Validissimi i motivi dello “scioperone”: precariato, contratti, regionalizzazione. Ma che succederà dopo una eventuale riuscita (auspicabile, ma non certa) dello “scioperone” unitario a quattro anni dal precedente riuscito ma poi risultato sterile?

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I Sindacatoni e lo “scioperone” a maggio

di Vincenzo Pascuzzi – 14 marzo 2019

Non è piacevole, ma bisogna dirlo. Quattro anni fa la Buona Scuola poteva essere fermata. Poteva esserlo subito dopo lo sciopero riuscitissimo del 5.5.2015, ma i Sindacatoni non seppero farlo, si fecero sfuggire l’occasione, la vittoria già a portata di mano. Bastava insistere con la mobilitazione già in atto, invece attesero inutilmente una convocazione dal governo Renzi che mai arrivò proprio per la mancanza di pressione dopo il 5 maggio.

Errore di valutazione, codardia, incapacità, sopravvalutazione del governo, intesa occulta con lo stesso, scelta errata, non è dato sapere di preciso, nessuna analisi. Di certo, da allora i Sindacatoni persero la fiducia e la rappresentanza reale e operativa della base (nonostante le poche tessere stracciate), entrarono in un cono d’ombra almeno fino alla sottoscrizione – inutile e sotto diktat del Miur – del rinnovo contrattuale dei 40 euro dopo 8 anni di vacanza.

E sono ancora parcheggiati in questo cono d’ombra, nonostante l’ingaggio di Landini e i 3 km di manifestanti a Roma il 9 febbraio. Adesso leggiamo di un possibile “scioperone” unitario (cioè doc, ovviamente) in gestazione per maggio prossimo. Sono indiscrezioni filtrate con finalità di sondaggio, per tastare il terreno e sempre per cercare di uscire ancora dal cono d’ombra, per recuperare il loro ruolo o per giustificarsi con la base, magari incolpandola. Come i partiti che incolpano gli elettori.

Validissimi i motivi dello “scioperone”: precariato, contratti, regionalizzazione. Ma che succederà dopo una eventuale riuscita (auspicabile, sia chiaro, ma non certa) dello “scioperone” unitario a quattro anni dal precedente riuscito ma poi risultato sterile?

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Con il passare dei giorni, si fa sempre più concreta la possibilità di andare allo “scioperone”: il malcontento del personale verso le politiche del Governo in carica cresce e i sindacati si sono resi conto che i tempi per arrivare alla massima protesta stanno diventando maturi. Le avvisaglie si sono avute qualche settimana fa, quando i vertici di quasi tutti i sindacati, assieme alle associazioni di categoria, hanno iniziato a vedersi per dire no alla regionalizzazione su cui la Lega stava spingendo in Consiglio dei ministri.

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“Scioperone” per dire no a stipendi fermi, precariato e regionalizzazione: beneplacito di Landini, Furlan e Barbagallo

Con il passare dei giorni, si fa sempre più concreta la possibilità di andare allo “scioperone”: il malcontento del personale verso le politiche del Governo in carica cresce e i sindacati si sono resi conto che i tempi per arrivare alla massima protesta stanno diventando maturi. Le avvisaglie si sono avute qualche settimana fa, quando i vertici di quasi tutti i sindacati, assieme alle associazioni di categoria, hanno iniziato a vedersi per dire no alla regionalizzazione su cui la Lega stava spingendo in Consiglio dei ministri.

Troppe emergenze

Dopo la realizzazione del documento unitario, con cui venti sigle hanno detto no alla “disgregazione del sistema d’istruzione nazionale”, a causa delle resistenze mosse dal M5S , l’iter sull’autonomia differenziata è entrato nell’attuale periodo di stand by. Ma altre emergenze sono subentrate.

Su tutte, quella del precariato, con 150 mila supplenze all’orizzonte, solo in minima parte da assegnare ai ruoli, e che il 12 marzo ha portato i sindacati maggiori della scuola a manifestare in varie città.

L’incontro con i leader sindacali delle Confederazioni

Nemmeno il tempo di tirare le somme ed ecco che, il giorno dopo, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, hanno incontrato i segretari generali di Flc-Cgil, Cisl Scuola e Uil Scuola Rua, Francesco Sinopoli, Maddalena Gissi e Pino Turi: al centro dell’incontro ci sono state proprio le questioni al centro delle iniziative di mobilitazione del settore Scuola e Conoscenza.

“Al riguardo, – si legge in una nota dei sindacati – le confederazioni assumono e fanno propri gli obiettivi indicati dalle organizzazioni di settore, apprezzando anche la ricerca di un più ampio coinvolgimento su tali tematiche di altre espressioni associative e del sociale”.

