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Venerdì, 18 Maggio 2012


La meglio gioventù era donna
Letteratura
Postato da Maria Allo   
Giovedì 15 Settembre 2011 22:47

altUn'opera prima ambientata a Torino. Gli anni 60, il terrorismo, il 150° dell'Unità

dal Saggiatore, con cui Enrico Deaglio (nella foto), giornalista, storico ed ex direttore della rivista «Diario», esordisce nella narrativa
• Nato a Torino nell'aprile del 1947, Deaglio ha diretto dal 1977 al 1982 il quotidiano «Lotta Continua»
• Enrico Deaglio sarà al Festivaletteratura di Mantova, dove domenica 11 settembre, alle 10.15 al Teatro Ariston, presenta il romanzo «Zita» con Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

Nati entrambi nel 1947, hanno la stessa età Enrico Deaglio e la protagonista del suo primo romanzo, Zita (il Saggiatore, in libreria il 1° settembre). E la città dove sono cresciuti è la stessa, Torino, «una vera città industriale come in Italia non esistevano». Che era anche la città di una classe intellettuale fortemente progressista, di una prestigiosa casa editrice, di uno scrittore-simbolo, Cesare Pavese, morto suicida nell'agosto del 1950, nella camera 49 dell'Hotel Roma, a due passi dalla stazione di Porta Nuova. «Negli anni Cinquanta e Sessanta, era difficile resistere al mito di Pavese, consegnato ai romanzi, alle pagine del diario, alle ultime poesie, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, al messaggio lasciato sul comodino: non fate troppi pettegolezzi» ci dice Deaglio. «Noi ragazzi dovevamo avere l'aria triste e gli occhialini come quelli che portava lui».

Zita è il romanzo di una generazione, ragazzi e ragazze che nel Sessantotto avevano intorno a vent'anni, ma che già da prima conoscevano l'impegno politico, come quando nel 1963 gli studenti andarono a manifestare contro la Spagna di Franco che aveva condannato a morte Julian Grimau, o si raccoglievano fondi per Danilo Dolci in Sicilia. Questa generazione Deaglio la chiama «la meglio gioventù», la stessa espressione usata da Marco Tullio Giordana, che intitolava così il suo film del 2003 sui ragazzi italiani tra gli anni Sessanta e gli anni di piombo. Nello stesso anno, con lo stesso titolo, Deaglio pubblicava un numero speciale della rivista «Diario», un dizionario con migliaia di nomi di uomini e donne che avevano cambiato l'Italia. «È stata la prima generazione italiana da 500 anni che non ha visto una guerra. C'era una grande apertura mentale, altruismo, sogni, eravamo proiettati verso il mondo. C'erano dei limiti anche fra noi, molti crescendo si sono adattati, ma per me resta davvero la meglio gioventù».

Giornalista, storico (La banalità del bene su Giorgio Perlasca, Feltrinelli; per il Saggiatore ha pubblicato Patria e l'edizione accresciuta di Raccolto rosso), conduttore di programmi tv (Milano Italia, L'elmo di Scipio), Deaglio si è lasciato tentare dal romanzo con personaggi di invenzione sullo sfondo di fatti storicamente accaduti. «Anche per la libertà che la forma narrativa ti dà, di poter raccontare cioè gli avvenimenti storici seguendo lo sviluppo dei personaggi. I quali, lo ammetto, sono un misto di persone vere che ho conosciuto». E Carlo, l'io narrante, l'amico di Zita, innamorato da sempre di lei ma senza mai diventare il suo amante, chi è? «È un po' il mio alter ego. È lui che racconta le cose che Zita fa, le sue scelte politiche, di vita. Consapevole di quanto lei, come tutte le donne, sia più coraggiosa, disposta sempre a buttarsi in nuove esperienze, a cambiare tutto. Ecco, della meglio gioventù io credo che la parte migliore siano state proprio le donne, e il mio libro è anche un omaggio a loro».

