poi

Quanto ai voti alti dei diplomati in Calabria: non è da escludere che quel cocktail culturale e genetico di cui il territorio del Meridione ha goduto, nel corso dei  millenni ha geneticamente dotato i meridionali di un’intelligenza brillante atta a compensare le avversità “ambientali” che sono stati/e sono ancora costretti ad affrontare. La civiltà araba, la cultura pitagorica, la Magna Grecia, la Scuola Poetica Siciliana, la cultura normanna: tutta questa meraviglia la storia non la colloca certo a Varese!

Da Cattaneo ho ascoltato la verità più vera in merito alla valutazione: noi valutiamo grazie ad uno standard. Lo standard è la condizione che può essere confrontata. E qui arriva la sconvolgente, quanto a mio avviso veridica, conclusione di Cattaneo: non è scontato che tutti vogliano standard nazionali. Non è detto, aggiungo io, che tutti vogliano essere giudicati su standard etero imposti, che dovrebbero presupporre una condivisione di valori non sempre possibile, talvolta addirittura impossibile. Non sempre è possibile la costruzione di una comune cornice di senso, non sempre è possibile la lettura attraverso la medesima lente.

Mappa di: Provincia di Reggio Calabria

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Docenti “malati e lavativi” al Sud. “Sani e belli” al Nord. Cinzia De Lio replica a Gian Antonio Stella e al suo articolo sul Corriere della Sera

Pubblicato Giovedì, 19 Maggio 2011 00:00

“Gentile dott.ssa Marando, sono una  giornalista calabrese ma vivo al nord, sono una docente di ruolo di filosofia e storia. Oggi Le trasmetto un commento ad un articolo  pubblicato ieri dal Corriere della Sera sugli insegnanti meridionali assenteisti, chiedendoLe di pubblicarlo, se lo ritiene, sul sito on line. E’ stato già pubblicato sul più importante sito on line di psichiatria, AIPSIMED, che ospita il mio blog …

La ringrazio per l’attenzione

Cinzia De Lio  Sabato 7 maggio 2011″

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Quando si dice il danno e la beffa. I piemontesi che 150 anni fa distrussero il sud, con a capo quel tagliagole di Garibaldi e i suoi compari con la corona, portati a modello di onestà a confronto con i “fraudolenti fratelli” calabresi. Se questo non è seminare zizzania. Dividi et impera. Noi del sud non vorremmo questionare ancora, vorremmo un poco di pace, ma veniamo tirati per la giacchetta ancora una volta. E dobbiamo punto per punto controbattere. Altrimenti ancora per altri 150 anni si dovranno sentire falsità. Noi non ci saremo ma i nostri discendenti si. Per amore loro e della verità dobbiamo con dati di fatto spiegare le cose ai nostri “fratelli d’Italia” del nord. Perché vogliamo essere veramente uniti. A che non si creino più fraintendimenti e barriere. Pubblichiamo con piacere l’interessante e istruttivo articolo di Cinzia De Lio.

Il direttore di J’Accuse…!

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PROFESSORI MALATI (FANNULLONI) AL SUD  E PROFESSORI SANI (VIRTUOSI) AL NORD?

Mentre a Trieste due docenti sono stati retribuiti sullo stesso posto, roba da far tremare il min. Brunetta e  la Corte dei Conti, replico a Gian Antonio Stella, al suo articolo “Prof. malati, a Reggio il triplo che ad Asti.  Ma in Calabria il record dei voti massimi per i diplomati” pubblicato venerdì scorso dal Corriere della Sera. Replico da giornalista, come lui, che a differenza sua non ha mai vissuto nell’Iperuranio Platonico, ma si è sempre guadagnata il pane facendo l’insegnante. Saranno bastati,  poi, dieci anni di lavoro non retribuito nella redazione reggina di un quotidiano catanzarese, scrivendo dalla “nera”, alla politica, alla critica d’arte e musicale (ebbene si, i miei titoli di studio sono molti e vari!)? E saranno bastate pubblicazioni su periodici a tiratura nazionale come “Il fisco” ed “Argomenti”?  La collaborazione con il più importante sito on line di psichiatria, Aipsimed? Sarà bastato tutto ciò per farmi  “le spalle larghe” e per comprendere ed affermare che “etica” è una parola dolorosamente spesso assente dal “breviario del giornalista” ? Ciò premesso, vengo al dunque. Ho insegnato per 13 anni in provincia di Reggio Calabria. Poiché scrivo da filosofo e da giornalista, insieme, poiché la mia formazione e la mia struttura di personalità me lo impediscono, mi risparmio i sofismi (argomentazioni seppur false atte a sostenere la propria verità) sovente presentati con quello strumento retorico che è l’ironia, ed analizzo i dati.
Questo perché sia da filosofo sia da giornalista ricerco sempre la Verità senza mancare di rispetto a nessuno, anche nel caso in cui ho da contestare condotte o presunte tali.

