Amarcord 2014. Trento, condannata scuola cattolica “Discriminò insegnante ritenuta gay”

“Le contrapposte dichiarazioni delle protagoniste: la preside dell’Istituto Sacro Cuore di Trento e la professoressa, entrambe vittime di una strumentalizzazione mediatica e faziosa – rivelano una situazione complessa”. Giuseppe Avernò, 

“Dopo cinque anni non le viene rinnovato il contratto perché si rifiuta di smentire la sua presunta omosessualità. Succede a Trento, dove una docente del Sacro Cuore, un istituto paritario cattolico, è stata posta davanti al bivio: o smentisci di avere una compagna e di essere lesbica, o il tuo contratto non verrà rinnovato”. Giuseppe Pipitone, 19/7/2014

Resta la domanda di fondo: sulla base della sentenza di ieri quanto spazio rimane alla libertà d’educazione, per continuare ad essere esercitata nel rispetto delle libertà altrui? Domande alle quali forse un giudice potrebbe rispondere ribaltando la decisione nel caso la scuola, che ha preferito non commentare, scegliesse per il ricorso. In ogni caso: per la vera libertà, di educazione, di impresa e di religione, quella di ieri è stata una giornata nera”. La Voce del Trentino, 24/6/2016

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La libertà della scuola cattolica. I diritti si difendono senza danneggiare gli altri

Le contrapposte dichiarazioni delle protagoniste: la preside dell’Istituto Sacro Cuore di Trento e la professoressa, entrambe vittime di una strumentalizzazione mediatica e faziosa – rivelano una situazione complessa.

Suor Anna Monia, come si possono coniugare e far dialogare i diritti della scuola cattolica e degli operatori laici?

Il rispetto reciproco può essere il criterio di fondo per superare contrapposizioni e divisioni inconcludenti. Anzitutto, la scuola cattolica è nata e sviluppa il suo servizio sul fondamento di precisi valori educativi, dichiarati pubblicamente, a conoscenza degli operatori che scelgono di insegnarvi e dei genitori che operano una scelta in una pluralità di offerta formativa. Il dipendente è certamente titolare di diritti personali inviolabili che naturalmente non possono non tener conto dei diritti degli utenti e dei principi educativi dell’istituzione in cui egli opera e che non possono essere affermati in contrapposizione alla ragion d’essere della stessa scuola.

In seconda battuta, la scuola cattolica non è la scuola dei preti e delle suore. Una scuole non è “cattolica” per il fatto che vi operano docenti religiosi. La scuola cattolica è anzitutto una scuola che fa parte del sistema pubblico nazionale di istruzione e che rende ai cittadini un servizio pubblico con una identità chiara e dichiarata e pertanto liberamente accolta dai propri collaboratori docenti e dalle famiglie degli studenti che la scelgono. Mi pare questo il più elementare dei principi democratici. La mia esperienza è quella di una scuola dove c’è una azione corresponsabile fra i docenti laici e religiosi e che la famiglia sceglie in una pluralità di offerta formativa. C’è chi sceglie la scuola pubblica paritaria ebraica, chi sceglie quella pubblica paritaria cattolica, chi quella pubblica statale laica.

È la famiglia che ha la responsabilità educativa e pertanto deve vedersi garantito, dallo Stato di diritto e dalle agenzie educative tutte, il libero esercizio del diritto di scelta. Sono certa che una scuola pubblica paritaria cattolica possa essere gestita da collaboratori laici senza alcun rischio di tradire le ragioni di fondazione. D’altronde non le nascondo l’imbarazzo che avverto quando si contrappone il laicato alla vita religiosa. La vita religiosa è una modalità di vivere il proprio stato laicale e – aggiungo – per me è la mia storia d’amore. Dunque si levi alto il nostro pensiero sopra visioni non corrette, che associano ancora la vita religiosa a letture monotematiche. Mi definisco anzitutto una laica consapevole della propria scelta cristiana adulta ed è qui che si può inserire una vita matrimoniale, una vita religiosa, una vita clericale, una vita adulta, insomma.

In questa vicenda – che i massmedia hanno ingigantito e deformato – qual è, secondo lei, l’atteggiamento da assumere?

