Uno spettacolo siciliano per un pubblico siciliano. Perché se “Terra matta”, ieri sera a Taormina per la sezione teatro, narra una storia, questa storia è così nostra che non si può non rimanerne toccati…di Silvana La Porta (inviata a Taoarte)
 

 

 

La vicenda di Vincenzo Rabito, emigrante sanguigno e sfortunato, giunge sulla scena per la regia e la disarmante, sincera interpretazione di Vincenzo Pirrotta, che ricrea sul palcoscenico tutta la magia del linguaggio sgrammaticato e straordinariamente vero di un uomo che era solito dire: «Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente da rracontare». E Vincenzo Rabito, da raccontare, aveva una vita intera.
Con lo sfondo di una scenografia semplice, dove la vera forza è nella parola, quasi gridata da Pirrotta, passa un’esistenza intera, dal 1899 al 1970, attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l’improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico, e infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri quest’autobiografia,
Terra matta è un’opera siciliana che ci parla del carattere stesso del nostro Paese, attraverso l’epopea dei diseredati, quelli che coi loro sacrifici e con il dramma dell’emigrazione, hanno fatto l’Italia. Così le 1027 pagine a interlinea zero, che raccontavano tutta la sua «maletratata e molto travagliata e molto desprezata» vita di Rabito scritta da lui medesimo, sono diventate dramma, nel senso etimologico del termine, azione attraverso la purezza della parola: azione di chi ha dovuto lottare tutta la vita per affrancarsi dalla miseria, per salvarsi la pelle, ragazzino, nel mattatoio della Prima e poi della Seconda guerra mondiale; per garantirsi un futuro inseguendo (con «quella testa di antare affare solde all’Africa») il sogno fascista del grande impero coloniale in «uno miserabile deserto»; per arrabattarsi, in mezzo a «brecante e carabiniere», tra l’ipocrisia, la confusione e la fame del secondo dopoguerra. E la guerra è la grande illusione dei poveracci, sintetizzata nella frase: “Abbiamo vinto questa mincia.”
Alla fine resta la triste meditazione del povero affaticato, che ha conquistato tozzo a tozzo il suo piccolo benessere, ma sa di avere lottato tanto, ma proprio tanto, «come la tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all’ultimo scalone cascava».

SILVANA LA PORTA