E i sindacati dove sono? «Normalmente scendono in piazza per salvaguardare i diritti di tutti i lavoratori; ci si aspetta che lo facciano, nello specifico, anche per questi insegnanti discriminati e assegnati alla serie A o B a seconda che insegnino nella scuola statale o in quella paritaria. Scuole che sono entrambe pubbliche, cioè inserite, per legge, nel sistema nazionale di istruzione». A.M. Alfieri, 22 marzo 2019

«I sindacati si sono scatenati perché la scuola è schiava di una cultura ipersindacalizzata per cui non si può ipotizzare di valutare i docenti. Prof e sindacati sono scesi in piazza contro la meritocrazia. E contro la leadership del preside, ma in tutte le aziende c’ è una guida». A.M. Alfieri, 27 gennaio 2017

“Miglioramenti solo con i costi standard. E senza i sindacati”. A.M. Alfieri, 26 gennaio 2017

[Bugiardino. 1) Capisco che la docente proveniente dalla scuola privata è stata ingannata dal Miur, ma non può essere trascurato il fatto che nelle paritarie si entra per chiamata diretta, cioè a prescindere da graduatorie e scavalcando i colleghi delle statali. 2) Prendiamo atto che sr. Anna Monia Alfieri sembra aver cambiato opinione riguardo ai sindacati. v.p.]

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Il “Concorsone” discrimina gli insegnanti delle paritarie

di Anna Monia Alfieri – 22-03-2019

Centinaia di docenti con una lunga e qualificata esperienza nelle scuole paritarie non potranno partecipare al “Concorsone” indetto dal ministero dell’Istruzione perché privi di 36 mesi di servizio nella scuola statale negli ultimi otto anni. Una palese discriminazione, che va contro i principi costituzionali e finirà per far diventare precari diversi insegnanti intanto passati alla statale. Mentre i sindacati latitano, si consuma così un’altra ingiustizia contro la libertà di insegnamento e contro la libertà di scelta educativa.

Lettera di una docente: «Buonasera, mi permetto di scriverle perché sono disperata. Sono una docente di scuola dell’infanzia. Ho lavorato per 17 anni in una scuola paritaria. Avevo un contratto a tempo indeterminato, ho ricoperto anche il ruolo di coordinatrice. A febbraio del 2017 mi chiamano per firmare e accettare il posto nella scuola statale. Mi dicono che avrei dovuto prendere servizio a settembre 2016 ma che facevo parte di un gruppo di insegnanti che non erano state inserite per errore di non so chi. Ero contenta: avrei lavorato ancora un po’ in quella che consideravo la mia scuola. Poi a settembre 2017 avrei iniziato una nuova avventura. Nell’anno scolastico 2017/2018 ho superato l’anno di prova. È inutile che le racconti il resto della storia… Purtroppo lei ne è al corrente. Non ho i tre anni nella scuola pubblica statale per poter accedere al concorso straordinario, il sindacato mi ha abbandonato. Sono stata da un avvocato e purtroppo mi ha detto che non c’è nulla che io possa fare. Solo aspettare il licenziamento. Mi aiuti, la prego. Ho sempre fatto questo lavoro, non voglio perderlo. Sono disperata».

Sono decine i messaggi di questo tenore che compaiono in questi giorni, da parte di maestre e maestri delle scuole paritarie primarie e dell’infanzia, che hanno concluso gli anni di studio entro il 2001/2002. Centinaia di questi docenti, essendo esclusi dal “Concorsone” indetto dal ministero dell’Istruzione in quanto non hanno effettuato tre anni di servizio nella scuola pubblica statale – ma magari ne hanno anche 20 nella scuola pubblica paritaria, che rilascia titoli validi come la statale e non costa nulla ai contribuenti – non risultano più abilitati: andranno quindi licenziati in massa? Pare di sì. L’avvocato dice che non c’è nulla da fare…

