La scuola è fatta di “casi” umani, casi adulti e piccini, ma chi se ne è mai accorto a Roma? E questa “dimenticanza” è deflagrante, sconquassa, distrugge l’umanità dei rapporti, i fili sottili che con fatica si tessono e si intrecciano. Peccato non si capisca, peccato non ci sia un capitolo economico a parte, in cui l’economia divenga finalmente qualcosa di umanamente comprensibile…

Ci fosse, l’Italia riprenderebbe a “crescere”, ma la lungimiranza è una virtù desueta, perfino quando la sua assenza va a colpire bambine e bambini.

Francamente di riforme scolastiche non si sa più che farne.

Una maestra sa che l’unica riforma possibile può farla lei con le colleghe con le quali si trova a lavorare.

Quante ne abbiamo viste!

Giravolte di ogni tipo, andate e ritorni ammantati da parole come innovazione, cambiamento, apertura al mondo globalizzato, introduzione di materie nuove che in realtà sono antiche come la terra, sottrazione di altre, tempi spezzettati, registro elettronico, risparmio (sempre “lui” per la scuola pubblica), progettazione in luogo di programmazione, Indicazioni al posto dei programmi, bisogni educativi speciali (tutti sono speciali nelle classi), laboratorio di…, sostituzioni (le supplenze di colleghe giovani non esistono praticamente più)…

Al tempo del ministro Fioroni, ricordo che in tanti si affannavano a dire di andarci piano con rivolgimenti epocali e, siccome le cose erano già peggiorate con la Moratti, si sperava in una fermata intelligente della devastazione. Ma il respiro di sollievo durò lo spazio di un mattino: alla scuola non fu dato respirare e con l’avvento della Gelmini ecco di nuovo il colpo di grazia: il maestro unico, i grembiulini, i voti, i tagli massacranti al personale e alle risorse delle scuole autonome che di autonomo non hanno nulla se non l’autonomia di decidere i risparmi.

Vien sempre voglia di girarsi dall’altra parte e a volte ci si riesce, ma per poterlo fare bisogna essere freddine, non leggere i quotidiani, non accendere il pc per navigare siti specializzati; molte insegnanti adottano tale sistema per conservare un minimo di serenità da riservare ai loro studenti…

Si osservano bambine e bambini e si pensa che essi sono sempre gli stessi di trent’anni fa. Assicuro che sono identici, non in ciò che possiedono o no, bensì nella loro esigenza di libertà, di gioco, di confusione organizzata, barattano volentieri una seduta al pc con una corsa in giardino o con il “mettere le mani” nelle cose, piangono disperatamente per la morte di un pesce rosso ricevuto in dono, scappano davanti a una cavalletta se non li si guida a comprenderne la vita, le abitudini, l’importanza di ogni creatura, lottano e si rotolano se si dà loro la possibilità di farlo in un angolo di terra, adorano misurarsi con l’amicizia- sono tuo amico/non sono più tuo amico-, dicono le bugie, si dispiacciono di averle dette, scrivono bigliettini di affetto alle maestre, faticano a concentrarsi su esercizi, commettono gli stessi errori d’ortografia di sempre, amano rileggere storie che hanno ascoltato con l’incanto negli occhi dalla voce della maestra, si eccitano se organizzano una festa, accolgono nuovi compagni e compagne con grande empatia…Ci sono poi, come sempre, baruffe, litigi, permali, voglia di incolpare gli altri per non pagare il dazio, tutte cose viste e riviste.

Ciò che invece è cambiato sono le pretese che gli adulti hanno nei confronti dei piccoli, infatti sono gli adulti che proiettano su di loro ansie e attese, desideri di rivincita se la loro vita non è stata serena; sono gli adulti che al ministero continuano a pensare a un bambino che non c’è, un bambino che deve apprendere in fretta, i cui apprendimenti devono essere monitorati con le prove Invalsi e misurati con i voti, continuano a pensare che le maestre sono intercambiabili, che una maestra precaria può essere sostituita con un’altra senza che le emozioni dell’abbandono non procurino danni…

Le proposte che ogni governo preannuncia, creando fibrillazioni in grandi e piccini, inoltre sono scritte in un linguaggio tagliente, quasi violento, verso chi la scuola la fa, la vive sulla propria pelle, un linguaggio “maschile”, privo di quei contenuti pedagogici che piacciono tanto alle maestre. C’è un assoluto disinteresse verso le diversità fra un ordine e l’altro di scuola, senza rispetto per la specificità dell’età dei bambini e delle bambine e del lavoro di maestre e  maestri. Così non ci si comprende proprio, la distanza fra noi e il ministero, fra noi e le parole dei cosiddetti “pacchetti” per la scuola, si allunga sempre più.