Preciso: i mass media hanno la capacità di stravolgere la realtà, quando sono espressione di menti che intendono fare questo. L’atteggiamento corretto è quello di interlocutori rispettosi l’uno dell’altro, senza la pretesa che la propria libertà vada a ledere la libertà dell’altro.
Quale l’atteggiamento da assumere in questa vicenda? Quello di individui adulti e responsabili, consapevoli dei propri diritti e doveri nei confronti di terzi. Bizzarro: rimproveriamo i nostri figli, giovani , studenti che passano le ore al computer su FB, eppure un certo nostro modo sterile di comunicare non appare così differente. Allora, come spesso dico ai miei collaboratori, la nostra parola, questa parola, cosa vorrebbe costruire e quale contributo può dare? E mi creda, per costruire non occorre sempre distruggere e non è detto che dalle macerie si possa costruire qualcosa. Quello “spaccare tutto” che poi non riesce a costruire niente, a chi serve?

L’atteggiamento che mi aspetto è quello di una comunicazione costruttiva, capace di criticare la realtà ma nel desiderio di conoscerla a fondo ancor prima di giudicarla.

Mi aspetto la ricerca del confronto, della chiarezza. Oppure pensiamo che aver strumentalizzato la vicenda per schierarci ai bordi del ring faccia del bene ai nostri giovani, alle famiglie, alla scuola, ai docenti, alla societas? Spesso svuotiamo la realtà, restituendo all’altro non il bello che merita, ma il peggio che siamo noi. Insomma, se per affermare un diritto ho bisogno di demolirne un altro, beh, non è forse un segno di fragilità? Parliamone.

Il Ministro Giannini ha dichiarato che intende prima ascoltare le parti per poi prendere una decisione in merito. Come considera tale atteggiamento di prudenza?

Lo considero un atteggiamento di buon senso che mi riporta alla dignità di una nazione capace di critica costruttiva. Come non apprezzare la linea di un Ministero che desidera approfondire prima, sentire le parti coinvolte per poi capire come agire. E agire perché e per chi ? Ce lo siamo chiesti ? Ci collochiamo fra quelli del mostro da cercare e trovare a tutti i costi e da sbattere in prima pagina, forse per sentirci tutti un po’ più assolti? Siamo forse fra quelli che debbono trovare a tutti i costi la vittima sacrificale da tutelare apparentemente al fine di sentirci più buoni?
Mi consenta: in questi giorni, tranne rare eccezioni, mi è parso che si siano strumentalizzate e la scuola e la docente per battaglie ideologiche di qualsiasi colore che non aiutano nessuno, per alimentare lo scontro mediatico, per contrapporre diritti, nella fantascienza di chi crede che basta demolire per costruire qualcos’altro. Ecco che l’unica dichiarazione di poche righe del Ministro, sulla necessità anzitutto di verificare e capire, e per capire occorre ascoltare tutti, prima di agire, mi pare di buon senso. Questa strategia forse scuote la frenesia di schieramenti; le divisioni, infatti, uccidono il pensiero e non aiutano nessuno.

Nel comunicato stampa ufficiale della Fidae si riafferma “ la necessità di superare vecchie e nuove contrapposizioni ideologiche che portano solo lacerazioni, per ricercare invece, insieme, nel rispetto gli uni degli altri, il bene di tutti”. Come poter far dialogare i diritti di ciascuno nella logica del bene educativo della scuola?

Lo considero un comunicato chiaro e capace di riportare l’attenzione al cuore della quaestio. Apprezzo che ci si astenga, come è auspicabile, dall’”esprimere una propria valutazione di merito” e riafferma nel contempo un “principio generale che è quello dell’assoluto rispetto della persona, dei suoi diritti come lavoratore, del dialogo, della collaborazione, della solidarietà tra lavoratore e datore di lavoro, del perseguimento del fine primario di una scuola che è il bene dell’alunno e di tutti coloro che in essa, a vario titolo, operano.”

Nel far dialogare i diritti di ciascuno occorre stabilire la corretta relazione tra di essi. Il bene educativo prima che alla scuola paritaria o allo Stato, appartiene all’allievo per il tramite della Famiglia. Il diritto del minore è il criterio di composizione di tutti gli altri diritti, pur legittimi ed importanti. C’è bisogno che nel confronto tra la scuola e la dipendente sia preso in dovuta considerazione il diritto dell’allievo e della famiglia che sceglie quella scuola alla luce di un esplicito Patto educativo, che non può essere stravolto o disatteso per una scelta di parte.

