti; tra coloro che non hanno la cittadinanza italiana il 58,7% è nato nel nostro Paese. Di fronte alla sfida dell’inclusione, tuttavia, solo nel 2,2% delle scuole del primo ciclo gli insegnanti ricevono una formazione specifica.

 

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Su Vincenzo Pascuzzi

Vincenzo Pascuzzi: è stato docente precario per quasi venti anni prima del ruolo. Ha insegnato Matematica, Elettrotecnica, Fisica in vari licei, istituti tecnici e professionali di Roma. Segue le vicende dei precari e della scuola. Interviene con note e articoli su vari siti, blog, ml. Partecipa al gruppo Iuas (Insiemeunaltrascuola) e al gruppo facebook Invalsicomio.

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