Al Concorsone, infatti, possono partecipare soltanto coloro che hanno lavorato nelle scuole statali per almeno 36 mesi negli ultimi otto anni; pertanto sono esclusi i docenti delle scuole paritarie con una conseguente grave discriminazione professionale. Infatti, gli anni svolti presso la scuola pubblica paritaria sono giustamente valutati da sempre – nel rispetto della Costituzione – con punteggio pari a quello del servizio svolto presso la scuola pubblica statale; e anche per quanto riguarda il Concorsone vengono valutati allo stesso modo, ma la grave ingiustizia è che non sono considerati validi per poter sostenere tale procedura concorsuale. Quindi, chi in questi ultimi due anni ha lasciato un contratto a tempo indeterminato presso la scuola pubblica paritaria in cui lavorava da anni, accettando un contratto a tempo indeterminato presso la scuola pubblica statale e confidando in una ragionevole e necessaria soluzione di diritto, si accinge a perdere il posto e ad attendere un eventuale nuovo concorso, ma ordinario. Anni di lavoro spazzati via da una retroattività assurda e palesemente incostituzionale.

Questo Concorsone, che avrebbe l’obiettivo di fermare il precariato, farà in realtà diventare precario chi non lo era mai stato prima! “Il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusto senza esserlo”,  pare abbia detto Platone.

E i sindacati dove sono? Normalmente scendono in piazza per salvaguardare i diritti di tutti i lavoratori; ci si aspetta che lo facciano, nello specifico, anche per questi insegnanti discriminati e assegnati alla serie A o B a seconda che insegnino nella scuola statale o in quella paritaria. Scuole che sono entrambe pubbliche, cioè inserite, per legge, nel sistema nazionale di istruzione. Tale discriminazione avviene su una base giuridica inesistente, con la violazione palese del diritto acquisito. Le stesse associazioni di categoria non hanno dato voce a questi invisibili discriminati, forse perché troppo impegnate a trovare mediazioni politiche che hanno il sapore del compromesso e per nulla interessate a sanare sul serio l’ingiustizia di una libertà di insegnamento atterrata, insieme alla libertà di scelta educativa. Se non è libero il genitore di scegliere la buona scuola pubblica paritaria, non lo sarà il professore di insegnarvi. Non solo, molti fra questi perderanno i diritti acquisiti e saranno buttati sulla strada come scarti.

In tema di istruzione la classe politica non dovrebbe far altro se non garantire i diritti che la Costituzione riconosce, ma non è così: è libero solo chi può pagare la scuola due volte, con le tasse e con la retta. Oggi chi è al governo, a qualunque colore politico appartenga, non dice che per il disabile, così come per il docente, non esiste libertà di scelta, di formazione per l’uno e di insegnamento per l’altro, con la conseguente produzione di costi economici e sociali enormi. Ovviamente chi governa, o chi appartiene all’entourage, la libertà di scegliere ce l’ha e i propri figli li sistema nell’eccellenza dell’istruzione pubblica paritaria…

Di questo passo, com’è stato dimostrato in modo scientifico e inequivocabile, fra cinque anni in Italia avremo solo buone scuole pubbliche paritarie con rette dai 6.000 euro in su, foraggiate da chi può permettersele. Le 380 scuole all’anno che chiudono, infatti, sono quelle di periferia, quelle con rette inferiori ai 3.000 euro, quelle che i poveri non possono scegliere, ma vorrebbero poterlo fare, scuole di eccellenza per contenuti culturali e per capacità educativa, con docenti appassionati, attenti, determinati a non abbandonare i ragazzi al loro destino… che è sotto gli occhi di tutti. Scuole gestite con attenzione e serietà, che costano meno della metà delle pubbliche statali e che, in regime di costo standard, farebbero risparmiare allo Stato 7 miliardi di euro all’anno.

Per essere benevoli si potrebbe pensare che la palese discriminazione dei maestri e delle maestre diplomati ante 2001/2002 sia conseguente alla confusione che alberga nel mondo della scuola italiana. Poiché quest’ultima viene considerata sostanzialmente un ammortizzatore sociale, ciò impedisce di porsi le seguenti imprescindibili domande: quanti sono i docenti abilitati in Italia, e per quali cattedre? In quali città si trovano? Quanti sono i docenti non abilitati, iscritti in terza fascia? Le GaE (graduatorie a esaurimento) sono svuotate? E soprattutto: questa offerta censita incontra effettivamente la domanda?