La libera scelta educativa dei genitori, sancita dalla costituzione, potrà essere ostacolata da altri principi altrettanto degni di rispetto?

Non credo che un diritto possa rappresentare la negazione di un altro diritto.
Se si vuole rispettare l’ordine logico e giuridico è indubbio che la priorità educativa spetti al ragazzo e alla sua famiglia; ogni altro diritto non può che trovare una coerente composizione.
Nel corso degli anni di studi universitari, di diritto appunto, si insegnava che una comunità civile domanda diritti e doveri in una perfetta e armonica sinergia. Ad esempio, il mio diritto di vivere incontra il tuo dovere a non ledere la mia vita. Il mio diritto di genitore a scegliere l’educazione per i miei figli che più si confà ai miei principi incontra il dovere ad essere garantito. In uno Stato di diritto, i diritti non sono contrapposti; piuttosto, si apre il capitolo della capacità dello Stato nel garantire i diritti dei cittadini. Se lo Stato italiano avesse saputo garantire la libertà di scelta educativa e la libertà di insegnamento, come sanciti dalla Carta Costituzionale sin dal 1948, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla due risoluzioni UE 1984 e 2012, come avviene in tutti i paesi civili in Europa, forse oggi anche noi avremmo imparato a non negare i diritti, a non strumentalizzarli ecc. Da qui il ruolo fondamentale delle istituzioni che possono e devono ristabilire ordine e armonia, contribuendo a superare inutili contrapposizioni. Per questo plaudo alle risposte ministeriali di buon senso.

Questi episodi, artificiosamente strumentalizzati, potranno nuocere all’identità della scuola pubblica cattolica?

Non credo che mai nulla possa nuocere a una identità, qualunque essa sia, purché questa identità sia chiara e al servizio di un bene pubblico che ci supera. Gli eventi raccontati di questi giorni non so che risvolti avranno per se stessi, ma sinceramente desidero che l’ “evento reale” che ha interessato la scuola e la docente ritrovi la propria dignità di evento da chiarire tra le parti e nelle sedi che lo potrebbero ospitare, nel pieno rispetto reciproco, per il bene di tutte le componenti coinvolte direttamente e indirettamente… Forse un’azione simile di buon senso e di chiarimento deluderà gli assetati di gossip, ma non ho mai favorito e apprezzato gli scontri: sono ancora convinta che la custodia delle parti e la tutela dei diritti mal si prestino alle contrapposizioni, bensì abbiano estremo bisogno del dialogo costruttivo.

§ https://www.tecnicadellascuola.it/la-liberta-della-scuola-cattolica-i-diritti-si-difendono-senza-danneggiare-gli-altri

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Sacro cuore condannato per un licenziamento «gay» mai avvenuto. Un sentenza che fa discutere

Il titolo è di quelli sparati a sei colonne: “Scuola cattolica condannata a risarcire un’insegnante licenziata perché lesbica”. 

E il circo mediatico ieri non ha fatto altro che rilanciare la notizia come se fosse l’ultima tappa del cammino dei diritti dell’uomo nel nome della non discriminazione. Approda ad una sentenza, che non mancherà di far discutere e soprattutto di sollevare inquietanti interrogativi sulla libertà di educazione degli istituti paritari, la vicenda del presunto licenziamento di una insegnante dell’Istituto Sacro Cuore di Trento a causa di una sua altrettanto presunta inclinazione omosessuale. (qui l’articolo di allora)

Ma con la sentenza del giudice del lavoro di Rovereto di ieri possiamo ragionare su uno scatto in avanti della Giustizia che si frappone tra l’autonomia di un istituto privato paritario e le rivendicazioni di un gruppo ben organizzato secondo la consueta tecnica radicale del caso pilota.