L’avvio di un articolo con una domanda retorica, poi, intrisa di ironia serve soltanto per catturare l’attenzione di quei lettori meno svegli, incapaci da soli, di riflettere e di analizzare dati ed informazioni. Incapaci, così, di verificare la correttezza delle informazioni fornite dal giornalista che  per mestiere le informazioni le dà, le usa, le manipola.
La provincia di Reggio Calabria ha una superficie di 3.183 Kmq. La provincia di Asti ha una superficie di 1.511 Kmq. Chi volesse andare a studiare un po’ di geografia si accorgerebbe a vista d’occhio che mentre il capoluogo di provincia piemontese sta al centro del proprio territorio, Reggio Calabria sta bella e placida a guardare lo Stretto di Messina, totalmente decentrata, dunque, dal proprio territorio. Eh già, perché si dà il caso che al centro della provincia insista quel monumento geologico che chiamasi “Aspromonte”. Questo vuol dire che un docente che vive a Reggio Calabria e che si trova ad insegnare al confine della provincia o nel cuore dell’Aspromonte, per arrivare a scuola alle otto ci riesce soltanto se si alza al mattino alle cinque, sovente dopo aver percorso il tragitto con mezzi di trasporto vari del tipo auto+treno+auto (il che vuol dire acquistare un’auto da “lasciare” alla stazione più vicina), oppure bus+ auto, oppure treno+bus. O, rassegnato, in auto. E non è cosa bella mettersi in cammino per tre ore per raggiungere la scuola e ritornare a casa tre ore dopo il termine delle lezioni! Escludo che un collega astigiano percorra strade intrise “di passione e di sangue” come un collega calabrese. Si, anche strade di sangue, perché un collega astigiano percorre quotidianamente le strade che attraversano le dolci colline del suo territorio. Il collega calabrese percorre la Strada Statale 106, altrimenti chiamata “superstrada della morte” o l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, martoriata da lavori senza fine, poi prende strade di montagna senza neanche guardrail e a sera, quando torna a casa, (perché alle 16 d’inverno è già buio) deve ringraziare il suo Dio se è ancora vivo. E che dire delle avversità metereologiche? Sulle strade della provincia di Reggio Calabria non ci sono gli spazzaneve già attivi, perché allertati, alla caduta del primo dolce fiocco e poi a spargere sale sulle strade! Se arriva una nevicata mentre il docente è a scuola nel cuore dell’Aspromonte, lì rimane…!
Per non parlare poi delle strutture e della tecnologia di cui un collega astigiano gode a scuola. Il collega reggino no: in Aspromonte o sulla Piana di Gioia Tauro sono moltissime le scuole che non hanno le aule multimediali, non hanno le lim (lavagne interattive multimediali), non hanno il collegamento con l’osservatorio astronomico, più semplicemente non hanno neanche le macchinette erogatrici di acqua, the, panini, tramezzini, cioccolatini, caffè, cioccolata.