Rispetto a quest’ultima, sorge infatti il dubbio legittimo che l’offerta sia disallineata, per regione, città e cattedra. Altrimenti, non si saprebbe spiegare l’anomalia tutta italiana di avere docenti in sovrannumero per determinate discipline e città, e le cattedre vuote per altre; non ci si spiegherebbe il continuo cinema sulle modalità di conseguire l’abilitazione; e non si potrebbe capire perché, allo scopo di evitare una maggiore domanda, si chiudano i concorsi e, come nel gioco delle tre carte, si confondano le acque. Tanto, la gente dimentica e si abitua. Chi penserà alle future migliaia di maestri tra i quaranta e i cinquant’anni licenziati dalla scuola? Candidati al reddito di cittadinanza… ma solo se avranno i requisiti.

§ http://www.lanuovabq.it/it/il-concorsone-discrimina-gli-insegnanti-delle-paritarie?fbclid=IwAR25QPbSi8TY_UPj_Dmhesdpdm_a9nTkjX01OxuHubNMmwy_SderlFAfSbU

§ https://informarexresistere.fr/concorsone-insegnanti-paritarie/?fbclid=IwAR2qTSSdtevxdbxq581FcMk5ToKgxTUCNQDqVRx7JmPUjdsLZmlNM3DAA38

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Anna Monia Alfieri: per questo il ddl viene pregiudizialmente contestato dai sindacati

Scuola, una legge che rompe i tabù

Con lo slogan «preside sceriffo» si vuol ingessare tutto

di Goffredo Pistelli – 19 maggio 2015

La riforma della scuola, anzi #labuonascuola come la chiama il premier Matteo Renzi all’uso di Twitter, arroventa il dibattito politico e i sindacati minacciano, tutti insieme, come non accadeva da tempo immemore, persino il blocco degli scrutini. Anna Monia Alfieri, 40 anni, da Nardò (Lecce), lauree in giurisprudenza, economia e scienze teologiche, di scuola è un’esperta, vuoi perché collabora con la scuola di Alta formazione Impresa Sociale della Cattolica, per i corsi in management per scuole e enti religiosi, vuoi perché gestisce le scuole italiane della congregazione delle Marcelline, di cui fa parte, ossia otto istituti dove studiano 3mila fra allievi e lavorano 600 persone, fra docenti e assistenti. Blogger seguitissima per Formiche.net, nel 2010 Alfieri ha pubblicato per Laterza un saggio dal titolo quasi profetico: La buona scuola pubblica per tutti, statale e paritaria.

Domanda. Gestore, professoressa, sorella: come la devo chiamare?

Risposta. Come preferisce!

D. E allora la chiamerò suor Anna Monia. Senta, questo disegno di legge appare contestatissimo dai sindacati della scuola.

R. Per forza, tocca i veri tabù.

D. Ricordiamoli.

R. Quello del precariato a vita, del tutto anticostituzionale, quello dell’efficacia ed efficienza dei servizi anche in rapporto ai costi,

D. E siamo a due.

R. Quello della flessibilità dei ruoli in relazione alle esigenze delle nuove tecnologie, dell’edilizia e delle strutture, del potenziamento delle competenze scientifiche e linguistiche degli studenti.

D. Tutti tabù?

R. Sì, ma aspetti, non è finita. C’è quello dell’apertura della comunità scolastica al territorio e, per gli alunni, degli stage in azienda; c’è il tema della detrazione per le rette versate dal milione abbondante di famiglie italiane che scelgono la scuola pubblica paritaria. E c’è, in ultimo, ma non per ultimo, anche quello dell’autonomia scolastica, a oggi più sulla carta che nella realtà. Mi domando come mai quelli che gridano alla difesa della libertà di insegnamento non abbiano prima posto il problema.

D. Secondo lei quindi, fino a oggi, mancava autonomia vera?

R. Oggi non c’è un solo preside che possa scegliere i docenti, che possa fare uno straccio di programmazione sulla quale ottenere fondi da Roma. Oggi un dirigente scolastico sa che i contribuiti arriveranno, pochi e per tutti. Niente che sia legato all’efficienza di ogni singola scuola. Questa non è autonomia!

