altNei dibattiti recenti intorno al valore della diversità, sembra di assistere alla contrapposizione di due schieramenti: antirelativisti contro laicisti fondamentalisti. Dario Antiseri, in Laicità. Le sue radici, le sue ragioni (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, pp. 85, € 14.00) evidenzia le fallacie di queste opposte argomentazioni con gli strumenti tipici della scienza e della filosofia…(da Treccani) Una ‘mente aperta’ è la base di una ‘società aperta’, così come una società aperta è la condizione per menti aperte: lo sviluppo dell’attitudine a pensare e giudicare in modo critico e indipendente dovrebbe stare sempre al primo posto tra le finalità della scuola. Con la nascita delle scienze cosiddette umane, si elabora il concetto di relativismo culturale: ogni cultura ha la sua dignità; i valori adottati da un certo gruppo non possono valere universalmente e assolutamente. Ma il relativismo culturale non è esente da pericoli: da una parte, può generare il mito del ‘buon selvaggio’, una sorta di autoflagellazione dell’uomo occidentale che vede nelle culture ‘primitive’ una paradisiaca assenza dei mali; dall’altra, il semplice riconoscimento della pluralità delle culture può condurre a un concetto di tolleranza che degenera nell’indifferenza. Sorge quindi un antico problema: esiste un criterio razionale per decidere quale etica, quale religione scegliere? Se si fosse nel campo della ricerca scientifica non ci sarebbero problemi: lo scienziato non può essere né dogmatico, poiché crede nel progresso conoscitivo, né relativista, in quanto sa che non tutte le teorie sono valide. Ma le idee filosofiche nascono da problemi filosofici e portano a visioni del mondo che, anche se razionali, non sono scientifiche. Le fedi religiose e le posizione etiche sono altrettanto razionalmente indecidibili per cui la loro pluralità è irriducibile. Se il pluralismo dei valori è quindi inevitabile, cosa può fare la ragione per l’etica? Primariamente, mostrare che i valori non possono avere un fondamento razionale ultimo e certo. La scienza sa, mentre l’etica valuta; le proposte etiche non si fondano né si confutano, così come la scienza non valuta. Se la legge di Hume – non si passa dall’essere al dover essere, i valori non si desumono dai fatti – è, secondo le parole di Norberto Bobbio, una legge di morte per il diritto naturale, simultaneamente costituisce la base logica della libertà di coscienza e il presupposto della democrazia. È quindi proprio necessario coprire le scelte etiche e religiose con la maschera della ragione? Le ‘verità’ delle fedi possono essere proposte, non imposte. In una società laica nessuna visione del mondo può essere esente dalla critica nel dibattito pubblico: laico è chi si pone in un atteggiamento critico, disposto ad ascoltare gli altri ma, al tempo stesso, deciso a farsi ascoltare.
Sul tema della laicità, con particolare riferimento alla situazione socio-politica italiana, si sofferma Roberto Escobar in La paura del laico (Bologna, il Mulino, 2010, pp. 113, € 10.00). Insistendo sulla paura dell’altro, su scontri di civiltà, sulla contrapposizione tra forze del Bene e del Male, si ottengono consensi e si legittimano partiti politici. La paura è radicata nell’uomo, originata dalla percezione di un ambiente imprevedibile e caotico che minaccia la nostra integrità e il nostro futuro. Un mondo disordinato a cui diamo ordine attraverso elaborazioni culturali, e la politica è uno dei modi con cui possiamo elaborare il caos e progettare un futuro migliore. Purtroppo accade che leader e partiti alimentino una potente ‘macchina della paura’ nel mercato del consenso. Il racconto pubblico incentrato su capri espiatori risulta più comprensibile, non esige articolate argomentazioni, garantisce più audience e facili carriere in politica e nel giornalismo. Agli Italiani, trasformati da cittadini in pubblico televisivo, vengono indicati anche le origini dei mali del presente: il relativismo, lo scientismo, l’illuminismo, il laicismo…
Escobar distingue due accezioni di ‘laico’: la prima è riferita al singolo: “laico è chi abbia coraggio sia di non illudersi, sia di vivere”; l’altra è politica: l’immagine di uno spazio pubblico dove ognuno agisce con pari dignità e ciascuno ha il diritto a vivere secondo le proprie scelte personali. Entrambe fanno paura a chi vuol legiferare sui nostri modi di amare o di morire, in nome di un Bene generale e assoluto. Oggi, in un mondo sempre più omologato da slogan e popolato da contrapposizioni paranoiche, dobbiamo riscoprire il coraggio e la capacità di dire ‘no’.