Ma una sventurata scuola che s’intestardisce a misurare e classificare tutto, toglie il respiro. Se monitora tutto, uccide libertà e spirito critico, creando una gigantesca polleria d’allevamento, regolata da griglie valutative sadiche, comiche e prive d’oggetto, che rivelano solo una completa incomprensione della psiche umana, perché il sale della vita è rappresentato dalle differenze, dalla ricchezza delle facoltà umane e dalla specificità degli individui.

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Contare gli errori o colmare le lacune?…

di Luigi Vavalà – Donna di Repubblica – 10 Dicembre 2016

Sento l’esigenza di esplicitare la combinata egemonia che si è consolidata nei nostri licei, rappresentata da una micidiale mescolanza di compulsione al monitoraggio e alla sorveglianza su ogni attività, febbre di uniformare  tendenze e attitudini mentali, pedagogia tesa a eliminare la trama delle divergenze, in quella macabra danza di parole ricorrenti come “omogeneo”, “uniforme”, “standard”, a volte “obiettivi minimi uniformi”. Ma una sventurata scuola che s’intestardisce a misurare e classificare tutto, toglie il respiro. Se monitora tutto, uccide libertà e spirito critico, creando una gigantesca polleria d’allevamento, regolata da griglie valutative sadiche, comiche e prive d’oggetto, che rivelano solo una completa incomprensione della psiche umana, perché il sale della vita è rappresentato dalle differenze, dalla ricchezza delle facoltà umane e dalla specificità degli individui. Fortissimo è il mio disagio a scuola, dove tutto viene sorvegliato, uniformato, standardizzato. La libertà personale e critica non viene curata. I contenuti sono parvenze per alimentare una furia  tremenda di controllo e manipolazione. L’informatica diventa un rumore di fondo , le competenze diventano funzioni, la padronanza sulle condizioni di vita è persa. Mi sento spaesato; non si discute più di storia e di filosofia, di matematica e scienze, di latino, di greco. Quando se ne discute, scatta subito la furia coatta di monitorare, misurare, creare moduli. Andremo a sbattere, speriamo non in modo catastrofico.

Luigi Vavalà l.vavala@me.com 

 

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Risponde Umberto Galimberti

Caro Professore, lei dice con estrema chiarezza l’abisso in cui va precipitando la nostra scuola che era una delle migliori al mondo, ma che pessimi pedagogisti, affascinati dal cognitivismo imperante d’importazione anglo-americana, persuadendo i ministri abbastanza incompetenti a loro volta affascinati dalla modernità che identificano con i modelli suddetti, stanno semplicemente distruggendo la “soggettività dei ragazzi” a favore dell’oggettività delle prestazioni”. Qui a Milano so di licei classici dove non si fanno più temi, né in classe né a casa. Così della soggettività di ciascun alunno non si sa nulla e tanto meno della sua condizione emotiva così importante per la sua crescita. Al posto del tema la comprensione di un testo dove, a ogni parola incompresa, si scala un voto. Le interrogazioni sono sostituite da verifiche scritte, perché un interrogazione è difficile da valutare, c’è in gioco la soggettività dell’alunno, e allora è meglio una prova scritta, dove gli errori sono lì belli evidenti,  mentre in un’interrogazione uno può correggerli, o approssimarsi al vero. Risultato: gli studenti, che già hanno un vocabolario miserabile, non hanno neppure l’occasione di metterlo alla prova in pubblico, e di poterlo arricchire ascoltando i compagni di classe. So anche che se ti capita un professore di matematica che non abbia finito il programma, il professore che subentra l’anno successivo, non si fa carico delle lacune dell’anno precedente, perché gli studenti a fine anno hanno firmato come svolto un programma che non era stato svolto, E che deve fare uno studente quando l’ordine burocratico gli fa firmare i programmi? Al nuovo professore non interessano le lacune degli studenti, ma solo essere in pari con le altre classi nello svolgimento del programma. Già nel 1945 Renè Guénon non individuava come tratto tipico dell’Occidente il suo avviarsi verso il regno della quantità (Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi), perché la quantità è misurabile, mentre la qualità soggettiva che caratterizza ciascuno di noi, no. E questo non accade solo nella scuola, ma anche nelle diagnosi e nelle cure psichiatriche, che non avvengono più incontrando  e parlando con le persone, ma applicando protocolli ricavati da statistiche (vedi la quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico messo a punto nel 2013 dall’American Psychiatric Association). Se ne deduce che per educare i giovani e per curare chi soffre di disturbi psichici prendere in esame e magari entrare in contatto con la “soggettività” dell’alunno o del disagiato psichico non serve, oppure è troppo difficile, oppure, ma forse soprattutto,  non consente di pervenire a una “valutazione oggettiva” dell’alunno o del paziente in questione, come invece se ci si limita a valutare le “prestazioni” del primo o le residue competenze abilità del paziente. In una parola l’uomo non conta più nulla, perché non si presta a una valutazione oggettiva e quantitativa. Lo dicevano già nel secolo scorso Spengler, e poi Heidegger, Jaspers, Gunter Anders, rimasti inascoltati, nonostante al loro tempo la tecnica, che prende in considerazione solo oggettività e quantità, non fosse ancora così egemone come è oggi e come sarà sempre di più. Alla scuola “umanistica”, qui intesa come formazione dell’uomo, il funerale è già stato fatto. E nessuno se ne è accorto.

umertogalimberti@repubblica.it –  Donna di Repubblica – 10 Dicembre 2016 –

http://ricettequotidiane.blogspot.it/2016/12/lo-sapevate-che-contare-gli-errori-o.html

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