La riforma illustrata da Pietro Grasso non è solo carente dal punto di vista dei nessi di causa-effetto, perché otterrebbe conseguenze opposte a quelle desiderate dai suoi fautori, ma pecca anche di ingenuità, assumendo che l’unico ostacolo all’accesso all’istruzione universitaria consista nel pagamento della retta, laddove è abbastanza evidente che l’onere più rilevante della frequenza universitaria consiste invece nel mancato reddito da lavoro del periodo in questione.

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Altro che università gratis, si dovrebbe intervenire alla scuola dell’obbligo

di Massimo Famularo,  Il Fatto Quotidiano, 11.1.2018

La contraddizione in termini, contenuta nell’idea di aiutare i meno abbienti fiscalizzando l’onere di un servizio usato prevalentemente dai ricchi, come l’accesso all’università, che oggi è parzialmente a carico degli studenti, potrebbe essere tranquillamente liquidata come propaganda elettorale, seppure un po’ zoppicante sotto il profilo della logica.

Val la pena tuttavia provare a fare qualche ragionamento meno superficiale in tema di benessere collettivo.

La riforma illustrata da Pietro Grasso non è solo carente dal punto di vista dei nessi di causa-effetto, perché otterrebbe conseguenze opposte a quelle desiderate dai suoi fautori, ma pecca anche di ingenuità, assumendo che l’unico ostacolo all’accesso all’istruzione universitaria consista nel pagamento della retta, laddove è abbastanza evidente che l’onere più rilevante della frequenza universitaria consiste invece nel mancato reddito da lavoro del periodo in questione. Ne consegue quindi una conclusione a dir poco rocambolesca ossia che la mera eliminazione delle rette universitarie possa incentivare l’affluenza negli atenei (lasciando perdere la questione che questo sia o meno un obbiettivo desiderabile).

Proviamo a fare un passo indietro e a inquadrare la questione in termini di benessere collettivo e distinguiamo tra competenze di base e competenze avanzate. Le prime servono a comprendere la realtà che ci circonda, consentendoci di esprimere a ragion veduta i nostri diritti politici e di evitare le truffe e i raggiri meno sofisticati, una volta si limitavano a leggere, scrivere e far di conto e oggi potrebbero includere nozioni di statistica, calcolo attuariale oltre alla abilità di discernere le fonti attendibili su Internet.

Le seconde, tra le quali rientrano quelle acquisite mediante studi universitari, hanno invece la funzione di rendere possibile l’esercizio di alcuni lavori o professioni, oppure di consentire lo svolgimento di attività di tipo edonistico (es comprensione e valutazione di opere d’arte per finalità ludiche etc).

Come si può comprendere facilmente, mentre è chiaro che le competenze di base costituiscano un bene meritorio, che andrebbe garantito a tutti e per il quale esiste un interesse collettivo alla maggiore diffusione possibile, per le competenze avanzate il discorso è differente: si tratta in primo luogo di una scelta personale (non tutti necessariamente vogliono svolgere studi avanzati) e, dunque, non è affatto detto che far crescere il numero dei soggetti che vanno all’università costituisca un obbiettivo desiderabile per la collettività soprattutto senza entrare nel merito della qualità e tipologia degli studi universitari.

Dal momento che è troppo complesso quantificare il beneficio apportato alla collettività dall’avere un medico in più o un ingegnere in meno, l’unico profilo che può rilevare in termini collettivi riguarda il cosiddetto “ascensore sociale” ovvero la possibilità per tutti gli individui di migliorare la propria condizione economica.

Nella misura in cui gli studi universitari consentono di accedere a professioni più qualificate e redditi più elevati dovrebbe essere auspicabile rimuovere gli ostacoli di carattere materiale che impediscono a chi lo desidera di accedere a questo tipo di istruzione. In quest’ottica sono ampiamente già ampiamente presenti (laddove ovviamente l’università non è gratuita) in tutti i paesi sviluppati esenzioni dalle rette universitarie e agevolazioni per gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito oppure che affiancano il lavoro agli studi.

