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Lunedì, 21 Maggio 2012


La scrittura in versi come catechesi esperenziale di Carlo Betocchi
Poesia
Postato da Maria Allo   
Martedì 10 Maggio 2011 06:06

altCarlo Betocchi il grande snobbato della letteratura.

È incomprensibile l'oblio sul poeta che fu un maestro riconosciuto per Luzi e Raboni. Cantò gli umili e il lavoro quotidiano che, fatto bene, è arte di vivere...

Uno sguardo poetico che si posa sulle vicissitudini dell'uomo e le ricompone in un orizzonte superiore dove ogni fatica e travaglio porta con sé un senso, per un atteso futuro premio cristiano. L'operato degli umili, artigianato, elevato ad arte come emblema di una fede perfezionata in ogni dovere assolto: «Il pecoraro/ col flauto amaro sverna/ mandrie dal passo avaro»; «l'albagia dei padroni, quel rumore/ della ricchezza, io estinsi nel silenzio./ Fui serva, dalla culla ebbi il mio cuore»; «a cuci e scuci, dicono i muratori/ quel metter le mani ad un muro che sgretola,/ antico, e rappezzarlo a frammenti:/ e dentro i vecchi pertugi dell'anima/ così mi canticchia una lunga pazienza». Interrogarsi su queste trame di vita, intensa catechesi esperienziale, è capire Carlo Betocchi (Torino 1899-Bordighera 1986) che merita oggi un ricordo a 25 anni dalla morte. In particolare, la virtù della pazienza è colta alla radice: il patire non è altro che una pratica del cuore umile, consapevole della glorificazione del suo sacrificio. Del resto, La pazienza è la prima sezione di L'estate di San Martino (1961) che comprende 15 liriche, tra cui emerge un altro modesto lavoratore, «fratello erbivendolo/ che la tua merce gridi/ dal traballio dei nidi/ d'erbe del tuo carretto;/ voce nella mattina,/ della non peregrina necessità». Se il valore etico della poesia porta a sentirsi pur figli di qualcuno, questo cantore cristiano può essere un punto di riferimento e orientamento spirituale. Fin dai primi testi (anni Venti e Trenta) si percepisce una genuina finezza d'animo: «Io non ho bisogno/ che di te, solitudine;/ alta, solenne, immortale,/ dove più nulla è sogno// In questo deserto/ attendo l'implacabile/ venuta d'un'acqua viva/ perché mi faccia a me certo// Se trionfa il sole/ o la luna impassibile/ il loro lume fluisce/ come vuole nel mio cuore// E godo la terra/ bruna, e l'indistruttibile/ certezza delle sue cose/ già nel mio cuore si serra:// e intendo che vita/ è questa, e profondissima/ luce irraggio sotto i cieli/ colmi di pietà infinita». Gli echi spirituali spaziano dalla Bibbia ai classici e dal monachesimo alla mistica medievale. L'esordio è nel 1932 con la raccolta Realtà vince il sogno, un titolo originale che apre subito, fin dal vivace ambiente fiorentino del periodico Il Frontespizio, da lui fondato con Bargellini- una serie di interpretazioni. Al fascino d'apertura dell'opera, «io un'alba guardai il cielo», dove la natura e il silenzio permettono di scorgere angioli «dalle puntute ali» e «colombe cerulee», un lago candido, un lume madido di rugiade e nei cuori «un lento ascendere dello splendore», corrisponde la chiusura «queste strade di sole (quando avremo ali) ci porteran lontani». Resta dunque in sospeso come il sogno, che qui appare trionfante, possa essere vinto dalla realtà. La risposta viene da un esame completo degli scritti: ogni richiesta di umanità piena, sognata o intravista nel quotidiano, si realizza solo ricomponendo l'attività umana sotto una luce metafisica che non mortifica, anzi rende sacro il vissuto, per realizzarlo pienamente nell'aldilà. LA REALTÀ, che è il sudore della fronte di ogni individuo, svela in parte il mistero e non delude il sogno, ma ne assegna un senso profondo nella Grazia. Lo si legge bene in Allegrezze dei poveri a Tegoleto: «Siamo stracchi, fatti affamati,/ s'è lavorato tutto il giorno;/ presso il pozzo si sta incantati/ in attesa di qualche ritorno:/ tornano Beco, e Meo e la Rosa/ e la Rita che presto si sposa»; e poi «Noi si ragiona di pane e lavoro;/ quando si fece quell'affossata;/ quando si fece, per l'Alberoro,/ scasso di bosco e la nuova piantata/ Crudo era il masso, ginestre e sole,/ dolce è la vita a chi bene le vuole». Gli umili trovano nella più spicciola situazione, anche con espressioni di saggezza, grandi significati (tra i titoli di altre poesie, Ode per una cosa effimera o Musici, giocolieri, bambini, gioia). Nelle poesie di Betocchi c'è l'arte romanica toscana, tra angeli medievali e case d'un tempo; tale natura naturans rinnova sempre la creazione e il divino ricompone in armonia le azioni umane. Il messaggio si fa catechesi: «Vedi quell'azzurro. Cielo/ è il Cielo, bambino mio;/ con la nuvola, nel cielo,/ va la volontà d'Iddio». Ma non è una serenità spensierata e illusa, come in questi versi sulla sua partenza dal paese: «Se marzeggia, aprileggia,/ son cose che svaniranno;/ il mio cuore sente l'inganno/ della sua giovinezza», sapendo che memorie e ombre sono impossibili da conservare. In La messa disertata la voce si fa mesta: «In un borgo selvaggio,/ in un borgo della montagna, sotto l'ombre del faggio/ una chiesa si lagna», si lamenta perché suona la campana ma non si vedono uomini, solo malinconicamente qualche donna e fanciullo, il prete «dalla stola gialla», mentre «una luce inarmonica/ di qua e di là sfarfalla». Poi il prodigio: «Ma Gesù Cristo volle/ due bambini a piè dell'altare,/ prese due tristi zolle/ le fece respirare;/ ed erano due pargoli,/ eran nudi com'angioli». Raboni vede l'evoluzione da un «realismo del simbolo» a uno «della realtà», infine a quello «del corpo», un intimismo saggio, tra il patriarca biblico e il francescano, che rispetta la sacralità del corpo e offre la sua senescenza a Dio: in Poesie del sabato (1980), Betocchi si congeda con «Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai,/ morte procace», ma «nulla finisce, anzi tutto continua, o morte,/ o amata morte,/ o amata».