La chiamata diretta cola a picco / la chiamata è stata un flop

La chiamata diretta aveva sancito la “morte” della trasparenza ed è stata uno del più colossali obbrobri contenuti nella legge della “Buona Scuola”. In alcune scuole la chiamata diretta veniva effettuata non solo sulla base dei curriculum presentati dai docenti, ma anche sulla base delle caratteristiche fisiche dei docenti con acclusi i video.

Abbattuto uno dei provvedimenti più odiosi della ancora per molti inemendabile “Buona Scuola” (la legge 107/15).

[Bugiardino. “l’addio alla chiamata per competenze è l’ennesimo svilimento dei prof”: questa affermazione contrasta con la contrarietà della massima parte dei docenti alla chiamata diretta. v.p.]

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Giusta l’eliminazione della chiamata diretta: non valorizzava il merito

La lettera “Addio chiamata diretta, tornano i prof scelti a caso: morti merito e autonomia”, che denuncia la sepoltura della meritocrazia e dell’autonomia delle istituzioni scolastiche tratteggia una realtà del tutto diversa da quella che è stata vissuta dai docenti quotidianamente.

La chiamata diretta aveva sancito la “morte” della trasparenza ed è stata uno del più colossali obbrobri contenuti nella legge della “Buona Scuola”. In alcune scuole la chiamata diretta veniva effettuata non solo sulla base dei curriculum presentati dai docenti, ma anche sulla base delle caratteristiche fisiche dei docenti con acclusi i video.

Poteva, in siffatto modo, essere credibile la chiamata diretta fatta sulla scorta di foto, video, filmati in cui non si mettevano in evidenza le competenze professionali dei docenti, ma tutt’altro. Eliminarla dalla legge 107 è stata un’operazione equa e giusta perché la chiamata diretta non certificava il merito dei docenti (l’Italia non è un Paese meritocratico), ma serviva per compiere operazioni di sottobosco.

Mario Bocola

§ https://www.tecnicadellascuola.it/giusta-leliminazione-della-chiamata-diretta-non-valorizzava-il-merito

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Scuola, la chiamata è stata un flop. Giusto eliminarla, ma non basta

“Con l’accordo sindacale, già dal prossimo anno scolastico si elimina l’istituto della cosiddetta chiamata diretta dei docenti. In attesa dell’intervento legislativo di definitiva abrogazione, che è mia intenzione proporre nel primo provvedimento utile, con l’accordo sindacale di oggi si dà attuazione a una precisa previsione del contratto del governo del cambiamento, sostituendo la chiamata diretta, connotata da eccessiva discrezionalità e da profili di inefficienza, con criteri trasparenti e obiettivi di mobilità ed assegnazione dei docenti dagli uffici territoriali agli istituti scolastici”, così il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti.Senza colpo ferire e – soprattutto – a costo zero, ecco l’annuncio del neo ministro leghista: chiamata diretta cancellata. Abbattuto uno dei provvedimenti più odiosi della ancora per molti inemendabile “Buona Scuola” (la legge 107/15). Di cosa si tratta? L’accordo prevede che gli insegnanti che per l’anno scolastico 2018/19 abbiano ottenuto il trasferimento su ambito territoriale, possano effettuare il passaggio da ambito a scuola senza la chiamata diretta (una sorta di scelta discrezionale da parte dei dirigenti scolastici), ma in base ai punteggi dei trasferimenti stessi, ferme restando le precedenze previste dall’art. 13 del Ccnl Mobilità. La procedura riguarderà, con le stesse modalità, anche i docenti che saranno assunti in ruolo a partire dal 1° settembre 2018.

Il governo ci informa che è stata preferita – per motivi di tempo – la procedura negoziale rispetto all’intervento diretto sul testo della legge 107/5, la Buona Scuola. Indubbiamente un passo avanti, ma molto parziale; inappropriati i toni trionfalistici (e reticenti rispetto alla concretezza dell’operazione) con cui è stato annunciato non solo dal ministro, ma da tanti esponenti di Lega e 5Stelle; e recepito, da parte di alcuni insegnanti; siamo ben lungi dalla cancellazione non solo della legge, che nel 2015 molti consideravano – e moltissimi ancora oggi considerano – inemendabile, ma anche della titolarità triennale sull’ambito territoriale per ripristinare quella sulla scuola.

