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Lunedì, 21 Maggio 2012


Il supplente inetto, dominato dall'absence
Recensioni
Postato da Silvana La Porta   
Venerdì 05 Novembre 2010 01:00

Uno degli scopi più nobili di una casa editrice che si rispetti è quello di andare sempre alla ricerca dei buoni libri, attuali o già trascorsi, purchè abbiano ancora una loro vitalità...(di Silvana La Porta, dalla Terza Pagina de La Sicilia del 4 novembre 2010)

Non a caso la collana Novecento Italiano dell’Isbn si propone il lodevole fine di rileggere, alla luce dell’oggi, opere della letteratura del secolo scorso, dimenticate o misconosciute, e perciò poco note all’ultima generazione di lettori. Arriva così nelle librerie un prezioso romanzo del lontano 1964, scoperto allora da quel finissimo intenditore di letteratura militante che è Geno Pampaloni: Il supplente di Angelo Fiore (Isbn, pp.256, € 15).

Romanzo prezioso perché lontano da tanta letteratura siciliana dominata dai temi del gattopardismo, dei mille delitti d’onore, di prìncipi sfiduciati che lasciano il posto ai nuovi ricchi. Romanzo finissimo nella tessitura della trama e nella delineazione dei personaggi, anzi dell’unico vero personaggio, quell’Attilio Forra, uomo insoddisfatto e destinato al fallimento, che si inserisce a buon diritto nella schiera degli inetti del romanzo del Novecento. Con quella sua intelligenza sopraffina, quel suo sguardo lucido sul mondo, giunge in un paesino della Sicilia a fare il docente d’inglese, appunto supplente, metafora di una vita mai vissuta da titolare. Qui il colto professore si scontra con una comunità gretta e meschina di pirandelliana memoria, vivendo nell’occhio della gente, senza condividerne idee e valori.  Una società ambigua, volgare, quella della scuola, dei colleghi, del circolo, che non esita ad accusarlo di avere addirittura sedotto un’alunna della seconda classe. Forra giunge così a una specie di schizofrenia, condannandosi a vivere in un mondo onirico, dove trionfano scene erotiche di sadismo e stupri continui.

Un erotismo immaginato cui fa da contraltare uno smanioso desiderio di oblio.  Non desidero altro che dormire, riposare - afferma a un certo punto Attilio, alla maniera di tanti personaggi dei romanzi di Tozzi o Brancati, per i quali il letto, il sonno, il dolce dormire rappresentano il luogo della sicurezza e una rassicurante fuga dal mondo.

“Vorrei raccogliere le forze e reagire, ma non posso. E poi è inutile”. Qui il protagonista si svela eroe dell’inazione, cosciente che il mondo che lo circonda è dominato dai peggiori e che le sue straordinarie capacità non sono sufficienti. Piatta, dunque, la realtà apparente, ricca di inquietanti presagi, come nel miglior Kafka,  realtà espressa con uno stile fiorente, non secco e asciutto come quello pirandelliano,  in un proliferare di immaginifiche espressioni: e proprio questo forse ha determinato la sua marginalità nel panorama letterario italiano, in un’età in cui trionfava la narrativa di chiaro stampo realistico.

Eppure Attilio è un uomo testimone della crisi del nostro secolo. Forse la sintesi dalla controversa personalità di questo moderno antieroe è tutta in quella che Fiore chiama “l’angoscia di essere ignoto e inconoscibile”, in quell’absence che è la più moderna delle passioni. Nella Reverie du promeneur solitaire, Rousseau scriveva: “Tutto quello che mi è esterno mi è ormai straniero. In questo mondo non ho più né prossimi, né simili, né fratelli. Sono sulla terra come in un pianeta straniero dove sarei caduto dal pianeta dove abitavo.” Sono parole che bene starebbero anche sulla bocca di Attilio Forra, solitario disadattato e triste professore in una triste società, protagonista di uno dei risultati letterari più alti del nostro Novecento.

Silvana La Porta, dalla Terza Pagina de La Sicilia del 4 novembre 2010