Due ricorrenze storiche segnano i tempi del racconto. Il 1961, il primo centenario dell'Unità d'Italia, e questo 2011, centocinquantesimo anniversario «un po' incongruo, con un governo orribile e in un Paese che non vede un futuro». È il modo per paragonare ieri e oggi, fare i conti con quello che siamo diventati, fare l'inventario delle illusioni perdute. L'unica che non si è persa d'animo, però, è Zita che, nel naufragio della politica, ha trovato nuove attività, la produzione e vendita di impianti per i denti a prezzi contenuti, e ora pensa di dotare di salvagenti le barche degli scafisti che portano i clandestini in Italia. Anche a lei Berlusconi fa orrore - lo scrive nelle mail al suo amico Carlo, organizzatore ufficiale dei festeggiamenti per il 150° a Torino - lo paragona al dittatore Trujillo e legge e commenta il romanzo di Vargas Llosa La festa del caprone sull'attentato contro El Jefe di Santo Domingo.

Saluto a pugno chiuso durante un'assemblea di giovani negli anni della contestazione studentesca
Saluto a pugno chiuso durante un'assemblea di giovani negli anni della contestazione studentesca
La svolta nella vita di Zita è nel 1977, quando (scrive Deaglio) «non pochi ragazzi e ragazze di sinistra, soprattutto nel Centro Nord della penisola, si dedicarono a sparare nelle gambe delle persone». Anche Zita prepara la sua azione di fuoco, obiettivo l'ostetrica che quattordici anni prima l'aveva fatta abortire. Entra nello studio, due compagni immobilizzano la donna, le mettono un cartello al collo, lei spara al ginocchio, le lascia un laccio emostatico e fugge. Scoprendo subito dopo che nella fretta ha lasciato cadere la sua patente dalla borsa. Terrorizzata, con l'aiuto di Carlo e di un altro amico, si rifugia in Francia. A lavorare per i movimenti di liberazione dell'America Latina e poi con gli studenti iraniani che manifestano contro lo Scià. Uno di loro, Alì, diventa il suo compagno, grazie a lui ha un'intervista con l'ayatollah Khomeini esule a Parigi, poi salirà sull'aereo che riporta a Teheran il capo degli sciiti.

«L'intervista a Khomeini ci fu davvero», racconta Deaglio. «La fece Nella Condorelli per "Lotta continua". Lui, l'ayatollah, non disse niente, le risposte furono dettate dal suo addetto stampa, lo stesso che poi, anni dopo, in Iran, sarebbe stato eliminato come tanti rivoluzionari della prima ora». Nell'80, quando ormai il nuovo potere ha rivelato il suo volto integralista e spietato, Zita torna a Torino. E si troverà di fronte all'ostetrica Elide, venuta a chiederle il perché di quell'attentato. Scopre che la donna è una onesta militante comunista e non un'orrida mammana, e con lei inizierà il lavoro di produzione di impianti odontotecnici a basso costo.

Intanto, la città e l'Italia cambiano radicalmente, la marcia dei 40 mila colletti bianchi della Fiat segna la sconfitta dei sindacati, e la stagione del terrorismo rosso si chiude con un cumulo di «tradimenti, delazioni, vendette, nefandezze». Così Zita attraversa gli anni di piombo, accompagnata dallo sguardo affettuoso di Carlo (e del suo alter ego Deaglio). «Anni tremendi - dice Deaglio - in cui circa seimila persone si erano date alla lotta armata, un numero pur sempre minoritario, ma non piccolo». E questi non erano la meglio gioventù. «Proprio no, come provano le storie di tanti esponenti di gruppi armati, pronti a tradire e denunciare, a eliminare i compagni scomodi, gente orrenda come Antonio Savasta o come Cesare Battisti».

Zita invece si salva. È passata attraverso esperienze anche estreme, ma la sua forza, il coraggio, la sensibilità l'hanno fatta andare avanti. Ora, i capelli tagliati, un portamento sicuro, un'eleganza naturale, si muove tranquilla nella sua città. E la gente si volta a guardarla. «A volte mi è capitato di guardare delle donne della mia età, belle, serene, sicure, e di pensare: ma quando erano ragazze, cosa facevano? Qual è stata la loro vita? Con questo romanzo ho voluto raccontare la storia di tutte loro». E anche la storia di questo Paese.