Eppure i professori e gli operatori del mondo della scuola della provincia di Reggio Calabria, non sono figli di un Dio minore, non sono ereditieri che possono concedersi il lusso di lasciare “su strada” metà del loro stipendio. E non sono neanche figli di nessuno che possono/devono rischiare la vita ogni giorno per portare a casa lo stipendio. Però così di fatto è.
Prima di ergersi a giudici bisognerebbe conoscere il mondo. E come può un giornalista parlare di ciò che non conosce?
Certo, che se “i docenti che fanno meno assenze per malattia sono sempre quelli del Piemonte (dove peraltro operano molti professori di origine meridionale). Quelli che ne fanno di più – anche qui ripetutamente in tutti i gradi di scuola – sono invece quelli della Calabria che si assentano dal servizio più del doppio dei colleghi piemontesi” una mente pensante avvezza ad analizzare i fenomeni potrebbe analizzare la circostanza e, legittimamente, arrivare alla conclusione che è  il “fattore ambientale” a creare la discriminante relativa al tasso di presenze a scuola dei docenti. E non mi riferisco certamente al fatto che “l’aria dello Stretto fa male ai professori calabresi”, viceversa alla circostanza che condizioni quali l’agevolezza nel raggiungimento della sede di lavoro, la vivibilità degli spazi dedicati alla vita scolastica, la possibilità di utilizzare strutture avanzate per la didattica adeguate all’evoluzione delle nuove tecnologie al servizio del processo insegnamento/apprendimento, fanno si che l’insegnante calabrese che lavora in Piemonte non abbia motivo di assentarsi. E non ce l’ha perché le condizioni del suo lavoro non lo “usurano”. Come usurano l’insegnante che lavora in Calabria.
Quanto ai voti alti dei diplomati in Calabria: non è da escludere che quel cocktail culturale e genetico di cui il territorio del Meridione ha goduto, nel corso dei  millenni ha geneticamente dotato i meridionali di un’intelligenza brillante atta a compensare le avversità “ambientali” che sono stati/e sono ancora costretti ad affrontare. La civiltà araba, la cultura pitagorica, la Magna Grecia, la Scuola Poetica Siciliana, la cultura normanna: tutta questa meraviglia la storia non la colloca certo a Varese!

Un commento sui dati Ocse Pisa: poiché – il mio grande maestro di giornalismo, il siciliano Carmelo Garofalo – mi ha insegnato a farmi comprendere da tutti, spenderò due parole su cos’è Ocse e su cos’è Pisa. L’Ocse è l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato, che ogni tre anni promuove un’indagine per valutare le competenze degli studenti di 15 anni in tre ambiti (comprensione della lettura, matematica e scienza), tale indagine è, per l’appunto, PISA Programme for International Student Assessment. L’INVALSI, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, è l’agenzia nazionale per l’Ocse Pisa. Ebbene, dall’ultima indagine del 2009 la Calabria risulta, in tutte le valutazioni (punteggi medi in lettura, punteggi medi in matematica, punteggi medi in scienze) all’ultimo posto.
Ora – sempre una mente pensante – si chiede se il quoziente intellettivo dei calabresi è inferiore alla media oppure se qualcosa non funziona nella rilevazione dei dati.
A giudicare dalla circostanza che l’assenza di una struttura sociale di supporto spinge tanti meridionali a migrare al Nord ove gli stessi ricoprono posti di prestigio in tutti i settori – e questo è un dato oggettivo (mi risparmio i numeri per non abusare con la statistica) la prima ipotesi la scarterei. Non rimane che la seconda.

Ed è da qui che l’Ocse, l’Invalsi, la Direzione Regionale Calabrese del Ministero dell’Istruzione devono cominciare a riflettere.
Concludo questa parte di mia riflessione con una considerazione di Piero Cattaneo, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma con un “valore aggiunto”: l’aver mantenuto il suo posto di dirigente scolastico. Ecco perché di una riflessione di Cattaneo posso fidarmi: perché lui non pontifica dall’alto dei cieli. Ma dal basso della quotidianità della vita dentro le aule, anche se le sue sono quelle di Casalpusterlengo in provincia di Lodi, e non quelle di Platì in provincia di Reggio Calabria. Da Cattaneo ho ascoltato la verità più vera in merito alla valutazione: noi valutiamo grazie ad uno standard. Lo standard è la condizione che può essere confrontata. E qui arriva la sconvolgente, quanto a mio avviso veridica, conclusione di Cattaneo: non è scontato che tutti vogliano standard nazionali. Non è detto, aggiungo io, che tutti vogliano essere giudicati su standard etero imposti, che dovrebbero presupporre una condivisione di valori non sempre possibile, talvolta addirittura impossibile. Non sempre è possibile la costruzione di una comune cornice di senso, non sempre è possibile la lettura attraverso la medesima lente.

