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Venerdì, 18 Maggio 2012


"Mi ama, pensai" - Elio Vittorini
Letteratura
Postato da Silvana La Porta   
Venerdì 11 Marzo 2011 16:36
Protagonista di questo brano è un adolescente alle prese con la sua prima esperienza d’amore. Si tratta di un sentimento delicato, tenero, che si accontenta di sguardi, di sogni, di attese, di tremori, di segreti e misteriosi messaggi...perchè a volte basta un piccolo gesto per accorgersi che...buon pomeriggio by Silvana

Elio Vittorini da Il garofano rosso


Aspettavamo la campana del secondo orario, tra le undici e mezzogiorno,
pigramente raccolti, sbadigliando, intorno ai tavoli del caffè
Pascoli & Giglio, ch’era il caffè nostro, del Ginnasio-Liceo.
I più fortunati mandavano giù l’una dietro l’altra granite di mandorla,
la più buona cosa da mandar giù ch’io ricordi della mia infanzia;
e c’era la tenda rosso marrone che bruciava di sole come un
sospeso velo di sabbia sopra i tavolini. C’erano discorsi di grandi parole,
di grandi speranze, e c’erano i pettegolezzi scolari sulle medie,
i temi in classe, i professori e i compagni sgobboni.
I piccoli delle classi ginnasiali si rincorrevano da marciapiede a marciapiede,
urlando, fin su allo sbocco di piazza del Duomo, e là subito
le loro urla selvagge risuonavano più larghe e cantanti quasi come
su una aperta campagna.
Avevo sedici anni, quasi diciassette; mi piaceva ormai fare il «grande
» e stare coi grandi veri, tutti dai diciotto in su, della seconda e
terza liceale, a discutere, a fumare sotto la tenda color ruggine del
caffè; ma ogni volta che l’urlo di uno dei piccoli andava lontano oltre
la strada sulla prateria della piazza mi sentivo nitrire dentro e ritornare
cavallino com’ero stato quando anche io dai gradini della
cattedrale spiccavo il volo radente sopra l’asfalto.
Un pezzo era che più non osavo giocare a quel modo scalpitante.
Una signorina della «seconda» mi aveva guardato; e avevo smesso
senz’altro.
Era figlia di colonnello. Mi pareva bellissima, sebbene portasse un
cappellino che le nascondeva metà della faccia. Andava da casa a
scuola, da scuola a casa con una ragazzona dai grossi fianchi della
sua classe, che le dava sempre la destra e pareva la sua serva.
Appena mi sentii guardato non esitai; mi misi dietro a lei tenendo
dieci passi di distanza, e a tutte l’uscite l’accompagnavo. Essa si voltava
in tutto il percorso una volta sola, quando giungeva sull’angolo
della strada di casa sua. Verso sera io ripassavo sotto le sue finestre
in bicicletta più volte e la musica d’un pianoforte scorreva sotterranea
dentro alla lunga fila di alte mura fiorite. Le scrissi anche; ma lei
non mi rispose; solo, perché in quella mia unica lettera l’avevo chiamata
Diana, spesso mi faceva misteriosamente dire da qualche ragazza
della mia classe che Diana mi salutava.
Un giorno mi mandò un garofano rosso chiuso dentro una busta.
Mi trovavo in classe mentre la professoressa di lingue moderne scandiva
parole cantate di La Fontaine. Mi ama, pensai scattando, e la
professoressa mi gridò di ripetere l’ultimo verso e io dissi, pensando
mi vuole bene: «Ma neanche per sogno!».
Fui cacciato dall’aula per tutto il resto della lezione: e andai a mettermi
dietro la porta della «seconda» dove abitava lei. Speravo di
udire la sua voce, non la conoscevo ma credevo di poterla riconoscere.
Mi ama, pensavo. E la voce di «lei» si alzò, mentre quella dolente
del prete che insegnava greco a tutto il Liceo, interrogava. Era
una voce come di bambina che si sveglia, con un lungo «oh» di meravigliato
raccoglimento al principio di ogni risposta.
C’era un gran caldo, sebbene fosse solo maggio, o giugno, e dalle finestre
spalancate del corridoio veniva odore di fieno. Mi ricordava
caldi mucchi di quando cominciai a non essere più bambino, e un
caldo turbamento nutriva in me la fede che Giovanna, quella voce,
mi volesse bene. Lontano si sentivano marciare nella palestra femminile
le allieve di un altro corso.
Mi staccai dalla porta, la voce era diventata un’altra dentro all’aula,
e mi affacciai alla finestra, mi misi a guardare giù un cortiletto mai
visto prima, a osservare le foglie di un fico muoversi nel sole come
lucertole al di là di un muricciolo.
Poi l’uscio dirimpetto si aprì e in una ventata di voci uscì lei, quella
giovane che mi voleva bene, vestita di verde e di azzurro sugli alti
tacchi.
La vidi, nei vetri della finestra, esitare come pensare di tornare in
classe. Sentii che arrossiva. E tremai per il bene che mi voleva, che
un nulla sarebbe bastato, credevo, a cancellare via dal suo cuore. Volevo
far finta di continuare a guardar fuori ma appena lei svoltò l’angolo
del corridoio le corsi dietro.
Mi guardò quando la raggiunsi e nient’affatto era rossa come avevo
supposto. Era tranquilla e sorridente. Vidi che aveva gli occhi chiari,
fieramente grigi nel viso di bruna.
«Oh», mi disse. «Vado a prendere il fazzoletto che ho dimenticato.
Giù. In guardaroba.»
Pensai: «E se la baciassi?».
Di nuovo mi assalì il caldo del ricordo di quando rotolavo sui mucchi
di fieno in un tempo felice con una ciurma di bimbi, e pensai
«baciarla» come se fosse significato portarla su uno di quei mucchi,
rotolare fino al tramonto di quel pomeriggio con lei che mi aveva
mandato un garofano rosso, quasi un papavero. Ma fu un minuto solo,
durante il quale mi tremarono le mani. E subito cominciò un terrore
di farle male, di distruggere il bene, perdere per sempre la felicità
di avere il garofano rosso donato da lei.
Con timida civetteria lei disse: «Dunque?». E appena sorrise era già
incamminata per andar via. Ma la fermai, la chiamai col suo nome:
«Giovanna!». Era stato stupido, pensai, chiamarla Diana, mentre
era così Giovanna col suo passo, le sue gambe, la sua nuca, il suo
verde e azzurro; così Giovanna!
Bisognava fermare quel suo passo, quelle sue gambe, quella sua nuca,
quel suo verde e azzurro e renderli veri. Io le volevo bene per tutto
questo che la facevano diversa da ogni altra scolara della terra.
Ma appena si voltò il mio sguardo entrò nel suo, sentii di volerle bene
anche per qualcosa di più, come per una mia e sua bontà furiosamente
vitale che avrebbe potuto farmi correre ammazzando le
professoresse di franco-inglese attraverso afriche e americhe. Fu
con questo senso di enorme bontà che la baciai; e fu appena un battito
di labbra contro le sue labbra, profondo e vivo però nella sua
gentilezza. Le sue labbra non fuggirono, le sentii anzi salire sotto le
mie. E mi chiesi: «È un bacio? È stato un bacio?».
Essa sorrideva, poi non più. Alzò un braccio contro il mio petto ad allontanarmi
e il garofano fu strappato dall’occhiello, cadde. Ma lei
stessa si chinò a raccoglierlo, me lo assicurò con uno spillo, scappò via.
(da Il garofano rosso, Mondadori, Milano, rid.)