D. La questione della possibilità di scegliere i docenti è una delle proposte più avversate.

R. E invece occorrerebbe una flessibilità di ruoli in rapporto alle esigenze della scuola, in base ai progetti messi in campo. La vitalità di una scuola sarà rafforzata da una serie di piani triennali non in contrasto l’uno con l’altro, ma frutto di uno sviluppo coerente che costituisce il «piano carismatico» della scuola, anche pubblica statale.

D. E invece ce l’hanno col «preside sceriffo».

R. Termine ad hoc per bruciare questa novità, di grande portata, con l’idea del clientelismo, dell’accentramento di poteri. Ponessero, piuttosto, il problema del controllo dei dirigenti scolastici. Ma se il preside non è messo in condizione di scegliere secondo una progettualità condivisa, ogni scuola non arriverà nemmeno ad avere un’identità. Semplicemente finirà di esistere.

D. Che cosa significa dare un’identità a un singolo istituto?

R. Intanto collocarlo nel territorio in cui si trova. Se sono alla periferia di Palermo, Bari o Napoli, non posso fare lo stesso tipo di scuola che faccio nel centro di Milano.

D. Spieghiamolo bene.

R. In un contesto di dispersione scolastica e di abbandono, come preside devo rispondere cercando di sanare, devo usare l’alternanza scuola-lavoro, devo inventarmi una scuola che faccia studiare i ragazzi, facendogli fare anche stage che gli permettano un approccio al lavoro. E devo avere i docenti migliori d’Italia…

D. In sintesi?

R. Un dirigente scolastico può essere un leader educativo, uno scopritore di talenti.

D. Che significa?

R. Che deve guardare in faccia i suoi ragazzi, capire chi potrà continuare con successo verso l’università e dare strumenti perché si collochino, a quelli che escono prima. Non perdere nessuno per strada. E per questo bisogna avere la mani libere nella scelta dei collaboratori, curricula alla mano.

D. Con un organico ad hoc.

R. Certo, con un organico funzionale triennale, non una fisarmonica stonata ogni anno.

D. Traduciamolo per i non addetti ai lavori.

R. Con i docenti che abbiano le caratteristiche giuste. L’organico deve essere funzionale alla progettazione, di conseguenza, risulta indispensabile per attuare il piano. Senza sarebbe come pretendere di volare senza ali, o di correre senza ruote.

D. Docenti da scegliere e da premiare, dice la riforma.

R. Certo. Oggi, che un docente lavori o non lavori adeguatamente, è la stessa cosa. Domani una parte dei contributi potrà essere usata come incentivo sui progetti di cui la scuola ha bisogno.

D. Ma perché siamo approdati al modello di scuola attuale?

R. Per un motivo storico: è il modello scolastico nato col Regno d’Italia, dinnanzi all’esigenza di far uscire l’Italia dall’analfabetismo.

D. Nobile scopo.

R. Ovviamente. Ma si è creata una scuola piatta, con l’obiettivo di dare poco a tutti. E determinando centralmente cosa insegnare: dalla matematica, all’inglese, alla scienze. Un piattume indecifrabile, con cui portare tutti alla terza media. E poi all’obbligo dei 16 anni.

D. Senta, quelli che protestano ce l’hanno anche con i finanziamenti che sarebbero concessi alle scuole private, come le vostre.

R. Si manifesta senza approfondire, per non dire che l’ignoranza è abissale. C’è una risoluzione del Parlamento europeo, del 1984, che ha sancito la libertà di educazione, nella scelta fra scuole pubbliche, gestite dallo Stato o da enti privati. La legge di Luigi Berlinguer, del 2000, che ha introdotto in Italia la parità, lo ha fatto per non fare uscire questo Paese dall’Europa: da allora il nostro sistema scolastico prevede scuola pubbliche statali e scuole pubbliche paritarie.

D. Fanno entrambe un servizio pubblico, lei dice.

R. Certo, «statale» non esaurisce ciò che è «pubblico». Semmai ci sarebbe da chiedere, a chi protesta, una cosa.

D. Che cosa?

R. Perché, a parità di titoli, di abilitazione, di concorso, un docente della scuola pubblica paritaria deve avere uno stipendio più basso di un suo collega della scuola statale? Eppure gli allievi che prepara andranno alle università pubbliche e pagheranno le tasse. Il disegno di legge non sarà perfetto ma scoperchia qualche tabu.