Messa in questi termini la questione è ben più articolata di quanto si possa affrontare esentando o meno dal pagamento delle rette universitarie coloro i quali oggi vi sono soggetti: occorre concentrarsi sugli anni precedentiper consolidare la formazione ricevuta durante la scuola dell’obbligo, in modo che al momento di valutare se e quali studi universitari intraprendere la scelta sia fatta in modo informato e consapevole e, l’aspirante studente disponga degli strumenti necessari, sia in termini di nozioni di base che di metodo di studio per affrontare i corsi universitari con profitto. Inoltre, per rimuovere veramente gli ostacoli economici non è sufficiente l’esenzione dalle rette, ma occorre intervenire con trasferimenti che possano compensare il costo opportunità di un eventuale lavoro alternativo e le spese di sostentamento presso le sedi universitarie: detti trasferimenti potrebbero assumere la forma di borse di studio per i più meritevoli o di “prestiti a lungo termine” per tutti gli altri. Che questo discorso possa valere per tutti i corsi di studio, a prescindere dal carattere scientifico o umanistico oppure solo per alcuni, ritenuti più utili o meritevoli è una scelta di tipo politico e culturale che non rileva in questa sede.

Ragionando fuori dalla propaganda politica, tesa ad acchiappare voti in vista delle elezioni, quello che è veramente rilevante per il progresso della società e il benessere di tutti è che una solida ed estesa formazione di base sia garantita a tutti i cittadini e che esistano ampi sussidi e incentivi per fare in modo il più ampio numero di persone possa comprendere correttamente quanto avviene nel mondo che lo circonda. Con riferimento alla formazione successiva, nella misura in cui essa possa assolvere alla funzione di “ascensore sociale” val la pena che venga promossa solo nei confronti di chi denota una adeguata motivazione e capacità sufficienti a mettere a frutto il supporto ricevuto: fuori da questi ambiti “farsi una cultura” costituisce un consumo di lusso per il quale ognuno dovrebbe provvedere da se, senza gravare sulla collettività.

link: http://www.gildavenezia.it/altro-che-universita-gratis-si-dovrebbe-intervenire-alla-scuola-dellobbligo/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/11/altro-che-universita-gratis-si-dovrebbe-intervenire-alla-scuola-dellobbligo/4086403/

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L’università gratis non rende né liberi, né uguali (e Piero Grasso dovrebbe saperlo)

Ecco perché la proposta di abolire le tasse universitarie di fatto crea corsie preferenziali per i figli dei ricchi che restano furi corso. Una sinistra di liberi ed eguali dovrebbe rendersene conto. Invece di agitare inutili populismi d’antan

Liberi e uguali, vasto programma, ma con la proposta dell’abolizione delle tasse universitarie, Piero Grasso rischia di toppare: abolire quella tassa è regressivo e Leu vira verso un’involuzione da vecchio Pci, che non favorisce né libertà né uguaglianza.

Abolizione regressiva perché “regalare” la cultura ai figli dei borghesi, che possono permettersela, e porli sullo stesso piano del figlio dell’operaio che, se merita, ha tutto il diritto di avercela gratis, fa un piacere ai primi, non ai secondi. Le tasse, poi, non sono una tariffa, con la quale si copre il costo totale del servizio, che è in capo allo Stato, ma rappresentano un contributo richiesto al cittadino onde evitare l’azzardo morale; quel comportamento opportunistico per il quale, cioè, il contribuente, non sopportando un costo diretto, spreca o sovrasfrutta un bene collettivo, che non è infinito e universale: è proprio il caso del figlio del ricco che si “parcheggia” all’università, tanto quest’ultima non gli costa nulla. La psicologia ha dimostrato che diamo valore alle cose quando diamo loro un costo, anche simbolico.Chiedere un obolo al ricco, dunque, è socialmente giusto, anche per indurlo a valorizzare quel bene pubblico. Mentre è altrettanto giusto tendere alla riduzione del costo per i meritevoli che, se indigenti, possono e debbono usufruire gratis dell’università, a fronte dei loro risultati. Il loro rendimento è infatti la prova evidente che stanno saggiamente valorizzando quello che è un investimento della collettività su di una persona dalla quale sarà lecito aspettarsi un ritorno in futuro; perché il figlio di operaio che diventa ingegnere guadagnerà di più del padre, produrrà più ricchezza e, dunque, pagherà più tasse.

