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Venerdì, 18 Maggio 2012


Silvio Pellico, romantico patriota
Letteratura
Postato da Salvina Torrisi   
Venerdì 18 Marzo 2011 09:49

alt Le mie prigioni, il più celebre documento della letteratura italiana patriottica dell'Ottocento,     può essere ancora considerato un libro da leggere oppure occorre rassegnarsi a considerarlo come un fossile polveroso, reperto di un tempo (e di una scuola) che non c'è più?...(da Treccani)

 


Una rilettura dell'opera di Silvio Pellico, non confinata nel ristretto, sia pure significativo, recinto della lotta politica risorgimentale, ma come una prova saliente e suggestiva della migliore narrativa romantica.


Le ragioni di un repêchage

Ci sono opere letterarie che entrano a tal punto nell'orizzonte di un'identità collettiva da trasformarsi, nel titolo, in qualche suo personaggio o in certi passaggi divenuti proverbiali, in veri e propri modi di dire, in espressioni familiari del linguaggio comune. La loro celebrità condivisa matura spesso e volentieri anche al di fuori della conoscenza reale del suo contenuto specifico: quante volte abbiamo sentito qualcuno descrivere le "sue prigioni" senza aver mai letto il libro?

La fortuna dell'opera di Silvio Pellico fu immediata ed estesa, subito dopo la pubblicazione nel 1832, in tutta Europa, e perfino, come disse Federico Confalonieri, "tra le selvagge capanne dell'Alabama, dell'Indiana e dell'Illinois". Oggi pare però eclissata presso le nuove generazioni, che l'hanno condannata, se non all'oblio, a una rimozione preconcetta, collocandola nell'illeggibile e impraticabile palude della letteratura patriottica.
Eppure, proprio le peculiarità, che per molti versi hanno fatto de Le mie prigioni un libro anomalo di memorie, possono permetterne un recupero, anche in sede scolastica, a partire dall'inclinazione morale e autenticamente sofferta data al genere memorialistico che in Pellico perde quella patina di estrosa eccentricità, di stravagante e compiaciuto narcisismo, di lirica esplorazione del pittoresco o dell'avventuroso che è facile rintracciare nelle esperienze settecentesche, per farsi invece ricerca di un'autentica tensione morale, espressione di uno spirito civile, politico e umano di grande sincerità e religiosa testimonianza interiore.

Un patriottismo antiretorico
L'impegno patriottico, in altre parole, può generare anche altro rispetto a eroiche celebrazioni, titaniche rappresentazioni di grandi ideali, generose profusioni di sentimenti e tragedie collettive. Il racconto degli anni trascorsi dall'autore prima ai Piombi di Venezia e, soprattutto, poi nella fortezza dello Spielberg in Moravia come pena per la sua attività di carbonaro offre, infatti, un modello descrittivo e di scrittura quotidiano, perfino dimesso e con tratti di pietosa e crepuscolare umanità, che nulla ha a che vedere con l'invettiva, con l'epos risorgimentale di molte narrazioni o con le romanzate disavventure di eroi dalle abbacinanti tinte romantiche.
Va in scena invece un personaggio tormentato dal dubbio, insidiato da un logorante rovello interiore, minacciato da propositi di ira e vendetta, ma anche dalla tentazione del suicidio. La sua rivolta non conosce il febbrile istinto dell'uomo solitario in lotta contro il suo tempo, ma un mesto abbandono a un pathos senza concessioni liriche, a un'ansia irredimibile che pare a tratti trovare squarci di fiducia nel luminoso spiraglio che gli offre la fede. Un libro di mansuetudine, come è stato detto, più che di fulmini e battaglie.
E qui sta forse il motivo del fascino di questo intramontabile best-seller: perché il successo popolare ha arriso a Le mie prigioni e non a uno tra i tanti memoriali di carbonari (non c'è intellettuale, o quasi, gravitante intorno alla palestra ideologica del "Conciliatore" che abbia assaggiato le carceri austriache senza resistere alla tentazione risarcitoria della penna) e imprigionati, patrioti e protagonisti dell'epopea risorgimentale, garibaldina in particolare? La ragione sta forse nella sua capacità di non esaurirsi dentro i confini della vicenda narrata. Le mie prigioni divennero, è vero, un libro fondamentale per l'opinione pubblica del tempo, che vi trovava la riprova dell'inflessibile, disumana durezza della repressione austriaca. Ma al tempo stesso, l'autore volle farne molto più che un semplice, autobiografico reportage di sofferenze politiche.

