La volontà di “smorzare” la (presunta) spinta innovativa del Movimento 5 Stelle e di Giuliano potrebbe non essere l’unico motivo per cui, alla fine, il Ministero dell’Istruzione sia passato in quota Lega. Questa designazione potrebbe in realtà celare un altro obiettivo: trasferire sempre più competenze, in ambito scolastico, dallo Stato alle Regioni. Non va dimenticato, infatti, che la neonata legislatura sarà quella che accompagnerà Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna verso una maggiore autonomia, frutto dei referendum dello scorso ottobre – come prontamente ricordato dalla neo ministra per gli Affari Regionali Erika Stefani

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Scuola, ecco cosa vuol dire la nomina di Marco Bussetti al MIUR

scritto da  il 09 Giugno 2018
Tortuga è un think-tank di studenti di economia nato nel 2015. Attualmente conta circa 50 membri, sparsi tra Italia, Francia, Belgio, Inghilterra, Germania, Austria, Senegal e Stati Uniti. Scrive articoli su temi di economia, politica e riforme, ed offre alle istituzioni un supporto professionale alle loro attività di ricerca o policy-making – La scelta di una figura tecnica per la guida del MIUR suggerisce un mandato limitato alla revisione de La Buona Scuola. Ma nasconde due grandi pericoli: che si amplifichino le tendenze regionaliste e che si mettano a rischio le risorse dedicate all’istruzione.

Il Grande Assente

La scuola è uno dei grandi assenti nel rivoluzionario piano giallo-verde. Due sono i segnali più rilevanti in questo senso: la pochezza del capitolo Scuola nel Contratto di governo (vedi qui), e la completa assenza della stessa parola “scuola” (e della parola “cultura”) dal primo discorso ufficiale del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in quel di Palazzo Madama (vedi qui).

Secondo alcuni ci sarebbe in realtà anche un terzo segnale concorde: la nomina a ministro di Marco Bussetti, di simpatie leghiste e in precedenza a capo dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Milano[1]. Il nome di Bussetti è stata una delle novità (passata in secondo piano) dei funesti giorni della trattativa. In precedenza, infatti, la casella era stata attribuita al nome già proposto dal M5S, Salvatore Giuliano, dirigente scolastico di Brindisi con fama di grande innovatore.

Tuttavia rimangono notevoli similitudini con il preside pugliese, sebbene il neo ministro sia stato subito inquadrato come un burocrate col compito dell’ordinaria amministrazione (e dello smantellamento de La Buona Scuola). Entrambi, ad esempio, hanno in passato espresso opinioni costruttive e anche positive sulla riforma di Renzi (vedi qui). Ed entrambi sono pressoché sconosciuti sul piano politico nazionale, così come pressoché ignote ai più sono la loro idea complessiva di scuola e, soprattutto, la loro capacità di governo.

Insomma: che fosse Bussetti o Giuliano, per molti era scritto che la scuola non sarebbe stata uno dei protagonisti della XVIII legislatura. Per alcuni osservatori questa è un’ottima notizia: lasceremo la scuola al riparo dalla furia riformatrice giallo-verde, dandole finalmente modo di assestarsi e raggiungere un equilibrio. Eppure, a ben vedere, ci sono due motivi fondamentali per non dormire sonni tranquilli: le spinte regionaliste della Lega e i possibili attacchi alle risorse per la scuola.

 

Il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti

Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti

Il pericolo più grande: il regionalismo scolastico

La volontà di “smorzare” la (presunta) spinta innovativa del Movimento 5 Stelle e di Giuliano potrebbe non essere l’unico motivo per cui, alla fine, il Ministero dell’Istruzione sia passato in quota Lega. Questa designazione potrebbe in realtà celare un altro obiettivo: trasferire sempre più competenze, in ambito scolastico, dallo Stato alle Regioni. Non va dimenticato, infatti, che la neonata legislatura sarà quella che accompagnerà Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna verso una maggiore autonomia, frutto dei referendum dello scorso ottobre – come prontamente ricordato dalla neo ministra per gli Affari Regionali Erika Stefani (vedi qui).