I motivi del contendere

I motivi del dissenso sono diversi. Durante l’incontro con le confederazioni, si è parlato innanzitutto “del confronto per il rinnovo del contratto scaduto il 31 dicembre, avendo come obiettivo efficaci risposte a un’emergenza salariale non più sostenibile; il contrasto al fenomeno della precarietà del lavoro, che raggiunge nella scuola livelli abnormi sia fra il personale docente che fra il personale ATA; la salvaguardia delle prerogative contrattuali a fronte del pesante attacco portato con provvedimenti di legge oggi in discussione; una politica degli organici e delle assunzioni che tenga conto del reale fabbisogno per garantire efficacia e qualità dell’offerta formativa su tutto il territorio nazionale, evitando appesantimenti burocratici e sovraccarichi insostenibili di lavoro a carico delle istituzioni scolastiche autonome”.

Con i segretari generali, i leader di comparto hanno anche affrontato i pericoli che ritengono si verrebbero a determinare qualora venisse approvato il progetto di “di regionalizzazione del sistema di istruzione”, il quale farebbe venire meno “aspetti fondamentali, il carattere unitario e nazionale, indispensabile per assicurare in ogni territorio del Paese pari opportunità di accesso al diritto all’istruzione e garanzia per tutti di una scuola di elevata qualità”.

Verso lo sciopero generale: tra aprile e maggio

La chiosa del comunicato fa intendere che la protesta non si fermerà qui: “Il confronto fra segreterie confederali e di categoria proseguirà anche al fine di valutare l’andamento delle iniziative già programmate, a partire da quella di oggi sul precariato, e su ulteriori sviluppi che potranno rendersi necessarie a seguito della formale richiesta di avvio delle procedure di conciliazione che le federazioni attiveranno nei prossimi giorni”.

Questo significa che l’intenzione dei sindacati maggiori è quella di andare avanti, portandosi dietro anche gli altri sindacati e le associazioni di categoria: quindi, di chiedere, per vie formali, un cambiamento di politica e di arrivare allo sciopero generale.

Una possibilità concreta che, considerando i tempi “tecnici” per la sua proclamazione, si effettuerebbe tra la fine di aprile e l’inizio di maggio: esattamente quattro anni dopo la protesta di massa contro la riforma Renzi.

§ https://www.tecnicadellascuola.it/scioperone-per-dire-no-a-stipendi-fermi-precariato-e-regionalizzazione-beneplacito-di-landini-furlan-e-barbagallo

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Secondo Fassina, “va respinta la secessione dei ricchi anche se accompagnata dalla secessione dei poveri. L’Italia diventerebbe una mera espressione geografica di staterelli e città stato, colonie tedesche anche al Nord. Dobbiamo recuperare il sentimento costituzionale di patria al fine di dare sostanza etica all’articolo 3 della nostra Carta fondativa”.

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Regionalizzazione, se cede il M5S si va allo “scioperone”

Dopo il Consiglio dei ministri di venerdì scorso, caratterizzato dalle crescenti resistenze del M5S, cosa accadrà della regionalizzazione su cui la Lega punta tantissimo? Non è facile saperlo, perché il via libera tecnico all’autonomia differenziata non ha alcun valore se non suffragato dall’ok politico al progetto. E a sentire gli ultimi interventi dei “grillini”, la strada per raggiungere un accordo sembra ancora molto in salita. Non bisognerà comunque attendere ancora molto, perché il partito del Carroccio ha fretta e il confronto politico è previsto già per questa settimana.

Il vicesindaco di Torino: no alle autonomie che creano Regioni di serie A e B

Ad oggi, comunque, il M5S sembra rimanere sul punto. “Sono molto preoccupato dal fatto che venga sempre più indebolito lo Stato e soprattutto che lo si voglia indebolire sulle competenze che non possono che essere nazionali: penso alla scuola, ai beni culturali, all’ambiente, al lavoro, la sanità”, ha dichiarato il vicesindaco di Torino Guido Montanari in tema di autonomie, oggi a margine dell’assemblea dell’Anci regionale, dove è intervenuto al posto della sindaca Chiara Appendino.

“Su queste materie – ha continuato il vicesindaco del capoluogo piemontese – non c’è la possibilità di avere delle autonomie che creino delle Regioni di serie A e di serie B. Vorrebbe dire mettere in discussione tutti i diritti acquisiti, sanciti da un lato dalla Costituzione, dall’altra dalle pratiche di tantissime amministrazioni che fanno bene”.

Ammesso che il M5S alla fine ceda, il Governo comunque non avrebbe vita facile. Perché opposizioni e sindacati già annunciano battaglia.

Fassina (LeU): inaccettabile l’attribuzione alle Regioni della scuola

“Sull’autonomia differenziata, l’inseguimento orgoglioso da parte di governatori e perfino sindaci del Mezzogiorno della deriva Nord leghista è autolesionistico e aggrava i rischi per l’Italia”, ha dichiarato Stefano Fassina, deputato di LeU.

“Al di là della perdente partita finanziaria e inevitabilmente amministrativa dato lo squilibrio di dotazioni infrastrutturali e produttive, è inaccettabile – ha continuato – l’attribuzione alle Regioni della scuola pubblica o delle funzioni di regolazione di materie fondamentali anche se, oltre a Veneto e Lombardia, la ottengono anche la Campania, la Puglia o Napoli città autonoma”.

