altTempo ed essere; essere è tempo?

Se nessuno mi chiede cos’è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più. La nota battuta di Agostino (Confessioni, XI, 14) bene illustra il carattere problematico della riflessione classica sul tempo. ..(da Treccani)

L’esperienza (immediata) del tempo, come esperienza del trascorrere, del ‘passare’, del ‘divenire’, sembra evidente a tutti, ma la sua comprensione concettuale risulta problematica (di inciampo) o addirittura aporetica (di assoluto impedimento al procedere della comprensione): pensare il tempo è pensare la relazione tra ciò che non è più – il passato – o ciò che non è ancora – il futuro – e il presente non sembra altro che l’intersezione di due ‘inessenti’; come può essere ciò che risulta dalla intersezione di due dimensioni che non sono? Ammoniva Parmenide: “il non essere non è”, e perciò non è pensabile. Ma l’apparire e lo sparire, il divenire, appaiono. Allora si tratta di “salvare i fenomeni”, ripensando il rapporto tra l’essere (immutabile, eterno) e ciò che, apparendo, diviene. Dai Pitagorici a Platone (cfr. Parmenide, 151 sgg; Timeo, 37 d, sgg.) il tempo comincia a essere pensato come “immagine mobile dell’eternità … che procede secondo il numero”, come una sorta di tutto abbracciante, come la sfera celeste all’interno della quale si muovono gli astri e tutti gli altri corpi celesti che, con i loro movimenti regolari e perciò misurabili, fungono da modello per la misura di tutti gli altri movimenti apparenti nel mondo sublunare. E allora il tempo viene pensato come l’orizzonte reale all’interno del quale accadono gli enti e, nel loro accadere, possono essere misurati (e appresi; secondo la duplice valenza di manthano, misurare e apprendere). Secondo questa linea di riflessione il tempo ha una sua consistenza ontologica (è qualcosa di reale); non è semplicemente una delle predicazioni fondamentali e generali dell’essere (una ‘categoria’ concettuale). Questo, sommariamente, è lo status quaestionis in cui Aristotele contestualizza la sua riflessione, che espone in quella sorta di trattato nel trattato (capp. 10-14 del libro IV, Δ) della Fisica; qui è rintracciabile la più organica fondazione dello statuto ontologico e gnoseologico del tempo. Per lo Stagirita (Fisica, 200 b 14-15) il tempo viene a coincidere con la struttura della physis, intesa come principio del divenire: il divenire è strutturato secondo la physis e la physis non si può conoscere senza conoscere il divenire; il tempo è la ‘struttura’ stessa di ciò che diviene: il tempo è la costituzione essenziale dell’essere secondo physis. Scrive Aristotele: “L’esistenza del tempo … non è … possibile senza quella del cambiamento; quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutare nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto.” (Fisica, 11, 219 b 1-2); allora essere (diveniente) e tempo sono un binomio inseparabile. Ciò autorizza, però, a concludere (alla Heidegger) che “essere è tempo”?

 Il prima, il poi, l’istante

“Il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi” (11, 219 b1, sgg).

Nella trattazione del tema Aristotele, come suo costume, segue un procedimento che può essere definito ‘diaporematico’: rileva accuratamente i problemi e le aporie e procede alla loro soluzione, nella convinzione che la verità emerga dalla ‘negazione delle negazioni’ della verità stessa.

La stessa definizione sopra riportata non sembra esente da rischi di aporeticità. Il tempo è in relazione al divenire, ma non è identico a esso; si implicano a vicenda: il tempo non è percepibile senza il divenire. Il tempo è dunque ‘qualcosa’ del divenire; ma che cosa? “Il tempo quindi non è divenire, ma è in quanto il divenire ha un numero” (219 b 3-4). La nozione di misurabilità e di numero diventano centrali; numero non va inteso nel solo significato ‘matematico’, bensì come molteplicità di unità e unità di una molteplicità; il numero unifica il molteplice rendendolo misurabile; il numero e l’unità sono essenzialmente ‘unità di misura’. Se il numero è ciò per cui si misura (si giudica il più e il meno) e il tempo è ciò per cui si giudica il divenire di più o di meno, il tempo è il numero del divenire. Ma il tempo è dato solo in quanto è dato ciò che diviene; e ciò che diviene, per Aristotele, è la sostanza sensibile, l’ousia. Sia il tempo che il numero sono ‘predicati’ di una sostanza.

 Se il tempo è un numero che unifica una molteplicità di unità, queste unità sono gli ‘istanti’, sì che potremmo definire il tempo come sintesi di differenti istanti. La struttura dell’istante (nyn) appare di nuovo aporetica: se l’istante è l’unico elemento del tempo ‘che è’ (dato che il passato non è più e il futuro non è ancora), gli istanti che si differenziano da quell’unico istante che è, allora non sono. Ma il tempo implica la differenza di diversi istanti; allora anche per gli istanti diversi vale l’assioma secondo cui “l’essere si dice in molti modi”, per cui è sia l’istante che adesso è, sia gli altri istanti che non sono ‘questo’ istante: essi sono altri e non niente. In quanto unifica e differenzia insieme, l’istante può essere definito come il ‘limite’ del tempo, come il vero e proprio ‘diveniente’.

 Tempo e psiche

Il nyn è anche il ‘numero’ del tempo, ciò che il tempo ‘numera’. Ora, in quanto numero, il nyn non può essere considerato una sostanza, ma solo un predicato; e dunque la sua realtà è attribuita dalla facoltà del ‘numerare’. La numerazione del ‘prima e del poi’ suppone l’anima (la mente, la coscienza) come condizione indispensabile, perché soltanto l’intelligenza che è nell’anima ha la capacità di numerare: “se dunque null’altro è costituito da una physis in grado di numerare, eccetto l’anima, e dell’anima il nous, allora è impossibile che il tempo sia non essendoci l’anima” (Fisica, 223 a 21-29); l’esistenza del tempo sarebbe impossibile senza quella della mente. Le concezioni di Plotino e Agostino considereranno determinante e costituente questa funzione temporalizzatrice dell’anima e, con loro, lo diverrà in molta parte del pensiero moderno. Secondo queste interpretazioni, solo la mente è in grado di evitare la contraddittorietà della caratterizzazione dell’istante presente e degli altri istanti: il precedente e il susseguente, il prima e il poi sono posti dalla coscienza; in questo senso, il tempo dipende dalla coscienza: il tempo è lo stesso divenire in quanto determinato dalla coscienza. Per Aristotele, però, la coscienza manifesta ma non pone in essere il ‘diveniente’. L’ente che diviene è e resta indipendente dalla coscienza che è solo il luogo della manifestazione e della pensabilità (numerabilità); l’essere del diveniente (indipendente dall’anima) si manifesta originariamente in relazione al tempo e il tempo può essere definito come ‘nome’ della differenza tra ciò che è e ciò che si presenta. Quello che si impone al pensiero come problema (sempre e di nuovo) è proprio questa differenza tra ciò che è e ciò che si presenta (appare).