La scuola è sempre stata annoverata tra i desiderata degli autonomisti (vedi qui) e la nomina di Bussetti – il primo leghista a viale Trastevere – potrebbe rappresentare un modo per assecondare questi appetiti, devolvendo alle Regioni – se a tutte o solo a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna non è dato sapere – sempre più competenze, a da quelle relative all’assunzione e alla nomina dei docenti. In direzione esattamente opposta, vale la pena di ricordare, rispetto alla riforma del Titolo V bocciata dal referendum costituzionale del 2016 (vedi qui).

Come ha ricordato pochi giorni fa su La Stampa Andrea Gavosto (vedi qui), la strada verso il regionalismo scolastico è lastricata di pericoli. Su tutti, la possibilità concreta che ulteriori devoluzioni possano amplificare i gap nei livelli di apprendimento che osserviamo tra Regioni e tra macroaree del Paese, già a livelli intollerabili (Figura 1).

Figura 1 – Divari regionali negli apprendimenti. Fonte: INVALSI (2017), Rilevazioni nazionali degli apprendimenti 2016-17. Legenda: verde = media Italia; blu = regioni del Centro-Nord; rosso = regioni del Sud e Isole.

Figura 1 – Divari regionali negli apprendimenti.
Fonte: INVALSI (2017), Rilevazioni nazionali degli apprendimenti 2016-17.
Legenda: verde = media Italia; blu = regioni del Centro-Nord; rosso = regioni del Sud e Isole.

In sintesi: Bussetti come “cavallo di Troia” per un Ministero e uno Stato centrale sempre più deboli, a tutto vantaggio delle Regioni e degli assessorati regionali.

Che ciò possa andare a beneficio del sistema scolastico nel suo complesso è tutto da dimostrare. Al contrario, l’esempio della Germania dovrebbe fungere da monito (Figura 2). ormai da tempo numerosi osservatori denunciano come l’assetto federale tedesco, in ambito scolastico, sia tra le più importanti determinanti della (crescente) disuguaglianza sociale osservata nel Paese (vedi Freitag e Schlicht, 2009). Le differenze istituzionali fra Länder, infatti, tendono ad accentuare i divari sociali dovuti al sistema di tracking[2], a differenze di reddito, istruzione e cittadinanza, e all’accesso differenziato ai servizi per la prima infanzia. Tutte dinamiche che si presentano sempre più di frequente anche in Italia.

Figura 2 – Odd Ratio fra appartenenza al più alto quartile di reddito e accesso al Gymnasium. Fonte: Freitag e Schlicht (2009), Educational Federalism in Germany: Foundations of Social Inequality in Education. Legenda: giallo = ex Germania Ovest; grigio = ex Germania Est. Nota: L’odd ratio (OR) definisce il rapporto tra due probabilità. In questo caso, il rapporto fra la probabilità che un bambino nato in una famiglia facente parte del 25% più ricco della popolazione frequenti il Gymnasium – la scuola secondaria di tipo accademico, la cui frequentazione è correlata a maggiori redditi futuri –, e la probabilità che la stessa tipologia scuola sia frequentata da un bambino nato in una famiglia facente parte del secondo quartile della distribuzione dei redditi (dal 50esimo al 25esimo percentile più povero). Un OR uguale a 6, ad esempio, implica che è 6 volte più probabile che il più ricco frequenti il Gymnasium rispetto al più povero.

Figura 2 – Odd Ratio fra appartenenza al più alto quartile di reddito e accesso al Gymnasium.
Fonte: Freitag e Schlicht (2009), Educational Federalism in Germany: Foundations of Social Inequality in Education.
Legenda: giallo = ex Germania Ovest; grigio = ex Germania Est.
Nota: L’odd ratio (OR) definisce il rapporto tra due probabilità. In questo caso, il rapporto fra la probabilità che un bambino nato in una famiglia facente parte del 25% più ricco della popolazione frequenti il Gymnasium – la scuola secondaria di tipo accademico, la cui frequentazione è correlata a maggiori redditi futuri –, e la probabilità che la stessa tipologia scuola sia frequentata da un bambino nato in una famiglia facente parte del secondo quartile della distribuzione dei redditi (dal 50esimo al 25esimo percentile più povero). Un OR uguale a 6, ad esempio, implica che è 6 volte più probabile che il più ricco frequenti il Gymnasium rispetto al più povero.

