aggiungiamo per completezza che le scuole paritarie sono concentrate nelle grandi città [lo so, le paritarie si addensano dove c’è più ricchezza, in rete c’è una chiara mappa in proposito], dove la vita costa mediamente di più, quindi capisce facilmente perché si sceglie di passare da una parte all’altra

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Contro-replica suScuole paritarie, né di serie B, né di serie A ….

di Vincenzo Pascuzzi – 16 marzo 2019

Il collega prof. L.P. ha replicato al mio articolo di ieri sulle scuole paritarie; l’ho già ringraziato sia dell’attenzione che della replica; è però opportuna la seguente contro-replica con alcune mie precisazioni ulteriori.

Di seguito la replica di L.P.; intercalate, in grassetto e tra parentesi quadre le mie puntualizzazioni.

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Gent.le prof. Vincenzo Pascuzzi ho letto l’articolo e mi vedo costretto ad intervenire per farLe notare alcune cose.

In primis, dovrebbe parlare di scuola paritaria e di scuola statale chi ha vissuto in prima persona entrambe le esperienze (e non so se questo è il Suo caso) [non è il mio caso, ma mi riferisco a diverse testimonianze sia dirette di persona, che indirette riportate da giornali, social, email personali]; altrimenti c’è il rischio concreto di cadere nei classici luoghi comuni. [il rischio c’è, ma nello specifico quali sono/sarebbero i luoghi comuni in cui sono incappato? ]

Personalmente ho lavorato tre anni in una paritaria (di cui due con contratto a tempo indeterminato) e quattro nella statale (tutti di ruolo) [per coerenza dovrebbe/dovresti di parlare solo di queste scuole conosciute direttamente, ma per me ciò non è importante].

Quando Lei afferma che nella paritaria si entra solo per conoscenze [non ho affatto scritto “solo per conoscenze”, ma “si entra non per concorso o graduatorie …. ma per chiamata diretta ], devo smentirLa perché io sono entrato in una scuola paritaria a 350 km da casa, in una regione diversa dalla mia, senza conoscere nessuno, nemmeno (ammetto la mia ignoranza in materia) l’ordine religioso stesso che la gestiva [ne prendo atto].

Allora Lei si chiederà come: solo mandando per email un c.v. e partecipando ad un colloquio successivo, nel quale, posso garantirLe, non mi è stata posta nessuna domanda circa il mio orientamento religioso; è chiaro che nell’organizzazione didattica, nella piena libertà dell’offerta formativa, la scuola offriva un’attenzione particolare per l’insegnamento della religione cattolica, pur accettando (va detto) anche alunni con un orientamento diverso (Le posso garantire che c’erano alunni di tutte le religioni). E’ altresì chiaro che tanti genitori sceglievano quella scuola proprio in virtù di quella proposta formativa, tanto che nella sola primaria si superavano i 500 alunni iscritti.

Quindi, come vede, io sono la prova evidente che Le sue affermazioni sono tendenziose [mi sembra esagerato, solo Sua/tua opinione, cmq ne prendo atto], o perlomeno poco precise di una realtà variegata e più complessa del semplice: si lavora nella paritaria vicino casa (lavoravo a 350 km) per conoscenza (senza conoscere nessuno). E Le posso garantire che con me insegnavano docenti provenienti da diverse regioni d’Italia: Sicilia, Abruzzo, Campania, solo per citarne alcune. Invece potrei farLe il nome di tantissime colleghe che lavorano nella scuola statale senza essersi mai spostate di casa, semplicemente accettando di dover fare qualche anno in più di preruolo (per motivi diversi, ovviamente).

Ma questo è solo il primo punto. Andiamo oltre. Mi spiega perché in ogni concorso pubblico si può partecipare provenendo dal privato, facendo valere il proprio c.v., e invece nella scuola questo non è possibile [non sono io a indire concorsi pubblici e non ho informazioni in proposito; però, visto che nelle paritarie si entra per chiamata diretta, non mi sembra coerente che una volta entrati ci si dimentichi di questa modalità]? Come fa Lei (o qualsiasi altra persona) a dire che un docente della paritaria vale meno di uno che insegna nella statale [semplicemente non l’ho detto, né lo penso! ma ritengo che mediamente un docente assunto da poco abbia meno esperienza, e quindi valore, di uno di ruolo da alcuni decenni]?