Secondo Fassina, “va respinta la secessione dei ricchi anche se accompagnata dalla secessione dei poveri. L’Italia diventerebbe una mera espressione geografica di staterelli e città stato, colonie tedesche anche al Nord. Dobbiamo recuperare il sentimento costituzionale di patria al fine di dare sostanza etica all’articolo 3 della nostra Carta fondativa”.

“Definire prima di tutto i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni”

Per l’ex dem, “l’Italia e il Mezzogiorno hanno bisogno di uno Stato nazionale forte, autorevole, capace di correggere gli squilibri territorio e definire e attuare, in un intenso negoziato internazionale, un programma per il Sud incardinato sul passaggio nel Mediterraneo della ‘via della seta’. Con le Zes e le decontribuzioni non si va da nessuna parte”.

“Al contrario – conclude Fassina -, va costruito da Milano a Palermo, un fronte di sindaci, governatori, amministratori, rappresentanze economiche e sociali, energie della cultura per fermare l’autonomia differenziata, non moltiplicarla, e definire prima di tutto i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni”.

E dell’esigenza di definire prima i Lep, aveva anche parlato alla Tecnica della Scuola la senatrice grillina Bianca Laura Granato.

Turi (Uil): la scuola unisce

A rilasciare dichiarazioni “forti” è anche Pino Turi, leader della Uil Scuola, che dopo avere ricordato il “documento sottoscritto dai sindacati e dalle associazioni che svolgono un’azione sociale e culturale importante e che nella scuola incrociano lo spaccato fedele e migliore della società, un documento per dire NO alla disgregazione del sistema di istruzione nazionale”, si è soffermato sull’importanza di avere una scuola con “elementi comuni”, all’interno della quale “accogliere, integrare e svolgere il ruolo di mediazione educativa dei valori di cui la società moderna vive: multiculturalità, multirazzialità, multireligiosità”.

“La scuola non esclude i più deboli”

La scuola, ha continuato Turi, non ha bisogno di “un meccanismo di presunto efficientismo di stampo neo liberista, basato sulle regole di mercato. Regole che per loro natura escludono i più deboli ed esaltano i più forti. Sono valori e principi che possono andare bene per l’economia, ma non per la scuola che per sua natura deve fare esattamente il contrario: includere tutti e mettere i più deboli in condizione di potere avere pari opportunità”.

Turi sa bene che la Lega non “mollerà”: per questo motivo, si aspetta “una battaglia lunga e difficile, con avversari agguerriti e con una politica balbettante non sempre in grado di tutelare i valori della costituzione. I sottoscrittori del documento sono chiamati ad una responsabilità che non è solo sindacale, ma culturale e civile”.

E “serve unità di intenti”. Quindi, continua, “in questo senso ci sentiamo di lanciare un appello a tutti ed in particolare alle forze sindacali. #restiamouniti, è  l’hastag scelto per connotare il documento anti regionalizzazione”.

Lo spezzettamento della protesta ne sfalda l’efficacia

“Restiamo uniti – dice ancora il sindacalista – negli intenti e nelle azioni e chiediamo la sottoscrizione del documento a quanti, come noi, hanno a cuore la scuola e il futuro di questo paese”.

Il leader della Uil Scuola, quindi, già pensa ad una mobilitazione unitaria, dopo aver criticato però lo spezzettamento della protesta: “Dall’inizio dell’anno scolastico ci sono stati otto scioperi, con adesioni dallo  0,25% al massimo del  1,2%,  e altri due sono programmati nei prossimi giorni. La scuola e il personale non vivono bene questi giorni, per ragioni diverse, intrinseche alla loro funzione”.

“Non è frammentando le proteste che si avvicinano i risultati. Nell’orizzonte temporale dell’iter dell’autonomia differenziata non escludiamo anche uno sciopero che dovrebbe avere uno spazio di partecipazione più ampio possibile. Non pensiamo a somme algebriche di rappresentanza e protesta.  Siamo convinti – conclude – che occorra grande responsabilità civile, politica e sindacale”.

L’impressione è che si possa andare a ricostituire quell’unità di idee che nel maggio del 2015 portarono al maxi-sciopero contro la riforma Buona Scuola di Renzi.

Tanti contrari, ma molti già preparano la grande fuga verso le regioni

Nel frattempo, si comincia a quantificare l’adesione ad un’eventuale regionalizzazione approvata: dirà di sì al progetto almeno un quinto del personale totale della scuola, che conta un milione di persone, potrebbe passare alle tre regioni del Nord che chiedono maggiore Autonomia. Il calcolo, realizzato da Tuttoscuola, si basa anche sul supposto aumento di stipendio di circa 400 euro mensili di cui si parla in queste settimane.

In questo caso, sempre secondo il portale, “è facile prevedere che nei prossimi anni vi sarà un esodo di massa dallo Stato alle Regioni di dirigenti scolastici, docenti e personale ATA.

Potrebbero chiedere di lasciare lo Stato per diventare dipendenti regionali circa 225 mila persone, pari al 22% dell’intero personale scolastico statale.

§ https://www.tecnicadellascuola.it/regionalizzazione-se-cede-il-m5s-si-va-allo-scioperone

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