“Il governo del cambiamento non ha le idee chiare sulla scuola. Sta utilizzando il modello dell’autonomia differenziata. Fare dei sistemi scolastici regionali che ammazzano la Costituzione e i suoi principi è sbagliato. In questa contraddizione non si vede una linea politica chiara. Prima occorre avere un modello che io non vedo. Vedo semmai una contrapposizione tra la regionalizzazione del sistema dell’istruzione e il modello costituzionale. Il diritto all’istruzione universale in questo modo salta”.

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Assunzione precari, stipendi, telecamere in classe, regionalizzazione, [INTERVISTA A PINO TURI]

di Vincenzo Brancatisano – 8 Gen 2019 – 7:59

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“Il lavoro dell’insegnante è un lavoro artigianale, non industriale, per questo mi metto di traverso contro l’omologazione di questo mestiere.”

“La scuola dovrebbe essere il luogo dei valori. Invece la si vuole trasformare in un ufficio di collocamento con un pensiero unico. Ma la scuola si mantiene se vengono esaltate le specificità. È una comunità educante, lo abbiamo fatto scrivere nel contratto, ma non basta scriverlo”. Pino Turi, segretario nazionale della Uil Scuola, contesta pure la supremazia imperante della didattica delle competenze che predomina sempre più spesso, nell’azione di molti docenti, sulla conoscenza. “Il fatto è che – osserva Turi – se non conosco non so fare, se so fare senza conoscere posso essere sfruttato da chi conosce. La persona deve essere capace di sapere. Siamo in un mondo di fake news, di gente che pensa che la terra sia piatta. Se si vuole davvero tornare al medioevo basta ammazzare la scuola”.

Segretario Turi, non ammazziamo la scuola, ma come potrebbe cambiare, oggi, con un governo che si propone come “governo del cambiamento”?

“Il governo del cambiamento non ha le idee chiare sulla scuola. Sta utilizzando il modello dell’autonomia differenziata. Fare dei sistemi scolastici regionali che ammazzano la Costituzione e i suoi principi è sbagliato. In questa contraddizione non si vede una linea politica chiara. Prima occorre avere un modello che io non vedo. Vedo semmai una contrapposizione tra la regionalizzazione del sistema dell’istruzione e il modello costituzionale. Il diritto all’istruzione universale in questo modo salta”.

Ci sono davvero tante probabilità che, nei fatti, questo avvenga?

“Noi ci batteremo per impedirlo. C’è uno studio che colloca la scuola italiana ai primi posti nella fiducia dei cittadini. La scuola si posiziona dopo le Forze dell’ordine e prima della Chiesa. Occorre migliorarla, magari, non cambiarla. Invece l’autonomia differenziata la mortifica. Io mi chiedo: sono i cittadini a volerla cambiare, visto che i cittadini hanno fiducia in questa scuola, o magari sono i politici, per altri interessi, a volere questo cambiamento? E però c’è un’altra domanda. Questo cambiamento cambierebbe in meglio la scuola o la cambierebbe in peggio?”

Lo dica lei

“La nostra risposta è che peggiorerebbe la situazione. Occorre migliorare quello che c’è. Se ad esempio il primo settembre hai un problema e non ti poni l’obiettivo di risolverlo non vai da nessuna parte”.

Il primo settembre di ogni anno mancano gli insegnanti. Anche il prossimo settembre? Il ministro parla di assunzioni per concorso ordinario.

“Mancano moltissimi insegnanti stabili, di ruolo. Mancheranno, certamente, se non si interviene – oggi, subito – con un provvedimento d’urgenza. Non solo per sistemare i precari, che comunque stanno garantendo la continuità didattica, ma soprattutto per rispondere alle esigenze degli alunni. L’idea di concorso ordinario va bene, ma i tempi del concorso sono molto lungi, si parla di anni. E intanto? Ci saranno 50.000 cattedre vacanti”.

Spieghi meglio

“Ci sono intanto 32.000 posti liberi, perché pur essendoci le graduatorie di merito, non abbiamo persone da assumere. Inoltre andranno in pensione, quest’anno, altri 20.000 docenti”.

Al netto della cosiddetta “quota 100”?

“Al netto della quota 100, perché se aggiungiamo quelli forse arriviamo a 100.000. I posti insomma ci sono, ma occorrono una gradualizzazione e una buona gestione della fase transitoria visto che non abbiamo graduatorie per assumere a tempo indeterminato”.

E poi c’è la questione della quota del 10 per cento da destinare, nei concorsi, ai docenti inseriti nelle graduatorie d’istituto

“La questione del 10 per cento nel concorso ordinario può anche andare bene. Ma intanto ci vuole un concorso rapido. Non è sufficiente, per risolvere il problema, un concorso per centinaia di migliaia di posti. I tempi sono molto lunghi e invece servono provvedimenti urgenti per garantire l’avvio del nuovo anno scolastico. Ci vuole un concorso riservato per i non abilitati che abbiano almeno trentasei mesi di servizio, analogo a quello che è stato riservato nel 2018 ai già abilitati. Dico trentasei mesi perché c’è il limite legale per evitare una procedura di infrazione. Questo risolverebbe i problemi. Il concorso ordinario, ripeto, va bene, si faccia, ma ha tempi lunghi che la scuola non si può permettere. Intanto si faccia una riservato, i ragazzi in una scuola hanno diritto ad avere un insegnante stabile, non supplenti, né supplenze, che peraltro alimentano il precariato”.