Nel primo mese del “governo del cambiamento” chi frequenta il mondo della scuola – i cui voti si sono ampiamente indirizzati al M5S – ha percepito un certo imbarazzo; l’accordo con la Lega, che ha dato vita allo stesso governo, deve continuamente far fronte alle imbarazzanti twittate di Salvini, che non possono certamente lasciare indifferente chi abbia a cuore alcuni principi basilari su cui si fonda nostra Repubblica; la scena mediatica è saldamente in mano alle notizie sui destini di barconi pieni di vite umane confinati al largo del cimitero del Mediterraneo; o sui tempestosi botta e risposta sulla scena internazionale, improntati ad una comunicazione eufemisticamente spregiudicata; Salvini protagonista assoluto. Il gemellaggio con la Lega non è cosa facile da gestire – e nemmeno da digerire – per molti elettori del M5S: il limite tra spregiudicatezza e assenza di umanità è labile.

I sindacati che hanno firmato l’accordo – Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Gilda – si trovano nell’imprevisto ruolo di stampella di un ministro che ha grande necessità di credito e di consenso da parte del mondo della scuola. La riforma che il M5s diceva di voler cancellare e alcuni sindacati di voler combattere attraverso un’implacabile mobilitazione viene dunque – tornati da tempo, gli uni e gli altri, a più miti consigli – sottoposta a un “cacciavite” in chiave 4.0: uno smontaggio di piccoli – a volte piccolissimi – pezzi di quella riforma. Chi ha buona memoria, però, ricorderà che il cacciavite – quello originale del ministro Fioroni (2006-8) – allentò solo molto parzialmente le viti della riforma Moratti, preparando (grazie a tanta delicatezza) lo spazio nel quale la Gelmini poté operare indisturbata.

A chi spetta, in questo Paese, alimentare la cultura dei diritti e la prospettiva del conflitto?

§ https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/29/scuola-la-chiamata-e-stata-un-flop-giusto-eliminarla-ma-non-basta/4459661/

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Scuola, l’addio alla chiamata per competenze è l’ennesimo svilimento dei prof

Cerchi lavoro? Trova un posto che ti garba e spedisci il tuo curriculum vitae. Spera di arrivare al colloquio. Sostieni il colloquio e spera, a questo punto, di essere assunto. Grazie al tuo cv, certo, ma anche grazie al tuo modo di affrontare il colloquio. Funziona così in tutto il mondo, in tutti i settori. E funziona idealmente così anche in Italia, almeno in tutti i settori privati.Nei settori pubblici si deve vincere un concorso, ma il lavoratore abilitato ha la possibilità di dire la sua rispetto a dove vorrebbe lavorare. E per tre anni è stato così anche per la Scuola pubblica italiana, grazie alla riforma 107, che aveva inventato la “chiamata per competenze“, quella che la peggior stampa ha rinominato “chiamata diretta“, ma che diretta (sullo stile inglese, per capirci, della scelta diretta del preside) non era affatto.

Come funzionava in realtà? Ogni istituto, tramite il suo comitato di valutazione, stabiliva dei criteri (o qualità) necessari per i nuovi docenti. Si pubblicavano i criteri e gli aspiranti docenti di quelle materie che erano venute a mancare alla data scuola, dovevano spedire il loro cv alla preside, mettendo in risalto quanti e quali criteri coprissero.

La preside, insieme ai suoi collaboratori (o più spesso: demandando tutto all’ufficio personale, visto che la procedura si svolgeva di norma in agosto, durante le ferie del dirigente scolastico) scrutinavano quanti di quei criteri fossero offerti dai cv dei vari candidati. Quindi si faceva una prima selezione e infine un colloquio, di solito telefonico, con i due o tre professori considerati migliori. Esempio: fate conto si trattasse di un liceo dove s’era deciso di attivare un corso Clil (l’insegnamento di una materia non linguistica in lingua straniera: poniamo la Storia americana in inglese), ecco che una competenza linguistica in inglese (o altra lingua europea: il Clil non è solo per l’inglese) superiore al B2, o meglio ancora C1 o C2, sarebbe stato un ottimo biglietto da visita per essere assunti.

Inoltre, la chiamata per competenze dava al singolo docente un micro potere contrattuale: uno stesso insegnante, se dotato di un buon cv, poteva facilmente vedersi offrire una cattedra da parte di più istituti. A quel punto, stava solo a lui scegliere dove andare a lavorare, e magari poteva decidere sulla base di fattori meno rilevanti, ma pur sempre rilevanti: quale istituto fa la settimana corta, età media dei colleghi, media degli studenti per classe, quante Lim e quanti computer ci sono, se c’è copertura wifi nell’isituto, eccetera. L’aspirante prof senza particolari qualità, avrebbe comunque trovato un posto nei licei non scelti dai più bravi.

