Non è stata solo una Zauberoper la convincente edizione del Flauto magico che ha aperto, domenica 20 gennaio, la stagione lirica 2019 del Teatro Massimo Bellini di Catania. Con una scelta a nostro avviso azzeccata, imboccando la via della sobrietà e della profondità concettuale, senza indulgere a inutili orpelli, la messa in scena catanese del Singspiel mozartiano, per la sapiente regia di Luigi Pizzi,  ha sottolineato adeguatamente la fitta trama di elementi massonici, ed ermetici, autenticamente sentiti da Mozart e dal librettista Schikaneder dal metodo e dagli insegnamenti della Libera Muratorìa della Loggia massonica alla quale appartenevano.

Sullo sfondo di una scenografia efficace e quanto mai allusiva, una immensa biblioteca da cui apparivano e scomparivano i personaggi, la trama si è dipanata leggera, ariosa, con un Papageno (Andrea Concetti) adeguatamente comico e ilare, vero e proprio naturmensch dai toni caldi e sicuri, capaci di dare il giusto brio alla tensione dell’intera azione scenica;  sicura e dal fraseggio efficace Elena Galitskaya, che si è rivelata una Pamina ora dolce ora drammatica nel viaggio verso l’amore supremo, sia nel magnifico duetto con l’amato Tamino, il giovane e bravo tenore Giovanni Sala, sia nell’inneggiare all’amore coniugale con l’uccellatore Papageno.

Un basso adeguato si è rivelato poi, con i suoi toni caldi e luminosi, Karl Huml nel ruolo di Sarastro, che, grave nelle sue arie responsoriali e solenne nelle marce ieratiche, ha saputo dare i giusti connotati al suo personaggio. La regina Astrifiammante di Eleonora Bellocci ha sfoderato e tenuto i sovracuti del difficile ruolo di madre disumana, dalla femminilità negativa e oscura, raggiungendo un risultato soddisfacente, che ha compensato una presenza scenica, che avremmo preferito corredata di elementi visivi più efficaci.

La direzione di Gianluigi Gelmetti ha imboccato  decisamente la via della morbidezza, non senza talvolta qualche scatto dinamico e coloristico e qualche accento più marcato che ha giovato significativamente  all’insieme; ottimamente istruito il coro da Luigi Petrozziello e sempre all’altezza l’orchestra del teatro hanno completato una messa in scena convincente da tutti i punti di vista.

Forse ci saremmo aspettati una maggiore vivacità nei costumi (non proprio esaltante l’apparizione di qualche banale tuta grigia), ma è stata davvero una bella inaugurazione della stagione, che ha lasciato  nella mente degli ascoltatori quel flauto d’oro rigenerante, simbolo dell’arte stessa, della magica  musica, e del suo eterno potere lenitivo delle pene e profondamente consolatorio, descritto così bene dalla cantabile lingua tedesca: “O so eine Flöte ist mehr als Gold und Kronen wert, Denn durch sie wird Menschenglück und Zufriedenheit vermehrt…”

Silvana La Porta