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Venerdì, 18 Maggio 2012


La felicità è...- Oriana Fallaci
Letteratura
Postato da Silvana La Porta   
Giovedì 30 Dicembre 2010 12:12

Da un libro cult di Oriana Fallaci, "Un uomo", un brano romantico, nel quale Alekos Panagulis, l'eroe della resistenza greca, e la grande giornalista uniscono i loro destini...by Silvana

DA "UN UOMO" DI ORIANA FALLACI



La felicità è una risata che scoppia alle nove di sera quando il mio taxi si ferma dinanzi all'ospedale e un'ombra sguscia nel buio, apre lo sportello, mi piomba addosso e dice all'autista: <<Grìgora! Presto!>> Arrivando ti avevo trovato in una cameretta del reparto Patologia, circondato di medici e di medicine, e sembravi l'infermo più infermo del mondo: con un filo di voce mi avevi chiesto di tornare alle nove. <<Sto male, molto male...>> Ed ora eccoti qui, tutto vispo, risorto, che mi abbracci in un taxi: <<Grìgora! Presto!>> <<Ma che fai? Che ti prende?>> <<Sono evaso!>> <<Cosa significa evaso?>> <<Significa che mi sono alzato, mi sono vestito, ho tirato una botta in testa all'infermiere e sono venuto qui ad aspettarti.>> <<Una botta in testa all'infermiere?!>> <<Sì, non voleva lasciarmi andare. Sosteneva che non si può. L'ho messo lì e gli risposto: guarda se si può.>> <<Messo dove?>> <<Nel mio letto. Ci starà fino a domattina alle cinque. Alle cinque devo tornare a slegarlo.>> <<Slegarlo?!>> <<Sì, ho dovuto legarlo. E anche incerottargli la bocca. Sennò gridava.>> <<Non ci credo.>> <<Infatti non è vero. Non è stata un'azione di forza ma di intelligenza. Senti, gli ho detto, a che ora incomincia il tuo turno di riposo? Alle nove, risponde. E a che ora finisce? Alle cinque, risponde. Abiti lontano? Molto lontano, risponde. Ti piacerebbe dormire comodo senza andare a casa? Eccome, risponde. Bene, questo è il mio letto e questo è il mio pigiama, io prendo le tue scarpe. L'ho spinto su una sedia, gli ho tolto le scarpe, e via. E' scemo, non si muoverà dalla camera finchè non torno.>> Sicchè rido, rido, libera di ogni esitazione, paura, divertita a scoprire in te un volto che non conoscevo, nemmeno sospettavo, il volto dell'istrionismo gaglioffo e dell'allegria. E tu ridi con me. Confessi d'avermi imbrogliato, oggi non stavi male, fingevi, ti hanno ricoverato alla Policlinica per qualche analisi e basta, domani ti dimetteranno. Ride anche l'autista, senza sapere perchè, ci osserva nello specchietto retrovisore e ride mentre il taxi attraversa la città illuminata, entra in via Vouliagmeni, passa dinanzi al garage con la scritta Texaco, ci porta al ristorante dove tre anni dopo mangerai per l'ultima volta, poco prima di andare a morire. Ma se gli dèi ce lo annunciassero per metterci in guardia, se ci dicessero che questo è il tuo destino, il nostro destino già scritto, non ci crederemmo ed io replicherei beffarda che il destino non esiste. <<Dove andiamo?>> <<Da Tsaropulos.>> <<Cos'è?>> <<Un posto all'aperto, vicino al mare, ci si mangia il pesce. Ti piace il pesce?>> <<Sì.>> <<A me no. La vigilia dell'attentato cenai lì e mangiai il pesce.>> <<Perchè ci andiamo dunque?>> <<Perchè stasera possa sfidare anche i pesci.>>