25mila euro. Tanto l’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Trento dovranno risarcire alla voce danni patrimoniali e non, alla docente. Ma non solo lei è stata beneficiaria della sentenza. Anche la Cgil di Trento e l’associazione radicale Certi diritti riceveranno dall’istituto cattolico 1.500 euro a testa. La decisione del giudice si basa sul fatto che «la presunta omosessualità dell’insegnante nulla aveva a che vedere con la sua adesione o meno al progetto educativo della scuola», ma anche che la docente «ha subito una condotta discriminatoria tanto nella valutazione della professionalità, quanto nella lesione dell’onore». E siccome la decisione della scuola ha danneggiato non soltanto l’insegnante, ma anche ogni potenziale lavoratore interessato a quella cattedra, ecco che il risarcimento, simbolico, è stato esteso anche al sindacato rosso in rappresentanza di un del tutto ipotetico “lavoratore discriminato ignoto”.

Esulta il legale della donna, l’avvocato Alexander Schuster, il quale ribadisce come la decisione del giudice del lavoro fissi un punto di non ritorno: “I datori di lavoro di ispirazione religiosa o filosofica non possono sottoporre i propri lavoratori a interrogatori sulla loro vita privata o discriminarli per le loro scelte di vita. L’uso di contraccettivi, scelte come la convivenza, il divorzio, l’aborto, sono decisioni fra le più intime che una persona può compiere e non possono riguardare il datore di lavoro”. Messa così, tra interrogatori e scelte intime, la logica porterebbe a pensare che la cosa possa avere un senso e in ultimo una sua giustizia, con la scuola a giocare la parte della Gestapo e la vittima dall’altra parte.

Ma come spesso accade,  – riporta Andrea Zambrano su «la Nuova Bussola Quotidiana – anche nelle pieghe di questa storia si intravvedono alcuni fili lasciati dai giornali e dal giudice inspiegabilmente su un binario morto.

Tutto nasce il 16 luglio 2014 quando la direttrice dell’istituto suor Eugenia Liberatore, (foto) nel frattempo scomparsa a settembre del 2015, convoca l’insegnante in scadenza di contratto per discutere del rinnovo. La docente ha riferito di essere stata convocata per parlare di alcune voci sentite sul suo conto. Sempre la docente ha riferito che la religiosa le avrebbe fatto pressioni per smentire o confermare la sua tendenza omosessuale perché “ci sono dei bambini da tutelare”. Da lì si è arrivati al licenziamento. Che però non era tale dato che il contratto era scaduto. Quindi sarebbe stato più corretto parlare di mancato rinnovo, ma per la causa questo può essere ben tradotto in licenziamento.

Andò davvero così? Purtroppo non potremo mai saperlo perché la suora nel frattempo è morta e il processo che è approdato sul tavolo del giudice del lavoro ha visto la maestra da un lato e la persona che veniva accusata di discriminazione assente per avvenuto decesso. Ciononostante le dichiarazioni sulle quali si è basata la sentenza sono quelle della docente e non della suora che non ha potuto così difendersi.

Tanto più che la religiosa, successivamente intervistata, aveva sempre detto di aver approcciato la donna con rispetto, per chiarire quelle che erano le voci che sentiva sul suo conto. Ma il tentativo di approccio con la donna naufragò di fronte alla sua reazione.

Anche perché la vicenda sembrava risolta dopo l’intervento tanto della Provincia quanto del Ministero della pubblica istruzione. La prima avviò un’indagine pochi mesi dopo, che approdò ad un esito negativo. La Provincia, guidata da una giunta di centrosinistra, confermò i finanziamenti all’Istituto perché «non ci sono elementi per mettere in discussione la parità scolastica dell’istituto religioso Sacro Cuore di Trento». Ma anche il Ministero, che aveva minacciato provvedimenti seri nei confronti della scuola se fossero emersi elementi che confermassero quelle accuse, non ha fatto sapere mai nulla in merito. Venne coinvolto persino il ministro Stefania Giannini, poi la cosa finì nel dimenticatoio perché evidentemente a carico della religiosa non emerse nessuna violazione del diritto del lavoro. Dunque né la Provincia né il Ministero si fecero carico della richiesta di reintegro dell’insegnante.

Ma nel frattempo l’insegnante aveva portato lo scottante caso davanti al giudice del lavoro e sempre nel frattempo la suora era passata a miglior vita dopo essere stata presa di mira sui giornali come omofoba e annessi moderni vituperi.

