Carissima Studentessa, Carissimo Studente,

parlo con voi piuttosto che coi colleghi, in primo luogo perché, tra le vittime dello tzunami che sta per spazzare via la Scuola Pubblica italiana, sarete le più preziose, le più numerose e le più compiante, e in seconda istanza perché ho potuto constatare, mescolandomi a voi nei cortei, sedendo accanto a voi cento volte per analizzare le politiche scolastiche, scendendo nelle piazze insieme a voi per contestarle, che siete più informati, più consapevoli dell’imminente naufragio dell’istruzione e, quindi, più combattivi di quelli che stanno dall’altra parte della cattedra. Moltissimi tra voi, onesti e leali, perché tra voi moltissimi sanno ancora esserlo, potrebbero dirmi, e non direbbero il falso, che sono giunti a tale livello di consapevolezza anche grazie all’allarme lanciato da qualche docente, che ha pagato e sta pagando per questo.

Vorrei raccontarvi le storie, tante, che non si raccontano per prudenza o per malinteso pudore, storie che navigano negli occhi offesi e inquieti dei vostri professori ma che non escono dalle loro labbra: storie di minacce vigliacche e di ingerenze indebite; storie di espulsioni umilianti e inusitate da quei luoghi in cui si dovrebbe decidere cosa darvi, in che modo, in che tempi, sulla linea di che orizzonte, e che invece sono diventati luoghi in cui si decide cosa farvi e cosa farci se non obbediremo, se non daremo al potere sufficienti prove e rassicurazioni circa la nostra avvenuta e definitiva addomesticazione; storie di insultanti e antimetodiche intromissioni nell’intimità dell’aula, di forzature interessate di innocenti battute o di esempi didattici volutamente, necessariamente caricati fino al paradosso; storie di squallide e volgari strumentalizzazioni, di fraintendimenti analfabeti trasformati in accuse speciose, come quelle in cui incorrevano i primi cristiani, incriminati per incesto perché tra loro si chiamavano “fratelli” e per cannibalismo perché mangiavano “il corpo” di Cristo… Storie ridicole, surreali, inimmaginabili fino a quindici anni fa, eppure storie che si scrivono, in questo nuovo mefitico clima di caccia alle streghe; storie che fanno male, che allagano l’anima, espandendosi sotto forma di vago senso di colpa misto a sdegno impotente e a terrore per quel che sta tornando con prepotenza allucinata e allucinante, quell’imbestiante ottundimento delle coscienze che si chiama fascismo e che non abbiamo mai condannato con sufficiente perentorietà né mai, dunque, estirpato definitivamente.

Avete fantasia, voi: queste storie di professori “contro” fatti a pezzi e ridotti a una pezza per spingerli “volontariamente” fuori da scuole che stanno per trasformarsi in aziende sforna-precari finalmente produttive, cioè capaci di garantire guadagni immeritati a gente estranea alla Scuola, del tutto priva di competenze ma disonesta e spregiudicata abbastanza da millantarle tutte, ve le potete immaginare; so che, da “ultimi” di una società che vi ignora quando urlate e vi usa come alibi perfetto e retorico per piazzare ogni genere di prodotto, riforme comprese, non ve ne rallegrate.

Sapete già, del resto, e certo non vi rallegra, che l’ultima legge di “stabilità” ha destabilizzato ulteriormente le scuole, considerando più urgente e proficuo assegnare 10 milioni di euro agli impiegati dell’Invalsi, selezionati con procedure sospette e addetti a schedarci e “valutarci”, piuttosto che destinarli ai tetti che crollano, alle vite dei precari che parimenti, nel silenzio, collassano, o alla vostra carta igienica, che continuerete a portarvi da casa.

Quello che vi voglio dire, invece, è un’altra cosa, semplice; tre parole: NON CI CASCATE.

