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Venerdì, 18 Maggio 2012


La sfida della poesia al potere
Letteratura
Postato da Maria Allo   
Lunedì 11 Luglio 2011 00:29
alt La verità della storia è una verità dei fatti,concreta, particolare.Al contrario la verità della letteratura è una verità morale, astratta, universale

Temo fortemente che i responsabili della Milanesiana abbiano cercato di cacciarci in un bel guaio, a noi che vi partecipiamo, perché tutto lascia pensare che il tema di questa edizione nasconda un trabocchetto. Innanzi tutto, le parole menzogna e falsità sembrano sinonimi; non lo sono, ma quasi: ciò che ne distingue il significato è l'intenzionalità. Una falsità è una mancanza di verità o di autenticità; una menzogna, invece, è una manifestazione contraria a ciò che si sa, si crede o si pensa.

In altri termini: una menzogna può essere o non essere una falsità, ma è sempre intenzionale, mentre una falsità può essere o non essere una menzogna, e quindi non sempre è intenzionale. Nessuna delle due cose, comunque, risulta raccomandabile, dato che entrambe sono solitamente contrarie alla verità. Per lo meno non risultano raccomandabili per me, che sono uno di quei tipi un po' antiquati che ancora credono che la verità esista, e che sia una delle più nobili aspirazioni degli esseri umani. Ora, credo anche che bisogna stare molto attenti con i grandi portabandiera della verità. Prendiamo questa frase: «Esigiamo una campagna legale contro quanti propagano menzogne politiche deliberate e le diffondono attraverso la stampa». Chi l'ha scritta? Un politico onesto? No: Adolf Hitler, nel 1920. E cosa significa ciò? Molte cose, tra le quali che occorre diffidare dei crociati contro le falsificazioni, perché l'enfasi posta sulla verità denota spesso il bugiardo. Rabelais definiva questi crociati agelasti, una parola di derivazione greca che indica coloro che non ridono, quelli che non hanno il senso dell'umorismo, quegli individui che, come ci ricorda Milan Kundera, «sono persuasi che la verità sia chiara, che tutti gli uomini dovrebbero pensare la stessa cosa e che loro sono esattamente ciò che immaginano di essere». Insomma, la verità esiste, ma chi crede di possederla può essere soltanto un bugiardo compulsivo o un fanatico o un idiota (o le tre cose messe assieme): gli altri, noi, ci limitiamo ad assediarla, nella speranza sempre rimandata che un giorno si arrenda.
Tutto questo vale, ammesso che valga, per la vita; nella letteratura le cose cambiano. Di fatto, si potrebbe sostenere che, in letteratura, menzogna e falsità non sono quasi sinonimi bensì quasi due opposti, e che in un certo senso la letteratura è una menzogna, ma non è mai una falsità. Qual è il senso? Come ricorderete, Aristotele affermava che non esiste una sola verità bensì due: la verità della storia e la verità della poesia, come lui chiamava ciò che noi chiamiamo letteratura. Sono due verità opposte: la verità della storia è una verità dei fatti, concreta, particolare, una verità che cerca di fissare quanto accaduto a determinate persone in un determinato momento e luogo; al contrario, la verità della letteratura è una verità morale, astratta, universale, una verità che cerca di fissare ciò che accade a tutti gli uomini in qualsiasi momento e luogo. Dunque, scrivere romanzi o poesie consiste nel tradire la verità fattuale e concreta della storia per essere fedele alla verità morale e universale della letteratura, una verità che lo stesso Aristotele considerava superiore alla verità storica. Mario Vargas Llosa l'ha definita l'arte di raccontare la verità delle menzogne; da parte mia, io la definirei - per ricordare una frase che Plutarco mette in bocca a Gorgia e che in ventiquattro secoli è stato impossibile migliorare - l'arte di ingannare con la verità. «La poesia - afferma Gorgia - è un inganno in cui chi inganna è più onesto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare».
