Iniziò in questo modo una sorta di cauto riavvicinamento a una Chiesa guidata da un vescovo pragmatico come Jaime Ortega che portò 18 anni dopo il Vaticano e lo stesso papa Francesco a giocare un ruolo fondamentale di mediazione per dare inizio al processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Usa e Cuba e al viaggio del presidente Barack Obama all’Avana.

L’egemonia capitalista esercita un potere così schiacciante che molti abdicano dal proposito di costruire un nuovo modello di civiltà. A poco a poco, come se si trattasse di un virus incontrollabile, il capitalismo si impone nelle nostre relazioni personali e sociali. E noi aderiamo alla credenza idolatrica che «non c’è salvezza fuori dal mercato».

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Chiesa «lontana», cristianesimo vicino

Qué linda es Cuba 1959-2019. Durante la Guerra fredda si era ridotto il ruolo della religione e della reazionaria Chiesa cubana. Ma con la Teologia della liberazione si avviò un «riavvicinamento»

08.01.2019

20 settembre 2015, papa Francesco celebra la santa messa nella Plaza de la Revolución a L’Avana

20 settembre 2015, papa Francesco celebra la santa messa nella Plaza de la Revolución a L’Avana © LaPresse

Come molti altri giovani studenti cattolici che parteciparono alla lotta contro la dittatura di Batista, quando l’8 gennaio 1959 ascoltai il discorso di Fidel Castro appena entrato da vincitore all’Avana pensai che vivevo un momento storico. Che iniziava una nuova era in Cuba.

E così fu. Fidel ha trasformato una neocolonia in una nazione. Ha cambiato tutta la società cubana, soprattutto recuperando la parte migliore del pensiero politico nazionalista, anticoloniale e antimperialista del XIX secolo, quello del religioso Felix Varela e di José Martí.

Nessuno dei due era marxista. E nemmeno Fidel – a differenza di Ernesto Guevara- aveva mai, almeno esplicitamente, fatto riferimento a una rivoluzione socialista durante la guerriglia.

Fu l’ ostilità degli Stati Uniti del presidente Eisenhower e dei suoi successori – che si manifestò immediatamente finanziando e armando la controrivoluzione e poi organizzando per mano della Cia la tentata invasione della Baia dei porci e quindi decretando l’embargo unilaterale – a radicalizzare la politica del leader della rivoluzione.

A mio avviso anche al di là delle – e, forse, almeno in parte contro le – sue stesse idee. Accettare l’aiuto e inevitabilmente il modello sovietico, ancora impregnato di stalinismo, fu questione di sopravvivenza. Non solo della Rivoluzione ma dello stesso leader, obiettivo di vari attentati da parte della Cia.

Fu un radicalismo persino eccessivo: Fidel decise la nazionalizzazione praticamente dell’intera economia del paese, – industria, agricoltura servizi e persino ristoranti, barberie – come pure della cultura e dell’educazione.

Fondò il Partito comunista di Cuba recuperando il movimento comunista prosovietico di Escalante (in seguito emarginato proprio per evitare che l’«amicizia» dell’Urss pretendesse da Cuba una sorta di vassallaggio come quello dei paesi socialisti dell’Est europeo).

Dichiarando il carattere socialista della Rivoluzione cubana in piena guerra fredda a meno di duecento chilometri dagli Usa, Fidel sapeva di non avere margini di mediazione, di non poter adottare misure di transizione .

In questo contesto storico veniva ridotto al minimo il ruolo della religione e soprattutto della Chiesa cattolica, nonostante l’educazione del giovane Fidel fosse stata segnata da scuole cattoliche e soprattutto dai gesuiti.

Del resto il trionfo della rivoluzione sorprese la Chiesa cattolica cubana in una posizione «tridentina», ovvero ispirata alla filosofia del Concilio di Trento (XVI secolo) e agli accenti antimodernisti e antidemocratici del Primo Concilio Vaticano (1869-70).