Un romanzo di formazione
Gli studenti di oggi sono toccati poco o nulla dai resoconti di quei gloriosi anni? Qui troveranno altro: poca politica ("Lascio la politica ov'ella sta, e parlo d'altro", scrive Pellico) e molta narrativa. Pochi fatti epici: al loro posto, il romanzo intimo di una progressiva iniziazione, confidata con riserbo, quasi con pudicizia. Nessuna voce di rivendicata propaganda (la qual cosa sdegnò quanti tra i nostri patrioti si aspettavano un violento atto d'accusa contro gli austriaci e il loro dominio liberticida), ma una progressiva conquista di pace interiore. E insieme, l'espressione di una rivolta naturale dello spirito libero contro la cieca sopraffazione, di una fortissima resistenza morale alla distruzione e all'abbrutimento. Qualcosa di simile a una specie di diario di formazione, un Bildungsroman spirituale che permetterà al protagonista di uscire trasformato, cristianamente votato alla salvezza e al bene in un mondo dominato del male, di cui il carcere rappresenta per così dire lo specchio più tragico.
Solo in una cosa, questa prova tremenda non lo cambia: nella fedeltà – silenziosa, ma irrinunciabile – alla sua idea. Che cosa sia questa idea, Pellico non lo confessa quando viene interrogato al carcere di Santa Margherita: "di ciò non dirò nulla". Un silenzio che significa, davvero, sdegnosa protesta, dignitosa rivendicazione di innocenza: l'oppressore non riuscirà a ottenere nella sua vittima né pentimento né senso di colpa. E anche se la libertà e il patriottismo sono taciuti, le allusioni presenti nel libro come flebili sussurri da rintracciare quasi tra le righe riassumono il più nobile significato della libertà: il nome Italia, la letteratura, il magistero civile di Dante.
Flebili sussurri evocati dentro una tessitura confidenziale, che riposa su uno stile particolarissimo, visti i tempi: lontano anni luce dalle ricercatezze liriche di buona parte della nostra letteratura ottocentesca, e invece aperto – sulla scia manzoniana – ad accogliere strutture e glossario del linguaggio quotidiano. Non mancano, certo, ancora concessioni auliche qua e là e un certo ibridismo, che fonde arcaismi e popolarismi: eppure agli studenti non mancherà l'opportunità di constatare il carattere più vivo, apparentemente più immediato, della prosa nitida e essenzialmente paratattica di Pellico.

Il manifesto di uno scacco epocale
E allora, sulla base di questa serena ispirazione, ecco una galleria di uomini e donne dai tratti umani, venati di partecipe pietà, col quale l'autobiografico protagonista entra in fraterna comunione: il carceriere dello Spielberg Schiller, rude ma buono, la figlia della custode dei Piombi di Venezia, l'umile Zanze, perfino la donna "di mala vita", Maddalena, recante nella voce e nei modi un accento di infelice umanità. Uomini, donne, ma soprattutto personaggi, quasi figure di una fiction manzoniana, tutte però, a prescindere dal proprio ruolo (vittime e – involontariamente – aguzzini, carcerati e carcerieri), alla ricerca di una stilla di carità e bontà capace di salvaguardare la coscienza dalle brutture e le violenze della storia. Certo, sarà doveroso leggere le pagine di Pellico con piglio critico, mettendo in luce gli aspetti moralistici del suo approdo spirituale. La sua rassegnazione dinanzi al sopruso dei potenti (qui, lo straniero) può essere indicata, come molta critica d'estrazione marxista ha fatto, come il frutto di un'involuzione ideologica da parte di un autore – va ricordato – che entrò in sospetto degli austriaci proprio per il suo spirito libertario, laico, quando non ancora anticlericale?
Il Carbonaro che tramava, il cospiratore politico, l'inflessibile uomo d'onore che durante il processo non aveva tradito la causa e i sodali, sfumano nel rassegnato uomo d'ordine, nel sopravvissuto divenuto più bigotto che cattolico. Le mie prigioni sono anche il documento di questa metamorfosi, ma alla domanda di prima si può trovare risposta solo se estesa all'orizzonte culturale italiano, che proprio la feroce repressione austriaca privò di quella vivacità che il nostro Romanticismo ebbe solo agli albori. In questo senso, può essere utile collegare l'esperienza letteraria e ideologica di Pellico a una temperie generale di grande interesse e suggestione. Faccio riferimento a quello straordinaria palestra di nobili ideali e orizzonti liberali che, dal settembre 1818, fu "Il Conciliatore". Il periodico dal foglio azzurro fu senza dubbio l'araldo del nostro Romanticismo, tanto innovativo nella proposta letteraria quanto perfino spregiudicato e progressista in quella politica, purtroppo destinato a esaurirsi proprio per il pesante intervento della censura. A causa di questa, la generazione di cui fece parte Pellico fu costretta a imboccare la strada di un traumatico arretramento intellettuale: la cultura liberale, particolarmente quella milanese, non poté produrre altro. Uno scacco storico da cui discendono ritardi e provincialismi della nostra cultura ottocentesca nazionale. Posta in questi termini, la lettura de Le mie prigioni può servire anche a testimoniare tale clima di riflusso, come il documento di una generazione che seppe trovare solo in Manzoni un approdo problematico e mai rassicurante, nonché un sistema narrativo inquieto e vigoroso.