Ieri la sentenza che tocca un passaggio molto delicato sul quale non sarà difficile per i Radicali, che sanno sfruttare certi casi pilota, porre il tema del controllo delle scuole paritarie. Il giudice infatti ha preso in esame la cosiddetta clausola di salvaguardia prevista nel decreto legislativo 2016/2003 per le cosiddette organizzazioni di tendenza. Si tratta cioè, e qui siamo di fronte ad una scuola di ispirazione religiosa, di una clausola a tutela delle scuole cattoliche o di qualunque altra associazione religiosa secondo la quale, si legge all’articolo 3 comma 5 «non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 le differenze di trattamento basate sulla professione di una determinata religione o di determinate convinzioni personali che siano praticate nell’ambito di enti religiosi o altre organizzazioni pubbliche o private, qualora tale religione o tali convinzioni personali, per la natura delle attività professionali svolte da detti enti o organizzazioni o per il contesto in cui esse sono espletate, costituiscano requisito essenziale, legittimo e giustificato ai fini dello svolgimento delle medesime attività».

Il tribunale però ha sottolineato che “nel caso qui in esame è stata perpetrata una discriminazione per orientamento sessuale e non per motivi religiosi”. E pazienza se lo stesso giudice riconosce che “l’orientamento sessuale di un’insegnante» è «certamente estraneo alla tendenza ideologica dell’Istituto».

Però la stessa legge, poco prima, all’articolo 3, comma 3, recita testuale: “Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell’attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività medesima”.

Insomma: come giustificare ai fini di questa legge la sentenza di ieri?

Tanto più che ancor oggi la vittima è definita dalla stampa “presunta omosessuale”, dunque è impossibile capire se il giudice abbia accertato o no la sua inclinazione, cosa che pure sarebbe decisiva, come pure accadde alla madre superiora durante il colloquio. Ma il principio è passato e adesso ci si potrà “sguazzare” liberamente: non rientra nei compiti educativi di una scuola scegliersi, come una qualunque iniziativa privata, i propri insegnanti come meglio crede.

La sentenza ha tutta l’aria di essere eminentemente politica. E non solo per la presenza di un’associazione radicale e della Cgil. Ma anche perché la docente ha puntato su un avvocato specializzato sul tema dei diritti Lgbt. Sul sito dell’università di Trento si può scorrere il curriculum dell’avvocato Alexander Schuster, nel quale figurano numerosi incarichi come ideatore e coordinatore di progetti su orientamento sessuale e identità di genere. Progetti cofinanziati molto spesso dalla Commissione Europa con cifre ingenti che raggiungono anche i 500 e i 600mila euro.

Resta la domanda di fondo: sulla base della sentenza di ieri quanto spazio rimane alla libertà d’educazione, per continuare ad essere esercitata nel rispetto delle libertà altrui? Domande alle quali forse un giudice potrebbe rispondere ribaltando la decisione nel caso la scuola, che ha preferito non commentare, scegliesse per il ricorso. In ogni caso: per la vera libertà, di educazione, di impresa e di religione, quella di ieri è stata una giornata nera.

§ http://archivio.lavocedeltrentino.it/2016/06/24/sacro-cuore-condannato-per-un-licenziamento-gay-mai-avvenuto-un-sentenza-che-fa-discutere/

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Trento, non smentisce omosessualità, la scuola non le rinnova il contratto

Trento, non smentisce omosessualità, la scuola non le rinnova il contratto

E’ quanto accaduto a una docente dell’Istituto Sacro Cuore, scuola paritaria cattolica. La prof, convocata dalla madre superiora, è stata invitata a smentire le dicerie sul suo conto. Lei si è rifiutata e ora è senza lavoro
A quel punto la discussione precipita. “Chiaramente mi sono rifiutata di rispondere: mi sono sentita offesa, per quella domanda che entra a gamba tesa dentro la vita privata di una persona. Lei però non ha desistito: sembrava che le bastasse una mia smentita in quella sede, ma alla fine ha detto che se non rispondevo era perché evidentemente le voci erano vere e se non dimostravo il desiderio di risolvere quel problema non c’erano possibilità d’intesa. Per lei in pratica era la mia omosessualità, vera o presunta, a rappresentare il problema. Non l’omofobia, ma l’omosessualità”.