Ora, ad esempio,  mi è appena giunta la notizia che forse, ma non è ancora sicuro fino al 28 luglio, (dico al 28 luglio, ad appena un mese dall’inizio dell’anno scolastico!) per via della copertura economica, l’insegnante che lavora con me sulla classe, una Quota 96, dal 1 settembre non ci sarà più! Scomparirà adesso, come per un maleficio, abbandonando la classe senza che ci sia stato neppure il tempo di un ciao a me e ai bambini, ai loro genitori, e ciò dopo due anni di attese, con ormai la sicurezza di restare, con progetti avviati, decisioni pedagogiche prese in tema di valutazione, conduzione della classe, abitudini acquisite. Bambini e bambine che l’hanno lasciata alla fine  della prima stringendola forte, regalandole bigliettini e baci e abbracci, mentre lei li salutava con un sicuro a rivederci a settembre, non la rivedranno più!

Non c’è che dire, le decisioni sulla scuola e sul personale vengono prese sempre senza il ben che minimo buon senso, all’ultimo momento, così, semplicemente per decreto, come se il nostro fosse un lavoro impiegatizio. La continuità non solo non è garantita ai precari e alle loro classi, non è mai, dico mai, tenuta in considerazione, mai. Il senso di impotenza è infinito, sempre. Siamo intercambiabili, siamo niente. La mia collega non grida vittoria, non se ne va felice dopo aver condotto in porto una quinta, alla fine di un percorso concluso, come avrebbe fatto se le politiche scolastiche ed economiche non fossero quello che sono, e cioè cieche a qualsiasi risvolto umano-pedagogico, se ne va semplicemente perché sa che restare e accompagnare la nuova classe prima in seconda, quella classe che le è stata assegnata, come vorrebbe fino a che ne ha la forza, è un rischio in questo Paese dal sistema  autoritario e infido; sa che se poi decidesse di lasciare l’insegnamento, più avanti, magari per sopraggiunte difficoltà dovute a un qualsiasi motivo, forse non potrebbe più farlo, forse le verrebbero tolti i diritti, forse le regole che dovrebbero tutelare il lavoratore, cambierebbero ancora, senza preavviso, all’ultimo momento.  Non ci si può mai fidare di un sistema pensionistico che è fatto per scoraggiare, per far tremare, per rendere insicuri e appesi a fili di speranza o sconforto. Qualcuno se ne va perché non ce la fa più, ma qualcuno se ne va perché lo Stato ci rende, tutti e tutte, costantemente incerti, noi, bambini e famiglie. Sono alquanto preoccupata perché credo mi attenda, come quando ero molto più giovane, un andirivieni di supplenti che come me non avranno alcuna certezza del diritto, alcuna sicurezza di prendere il posto della mia collega e di restare con i nostri piccoli, i quali avrebbero il diritto a una maestra serena, che conosce il proprio destino con loro per mezzo della continuità del proprio lavoro e della propria metodologia condivisa giorno per giorno con me, con le famiglie e la scuola in cui si opera.

Siamo tutte e tutti con il cuore sospeso per tutto. Una vera disdetta lavorare o attendere di lavorare, desiderare la pensione ma non sapere quando e quanto spetterà, desiderare di scegliere il momento giusto per andarsene, ma non poterlo fare per le sabbie mobili su cui si cammina ogni giorno. Una disdetta questo sistema costantemente in fibrillazione. Unica cosa certa: così non si migliora…ed è sotto gli occhi di tutti. Altro che riforme!

26 luglio 2014

Claudia Fanti, maestra elementare