Amarcord 2005. Anatomia di una lacrima / Il nostro pianto è un’impronta digitale 

Cosa fa sgorgare una lacrima emozionale? Tutto dipende dal cervello, più esattamente dal sistema limbico (l´insieme di sistemi cerebrali attivati durante le esperienze emotive), dal sistema endocrino e i suoi ormoni. questa miscela che ci fa piangere di gioia o di dolore. Un fenomeno di cui gli esseri umani hanno l´esclusiva. Gli animali, infatti, non piangono.

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Anatomia di una lacrima

di Emilio Piervincenzi – La Repubblica 17/04/2005, pag.39 

Il nostro pianto è un’impronta digitale 

di Michele Serra – La Repubblica 17/04/2005, pag.39 

Le lacrime sono come le impronte digitali. Ognuno di noi ha il suo reticolo di pianto, inconfondibile come la vita individuale, unico come le cause e gli effetti che ci scompigliano l’ animo. I grandi viaggiatori dicono spesso che ovunque, nella Terra, si piange e si ride per le stesse cose fondamentali, a dispetto della cultura e dell’ etnos. è una considerazione accattivante e probabilmente vera, e suffraga il nostro spontaneo umanesimo, e cosmopolitismo. Ma smette di essere vera quando poi si passa all’ io profondo, che ama (o è condannato a) essere differente e solo: e in fondo ciascuno è geloso del suo pianto, e non vorrebbe confonderlo né diffonderlo troppo oltre i confini del privato, e del pudore.

è anche per questo che certi cordogli unanimi e collettivi (ne abbiamo appena vissuto uno, incontenibile e quasi devastante nella sua ripetitiva formulazione del lutto) alla fin fine allontanano dal pianto, per il timore che si inflazioni e svaluti, che si annacqui il sale prezioso delle lacrime: e costringono a ripiegare su se stessi, a riprendere certe distanze.

Perché un conto è il pianto della debolezza e della paura, il pianto bambino di quando siamo in fondo al dolore o all’ impotenza, il pianto che chiama la madre, e ci accompagna anche ben oltre l’ emancipazione da lei, per tutta la vita, quando certe durezze ricacciano nello stato indifeso della prima infanzia: quello sì, è un pianto quasi identico per tutti, è un impulso basico come la fame e la sete. Ben altro conto è l’ altro pianto, quello adulto, quello che scaturisce dall’ esperienza, dalla cultura, dalla sensibilità, dal carattere, dalle convinzioni profonde che via via ci siamo guadagnati: quello è solamente nostro, di ciascuno di noi. Ci sono film e canzoni che commuovono alcuni e lasciano del tutto indifferenti altri. Ci sono parole, discorsi che a volte trapassano la scorza della compostezza, e altre volte ricevono un’ alzata di spalle.

Questo secondo pianto, il pianto degli adulti, il pianto quasi consenziente che lasciamo scaturire quando la vita ci tocca non solo la pancia, ma pure il cervello, dobbiamo tenercelo da conto, perché ci definisce (insieme al riso) come poche altre cose. Se si prova a confrontare con amici e persone care quantità e qualità delle rispettive lacrime, si possono misurare molte delle vicinanze e delle distanze che legano o dividono. Quasi non concepisco, per esempio, che si possa rimanere a ciglio asciutto davanti a certi film (vi dico solo alcuni dei miei, i primi che mi vengono in mente: quasi tutto Colazione da Tiffany, le scene finali di Truman Show e L’ attimo fuggente, poi Miracolo a Milano che mi fa addirittura singhiozzare fin dai titoli di testa, Chaplin quasi tutto, e Kapo quando i russi liberano il campo, e Toto l’ eroe quando alla bimba riappare il padre morto che suona Charles Trenet al pianoforte~), o ascoltando Edith Piaf (tutta!), o la voce di De André, o I treni per Reggio Calabria di Giovanna Marini o Santa Lucia di De Gregori, La sera dei miracoli di Lucio Dalla, Se ghe pensu, Douce France, Blowing in the Wind e Mister Tambourine Man, Ives Montand che qualunque cosa canti canta il dopoguerra e dunque la giovinezza di mia madre e mio padre, Moon River, qualche Modugno, qualche Vasco, molto Puccini anche il più pucciniano, arie di Verdi fino a che gli “zum-pa-pa” non le sommergono, canzonette sparse anche futilmente romantiche anche da Festivalbar, poi la Marsigliese e l’ Internazionale, o leggendo Emily Dickinson e William Blake e Rilke e Auden quando la poesia è così misteriosamente precisa da lasciarti secco~

La lista è così lunga, per ciascuno di noi, che questo era solo un abbozzo, tanto per rompere il ghiaccio. Mi commuovo spesso, che volete. Ma i pochi esempi fatti bastano per rendere evidente, anche a me stesso, quanto il tracciato della commozione degli adulti sia condizionato dai gusti, dalle idee politiche, dagli eventi storici: dubito, ad esempio, che I treni per Reggio Calabria facciano piangere più di sette-otto persone al mondo, ma sono sicuro che se ci incontrassimo, tutti e sette-otto, avremmo probabilmente parecchie cose da dirci. Almeno fino a che uno di noi avesse la cattiva idea di passare oltre, e magari aggiungere che lo commuovono assai anche altre cose che a me paiono solo melense, e allora i tracciati delle lacrime si separano di nuovo, come quelli della vita. Commuoversi, muoversi insieme, è del resto un privilegio raro, un affratellamento da non sciupare troppo a buon mercato.

Ah, dimenticavo: Furore di John Ford. Tutto.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/04/17/non-ci-commuoviamo-per-le-stesse-cose.html

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