D. Dicono, citando la Costituzione all’articolo 33, che «l’istruzione privata è libera ma senza oneri per lo Stato».

R. La Costituzione va letta tutta: c’è l’articolo 3 che ricorda che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge; e poi c’è il 30.

D. Ricordiamo cosa dice.

R. Dice che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio». E «nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti». E il 33 andrebbe citato per intero.

D. Cosa dimenticano?

R. Che dice anche che «la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali».

D. E dunque?

R. E dunque non si può impedire alle famiglie di scegliere.

D. Perché, oggi non accade?

R. No, il sistema è classista: chi è povero non può scegliere una scuola pubblica paritaria. Chi ha un figlio disabile e lo volesse iscrivere in uno di questi istituti, pubblici ripeto, non ha l’insegnante di sostegno, che deve essere pagato dalla scuola o dalla famiglia. Sa cosa scriveva Antonio Gramsci?

D. Mi dica.

R. Scriveva: «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera. Della scuola lasciata all’iniziativa privata dei comuni. La libertà della scuola è indipendente dal controllo dello Stato».

D. Aveva ragione?

R. Certo, e aggiungo indipendente dai preti, dalle suore ma anche dai sindacati. Ma le dico un’altra cosa.

D. Prego.

R. Oggi, la scuola è tutta uguale, dicono. Però se va a vedere i test dell’Ocse per accertare una serie di competenze, vedrà che in Lombardia c’è un livello di preparazione, superiore alla media, e in Campania è sotto la media. Quindi questo sistema scolastico, non solo non è uguale per tutti, ma è anche regionalista. Spacca il Paese.

D. Voi cosa vorreste?

R. Che nell’attuazione del disegno di legge di riforma si introducessero i costi standard. Oggi, un allievo delle pubbliche paritarie costa, allo Stato, 400 euro e uno della scuola statale 8mila, solo per le spese correnti.

D. Costi standard per far cosa?

R. Il costo reale di un allievo è oggi stimabile intorno ai 5-6mila euro; dovremmo poter mettere in grado le famiglie di scegliere, col credito di imposta, dove mandare i propri figli.

D. La Buona Scuola lo prevede, mi pare.

R. Poco più che simbolicamente, una detrazione del 19%, pari a circa 400 euro. Anche se è un principio importante, non discuto. Ma se avessimo il costo standard potremmo introdurre una concorrenza reale, sotto il controllo dello Stato, garante e non gestore. In questo modo raderemmo al suolo i diplomifici, che secondo alcuni sono le scuole paritarie. Ma chiuderemmo anche le scuole statali inefficienti. E apriremmo alla trasparenza.

D. In che senso?

R. Saremmo valutati dalle famiglie, con una valutazione pubblica. Quali titoli? Quali bilanci? Come abbiamo speso i soldi pubblici? E se mi permette, vorrei fare io una domanda a quelli che sono scesi in piazza a manifestare contro le scuole «private», come le hanno chiamate.

D. Si accomodi.

R. Vorrei sapere perché ritengono un soggetto privato, per altro paritario, che è riconosciuto e controllato, indegno di fare un servizio pubblico mentre i sindacati, che sono associazioni private…

D. …e per giunta non riconosciute.

R. Esatto, perché i sindacati possono farlo?

D. Bella domanda. Suor Anna Monia, come è stata la sua scuola a Nardò?

R. Ho fatto ragioneria, ma mia madre dovette raccomandarsi a una zia, preside di liceo, perché mi mettessero in una sezione dove si studiava veramente. La scuola uguale per tutti non era uguale neppure 20 anni fa.

§ https://www.italiaoggi.it/news/scuola-una-legge-che-rompe-i-tabu-1987627

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La suora che sfida i sindacati: ​”Scuola migliore senza di loro”

Suor Anna Monia Alfieri è esperta di scuola: “Miglioramenti solo con i costi standard. E senza i sindacati”

Suor Anna Monia Alfieri è certa di una cosa: lo Stato sulla scuola può risparmiare 17 miliardi di euro l’anno.

E lo ripete tante di quelle volte che ormai si auto-definisce “suora rompiballe”. Sì, perché pochi come lei conoscono la politica scolastica e non c’è nessuno che più di lei vorrebbe trovare un soluzione per la scuola italiana che sia economica per le casse del cittadino e ottimale per i ragazzi.

