Se si uniscono un maestro del sospetto come il drammaturgo Thomas Bernhard, un acuto giurista come Salvatore Satta e un regista coraggioso come Roberto Andò, il risultato non può che essere una pièce esplosiva e dirompente.

Come quella in scena in questi giorni (dal 9 al 14 gennaio) al Teatro Stabile di Catania, “In attesa di giudizio”, un giudizio che mai potrà arrivare definitivo e certo, perché, aristotelicamente parlando, mai ci potrà mai essere perfetta identità tra l’astratta giustizia e la pratica equità.

Infatti che senso può mai avere un processo dinanzi all’incessante “panta rei” dell’esistenza umana? Lo spettacolo si dipana, intenso e lucido, a detta dello stesso regista come  “un’installazione teatrale concepita mettendo in scena due spettacoli diversi ma consequenziali, in cui, oltre alla triade che officia il processo, ossia l’avvocato, il giudice, il pubblico ministero, troviamo le vittime e i loro carnefici, ma anche figure quali Cristo, Pilato, Socrate, Voltaire. Vi si alternano la voce di un assassino e quella di un giurista, entrambe impegnate a frugare nelle pieghe insensate e labirintiche dell’esistenza come forma giuridica”.

Prima dunque il Bernhard di  “È una commedia? È una tragedia?” (1967)  , con l’impeccabile Fausto Russo Alesi affiancato da Filippo Luna e la brava vocalist Simona Severini, che inscenano una storia atroce, che narra di giudizio umano e giudizio della propria personale coscienza per una redenzione impossibile. Un uomo si presenta vestito da donna, con atteggiamenti strani e patologici:  ha infatti commesso un atroce femminicidio e ha scontato la sua pena. Ma nulla potrà ripagare il suo gesto maledetto, né cancellarlo nelle pieghe dell’anima.

Poi è il momento dell’adattamento di Roberto Andò dell’acuta opera di Satta “Il mistero del processo” sempre affidata al bravissimo Fausto Russo Alesi e Filippo Luna, puntellata dalle voci di Renato Scarpa e Paolo Briguglia e da un nutrito gruppo di attori, che non agiscono, ma si configurano come proiezioni mentali del protagonista.

Qui emerge sulla scena il vero nucleo tematico della pièce, cioè come l’agire dell’individuo sia molto più complesso e insondabile delle leggi che tentano disperatamente di classificarlo e giudicarlo. Dalle ossessioni fantamastiche della mente di un giurista (sempre il bravissimo Fausto Russo Alesi), vengono così evocate una moltitudine di persone, vittime e  carnefici,  tutti in scena a testimoniare l’impossibilità del giudizio finale e definitivo. Con momenti di grande tensione, quando in scena appaiono i “giusti trattati ingiustamente” come Socrate e Gesù, vittime di giudizi parziali, che sempre si innovano nell’errore giudiziario.

Friedrich Dürrenmatt, un acuto indagatore del concetto di giustizia, cosciente che il complesso poliziesco-giudiziario, nei suoi meccanismi di indagine e di giudizio, è incapace di cogliere il senso più autentico della verità umana scriveva: “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”.  Ma la realtà è molto più complessa di un insieme astratto di norme. E in questa aporia vive tutto il dramma del giudizio degli individui, icasticamente messo in scena e sviscerato da uno spettacolo doloroso e singolare, atto a suscitare dubbi di difficile soluzione e pietà infinita per la finitezza umana.

Silvana La Porta