Quindi i prof più vecchi sono i primi a essere collocati nella scuola che ha una cattedra per loro, a prescindere da tutto il resto (fatti salvi i diritti acquisti tipo Legge 104). Poi è l’ufficio scolastico che assegna, a scalare, i prof più giovani e quindi con minor punteggio anzianità alle altre scuole seguendo un criterio di vicinanza con il primo istituto indicato.

Capisco che i sindacati della scuola (e i docenti meno egregi) festeggino: per loro ogni novità è minaccia, e la chiamata per competenze toglieva loro uno strumento di controllo importante. Non capisco invece come mai un ministro sulla carta niente male come Marco Bussetti, che ha già confermato di voler mantenere l’alternanza scuola-lavoro, abbia voluto cedere a una richiesta tanto retriva e anti-meritocratica. Dia retta, ministro: ci ripensi e ci restituisca quel grammo di meritocrazia che la Scuola si era guadagnata.

§ https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/28/scuola-laddio-alla-chiamata-per-competenze-e-lennesimo-svilimento-dei-prof/4458458/

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LA CHIAMATA DIRETTA COLA A PICCO!

Un altro  Accordo politico, siglato il 26 giugno u.s. con le associazioni sindacali firmatarie del nuovo CCNL di comparto. E questa volta decisivo – in attesa della sua copertura legale con il primo provvedimento utile da presentare in Parlamento – per archiviare  la chiamata diretta o chiamata per competenze.

A giudizio del nuovo ministro Bussetti, eliminarla era un impegno del Governo del cambiamento, perché connotata da eccessiva discrezionalità e da profili di inefficienza, dunque da sostituire con criteri trasparenti, a garanzia di compartecipazione ed imparzialità: vale a dire, con libera domanda di ogni docente che voglia ottenere una singola scuola gradita sulla base di graduatorie fatte di punteggi, precedenze e automatismi vari; togliendo ai dirigenti scolastici il potere di chiamare gli insegnanti senza un criterio oggettivo e, per l’appunto, con l’assegnazione dei docenti dagli uffici territoriali agli istituti scolastici.

Dopo di che, con la strada abbondantemente spianata dal citato CCNL, è da supporre che l’impegno del Governo del cambiamento dovrà completarsi con l’intero smantellamento del bonus premiale e provandosi a sterilizzare, nella sequenza contrattuale da concludere entro il 31 luglio, le prerogative dei dirigenti scolastici in materia di sanzioni disciplinari ai docenti, ancorché prescritte dal D. Lgs. 75/17.

Potrà così realizzarsi la già prenotata Comunità educante in luogo dell’aborrita visione aziendalistica della scuola introdotta dalla legge 107. Una Comunità in cui la partecipazione assume un’importanza preminente, che implica e valorizza una logica dialogante.  Una Comunità conviviale ed autoconsistente, che finalmente può celebrare in proprio i riti di una democrazia scolastica quale valore in sé, libera di scegliersi i fini – e di deliberare il boicottaggio di legge della Repubblica – sciolta da qualsivoglia vincolo che non sia quello che sovranamente si determini ad autoimporsi; senza dover soggiacere al dettato della performance (D. Lgs. 150/09 e DD.LLgs. 74 e 75/17) e, ancor prima e nello specifico, all’obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi, costituenti parametri – e vincoli – della stessa libertà d’insegnamento (art. 21, comma 9, legge 59/97).

Insomma, un magnifico ritorno alla scuola dei decreti delegati del 1974 e al direttore didattico/preside primus inter pares. E a questo punto – perché no? – magari elettivo… e poi il Dirigente dovrebbe rispondere dei risultati ed essere valutato per gli stessi!

La rivoluzione copernicana è fallita. Al centro del processo educativo torna  il dipendente non il discente che non ha il diritto di vedersi assegnato docenti preparati e competenti, ma quello che  decide il fato, il caso, il destino: quello che in quel momento è primo in graduatoria per titoli… anche acquistati sul libero mercato senza che nessuno abbia mai verificato il possesso delle competenze corrispondenti!

§ https://www.dirigentiscuola.org/la-chiamata-diretta-cola-a-picco/

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