I conti Suor Anna li fa in maniera semplice. Lo Stato dichiara di spendere 8mila euro a studente, eppure il costo effettivo in alcuni gradi di insegnamento è molto molto più basso. Meno della metà. E così, come racconta in una lunga intervista a Libero, lei “propone di dare a ogni alunno (di tutte le scuole, statali e paritare) un buono-spesa prestabilito diverso per ogni tipo di scuola”. Tecnicamente si chiama “costo standard di sostenibilità per allievo” e il principio ideato dalla suora è stato approvato nei giorni scorsi dal consiglio dei ministri. Se tutto andrà per il verso giusto, prima o poi il “costo standard” potrebbe diventare legge ed essere applicato. Lei non si scompone. E spiega punto su punto quale sono i due veri problemi della scuola italiana: i sindacati e le assunzioni da ammortizzatore sociale.

I prof sono pagati poco perché sono troppi. “Nel nostro sistema scolastico la voce che pesa di più è quella del personale – dice suor Anna – Perché sono tanti. Se introducessimo la meritocrazia, se scardinassimo l’idea diffusa e scandalosa per cui la scuola debba essere un ammortizzatore sociale, gli insegnanti guadagnerebbero di più e avremmo buoni docenti per una buona scuola”. La religiosa aveva un giudizio positivo anche sulla Buona Scuola di Renzi, soprattutto quando si parla di “leadership del preside”. Poi però qualcosa è crollato. E la colpa è dei sindacati, come sempre. “I sindacati si sono scatenati perché la scuola è schiava di una cultura ipersindacalizzata – attacca suor Anna – per cui non si può ipotizzare di valutare i docenti. Prof e sindacati sono scesi in piazza contro la meritocrazia. E contro la leadership del preside, ma in tutte le aziende c’è una guida». Poi c’è il dramma delle schiere di professori precari: tutti a laurearsi per un posto che non esiste. La soluzione? “Limitare l’accesso alla professione – proprone la religiosa – A Medicina c’è il numero chiuso, adesso per laurearsi in Scienze della Formazione bisogna superare un esame ma non basta. Per altre lauree che aprono le porte all’insegnamento non c’è il numero chiuso. A che cosa servono altri docenti se il tasso di natalità è in calo?”. A niente. E poi andrebbero valutati, aggiunge. “Va fatta anno dopo anno. Non si è insegnante a vita. Solo in questo modo la qualità della scuola migliora. Pensi solo per un attimo a come si sente il prof che ogni giorno lavora con tenacia ed entusiasmo mentre il suo collega nullafacente è sempre in malattia e guadagna quanto lui…”

No, penso al bene degli studenti. La valutazione va fatta anno dopo anno. Non si è insegnante a vita. Solo in questo modo la qualità della scuola migliora. Pensi solo per un attimo a come si sente il prof che ogni giorno lavora con tenacia ed entusiasmo mentre il suo collega nullafacente è sempre in malattia e guadagna quanto lui…”. Migliorare si può, pensa la suora. Ma ad una condizione: “Non si può fare a braccetto con i sindacati che pensano solo a far lavorare la gente”.

§ http://www.ilgiornale.it/news/cronache/suora-che-caccia-i-sindacati-scuola-migliore-senza-loro-1356175.html

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SORELLA CORAGGIO

La suora “rompiballe” che sfida i sindacati: “Così si può rendere davvero buona la scuola”