Quelli che stanno per trasformare le vostre scuole in filiali di credito e agenzie di riciclaggio di “risorse umane” private di ogni dignità; quelli che stanno per sabotare e manomettere la vostra crescita, somministrandovi pillole di saperi anabolizzanti che vi daranno l’impressione di essere forti e vigorosi, ma che faranno dei più fortunati di voi degli “scoppiati”, vogliono comprare il vostro assenso e il vostro silenzio facendovi sedere al tavolo degli assedianti, per dividere il bottino del saccheggio della Scuola Pubblica. Abituàti a pensare la vita e le relazioni come quelle di un lager, in cui ci sono “i sommersi” destinati a crepare e “i salvati” nati per trionfare, essi estendono alla vostra coscienza il loro credo di violenza, umiliandovi con la proposta di diventare dei kapò del nuovo, miserevole campo di correzione che stanno allestendo.

E’ una strategia vecchia: sanno che non possono battervi, sicché cercano di corrompervi, immaginando che il vostro desiderio di vendetta contro i prof. sia soddisfatto dalla possibilità di “mettere il voto” a vostra volta e di scegliervi a capriccio le materie che più vi vanno a genio. Vi regalano la giostra su cui sballarvi mentre vi abbandonano al vostro destino; vi regalano “l’allegra scuola fai da te” e la pacchia del voto al prof. per nascondervi la selezione di classe che stanno per reintrodurre, l’azzeramento della mobilità sociale, l’assassinio dei vostri sogni, che richiedono gioiosa fatica da profondere, teoremi esatti da dimostrare, teorie inesatte da idolatrare e difendere, sfumature da cogliere o cancellare, sconfitte da assaggiare e rospi da ingoiare.

Vi credono cretini. Vi trattano da cretini. Vi vogliono fare complici della vostra automutilazione, spacciandovela per vittoria finale.

Vogliono togliere dal vostro cammino quelle pietre su cui solo noi sappiamo quanto è utile inciampare, perché solo cadendo si vede il colore del sangue, si scopre un anfratto dove sta crescendo ostinatamente una camomilla, si contempla un angolo di cielo verso cui non si era mai alzato lo sguardo. Vi vogliono far crescere senza dolore, cioè crudeli, scemi, sazi, bolsi, proni, faciloni. Non c’è nulla di più pericoloso che espungere il dolore dal processo della crescita: senza, raramente si arriva a restare umani.

Voi sapete quanto poco pesi il voto, in un percorso di conoscenza di Storia e di modelli, di scoperta di storie e di antimodelli; sapete quanto pesi, perciò, quel che ci diciamo in classe ogni giorno, che non sarà più “nostro”, non sarà più “vivo”. Voi sapete quanti vincoli assurdi le precedenti controriforme abbiano posto alla valutazione, e quanto insulsi. Voi sapete quanto siete vasti al di là di ogni valutazione contestuale e contingente; voi sapete quante volte il voto si attaglia più a quel che si vede in controluce che a quel che resta nascosto, momentaneamente, ad ogni luce. Voi sapete che “il nemico” non siamo noi, che di voi e per voi viviamo, ma quelli che vi stimano tanto poco da ritenervi incapaci di sottoporvi a un’autodisciplina minima, di riconoscere i vostri limiti, di sacrificarvi per allenare il cervello a compiere le imprese più grandi.

Non ci cascate. Se resisterete voi, la Scuola non capitolerà. Solo se resisterete voi, anzi, la Scuola non capitolerà.

Ditegli che non siete in saldo.

Ditegli che non siete scemi.

Ditegli che non siete deboli.

Ditegli che con il potere volete instaurare un rapporto conflittuale, non flirtare.

Ditegli che alle comode poltroncine che vogliono darvi preferite i pavimenti scheggiati delle aule autogestite in cui vi scazzate col massimo profitto.

Ditegli che con le cazzimme ve la sapete vedere da soli, nello spazio chiuso e infinito dell’aula, con le parole, coi simboli, con la lotta. A mani nude.