E adesso, con questo discorso chiudo perché quei quattro lettori che avranno avuto sin qui la pazienza di leggermi hanno altro da sapere.
Quanto all’espressione usata dal giornalista Stella “anche dopo la tremendissima offensiva brunettiana contro i fannulloni, la svolta sull’assenteismo è ancora lontana” mi sento di dichiarare che ciò è vero. Non contestualizzato nel contesto in cui l’espressione è usata, com’è ovvio.
E’ accaduto ad esempio a me, che dalle Piramidi – per motivi che al mondo non ritengo di dover rivelare – sono andata a finire all’estremo confine dell’Italia: Trieste.
Qui, alla faccia del povero Ministro Brunetta, appena la scorso anno ho vissuto un’esperienza che ha dell’incredibile! La farò breve, prometto.
Il primo settembre mi è stata assegnata in assegnazione provvisoria la mia cattedra di filosofia e storia. L’11 settembre vengo raggiunta da un messo che mi catapulta in mano una lettera con cui mi si annuncia l’esistenza di un “provvedimento in corso” da parte della Direzione Scolastica Regionale diretta dalla dott. Daniela Beltrame secondo il quale sono stata rimossa dalla mia cattedra per essere assegnata alla sottoarticolazione dell’Ufficio Scolastico Provinciale, retto a sorti alterne. Inoltro la prima richiesta di accesso agli atti, poi la seconda, ad entrambe non viene data risposta. Sul mio posto, nel frattempo, viene nominato un supplente, certo F. C. di R.. Io non mi capacito: non avevo violentato nessun alunno, non ero andata “fora de coppi” come si dice a Trieste, ossia non ero diventata matta (e Trieste di matti se ne intende!), non avevo subito procedimenti disciplinari, non ero imputata in nessun processo. Per sei mesi vengo costretta all’inattività o ad attività non confacenti al mio status giuridico ed al mio ruolo come contare depliant e spostare pacchi. Sono stata costretta al silenzio perché i tempi biblici del Tar comunque non avrebbero risolto la situazione. Dopo ben sei mesi dall’emissione, la dott. Beltrame, leghista, a dire dei ben informati gravitante  nell’orbita dell’onorevole Pittoni, Lega Nord, si compiace di notificarmi il “provvedimento in corso” che mi rimuove dall’incarico, mi obbliga a prestare servizio per 36 ore settimanali anziché le 18 come da contratto docente per farneticanti “compiti connessi all’autonomia” e mi lascia senza un ordine di servizio. Vita personale ed equilibrio familiare sconvolti, dolore psichico per il senso di impotenza indotto, per muro di gomma del silenzio alle ripetute richieste di accesso agli atti. Fino a che, con il provvedimento in mano, chiedo l’annullamento dello stesso in autotutela, invocando i principi del diritto amministrativo violati.

A quel punto, dura lex sed lex, la Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico per il Friuli Venezia Giulia, Beltrame, altro non ha potuto fare che revocare l’atto! Eravamo al 12 maggio. Sono stata mandata nuovamente alla scuola dalla quale ero stata rimossa ma, naturalmente “a disposizione” che tradotto vuol dire: quando manca qualcuno far il “tappabuchi”, in alternativa girarsi le dita.
Ed il sig. F. C. di R., intanto, continuava ad essere retribuito. Con i miei, con i soldi di meridionali e settentrionali, perché  – al di là di chi vuole creare divisioni – gli abusi gravano sulla busta paga di tutti.
Riassunto per il ministro Brunetta e per la Corte dei Conti, qualora ritenessero il mio racconto meritevole di approfondimenti: dal giorno 11 settembre 2009 fino al 12 maggio 2010  io sono stata rimossa dal mio incarico, sono stata retribuita, al mio posto è stato nominato un supplente anch’esso (ho da presumere) retribuito. Dall’11 settembre 2009 fino al 12 maggio 2010 nessun atto formale, anche a grandi linee mi è stato dato su quali avrebbero dovuto essere i miei compiti e le mie funzioni. Sono stata talvolta sottoimpiegata quasi sempre non impiegata. In pratica sono stata retribuita per non adempiere al mio dovere.
Questo è stato l’operato della dott. Beltrame, Direttore Regionale Ufficio Scolastico Friuli Venezia Giulia la quale, sempre secondo voci bene informate, a breve assumerà anche l’incarico di reggente dell’Ufficio Scolastico Regionale del Veneto.
Sede attualmente vacante, sede che negli anni ha portato la scuola a valori d’eccellenza!