Le tasse, poi, non sono una tariffa, con la quale si copre il costo totale del servizio, che è in capo allo Stato, ma rappresentano un contributo richiesto al cittadino onde evitare l’azzardo morale. È proprio il caso del figlio del ricco che si “parcheggia” all’università, tanto quest’ultima non gli costa nulla

La gaffe di Grasso, però, indica di più. Indica le difficoltà per una sinistra che vuole richiamarsi ai valori tradizionali del socialismo, e che apertamente ha preso le distanze dal progetto di sinistra-liberale renziana, che bene o male sta trascinando il Paese fuori dalla crisi, a trovare una via credibile. Insomma, se la Terza via piddina e fu blairiana e clintoniana non va bene – la critica principale è che aumenta il Pil, ma non ridistribuisce -, quale via funzionerà, per evitare che proposte astrattamente giuste – aboliamo le tasse -, si traducano controintuitavamente in esiti che allargano le ineguaglianze, piuttosto che ridurle? Già il nome di Liberi e Uguali è un ossimoro perché, benché si tratti di una nobile citazione della sociologa Chiara Saraceno, più c’è libertà e meno c’è uguaglianza: lo notavano con la consueta acribia due insigni marxisti, Adorno e Horkheimer.

Se è sicuro che le ineguaglianze siano odiose e zavorrino perfino l’economia, più difficile capire quale uguaglianza è realistico perseguire, onde evitare scherzetti, proprio come quello del mantra sessantottino “Cultura gratis a tutti”. Quando è noto – come ha dimostrato recentemente Raffaele Alberto Ventura in “Teoria della classe disagiata” -, che la cultura è uno status symbol per ricchi e distribuirla gratis è uno scacco ai poveri. Da questo punto di vista, la teoria filosofica sull’uguaglianza è corposa e complessa e, forse, non è un caso che Grasso, fino a ieri nel Pd, abbia commesso questo errore. C’è stata un’adeguata elaborazione concettuale da parte di Leu o, forse, più un’ansia di contrapporsi a Renzi a prescindere?

Il più importante filosofo dell’uguaglianza del secolo scorso, John Rawls, distingueva fra fairness and justice, ponendo l’accento sulla necessità di garantire uguali opportunità, senza innescare un livellamento verso il basso. Aristotele distingueva fra la giustizia distributiva, che divideva secondo i meriti, e quella retributiva, che integrava per indennizzare chi avesse subito qualche torto: è quest’ultima ad aver ispirato l’egualitarismo sessantottino che ha probabilmente prodotto più danni di quanti non ne abbia risolti. Mi riferisco alle teorie delle “discriminazioni positive”, quando si tratta di aiutare categorie che abbiano subito torti dalla società: donne, poveri, migranti. Vasto programma, per l’appunto, a patto di non zavorrare chi invece merita di più. E non è un caso che, per i Greci, la democrazia si informasse all’uguaglianza formale, l’isonomia, mentre l’isomoria, quella retributiva, era perseguita dai tiranni; così come non è un caso che in nome dell’ideale della giustizia (e della democrazia) sostanziale, i comunisti abbiano finito per avallare sistemi dove non c’erano né democrazia né giustizia né libertà, ma uguaglianza nella povertà e nell’indigenza. Insomma, Liberi e Uguali fa bene a puntare su temi come giustizia e ridistribuzione, ma se non si trova la chiave giusta, c’è il rischio di ripetere errori del passato. Ci può essere uno spazio alla sinistra del Pd, ma non lo può riempire chi velleitaristicamente declina temi da ‘68. Libertà nell’uguaglianza delle opportunità è una sfida del futuro, non del passato. E la vinci, facendo pagare le tasse ai ricchi, non togliendole nel nome della Kultura.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/01/08/luniversita-gratis-non-rende-ne-liberi-ne-uguali-e-piero-grasso-dovreb/36709/

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Il Pd ha già cancellato le tasse universitarie per le famiglie meno abbienti

link: https://www.democratica.com/opinioni/tasse-universitarie-grasso-leu/

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Si allarga la no tax area

Come noto con la manovra il governo ha proposto che gli studenti che appartengono a famiglie con meno di 13mila euro di Isee non devono pagare alcuna tassa alle università per iscriversi alla laurea triennale, purché siano studenti in corso e attivi, cioè abbiano superato un certo numero di esami, mentre per le famiglie tra 13mila e 25mila euro di Isee la legge di bilancio stabilisce un calmieramento delle tasse universitarie in proporzione all’Isee, con un’aliquota massima dell’8%.

http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2016-11-22/manovra-si-cambia-la-no-tax-area-si-allarga-e-concorsi-ricercatore-si-aprono-abilitati–155222.php?uuid=ADGoYnzB