Il rinnovo del contratto per la docente, a quel punto, è fuori discussione. “Il problema non è se io sono o non sono lesbica. Il problema è che questo non deve assolutamente incidere in nessun ambito lavorativo”. La madre superiora, direttrice della Sacro Cuore, si chiama madre Eugenia Libratore. “L’istituto Sacro Cuore dichiara che ha regolarmente portato a termine i contratti in essere, e nel caso di contratti a termine sono state rispettate le scadenze prestabilite” è il senso di uno scarno comunicato di replica diffuso dalla scuola, in cui si spiega come il mancato rinnovo del contratto sia legato alla riduzione dell’organico. In un’intervista alla radio locale Nbc, però, suor Eugenia Libratore ammette l’incontro e il contenuto del colloquio con la docente. “Io ho fatto solo una domanda: ho avuto questa percezione, lei ci può aiutare a capire? Visto che in questa scuola si fa educazione e bisogna avere attenzione alle persone. C’è tutto un discorso che gira intorno ai bambini che frequentano la scuola: è un discorso educativo”.

“Se il mancato rinnovo, come sostenuto dall’insegnante, fosse basato su un orientamento che attiene ad una sfera personalissima la cosa sarebbe grave: l’ordinamento italiano vieta licenziamenti discriminatori, anche se si tratta di mancato rinnovo il principio è il medesimo” è quanto dichiarato da Sara Ferrari, assessore alle pari opportunità della provincia di Trento. L’istituto Sacro Cuore accede infatti ai finanziamenti erogati dalla provincia autonoma di Trento. Il caso era stato sollevato nei giorni scorsi dai comitati trentini che hanno sostenuto la Lista Tsipras alle ultime elezioni europee. “Ciò che desta preoccupazione e sdegno – scrivono – è la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, compiuta all’interno di una scuola paritaria, cioè una scuola che dovrebbe erogare un servizio pubblico, e così riesce ad ottenere finanziamenti pubblici dalla Provincia Autonoma di Trento grazie anche alla garanzia di servizi agli studenti, che la scuola pubblica non può offrire a causa dei ripetuti e molteplici tagli ai fondi”. Intanto la docente non ha ancora deciso se sporgere o meno denuncia. “Dalla preside non ho ricevuto neanche una telefonata, non so se sporgerò denuncia, al momento sono disoccupata, ma non voglio più avere a che fare con quella scuola”.

Twitter: @pipitone87

§ https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/19/trento-non-smentisce-la-sua-omosessualita-la-scuola-non-le-rinnova-il-contratto/1065897/

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Trento, condannata scuola cattolica “Discriminò insegnante ritenuta gay”

L’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù dovrà risarcire con 25 mila euro una docente a cui non fu rinnovato il contratto di lavoro sulla base del suo presunto orientamento sessuale. È il primo caso in Italia

L’avvocato Alexander Schuster
L’avvocato Alexander Schuster

Il giudice del lavoro di Rovereto, in Trentino Alto Adige, ha condannato per la prima volta in Italia una scuola paritaria cattolica per aver discriminato un’insegnante in base al suo (presunto) orientamento sessuale. L’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Trento dovrà risarcire con 25 mila euro per danni patrimoniali e non patrimoniali la docente, rappresentata dall’avvocato Alexander Schuster, e con 1.500 euro ciascuna la Cgil del Trentino e l’Associazione radicale Certi diritti. Il Tribunale del lavoro di Rovereto ha stabilito che «la presunta omosessualità dell’insegnante nulla aveva a che vedere con la sua adesione o meno al progetto educativo della scuola» e che la docente «ha subito una condotta discriminatoria tanto nella valutazione della professionalità, quanto nella lesione dell’onore». Il giudice inoltre ha rilevato una «discriminazione collettiva» perché la condotta della scuola «ha colpito non solo la ricorrente, ma ogni lavoratore potenzialmente interessato all’assunzione presso l’Istituto» (da qui il risarcimento al sindacato e all’associazione per i diritti civili). «Finalmente ho avuto giustizia» commenta l’insegnante, che per questioni di privacy ha chiesto di rimanere anonima. «Questa decisione fissa un punto chiaro: i datori di lavoro di ispirazione religiosa o filosofica non possono sottoporre i propri lavoratori a interrogatori sulla loro vita privata o discriminarli per le loro scelte di vita — aggiunge l’avvocato Schuster —. L’uso di contraccettivi, scelte come la convivenza, il divorzio, l’aborto, sono decisioni fra le più intime che una persona può compiere e non possono riguardare il datore di lavoro» .