Una Chiesa insomma che si opponeva al liberalismo riformista e ancor più decisamente contraria alla formazione di un movimento cattolico democratico di tendenza socialista.

In quegli anni più del 75% del clero a Cuba era di origine spagnola, la maggior parte franchisti che temevano che nell’isola potesse ripetersi quello che era accaduto durante la guerra civile spagnola con «rossi» e anarchici che giustiziavano preti e incendiavano le chiese.

Le due posizioni erano rigide.

Fidel accettò che nei manuali importati dall’Urss si parlasse di ateismo. E marginalizzò la Chiesa assolutamente non in base a una concezione così grossolana di imitazione di Mosca, ma perché temeva – a ragion veduta – che in pieno conflitto con gli Stati uniti questa potesse essere un alleato del «nemico».

Fidel però era ben consapevole del messaggio liberatore del cristianesimo.

Quando nel 1971 si recò in Cile invitato da Salvador Allende appena eletto presidente si incontrò con una serie di prelati latinoamericani e si disse favorevole a un dialogo tra religione e marxismo.

Appoggiò la Teologia della liberazione, fondata quell’anno dal prete peruviano Gustavo Gutierrez Merino, che tra l’altro conteneva molti riferimenti alla rivoluzione cubana e al suo leader. La sostenne anche quando un’ala del movimento che faceva riferimento alla Teologia della liberazione appoggiò e partecipò alla guerriglia, come nel caso del prete colombiano Camilo Torres.

E nonostante i sospetti che tale movimento cattolico guerrigliero suscitava in una parte di dirigenti del Partito comunista cubano, ligi alle indicazioni di Mosca che era contraria ai «focos» di lotta armata.

Ma Fidel fu ben chiaro nell’affermare che a Cuba vi era già una rivoluzione, diretta appunto dal (suo) partito comunista. E che per questa ragione non ammetteva alcun ruolo politico-sociale della Chiesa cattolica nell’isola.

Questa situazione si mantenne fino allo storico viaggio nell’isola di papa Giovanni Paolo II nel 1998.

L’Urss era implosa lasciando Cuba isolata ed in una tremenda crisi economica (-25% del pil). Fidel aveva bisogno di investimenti esteri e papa Wojtyla con il suo famoso appello «Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba» gli forniva una importante sponda.

Iniziò in questo modo una sorta di cauto riavvicinamento a una Chiesa guidata da un vescovo pragmatico come Jaime Ortega che portò 18 anni dopo il Vaticano e lo stesso papa Francesco a giocare un ruolo fondamentale di mediazione per dare inizio al processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Usa e Cuba e al viaggio del presidente Barack Obama all’Avana.

§ https://ilmanifesto.it/chiesa-lontana-cristianesimo-vicino/

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«L’America latina guardi ai cambiamenti cubani»

Il personaggio. Intervista a Frei Betto, teologo della liberazione: «Cuba non sarà una mini-Cina. Il passaggio è da un’economia statalizzata a un’economia popolare. Dove lo Stato è presente ma attiva il protagonismo dal basso». «L’isola torna ad essere un punto di riferimento come nel 1959, quando dimostrò con la rivoluzione dei barbudos che l’imperialismo americano non era invincibile»

08.01.2019

Fidel Castro e Frei Betto

Fidel Castro e Frei Betto

 

È una lunga amicizia quella che lega lo scrittore e teologo della liberazione brasiliano Frei Betto al popolo cubano. Nell’isola, il frate domenicano è noto, in particolare, per la sua lunga intervista a Fidel Castro che, diventata nel 1985 un celeberrimo libro, Fidel y la religión, segnò una nuova pagina nel rapporto dell’isola caraibica con la fede.

Ma non è certo solo alla sua assidua frequentazione con i fratelli Castro che Frei Betto, autore di oltre 50 libri, deve la sua fama in America Latina. Rinchiuso in carcere dal regime militare brasiliano (dal 1969 al 1973), il teologo ha lottato in prima fila contro la dittatura, rafforzando l’organizzazione popolare attraverso le comunità ecclesiali di base. Consigliere speciale di Lula e uno dei principali ideatori del Progetto «Fame Zero», ha lasciato il governo – in punta di piedi – alla fine del 2004, non condividendo le modalità del programma di lotta alla povertà.