A sentirla parlare sembra di vivere in un’epoca precedente e non successiva alla legge 107 sulla Buona scuola del Governo Renzi e al suo piano straordinario di assunzioni adottato ormai tre anni orsono

“Il fallimento della 107 è dovuto al fatto che quella legge non ha eliminato il precariato, e questo è successo perché Renzi non ci ha ascoltati. Avevamo chiesto una fase transitoria, ci voleva una fase di almeno tre anni e invece ha spostato all’improvviso la gente da una regione all’altra con gli algoritmi e non ha risolto nulla. Così il precariato è aumentato. La questione fu condotta in maniera autoritativa, senza ascoltare le parti sociali. C’è un distacco della classe dirigente dal mondo reale, in questo caso dalla scuola”.

E la scuola è di nuovo senza contratto. L’ultimo, firmato di recente, è appena scaduto. Cosa bolle in pentola?

“È scaduto da una settimana e il Bilancio dello Stato toglie risorse. Ma le risorse occorre trovarle, per fare ciò che è stato fatto per i dirigenti scolastici. Servono quote specifiche da destinare ai docenti e al personale Ata, lavoratori caduti, sul piano degli stipendi, all’ultimo posto della lista dei dipendenti, pubblici e privati. Sulla scala retributiva sono agli ultimi posti, come certificati dalla Ragioneria dello Stato. Faccio un esempio. Nell’ultimo contratto dei dirigenti, questi ultimi hanno preso l’usuale 3,48 per cento per gli altri dirigenti della Pubblica amministrazione. In più hanno ottenuto una remunerazione più ampia”.

Si spieghi meglio, perché su questa questione c’è stato un po’ di malumore.

“Il dirigente aveva 12.000 euro in meno sulla retribuzione fissa rispetto agli altri dirigenti del pubblico impiego. La stessa cosa occorre farla per i docenti e gli Ata. Io chiedo risorse specifiche per recuperare il gap che si è creato tra il personale della scuola e gli altri dipendenti pubblici”.

Vien facile segnalare, però, che i dirigenti sono pochi, mentre i prof sono un milione.

“Ma questo è un problema che è compito della politica risolvere. Sono stati i politici a promettere stipendi europei agli insegnanti, e non è che poi si possono ottenere con i contratti. La massa salariale di competenza contrattuale va distribuita su tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici e serve unicamente per recuperare l’inflazione. Ma si tratta di intervenire nella scala di retribuzione e dare finalmente dignità a persone laureate e abilitate. Un amministrativo di una pubblica Amministrazione guadagna mediamente più di un insegnante o di un Ata”.

E prima succedeva anche per i dirigenti.

“Esatto. Occorre salire di qualche gradino, ma il compito di cercare i soldi è del governo, non nostro. È un fatto politico. Se credi nella scuola, devi trovare le risorse per dare il giusto valore a una professione importante. È anche una questione di percentuale, se il comparto è povero, rimane povero. Se aumenta lo stipendio di una certa percentuale e lo stipendio su cui si calcola la percentuale è basso, gli altri comparti vedono migliorata la propria condizione mentre quella dei lavoratori della scuola no. Serve un’operazione di perequazione, altrimenti a ogni nuovo contratto la forbice si allarga”.

Quali sono le prospettive per il nuovo contratto?

“Semplice. Che il governo metta mano al portafoglio”.

Gli insegnanti sono vittime anche della violenza degli alunni e spesso anche dei loro genitori. Che cosa sta succedendo?

“La violenza è l’effetto, non la causa. Occorre ridare agli insegnanti la dignità tolta sul piano economico e sociale. In un mondo in cui tutto si misura con i quattrini, devi cominciare da là. Occorre valorizzare un modello. Se il ragazzo ti dice che non farà mai il docente, vorrà dire qualcosa. Il professore non ha mai guadagnato molto, intendiamoci, ma prima aveva un ruolo sociale importante e riconosciuto. Era l’unica agenzia educativa, l’ascensore sociale, lo studio consentiva di arrivare alle professioni. Oggi per questo non serve il merito, ma l’appartenenza a un ceto. Un tempo il figlio di un contadino diventava medico, perché si andava per merito. Oggi il merito è venuto meno e c’è il ceto. Dunque occorre dare una giusta retribuzione a un mestiere importante. Se il metro è il valore economico devi iniziare a dare una retribuzione proporzionata”.

Intanto la politica pensa all’introduzione delle telecamere in classe

“Noi siamo contrari. La scuola deve restare un luogo di libertà. Le telecamere condizionano il rapporto alunno-docente. Una persona che si sente osservata non lavora bene e anche il ragazzo ne risentirebbe. Vogliamo i nostri figli come polli in batteria o figli che vivono in libertà? Il modello Grande fratello nella scuola non si può accettare, non perché sia vietato dallo Statuto dei lavoratori, ma perché se c’è un occhio che ti osserva non sei libero”.