I «sospetti» di omosessualità

Il caso risale al 16 luglio 2014 quando l’insegnante, che aveva avuto più incarichi successivi nella scuola, fu convocata a contratto scaduto dall’allora responsabile dell’istituto, suor Eugenia Libratore, per parlare dell’eventuale rinnovo. La docente ha testimoniato che la madre superiore (deceduta a settembre scorso) le «aveva chiesto di passare lì a scuola poiché era venuta a conoscenza di alcune voci secondo le quali io avevo una compagna con la quale intrattenevo una relazione affettiva-sentimentale e con la quale vivevo assieme». La religiosa, ha riferito la donna, aveva giustificato le sue domande con il fatto che «dirigeva un istituto religioso nel quale si trovavano dei minori che lei doveva assolutamente tutelare», aggiungendo che «per risolvere il problema sarebbe stato sufficiente che io confermassi o negassi queste voci, così da garantire una continuità professionale presso l’Istituto». Di fronte al rifiuto della docente di confermare o smentire alcunché sulla sua vita privata, la suora, secondo quanto viene ricostruito negli atti, affermò che non farlo «equivaleva ad asserire di essere omosessuale» e che lei «aveva problemi come dirigente dell’Istituto a rinnovare il contratto ad una persona ritenuta omosessuale», ma che nel caso in questione «sarebbe stata disponibile a chiudere un occhio nei miei confronti qualora io mi fossi impegnata a risolvere il problema, cominciando con ciò ad alludere al fatto che l’omosessualità è un problema, una malattia o comunque qualcosa che vi è la necessità di curare».

Il cambiamento di versione

L’istituto aveva negato di aver discriminato l’ex dipendente, dapprima sostenendo di non aver bisogno di ricoprirei l’incarico, poi tra le alte cose, giustificando il mancato rinnovo del contatto con la necessità di tutelare il proprio progetto educativo e anche accusando la docente di condotte improprie. Il giudice nell’ordinanza nota però il cambiamento delle versioni su quanto accaduto dato dalla scuola e rileva che «la circostanza secondo la quale il gestore dell’Istituto avrebbe “sentito delle eco [sic!] su di lei da parte di famiglie e colleghi insegnanti” appare niente più che una giustificazione difensiva a posteriori» mentre «appare in tutta chiarezza come il punto centrale del colloquio del 16.7.2014 fosse stato per suor Eugenia Liberatore quello dell’orientamento sessuale» della docente. E sancisce così che questo costituisca «una patente violazione del principio di parità di trattamento» tutelato dalla legge contro le discriminazioni sul lavoro del 2003, inteso come «l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale».

La libertà religiosa non giustifica discriminazioni

Tra i passaggi più importanti dell’ordinanza c’è quello in cui il magistrato esclude che si possa applicare alla vicenda in esame la «clausola di salvaguardia» prevista «per le cosiddette organizzazioni di tendenza». La legge italiana infatti prevede che «non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 le differenze di trattamento basate sulla professione di una determinata religione o di determinate convinzioni personali che siano praticate nell’ambito di enti religiosi o altre organizzazioni pubbliche o private, qualora tale religione o tali convinzioni personali, per la natura delle attività professionali svolte da detti enti o organizzazioni o per il contesto in cui esse sono espletate, costituiscano requisito essenziale, legittimo e giustificato ai fini dello svolgimento delle medesime attività». Ma, afferma il Tribunale di Rovereto «nel caso qui in esame è stata perpetrata una discriminazione per orientamento sessuale e non per motivi religiosi» e quindi non vale l’eccezione garantita dalla legge dalla legge «atteso che l’orientamento sessuale di un’insegnante» è «certamente estraneo alla tendenza ideologica dell’Istituto».