La scuola come terra di conquista per nuove risorse

Il secondo motivo per cui la nomina di una figura come quella di Bussetti preoccupa è rintracciabile nel suo profilo politico. Come detto, non è un personaggio di spicco del governo, e non sembra essere portatore di un’idea complessiva di scuola o di un progetto di riforma. Questo potrà pesare (molto) nel momento in cui qualcuno (il ministro dell’Economia?) verrà a bussare alla porta del MIUR a caccia di risorse.

È innegabile: il Governo ha in agenda sfide e progetti molto costosi – la sterilizzazione dell’aumento dell’IVA [3], per dirne una, da una parte, e le proposte di bandiera su flat tax, reddito di cittadinanza e pensioni, dall’altra. Il contratto glissa sul tema delle coperture, ma la questione è ineludibile e ineluttabile: qualcuno dovrà pagare, e anche tanto. E nonostante il contratto parli di rimettere l’istruzione “al centro del nostro sistema Paese” con “strumenti efficaci”, da nessuna parte si fa esplicitamente menzione di risorse maggiori o invarianti per la scuola. Il budget del Ministero (tra i 56 e i 57 miliardi nel triennio 2017-2019; fonte) farà sicuramente gola, e servirà capitale politico – che Bussetti non ha – per difenderlo.

Un’ultima nota: nel contratto si parla invece esplicitamente di “incrementare le risorse” per l’università e la ricerca (p. 55). Bussetti – come la Fedeli – non proviene da quel mondo: vorrà battersi per questo obiettivo? Saprà farlo? Se il MIUR sarà terra di conquista, a farne le spese sarà probabilmente la scuola (nell’università e nella ricerca non c’è davvero più niente da tagliare). Ma si riuscirà davvero a generare maggiori risorse per i nostri atenei?

In conclusione, il nostro contributo si aggiunge al turbinio di “processi alle intenzioni” che popolano il dibattito italiano in questi giorni. Non sappiamo, infatti, che rapporto ci sia, in quest’inedita alleanza di governo, tra il dire, il non-dire e il fare. Siamo preoccupati che dietro il “cambiamento” si nasconda un effettivo regresso.

Che dire? Benvenuto ministro Bussetti e in bocca al lupo. Speriamo vivamente di essere smentiti su tutta la linea.

Twitter @Tortugaecon

[1] Gli Uffici Scolastici Territoriali sono divisioni degli Uffici Scolastici Regionali. Le funzioni assegnate loro sul territorio di competenza sono quelle di cui all’art. 8, comma 3, del DPCM n. 98 del 2014. Tra queste troviamo, ad esempio, assistenza, consulenza e supporto agli istituti scolastici e gestione delle graduatorie e dell’organico del personale docente, educativo e ATA.

[2] Si definisce come tracking la ripartizione degli studenti in diversi indirizzi scolastici – come avviene in Italia nella scuola secondaria di II grado o in Germania già dai 10 anni – oppure per livello di abilità o per curriculum all’interno di una stessa scuola – come avviene negli Stati Uniti.

[3] Anche se il Ministro Tria sembra non disdegnare l’aumento dell’IVA come forma di finanziamento.

§ http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/06/09/scuola-ministro-marco-bussetti-miur/

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Che cosa dunque aspettarci dal nuovo titolare di Viale Trastevere? Per capirlo, il contratto fra M5S e Lega non aiuta granché: il testo ripete ossessivamente la necessità di «superare» la Buona scuola, ma senza specificare come. Fra i temi accennati alcuni sono interessanti e condivisibili, come la formazione di tutti i docenti, non solo quelli di sostegno, all’insegnamento dei ragazzi con bisogni educativi speciali; altri irrilevanti, come l’eliminazione delle classi sovraffollate, un fenomeno del tutto marginale in un Paese destinato a perdere un milione di studenti nei prossimi dieci anni. In attesa di capire le intenzioni del ministro, e oltre a dover tamponare le mille falle quotidiane della nostra scuola, due appaiono le aree in cui il nuovo governo può lasciare un segno: l’alternanza scuola-lavoro e il regionalismo scolastico.