Ebbene, qual è la verità di questo inganno? Qual è la verità morale delle menzogne letterarie? Naturalmente, non c'è una sola verità, bensì molte, ma ho la sensazione che forse vi sia qualcosa in comune tra tutte. Non trovo maniera migliore di spiegarlo che chiosare un frammento in prosa di Antonio Machado, forse il maggior poeta spagnolo del XX secolo. È un passo curioso: non saprei se definirlo micro racconto, o facezia filosofica, o semplicemente aporia. Dice così: «La verità è la verità, che la dica Agamennone o il guardiano dei porci. Agamennone: "Sono d'accordo". Il guardiano dei porci: "Non mi convince"».
Diciamo subito che in questo testo compaiono senza dubbio due personaggi omerici: uno dell'Iliade (Agamennone, re dei Traci) e l'altro dell'Odissea (Eumeo, il fedelissimo guardiano dei porci di Ulisse); aggiungiamo che consente almeno due interpretazioni. Due interpretazioni opposte. Prima interpretazione. Secondo questa, Agamennone si sottomette umilmente all'imperio della verità, nel bene o nel male, che gli faccia comodo o no, («Sono d'accordo», dice); il guardiano dei porci, invece, confuta meschinamente tale imperio («Non mi convince», dice), perché non accetta altro che la verità che gli conviene, non quella che sa essere la verità. Questa interpretazione è epistemologica: oppone al disinteressato assolutismo filosofico di Agamennone - qui presentato come uomo giusto ed equo, che si ripropone di giocare pulito - il relativismo interessato del guardiano dei porci - in questo caso un tipo furbo, un semplice imbroglione che rifiuta di accettare una verità filosoficamente irreprensibile.
Seconda interpretazione. Quasi avesse letto Lewis Carroll e sapesse al pari di Humpty Dumpty che le parole hanno un padrone, come se avesse letto Walter Benjamin e sapesse che sono solo i vincitori a scrivere la storia, il guardiano dei porci - in questo caso un insubordinato che diffida della versione ufficiale - si ribella inopinatamente e tranquillamente rifiutandosi di accettare la verità decretata dal potere («Non mi convince», dice); al contrario, Agamennone abbraccia volentieri quella stessa verità («Sono d'accordo», dice) perché è la sua verità, la verità che lui stesso - in questo caso l'incarnazione stessa del potere, un tiranno piuttosto erudito ma senza alcuno scrupolo - ha imposto come unica verità. Questa seconda interpretazione è linguistica e, in ultima analisi, storico-politica: la verità è solo ciò che il potere (cioè il re Agamennone) decreta che sia la verità, e pertanto è legittimo e necessario impugnarla come fa il guardiano dei porci. Non so quale delle due interpretazioni sia quella corretta; ciò che sicuramente so è che, così come la prima contiene una rivendicazione della verità dei fatti - cioè, della verità storica - la seconda contiene una rivendicazione della verità letteraria, perché questa verità è una verità che non si sottomette alla verità imposta dai padroni della parola, da coloro che ostentano il potere.
L'autentica letteratura è questo: parola in ribellione. Perciò la letteratura può soltanto aderire alla disobbedienza del guardiano dei porci nella sua lotta contro la tirannia più o meno velata o evidente imposta dal suo padrone. Si tratta di uno scontro impari, forse perso in anticipo, perché il guardiano dei porci è, come lo scrittore, appena un usufruttuario della parola, e non il suo padrone, ma è impossibile non provare simpatia per il coraggio discreto, ironico, temerario, astuto, allegro e insolente con cui lotta contro il cinismo ipocrita, arrogante, feroce, bugiardo e solenne della verità di Agamennone. Tale verità è quella dei crociati della verità, quella degli agelasti di Rabelais, quella dei falsari e dei bugiardi, quella degli imbroglioni e dei potenti. È contro questa verità che si scrive la letteratura.Javier Cercas

Javier Cercas è nato nel 1962 a Ibahernando, Caceres. È autore del libro di racconti El movil e di due romanzi, El inquilino e El vientre della ballena. Collabora abitualmente con "El Pais" e dal 1989 è docente di letteratura spagnola all'Università di Gerona. Ha raggiunto il successo con Soldati di Salamina, che in Spagna è arrivato alla quindicesima edizio