Cinzia De Lio  Sabato 7 maggio 2011

http://www.jeaccuse.eu/index.php/servizi-giornalistici/372-docenti-qfannulloni-e-primi-della-classeq-al-sud-qsani-e-belliq-al-nord-cinzia-de-lio-replica-a-gian-antonio-stella-e-al-suo-articolo-sul-corriere-della-sera.html

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NORD E SUD IL DATO A SORPRESA: A NOVARA IL MAGGIOR ABBANDONO SCOLASTICO

Prof malati, a Reggio il triplo che ad Asti

Ma in Calabria il record dei voti massimi per i diplomati / Precarietà di casa al Nord, attenuata al Sud e nelle Isole

di Gian Antonio Stella  – 6 maggio 2011

L’aria dello Stretto fa male ai professori? Non puoi non farti questa domanda davanti ai dati dell’ultimo rapporto di Tuttoscuola: in media i docenti reggini si ammalano 12,8 giorni l’anno. Tre volte e mezzo di più dei colleghi astigiani: 3,6. Prova provata che, anche dopo la tremendissima offensiva brunettiana contro i fannulloni, la svolta sull’assenteismo è ancora lontana.

Sono impressionanti, alcuni dei dati contenuti nel dossier del mensile diretto da Giovanni Vinciguerra. A partire, appunto, da quelli sulla salute più o meno cagionevole di chi nella scuola lavora. Dove emerge in modo netto quanto forti siano ancora le differenze fra il Nord e il Sud del Paese. Spiega infatti lo studio di Tuttoscuola, il quale segue a distanza di quattro anni il primo rapporto, che «in tutti i gradi di scuola – vale a dire in quattro universi statistici distinti (docenti di scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di I e II grado) – i docenti che fanno meno assenze per malattia sono sempre quelli del Piemonte (dove peraltro operano molti professori di origine meridionale). Quelli che ne fanno di più – anche qui ripetutamente in tutti i gradi di scuola – sono invece quelli della Calabria, che si assentano dal servizio più del doppio dei colleghi piemontesi. In particolare, i più virtuosi sono i docenti delle scuole superiori della provincia di Asti (3,6 giorni medi all’anno di assenza per malattia). I meno virtuosi, o appunto i più cagionevoli di salute, cioè quelli che si assentano di più per malattia, sono quelli delle scuole superiori della provincia di Reggio Calabria (12,8 giorni medi all’anno pro capite)».

Quanto al personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario) e cioè i bidelli, le segretarie e così via, «la provincia con meno assenteismo è quella di Cuneo (7,5 giorni all’anno), quella con più assenteismo per motivi di salute quella di Nuoro, che sfiora (in media) i 15 giorni (Reggio Calabria è subito dietro con 14,5 giorni)». Parliamo di giorni lavorativi: «giusto tre settimane all’anno a letto, che si sommano a ferie (che come si sa per i docenti, complice la chiusura estiva delle scuole, sono particolarmente lunghe), festivi, Santi patroni e nel 2011 anche al centocinquantenario dell’Unità d’Italia». Alle scuole materne la situazione non cambia molto: cinque giorni d’assenza media l’anno a Piacenza, 16,9, e cioè più del triplo, a Vibo Valentia. Numeri che offendono tutti quei maestri, bidelli, professori che quotidianamente si spendono con generosità per mandare avanti la scuola nonostante le delusioni, gli stipendi ingenerosi, le carenze infrastrutturali, la perdita di peso e di status nella società. Ma offendono soprattutto i maestri, i bidelli, i professori del Mezzogiorno che cercano di arginare con la loro dedizione e la loro professionalità i buchi lasciati dai colleghi furbetti e vengono ingiustamente esposti dalle statistiche al pubblico sconcerto, alla pubblica riprovazione.
Non è solo in questa tabella, tuttavia, che la Calabria svetta in cima alle classifiche. Ma anche, per esempio, in quella dei voti più alti dati ai maturandi. Spiega infatti il dossier della rivista, sotto un titolo ironico («quasi geni a Vibo Valentia») che nel Vibonese «si registra alla maturità una delle più alte percentuali di studenti promossi con il massimo dei voti e la più bassa percentuale di studenti promossi con il minimo dei voti». Tanto per capirci: il 33,6% dei diplomati può mettere in bacheca un 100 o addirittura un 100 e lode. Una percentuale molto più alta della media nazionale (23%) ma addirittura tripla rispetto a quella della provincia di Varese. Domanda: è mai possibile che tutti i cervelloni si erano concentrati nel Vibonese e tutti i somari nel Varesotto?

