Riusciranno sei alunni difficili, figli della periferia urbana di un’imprecisata città, descritti daI cinico preside della loro scuola con l’impietosa metafora delle galline, animali insulsi e dalle zucche vuote, che vivono di istinti irrefrenabili, a trovare un riscatto alla loro incolpevole abiezione?

E’ questa la scommessa messa in scena dal godibile spettacolo “la Classe” in questi giorni in replica al Teatro stabile di Catania: ed è una scommessa vinta con ironia e intelligenza dall’autore Vincenzo Manna,  dal regista Giuseppe Marini (con le scene di Alessandro Chiti, i costumi di Laura Fantuzzo, le musiche di Paolo Coletta, il disegno luci di Javier Delle Monache) e dal cast degli attori (Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico, Giulia Paoletti ) davvero capaci di sostenere il loro ruolo con decisione e passione.

Passione appunto: civile, morale, esistenziale, passione a 360 gradi è quella che trasuda da questo spettacolo ad ogni battuta, ad ogni scena. A partire dalla confusione voluta di fogli a terra sul palcoscenico, in una classe simbolo essa stessa del degrado in cui vivono i giovani sbandati cui Albert, un professore di storia trentacinquenne (un bravo Andrea Paolotti), vuole offrire con dolcezza determinata un’occasione di riscatto, proponendo loro  di partecipare ad un concorso dall’inquietante tema “I giovani e gli adolescenti vittime dell’Olocausto”.

Perché a pochi passi dalla scuola, c’è lo “Zoo”, il più grande campo profughi d’Europa, circondato da un terribile muro per evitare la fuga dei rifugiati. E il degrado dei luoghi è metafora di un’orribile perdita di umanità che sfocia nella rabbia dei giovani alunni, inizialmente selvaggi e apparentemente poco addomesticabili: ma l’amore del professore di storia farà il miracolo, catturandoli con  le testimonianze dei reietti della società, vittime delle aberrazioni e delle persecuzioni della storia.

Si ride, si riflette, si soffre con i personaggi, si tocca con mano il dolore e la disperazione in questa bella piece, fino al colpo di scena di cui sarà protagonista il più tosto degli alunni, quel Nicolas violento ed emarginato, che finirà per sparare all’impazzata con conseguenze impreviste.

E in effetti la vera rivelazione dello spettacolo sono stati i sei giovani attori, caratterizzati da una spontaneità straordinaria, da una tecnica sicura e da un’acuta capacità di coinvolgimento del pubblico, in particolare dei tanti docenti presenti in sala, che, in uscita, non hanno mancato di sottolineare proprio la dimensione pedagogica della messa in scena.

Non a caso il progetto La Classe ha visto la sinergia di soggetti operanti nei settori della ricerca (Tecné), della formazione (Phidia), della psichiatria sociale (SIRP), prendendo avvio da una ricerca condotta da Tecné, basata su circa 2.000 interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni, sulla loro relazione con gli altri, intesi come diversi, altro da sé, e sul loro rapporto con il tempo, inteso come capacità di interrelare il presente con un passato anche remoto e con un futuro non prossimo.

Uno spettacolo acuto, che scandaglia impietosamente il prismatico universo giovanile, perché i giovani sono il futuro della società; ma soprattutto uno spettacolo che ha rivalutato l’importanza dell’azione educativa. E se qualche operatore della scuola assomiglia al Preside disilluso che paragona i ragazzi alle galline, tanti educatori speriamo assomiglino al buon professore di storia. Perché finchè c’è scuola, c’è speranza…

Silvana La Porta