di Lucia Esposito – 27 gennaio 2017

Il mondo della scuola conosce bene questa suora «rompiballe» (è lei stessa a definirsi così ma, precisa, «lo faccio per il futuro dei nostri studenti»). Una che afferra l’ osso e non lo molla più anche a costo di farsi male e fare del male, contro ogni stereotipo che vuole le religiose docili e remissive. Lo scorso settembre ha partecipato alla convention «Energia per l’ Italia» di Stefano Parisi ed è stata la più applaudita. Suor Anna Monia Alfieri ha tre lauree, grinta da vendere, ed è una delle maggiori esperte di politiche scolastiche in Italia.
Nel suo ultimo saggio sulla scuola spiega una cosa semplice: che lo Stato può risparmiare 17 miliardi di euro l’ anno. Come? Con quello che lei chiama «costo standard di sostenibilità per allievo». Attualmente ogni alunno, quello della scuola materna e quello del liceo, costa 8mila euro solo di spese correnti. Ma lei ha dimostrato come in realtà un bimbo che frequenta la scuola dell’ infanzia costi 3.200 euro. Se le condizioni della famiglia sono disagiate la cifra sale a 4.573 euro. Se in classe c’ è un disabile il costo aumenta ancora. Ma comunque molto meno degli 8mila euro che lo Stato spende in modo indifferenziato per tutti gli allievi.
Suor Anna Monia propone di dare a ogni alunno (di tutte le scuole, statali e paritarie) un buono-spesa prestabilito diverso per ogni tipo di scuola. In questo modo, il Paese risparmierebbe tanti soldi, le famiglie avrebbero libertà di scelta (perché anche chi non ha soldi potrebbe scegliere una scuola paritaria) e, spiega, si creerebbe una sana competizione tra scuole «sotto lo sguardo garante dello Stato». La notizia, che non è rimbalzata sui giornali, è di qualche giorno fa: il consiglio dei ministri ha approvato una nota in cui parla dell’ introduzione del costo standard. In pratica, una volta completato l’ iter legislativo, in poi i trasferimenti dallo Stato agli enti locali per la scuola verranno fatti secondo i criteri individuati dalla religiosa.

Suor Anna Monia a furia di insistere, o – come dice lei – di rompere le scatole, qualcosa si muove?
«È un primo passo. Molti passaggi del provvedimento del governo riportano stralci del saggio che ho scritto con Marco Grumo e Maria Chiara Parola. La strada è lunga ma finalmente è stato recepito il principio secondo cui l’ asilo nido non ci deve costare quanto il liceo e soprattutto deve essere omogeneo in tutto il Paese, non possono esserci differenze macroscopiche da una regione all’altra».

Come giudica l’ ammissione all’ esame di maturità anche senza la sufficienza in tutte le materie?
«Sono sfavorevole. Perché sforneremo ragazzi impreparati. Passa il messaggio che non occorre studiare, che il sapere è qualcosa di opzionale. Puntiamo al ribasso, invece dobbiamo mirare all’ eccellenza e chiedere il massimo sia ai docenti che agli studenti».

Richieste di trasferimento dal Nord al Sud, certificati medici, parenti malati da assistere. Suor Anna Monia Alfieri che cosa succede nella scuola?
«Le possibilità sono due: o c’ è un’ epidemia oppure andiamo a controllare uno ad uno questi certificati medici. Da uno Stato serio mi aspetto che indaghi sui medici che li firmano. Possibile che i prof assunti lontano da casa siano tutti malati? E che abbiamo tutti parenti da assistere?».

Per il prossimo anno la situazione rischia di peggiorare: il ministro Fedeli ha firmato un accordo con i sindacati secondo cui i prof che hanno accettato un incarico di tre anni, potranno chiedere il trasferimento.
«Al ministro – che mi dicono capace di ascolto – chiedo di fermarsi, di pensare al bene degli studenti».

I prof dicono che sono pagati poco.
«Hanno ragione. Ma nel nostro sistema scolastico la voce che pesa di più è quella del personale. Perché sono tanti. Se introducessimo la meritocrazia, se scardinassimo l’ idea diffusa e scandalosa per cui la scuola debba essere un ammortizzatore sociale, gli insegnanti guadagnerebbero di più e avremmo buoni docenti per una buona scuola».

Ma la «Buona scuola» di Renzi è davvero buona?
«Era nata con intenti buoni perché introduceva principi come la meritocrazia, la leadership del preside che non deve più accettare i docenti che gli manda il ministero ma li sceglie a seconda del fabbisogno educativo specifico e, terzo, la valutazione della scuola».

Poi cosa è successo?
«I sindacati si sono scatenati perché la scuola è schiava di una cultura ipersindacalizzata per cui non si può ipotizzare di valutare i docenti. Prof e sindacati sono scesi in piazza contro la meritocrazia. E contro la leadership del preside, ma in tutte le aziende c’ è una guida».