La felicità è un orgoglio che vibra quando entriamo nel ristorante trafitti dalle occhiate indagatrici ed ostili di coloro per cui non sei un eroe ma un mancato assassino, un sovvertitore dell'ordine, nel migliore dei casi un visionario che dovrebbe starsene dov'era: in un carcere ben sorvegliato. Dai loro tavoli si levano i colpetti di tosse offensivi, bisbigli impauriti: <<Lui non è...?!>> Un damerino da ambasciata esclama: <<Look who's there! Guarda chi si vede!>> Lo capisci e per un attimo ti coglie una specie di smarrimento, ti appoggi a me come ad un bastone, incerto se andare avanti o tornare indietro, poi ti ergi con spavalderia e mi conduci a un tavolo esposto alla loro curiosità. I bisbigli crescono e ciascuno ti ferisce quanto una coltellata, lo vedo, a momenti pieghi il capo come a reprimere il male, sopportarlo meglio: che delusione la libertà, che fatica! Ma le mie dita cercano le tue, le stringono forte per ripeterti che non sei solo, e il tuo volto s'accende: <<Lo so>>. E' bello vivere insieme la sfida. E' bello anche accorgersi che qualcuno ti sorride, sia pure di nascosto, con la cautela di chi teme di cacciarsi nei guai. Poi un cameriere coraggioso avanza con una bottiglia di vino e ad alta voce dice: <<Questa la offro io. E' un onore, Alekos, averti qui>>. Il cielo è uno smalto turchino e fitto di stelle, accanto a noi c'è una pianta che sboccia larghe corolle arancioni, a poco a poco ci isoliamo in un incanto che ci consegna ad una specie di oblio. O di inconscienza? Entra una fioraia con un cesto di rose, ne agguanti un fascio e me le getti in grembo. Entra un gobbo con un'asta in cui sono appuntati i biglietti di una lotteria, ne compri una fila lunghissima e me li posi sul piatto. Ogni tuo gesto è un ingenuo trasporto d'amore, una goffa preghiera d'essere amato, e la spavalderia di prima s'è dileguata. Ti cade la forchetta, ti cade il cucchiaio, e d'un tratto arrossisci come un bambino, mi porgi il regalo tenuto da parte per il mio ritorno: un foglio spiegazzato, coperto da una calligrafia minutissima. <<Alekos! Cos'è?>> <<La poesia che preferisco, Viaggio. Te l'ho dedicata, guarda: c'è il tuo nome ora per titolo.>> Poi me la traduci con quella voce che sventra l'anima. <<Viaggio per acque sconosciute su una nave / simile  a milioni di altre navi  / che vagano per oceani e per mari  / lungo percorsi dagli orari perfetti / E molte ancora  / proprio molte anche queste  /  ormeggiano nei porti  /  Per  anni ho  caricato questa nave  / di tutto  ciò che mi davano  /  e che prendevano con gioia sconfinata  /  E  poi  /  lo ricordo quasi  fosse oggi  /  la dipingevo con colori smaglianti  /  e stavo attento  /  che in nessun punto vi cadesse una macchia  /  La  volevo bella  per il  mio viaggio  /  E  dopo avere atteso tanto proprio tanto  /  venne infine l'ora di salpare  /  E salpai...>>  Qui ti interrompi, mi spieghi che il viaggio è la tua vita,  che la nave sei tu,  una nave che non ha mai gettato l'àncora,  che non la getterà mai,  nè l'àncora degli affetti, nè l'àncora dei desideri, nè l'àncora  di un meritato riposo. Perchè non ti rassegnerai mai, non ti stancherai mai di inseguire il sogno. E se ti chiedessi che sogno non sapresti rispondermi: oggi è un sogno cui dai il nome libertà, domani potrebbe essere un sogno cui dai nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrerne il miraggio, la luce. <<Il tempo passava e io / incominciavo a tracciare la rotta / ma come mi avevano detto nel porto / sebbene la nave mi sembrasse diversa anche allora / Così il mio viaggio / ora lo vedevo diverso / Senza più ansia di approdi e commerci / il carico mi appariva ormai inutile / Ma continuavo a viaggiare / conoscendo il valore della nave / conoscendo il valore che portavo...>> Ed io non mi stanco di ascoltarti.