Ma andiamo oltre. Come Lei ben sa, o dovrebbe sapere, al di là delle singole istanze politiche (che lasciano il tempo che trovano), esistono le leggi e devono essere rispettate. A livello legislativo si parla chiaramente della scuola come dell’insieme del pubblico e del privato [la l. 62/2000 prende atto o riconosce “Il sistema nazionale di istruzione” dove le paritarie “svolgono un servizio pubblico”, senza nessun’altra indicazione o implicazione]. Ora non volendo entrare in un discorso legislativo più ampio, mi limiterò anche qui a raccontare la mia esperienza personale. Per farmi riconoscere i tre anni di paritaria nella mobilità e nella ricostruzione di carriera ho dovuto adire per via legali, e -come può immaginare- ho vinto la causa. Quindi lo Stato (ovvero noi), ha dovuto riconoscere al mio avvocato un lauto compenso per le spese legali sostenute [conosco altri nella stessa situazione, mi sono esplicitamente congratulato con loro, rimango della mia opinione].

Aggiungo che come la mia, in Italia ci sono ormai centinaia di sentenze che si pronunciano in quella direzione: il riconoscimento del servizio prestato nelle paritarie. Allora Lei mi dovrebbe spiegare: perché continuare a far finta di nulla [questa frase va spiegata, io faccio finta di quale nulla?]? Potrei risponderLe io e spiegarLe perché, ma immagino che Lei capisca da solo le motivazioni [non riesco proprio a capire le Sue/tue allusioni]. Tutto questo per farLe capire, caro professore, che anche da un punto legislativo le sue affermazioni sono poco precise della realtà [?].

Non entro invece nel merito dei risultati e delle differenze didattiche tra le due scuole perché mi toccherebbe fare un discorso lungo e complesso, ma non è questo il luogo e il momento adatto. Voglio solo dirLe che nella mia breve esperienza ho conosciuto bravissimi insegnanti in ambo le situazioni. Infine, sul dato incontrovertibile del fatto che tutti gli insegnanti (o quasi), me compreso è evidente, passano dalla paritaria alla statale, Lei capisce bene che un discorso è avere un contratto a tempo indeterminato con un’azienda la cui esistenza può vacillare di anno in anno (dipende dagli iscritti), altro è avere un contratto a tempo indeterminato a livello statale con una copertura nazionale [lo so BENISSIMO e capisco le situazioni; ma qualcuno, anzi alcuni o MOLTI cambiano anche perché non sopportano ambiente e comportamenti]. Inoltre, non so se Lei sa che i compensi di chi lavora nella scuola paritaria (parlo di quelle serie, che pagano) sono più bassi rispetto a quello che percepisce uno statale [lo so]; aggiungiamo per completezza che le scuole paritarie sono concentrate nelle grandi città [lo so, le paritarie si addensano dove c’è più ricchezza, in rete c’è una chiara mappa in proposito], dove la vita costa mediamente di più, quindi capisce facilmente perché si sceglie di passare da una parte all’altra. Potrei anche continuare, ma basta questo per capire che la Sua analisi non solo è superficiale [Suo/tuo punto di vista. ma il mio è solo un breve articolo di appena 30 righe e 400 parole, non un trattato! ], ma anche poco rispettosa [non è affatto vero!] di tutti gli insegnanti che hanno fatto anni di sacrifici nella paritaria (lavorando anche di più e guadagnando di meno [vero!]), pur di portare a casa qualcosa o fare punteggio [grazie alla chiamata diretta]; come, va detto, ci sono tantissimi insegnanti che hanno scelto di lavorare nella statale, lontano da casa, facendo enormi sacrifici, in termini economici ed affettivi. In definitiva, la situazione è ben più complessa della Sua analisi semplicistica, e tutti vanno rispettati per le proprie scelte. Ma quando si fanno interventi (articoli) di questo tipo, bisognerebbe avere l’umiltà di informarsi bene, altrimenti si corre il rischio di fare disinformazione [no comment].

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