§ https://www.corriere.it/cronache/16_giugno_23/trento-condannata-scuola-cattolica-discrimino-insegnante-ritenuta-gay-bb7efb34-3906-11e6-8ed6-effe53090867.shtml

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Trento, professoressa licenziata perché lesbica: scuola condannata a risarcimento di 45mila euro

La Corte d’Appello ha confermato la sentenza contro l’Istituto Sacro Cuore. E’ stata accertata “la natura discriminatoria per orientamento sessuale, individuale e collettiva” della condotta attuata dall’istituto nel selezionare i docenti
L’istituto scolastico privato di Trento che aveva messo di fatto alla porta un’insegnante, perché lesbica, ha perso anche il secondo round di fronte alla magistratura. E ha visto raddoppiata la somma che dovrà risarcire all’interessata, ma anche alla Cgil e a un’associazione contro le discriminazioni che si erano costituite nella causa. La decisione è stata presa, in sede d’appello, dalla sezione per le controversie del lavoro della Corte d’appello di Trento, presieduta da Maria Grazia Zattoni. L’istituto Sacro Cuore, che non aveva rinnovato il contratto alla docente a causa del suo orientamento sessuale, dovrà pagare 45mila euro alla donna, assistita dall’avvocato Alexander Schuster. Il danno patrimoniale è stato quantificato in circa 13mila euro, il danno morale in 30mila euro. Inoltre, 10mila euro dovranno essere pagati alla Cgil e all’Associazione radicale Certi Diritti.

In primo grado il risarcimento all’insegnante era stato fissato in 25mila euro. 1.500 euro, invece, per ciascuna delle due associazioni costituitesi nel procedimento. Secondo la Corte d’appello è stata “accertata la natura discriminatoria per orientamento sessuale, individuale e collettiva, della condotta attuata dall’Istituto delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Trento in ordine alla selezione per l’assunzione degli insegnanti” e va ordinata “all’Istituto l’immediata cessazione di tale condotta”. Per una coincidenza la sentenza è stata depositata l’8 marzo, festa della donna.

L’insegnante di educazione artistica, attraverso una nota diffusa dal suo legale, ha commentato: “Mi ritengo finalmente reintegrata nella mia dignità di docente e di donna, fatto che assume una particolare importanza proprio oggi. Il riconoscimento espresso della falsità delle dichiarazioni era per me prioritario, al di là di ogni risarcimento di denaro. È stata accertata la diffamazione e la ritorsione che ho subito con le dichiarazioni dell’Istituto alla stampa nazionale”. E ancora: “Nulla di peggio si poteva dire a un’insegnante se non che abusava del proprio ruolo per turbare i ragazzi. E sono anche contenta che in Italia si ribadisca che la vita privata di ognuna e ognuno è per l’appunto privata e che nessun datore di lavoro può entrare nelle nostre famiglie e chiedere chi siamo, chi amiamo o se vogliamo come donne abortire o meno”.

Scrivono i giudici: “Le ragioni della sentenza di primo grado, di affermazione della discriminazione diretta e e della discriminazione diretta collettiva, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, non sono affatto frutto di grossolani errori, sviste, omissioni e fraintendimenti, e vanno condivise”.

Intervistato dall’Adige, il segretario provinciale della Cgil, Franco Ianeselli, ha dichiarato: “Ci siamo impegnati su questo caso perché siamo convinti che nessun lavoratore o lavoratrice possa essere giudicato o discriminato per il suo orientamento sessuale. Coerentemente con questo principio siamo pronti a usare il maggior risarcimento riconosciuto alla nostra organizzazione a sostegno di progetti per le pari opportunità e contro le discriminazioni”.

§ https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/10/trento-professoressa-licenziata-perche-lesbica-scuola-condannata-a-risarcimento-di-45mila-euro/3441557/

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“We have not sought concessions to discriminate against students or teachers based on their sexuality, gender identity or relationship status”
"We have not sought concessions to discriminate against students or teachers based on their sexuality, gender identity or relationship status": Archbishop Mark Coleridge.
Archbishop Mark Coleridge
Catholic schools say they don’t discriminate on sexuality
By Jewel Topsfield & Michael Koziol – 10 October 2018 — 7:45pm

The Catholic school sector says it welcomes staff and students from all backgrounds and has not sought concessions to discriminate against students or teachers based on their sexuality, gender identity or relationship status.

The president of the Australian Catholic Bishops Conference, Archbishop Mark Coleridge, said all people should be considered equally for employment or enrolment.

“Once employed or enrolled, people within a Catholic school community are expected to adhere to the school’s mission and values.”

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§ https://www.smh.com.au/politics/federal/catholic-schools-say-they-don-t-discriminate-on-sexuality-20181010-p508vp.html
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