Né ha risparmiato critiche al programma neodesarrollista portato avanti dai governi progressisti – mirato sostanzialmente a fare dell’America Latina un’oasi di stabilità del capitalismo in crisi – individuando nel modello cubano una fonte di ispirazione per la sinistra latinoamericana e mondiale.

Quale significato ha avuto per l’America Latina la rivoluzione cubana?

È stata la dimostrazione che l’imperialismo Usa non era invincibile. Se i barbudos della Sierra Maestra erano riusciti a liberare Cuba, altri popoli avrebbero potuto fare lo stesso. Cuba è un punto di riferimento, un segno di speranza per chiunque sogni un altro mondo possibile. Perché, malgrado tutte le difficoltà, è riuscita ad assicurare ai suoi abitanti i tre diritti essenziali – alimentazione, salute ed educazione – elevando la loro autostima. Per molto tempo, a causa delle pressioni Usa sull’Oea (L’Organizzazione degli Stati americani ndr), solo il Messico ha conservato relazioni con Cuba. Poi, con la fine delle dittature militari, le cose sono cambiate. Cuba ha espresso la sua solidarietà inviando medici e insegnanti nei luoghi più remoti del continente. E ha ricevuto in cambio rispetto e appoggio popolare alla rivoluzione.

Che ruolo ha svolto la teologia della liberazione nei rapporti tra Cuba e l’America Latina?

La Teologia della liberazione ha rivelato ai cubani come l’ottica sovietica sulla religione fosse sbagliata. L’incontro di Fidel con i «cristiani per il socialismo» durante la sua visita nel Cile di Allende come pure la partecipazione dei cristiani alla rivoluzione sandinista mostravano come la religione potesse anche costituire un fattore di liberazione. Da qui il contatto diretto di Fidel con i teologi legati alla TdL, la mia intervista del 1985, le visite di teologi e vescovi a Cuba (i fratelli Boff, Giulio Girardi, François Houtart, Pedro Casaldáliga, Mendes Arceo), la lettura da parte di Fidel delle opere di Gustavo Gutiérrez. Tutto ciò ha avvicinato l’isola ai cristiani latinoamericani, portando al superamento del carattere ateo dello Stato cubano.

Perché Cuba ancora resiste mentre i governi progressisti hanno per gran parte ceduto il passo?

I governi progressisti hanno avuto indubbiamente il merito di adottare importanti misure a favore delle fasce più povere, ma non sono riusciti ad approfittare degli alti prezzi delle materie prime sul mercato internazionale per intraprendere le riforme strutturali tanto necessarie all’America Latina. Né hanno saputo combattere la corruzione, come invece è riuscita a fare Cuba. Un secondo errore è stato quello di dare la priorità all’accesso delle persone ai beni personali, quando avrebbero dovuto invece seguire l’esempio di Cuba, privilegiando, in primo luogo, i beni sociali: educazione, salute, alimentazione, casa… In assenza di un accesso ai beni sociali, è assai difficile raggiungere un livello sufficiente di qualità di vita, soprattutto nel quadro di un modello così fortemente consumista. Infine, al contrario di Cuba, è mancata l’alfabetizzazione politica del popolo. E in ciò non esiste neutralità: se io non vengo educato a una concezione solidale, altruista, socialista, la mia formazione avverrà all’interno di una prospettiva individualista, egocentrica, consumista. Non si è promossa la formazione politica e ideologica nell’illusione che il solo fatto di stare sotto un governo progressista rendesse le persone progressiste. È come pensare che a Cuba chiunque nasca sia, naturalmente, socialista. Non è vero. Perché, come diceva Lenin, l’amore è un prodotto culturale, è frutto di un’educazione.