Temevano che il potere nelle mani di un solo uomo creasse clientelismo.
«Questo è un falso problema perché la riforma di Renzi prevede una commissione di valutazione composta da docenti, alunni e genitori».

Che soluzioni vede?
«Prima però dobbiamo ricordare che l’ Italia ha ricevuto un richiamo dall’ Europa per le famose Gae (graduatorie ad esaurimento). Persone che avevano vinto un concorso ma non avevano un lavoro. C’ è stata quindi la famosa infornata di oltre 100mila docenti a cui è stato dato una cattedra anche a centinaia di chilometri di distanza. Prendere o lasciare».
E tutti hanno preso «Come si fa oggi a rinunciare a un posto di tre anni? Mettiamoci nei panni di queste persone. Forse hanno fatto una scelta poco etica. Ma il danno l’ ha fatto chi ha creato quelle graduatorie, chi ha permesso che si sfornassero centinaia e centinaia di docenti senza che ci fossero i posti».

Molti hanno preso il posto e non si sono presentati. E torniamo ai famosi certificati Un cane che si morde la coda. Come se ne esce?
«Limitare l’ accesso alla professione. A Medicina c’ è il numero chiuso, adesso per laurearsi in Scienze della Formazione bisogna superare un esame ma non basta. Per altre lauree che aprono le porte all’ insegnamento non c’ è il numero chiuso. A che cosa servono altri docenti se il tasso di natalità è in calo?».

Come si dovrebbe diventare insegnante?
«Solo in Italia diventi insegnante (alias, posto fisso a tutti i costi) solo perché ti sei laureato e poi abilitato, cioè hai superato un concorso o hai frequentato per due anni un corso di specializzazione, il Tfa Il percorso dovrebbe essere diverso: ti laurei, fai un tirocinio di tre anni in una scuola (previsto anche dalla riforma di Renzi), dopo il primo anno una commissione stabilisce se sei idoneo. In questo caso ti abiliti attraverso il concorso e, se sei capace, insegni. Ma attenzione».

Suora, lei è cattivissima..
«No, penso al bene degli studenti. La valutazione va fatta anno dopo anno. Non si è insegnante a vita. Solo in questo modo la qualità della scuola migliora. Pensi solo per un attimo a come si sente il prof che ogni giorno lavora con tenacia ed entusiasmo mentre il suo collega nullafacente è sempre in malattia e guadagna quanto lui».

La legge di Renzi prevede anche che i docenti siano pagati per formarsi.
«Salta agli occhi è che non è prevista una formazione anche per gli insegnanti delle paritarie».
Perché al Sud ci sono tanti prof e pochi studenti? C’ è qualcosa che non va (o che non torna…)
«Al Sud per anni l’ insegnamento è stato considerato uno sbocco sicuro. E poi il problema del Meridione, e lo dico da pugliese, è che c’ è un alto tasso di dispersione scolastica».

Alla convention di Parisi lei è stata la più applaudita. Vuole diventare ministro dell’ Istruzione?
«No, perché quello è il modo migliore per legare le mani, le buone idee sembra che non abbiano lo spazio per essere attuate. E soprattutto perché ognuno dà un senso alla sua vita e il mio l’ ho già trovato e cerco di viverlo. Mi chieda cosa direi se la Fedeli mi chiedesse un consiglio».

Cosa direbbe?
«Di restituire alla famiglia il diritto alla scelta della scuola. Possiamo scegliere in quale ospedale curaci ed eventualmente morire ma non possiamo decidere, se non abbiamo soldi, dove studiare. Le direi che bisogna partire da progetti educativi ad hoc. Fare scuola a Milano non è come farla a Scampia e farla in centro a Milano non è come in periferia. I dirigenti debbono poter scegliere i propri docenti. Se una scuola vuole portare avanti un progetto di educazione civica, non ha bisogno che il ministero gli mandi un prof di musica…».

Ma si può fare tutto questo?
«La proposta c’ è: il costo standard di sostenibilità, ma… non si può fare a braccetto con i sindacati che pensano solo a far lavorare la gente».

di Lucia Esposito

§ https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/12287364/suor-anna-monia-alfieri-buona-scuola-sfida-sindacati-risparrmi.html

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