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Gli obiettivi del nuovo ministro Bussetti e i rischi del regionalismo scolastico

di Andrea Gavosto * – 3 giugno 2018
Provenendo dai ranghi dell’amministrazione, il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha una conoscenza diretta dei problemi della scuola; nondimeno, il suo compito non sarà affatto semplice. Nonostante la paziente opera di ricucitura di Valeria Fedeli, la Buona scuola di Renzi lascia infatti ferite profonde: la mancata rispondenza delle nuove assunzioni ai bisogni delle scuole; la mobilità degli insegnanti del Sud, dove non ci sono più cattedre perché la popolazione studentesca è in calo da anni; il ruolo dei presidi; il premio economico ai docenti, soluzione inadeguata al problema vero di costruire loro un percorso di carriera; l’alternanza scuola-lavoro. La grana delle diplomate magistrali, insegnanti non laureate, prima inserite nelle graduatorie a scapito di altri e poi espunte da una sentenza definitiva del Consiglio di Stato, è solo un esempio dei bizantinismi del nostro sistema d’istruzione. Su tutte queste criticità incombe poi una tendenza demografica che, come già al Sud, porterà a una forte diminuzione degli studenti dappertutto in Italia.
Che cosa dunque aspettarci dal nuovo titolare di Viale Trastevere? Per capirlo, il contratto fra M5S e Lega non aiuta granché: il testo ripete ossessivamente la necessità di «superare» la Buona scuola, ma senza specificare come. Fra i temi accennati alcuni sono interessanti e condivisibili, come la formazione di tutti i docenti, non solo quelli di sostegno, all’insegnamento dei ragazzi con bisogni educativi speciali; altri irrilevanti, come l’eliminazione delle classi sovraffollate, un fenomeno del tutto marginale in un Paese destinato a perdere un milione di studenti nei prossimi dieci anni. In attesa di capire le intenzioni del ministro, e oltre a dover tamponare le mille falle quotidiane della nostra scuola, due appaiono le aree in cui il nuovo governo può lasciare un segno: l’alternanza scuola-lavoro e il regionalismo scolastico.

La prima, obbligatoria per tutti gli studenti negli ultimi tre anni delle superiori, ha avuto finora un’applicazione a macchia di leopardo, con risultati a volte promettenti, a volte discutibili. Potrebbe però trasformarsi in un piccolo «caso Ilva», con la Lega attenta alle esigenze di un sistema produttivo, che richiede più formazione al lavoro, e il M5S preoccupato che le attività svolte nulla abbiano a che fare con gli apprendimenti: la mediazione sarà difficile.

Dopo una lunga fase di quiete, il tema del trasferimento di competenze nell’istruzione dallo Stato alle Regioni – possibile secondo la Costituzione – si è riacceso con il successo dei due referendum autonomisti in Lombardia e Veneto. Il contratto gialloverde lascia prevedere una limitazione delle assunzioni di docenti fuori regione, viste da alcuni come una causa dell’aumento dei trasferimenti e dell’assenza di continuità didattica. Qualcuno potrebbe volersi spingere ancora più in avanti, fino al passaggio dei docenti alle dipendenze delle Regioni, che già hanno competenze importanti. I rischi di una devoluzione sono però notevoli: il principale è un ulteriore aumento degli impressionanti divari di apprendimento fra il Nord e il Sud, enorme e storico problema della nostra scuola.

*Direttore Fondazione Agnelli

http://www.lastampa.it/2018/06/03/cultura/gli-obiettivi-del-nuovo-ministro-bussetti-e-i-rischi-del-regionalismo-scolastico-rEzKjFgUVEAC2lUYpQEw4N/pagina.html

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