La felicità è un abbandono che a mezzanotte conduce alla casa col giardino di aranci e limoni dove entriamo in punta dei piedi e incuranti dei poliziotti che controllano ogni tua mossa: due agli angoli della strada e due sul marciapiede. e' un albero di gelsomini che fiorisce sotto la finestra alla quale ci siamo affacciati perchè tu ne colga un ciuffo e tu me l'offra insieme alla tua timidezza. E' una stanza di cui non vedo più lo squallore, le poltrone unte e sbucciate, i soprammobili brutti, gli assurdi diplomi in cornice: perchè ci sei tu. E' un bacio inaspettatamente pudico sulla mia fronte, mentre il vento fruscia tra i rami d'olivo e ci porta la cantilena del mare. E' una lacrima che inaspettatamente ti scivola giù per la guancia mentre sussurri: <<Sono stato tanto solo. Non voglio stare più solo. Giura che non mi lascerai mai>>. E' il tuo volto serio che si avvicina al mio volto serio, i tuoi occhi commossi che affogano nei miei occhi commossi, le tue braccia incerte che cercano le mie braccia incerte, neanche fossimo due ragazzi al loro primo incontro d'amore o sapessimo che ci accingiamo a compiere un rito da cui dipenderanno tutti i nostri anni a venire. E' un silenzio lungo, impressionante, mentre le nostre labbra si toccano con esitazione, si uniscono con decisione, e i nostri corpi si allacciano senza timore, per adagiarsi palpitando nel buio, travolti da un fiume di dolcezza che abbaglia, cercando gesti dimenticati, agognati, e trovandoli per penetrarsi con armonia, di nuovo ed ancora, ed ancora ed ancora, quasi dovesse durare un'eternità. Il tempo ti appartiene ormai, nessun ordine di esecuzione avanza tra gli ordini secchi per condurti al poligono e fucilarti. Dopo ci fissiamo stremati, la testa appoggiata sullo stesso guanciale, ed esclami: <<S'agapò tora ke tha s'agapò pantote>>. <<Cosa significa?>> <<Significa: ti amo ora e ti amerò sempre. Ripetilo.>> Lo ripeto sottovoce: <<E se così non fosse?>> <<Sarà così.>> Tento un'ultima vana difesa: <<Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e...>> <<Io non sarò mai vecchio.>> <<Sì che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.>> <<Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.>> <<Li tingerai?>> <<No, morirò molto prima. E allora si che dovrai amarmi per sempre.>> Stai parlando sul serio o scherzando? Mi costringo a credere che tu stia scherzando, una luce beffarda guizza nella tua iride nera e un'allegria fatta di molti domani scatena il tuo corpo che subito mi ricopre insaziabile. Nè bisogna ripensare a un dialogo sulla veranda: <<Noi greci abbiamo la mania della veggenza e della tragedia. Forse perchè l'abbiamo inventata>>. <<Ma di quale tragedia parla?>> <<V'è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi: l'amore, il dolore, la morte.>> La felicità è aprire gli occhi sotto la tua voce che esclama con stupore: <<Sei bella!>> E' accorgersi che sono quasi le cinque e devi correre a restituire le scarpe all'infermiere sequestrato. E' uscire nell'aria fresca che annuncia il mattino, sempre incuranti dei poliziotti che ci seguono fino al posteggio del taxi, è tenerci abbracciati per l'intero tragitto, salutarci sapendo che tra poco ci rivedremo. E' tornare alla casa col giardino di aranci e limoni senza rimpiangere la responsabilità che d'ora innanzi mi pesa addosso come un macigno. E' svegliarsi per venire alla clinica dove, racconti trionfante, nessuno s'è accorto della fuga notturna. E il medico dice che puoi dimetterti senza probelemi, dalle analisi e dalle radiografie non è risultato nulla di irrimendiabile. Naturalmente le torture e il carcere hanno influito sulla tua salute ma il cuore è forte e i polmoni in ottimo stato, un po' per volta ti ristabilirai, tutto sta nel riabituarti ala vita. Infine la felicità è sapere che proprio stanotte, mentre ci amavamo, nella casa accanto è nato un bambino cui hanno imposto il nome Cristos: si può immaginare un augurio più bello d'un bambino nato nella casa accanto mentre ci amavamo?