Torniamo alla didattica e alla sua omologazione, cosa ne pensa delle prove comuni?

“I docenti dovrebbero essere ribellarsi. Le prove standardizzate non appartengono alla nostra cultura, vengono dall’estero. Ma all’estero i nostri giovani sono ricercati, e dunque dovremmo essere meno esterofili. L’insegnante che valuta conosce la classe e le singole individualità. Le prove standardizzate stridono perché fatte con modelli econometrici sbagliati. Come al solito i dirigenti si fanno condizionare da modelli di mercato. Dobbiamo metterci in testa che gli alunni sono diversi uno dall’altro, non ci può essere una valutazione assoluta senza parametri di riferimento. Le prove Invalsi sono quelle che fanno nascere questo errore strategico. E poi, un sistema di valutazione dell’attività didattica non esiste da nessuna parte del mondo. Negli Usa stanno tornando indietro, non si può valutare un ragazzo e poi un altro con lo stesso parametro. Il rapporto tra alunno e docente non è valutabile in termini didattici, di emozione, non si può valutare con dei test a crocette. Il nostro sistema è migliore di tanti altri, un insegnamento critico come il nostro è raro, stiamo attenti a non disperderlo. L’efficacia dell’insegnamento si può valutare nel lungo periodo, in relazione ai risultati conseguiti dallo studente nella vita, sul lavoro, non subito”.

Un po’ come si propongono i Rapporti della Fondazione Agnelli sulla carriera universitaria e l’inserimento lavorativo degli ex studenti”.

“Quello della Fondazione Agnelli è già un passo avanti ma non è esaustivo. Ci si basa comunque su parametri economici. Se avrai un sacco di disadattati, come società avrai un costo”.

Competenze contro conoscenze. Ecco un altro campo di battaglia ideologica tra i docenti.

“Il sistema migliore è quello che privilegia le conoscenze rispetto alle competenze. Oggi con il sistema dei nuovi media tutti sono medici o costituzionalisti, ma lasciamo perdere. Occorre sapere come si arriva alle competenze, cioè serve la conoscenza. Se non conosco non so fare, se so fare senza conoscere posso essere sfruttato da chi conosce. La persona deve essere capace di sapere. Siamo in un mondo di fake news e se si vuole vuole davvero tornare al medioevo basta ammazzare la scuola”.

Nei piani triennali dell’offerta formativa sono diffuse parole come “competenze”, ma anche altre, come “essenzializzazione” (del sapere). Si vuole ridurre tutto al minimo. Perché?

“Viene tutto dall’estero. Intanto sono diffuse parole inglesi e sarebbe ora di tornare a parlare in italiano. Se una società non tiene ai propri modelli è morta. E noi i modelli li abbiamo nella Costituzione. L’ascensore sociale si è interrotto perché se io vado dal medico è perché ha una buona conoscenza altrimenti tutti saremmo in grado di fare i medici, basterebbero i foglietti illustrativi”.

La settimana corta impostata su 5 giorni è stata introdotta da molte scuole di ogni grado, altre stanno per introdurla. Dietro ci sono valide motivazioni pedagogiche o c’è altro, come alcuni lamentano?

“Occorre valutare caso per caso, ma è una moda, è più un’esigenza del mercato che non un bisogno della scuola. Il percorso diluito su sei giorni è migliore, perché le conoscenze, che vengono prima prima delle competenze, hanno bisogno di lavoro duro e diluito. Sono modelli che rispondono più alle richieste del territorio che ai ritmi di apprendimento degli alunni. Ma quei ritmi vanno tutelati. La scuola deve sentire le famiglie, ma sempre in funzione delle esigenze dell’apprendimento dei ragazzi. Se il tempo libero lo passi in famiglia va bene, ma in certe realtà questo non succede. Occorre per questo considerare le specificità del territorio e l’autonomia scolastica serve per questo”.

Che giudizio dà del bonus per il merito?

“Va eliminato perché è un fallimento”

Anche questo è diventato un campo di battaglia.

“Ha prodotto una competizione assurda tra i docenti, inutile sperpero di risorse per una valutazione che non può esserci. È stata fatta una trattativa privata per una distribuzione del bonus con finalità diverse e da quelle che si era prefisso. Senza trasparenza, non si sa nulla, è diventato il segreto di Fatima, neppure la Nasa ha tanti segreti. Si è premiata la collaborazione al dirigente invece di ciò che non appare, ad esempio il recupero di un ragazzo con difficoltà. Ci stiamo beccando modelli che non ci appartengono. Quando la funzione pubblica non comprende la funzione specifica di un docente, vuol dire che siamo tornati agli anni 50 con il Testo Unico degli impiegati civili dello Stato, perché la specificità della scuola si sta annacquando nella funzione burocratica amministrativa del pubblico impiego. E questo non va bene. La scuola non ha bisogno di burocrazia, ha bisogno di democrazia”.

8 Gen 2019 – 7:59 – Vincenzo Brancatisano

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