Come è possibile prendere sul serio un dato come questo se viene drammaticamente smentito, ad esempio, dai rapporti Pisa (Programme for international student assessment) dell’Ocse che ogni tre anni valutano la preparazione degli studenti quindicenni di tutto il mondo? E’ una malizia immaginare che a Vibo Valentia i docenti usino un metro di misura diverso da quello usato a Varese? La tendenza, del resto, è uguale a livello di macroaree: i «bravissimi» premiati con il 100 o il 100 e lode sono nel Sud il 25,8%, nel Nord-Ovest il 18,7: quasi un terzo di meno. Sul piano regionale, le differenze sono ancora più marcate: gli studenti che escono con il massimo dei voti dagli istituti superiori calabresi sono il 30,4%. Da quelli lombardi la metà: 16,6%. Uno squilibrio totale che lo stesso rapporto di Tuttoscuola sottolinea: numeri alla mano, c’è da scommettere che si aprirà «un vivace dibattito sui criteri e sui metodi di valutazione degli studenti».

Così come c’è da scommettere che, accanto al sollievo per il netto miglioramento in molti indicatori delle scuole del Mezzogiorno, le quali negli ultimi quattro anni hanno fatto segnare progressi proporzionalmente superiori a quelli del Nord, altre polemiche potrebbero scoppiare per i dati sulla precarietà. Dove emergono differenze altrettanto abissali. Spiega il rapporto a pagina 86: «La precarietà è di casa al Nord, mentre è molto più attenuata al Sud e nelle Isole». Qualche esempio? Solo 5,6% di docenti precari nella scuola dell’infanzia statali al Sud e 18,9 nel Nord-Est, solo 3,2 nelle primarie al Sud e 16,2 nel Nord-Ovest, 24,5% tra insegnanti di sostegno al Sud e 56,2 al Nord-Est. E così via… Una tendenza costante: «tra le province hanno fatto registrare una condizione di bassa precarietà Agrigento, Caserta e Lecce, mentre all’opposto, si trovano in fondo a questa poco invidiabile graduatoria Bologna e Modena. Negli ultimi 15 posti di questa graduatoria complessiva della precarietà si trovano 6 delle 9 province emiliano-romagnole e 5 delle 11 province lombarde».
Il dato più preoccupante, tuttavia, è probabilmente quello sull’abbandono scolastico: «Ancora una volta Sardegna, Sicilia e Campania registrano le più alte punte di dispersione scolastica, perdendo per strada – negli istituti tecnici – circa quattro ragazzi ogni dieci iscritti al primo anno». Eppure il dato che «sembra destinato a fare sensazione», perché inaspettato, «è quello che attribuisce alla provincia di Novara la palma del maggior abbandono scolastico: il 36,3 per cento degli iscritti, alla fine del quinquennio dei licei classici e degli istituti ex magistrali, e il 46,8 per cento alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali».

Una ecatombe. Soprattutto se i numeri vengono «paragonati con quelli delle province più virtuose: Perugia perde per strada solo l’1,6 per cento degli studenti, alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali. Alla fine del biennio iniziale degli istituti tecnici a Campobasso si ritirano l’1,8% dei ragazzi, a Novara – che ha anche qui il record negativo nazionale – il 30,1%». Agghiacciante. Tanto più in un mondo dove i ragazzi non hanno alternative: o si mettono in concorrenza con gli ingegneri, i manager, i ricercatori stranieri per i posti di un livello più alto oppure con la manovalanza extracomunitaria per i lavori meno pagati. Tertium non datur. Ma possiamo pretendere che sappiano due parole di latino?

Gian Antonio Stella 

06 maggio 2011 (ultima modifica: 07 maggio 2011)

https://www.corriere.it/cronache/11_maggio_06/stella-prof-reggini-si-ammalano-di-piu_ce998dd8-77a0-11e0-b371-0fccdd35dd86.shtml

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