Il popolo dell’Avana sui balconi al Paseo del Prado in occasione della sfilata di moda del sarto internazionale Karl Lagerfeld, foto Reuters

Se il socialismo fallisse a Cuba, hai scritto in passato, «sarebbe la fine di tutta la speranza storica dell’umanità». Quanto è reale questo pericolo di fronte all’attuale offensiva della destra in America Latina?

L’egemonia capitalista esercita un potere così schiacciante che molti abdicano dal proposito di costruire un nuovo modello di civiltà. A poco a poco, come se si trattasse di un virus incontrollabile, il capitalismo si impone nelle nostre relazioni personali e sociali. E noi aderiamo alla credenza idolatrica che «non c’è salvezza fuori dal mercato». È importante capire perché, con l’eccezione di Cuba, l’esperienza socialista sia fallita. Il socialismo ha commesso l’errore, socializzando i beni materiali, di privatizzare quelli simbolici, scambiando la critica costruttiva con la controrivoluzione, riducendo l’autonomia della società civile, permettendo che la sfera del potere si trasformasse in una casta di privilegiati distanti dagli aneliti popolari. Era un socialismo che non aveva radici, un socialismo «parrucca» e non «capello», non cresceva dal basso verso l’alto. Ci resta Cuba. E il socialismo cubano non deve fallire, perché significherebbe che la storia è finita, l’utopia è morta, ha vinto il capitalismo, e ha vinto per i pochi che godono dei suoi progressi su una montagna di cadaveri e di vittime.

E i cambiamenti in corso a Cuba cosa possono suggerire alla sinistra latinoamericana, nell’attuale contesto di crisi?

Cuba sta attraversando una fase di cambiamento che può essere fonte di ispirazione per la sinistra latinoamericana. Alcuni si chiedono se non finirà per trasformarsi in una mini-Cina, sposando un’economia capitalista con un governo socialista. Ma credo si. In realtà, il passaggio è da un’economia statalizzata a un’economia popolare. Dove lo Stato fa sentire sì la sua presenza, ma lasciando spazio ai piccoli imprenditori, alle cooperative, all’economia solidale e a molte altre forme che vanno crescendo dal basso verso l’alto. È un errore pensare che Cuba stia uscendo da un’economia socialista per entrare in un’economia capitalista. Quello a cui stiamo assistendo è il protagonismo della gente con la sua creatività, con la sua capacità di iniziativa, con la sua forza di resistenza. E quando si diventa protagonisti si è chiamati ad assumere una decisione etica: ne trarrò beneficio per me o contribuirò a creare una cultura etica? L’economia popolare nel quadro del socialismo esige uno spirito socialista molto radicato. Io dico sempre che il socialismo è il nome politico dell’amore. Fidel diceva che un rivoluzionario può perdere la libertà andando in carcere e la famiglia andando in esilio, può perdere la salute ammalandosi, può perdere il lavoro facendosi cacciare in quanto rivoluzionario, e persino la vita, ma solo una cosa non può perdere: l’etica.

§ https://ilmanifesto.it/lamerica-latina-guardi-ai-cambiamenti-cubani/

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La teologia della liberazione è una corrente di pensiero teologico cattolico sviluppatasi con la riunione del Consiglio episcopale latinoamericano (CELAM) di Medellín (Colombia) del 1968, come diretta estensione delle idee e dei principi riformatori messi in moto in Roma dal Concilio Vaticano II e concordata da diverse decine di padri conciliari di diverse nazionalità, sia europei sia latino-americani e sottoscritta da diversi cardinali nei cosiddetti Patti delle catacombe nel corso dei lavori conclusivi del Concilio ecumenico presso le Catacombe di Domitilla a Roma.

Il principio fondamentale della Teologia della Liberazione si impernia intorno alla considerazione del ruolo centrale della Chiesa nella società umana contemporanea e tende a porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano, in particolare l’opzione fondamentale per i poveri così come essa si evince all’interno del dato biblico.

Teologia della liberazione

§ https://it.wikipedia.org/wiki/Teologia_della_liberazione

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