Eppure il modo di liberalizzare il sistema non sarebbe né impossibile né costoso, anzi,  un recente saggio di Suor Monia Alfieri dimostra che potrebbe portare pure ad un risparmio per le finanze pubbliche.  Esattamente come accade in tutti i campi quando al monopolio privato o statale si  introducono elementi di corretta concorrenza e si lascia ai cittadini, non agli ispettori, decidere qual è il loro bene.

[Bugiardino. 1) Pur con rispetto dell’autorevole autore, l’artic0lo è generico, ripetitivo, con inesattezze e omissioni. 2) Il “recente saggio di Suor Monia Alfieri” è di ben 4 anni fa (!), è stato ripetutamente (almeno 5 o 6 volte) presentato in incontri dedicati, probabilmente non ha convinto i decisori politici, oppure questi sono orientati diversamente per le loro ideologie sbagliate (?), per astio (?) o per odio (?). In particolare il risparmio ipotizzato non c’è o non convince. La libertà di scelta rivendicata è chiaramente in favore delle scuole private cattoliche dove è limitata la libertà di insegnamento, dove il personale è selezionato da madri superiori, parroci, vescovi e non con criteri didattici, ed è retribuito peggio che nelle scuole statali. 3) Come è possibile pensare di introdurre taumaturgici “elementi di corretta concorrenza” fra scuole statali e paritarie quando queste ultime sono presenti solo in alcuni tipi di scuole e in alcune città o territori? 4) E dove sono le numerose famiglie interessate quando l’Agesc dichiara di avere solo 20.000 iscritti? v.p.]

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La libertà educativa prima di tutto

Riceviamo e pubblichiamo un interessante articolo su libertà educativa e costo standard, a firma di Giuseppe Richiedei, già dirigente scolastico e presidente Nazionale dell’A.Ge dal 1995 al 2001, attualmente consigliere nazionale della stessa associazione di genitori.

Siamo, in Italia, così abituati a delegare allo Stato e alla Chiesa l’educazione dei figli che non ci accorgiamo che la “la libertà educativa è la prima e più importante delle libertà”. Solo negli Stati totalitari moderni si è arrivati a interdire ai genitori l’educazione dei figli e a costruire monumenti ai figli che denunciano l’educazione dei genitori. Nemmeno nelle società più oppressive e retrograde si era arrivati a tanto.  D’altro canto quale autentica  libertà può rimanere ad una donna e ad un uomo quando gli  si impedisce la libertà di coscienza, di  pensiero e di parola anche in casa e nel rapporto con i figli? Purtroppo la politica e le ideologie hanno al forza di stravolgere la nostra visione della realtà.

Così lo Stato risorgimentale, mentre assicurava la frequenza gratuita della scuola a tutti, imponeva ai genitori la sua scuola “risorgimentale appunto per formare i nuovi italiani”. Con il ricatto della  gratuità toglieva alle famiglie la “libertà di scelta educativa”. Così non è avvenuto negli altri Stati moderni democratici, dove l’accesso gratuito all’istruzione non ha impedito, ma facilitato la libertà di scelta della scuola.

Oggi ci troviamo al Governo due partiti che fanno della libertà il loro vessillo più alto, ma per in educazione non riescono a mettersi d’accordo. Sono riusciti a liberalizzare persino la scelta del vaccino ma non la “scelta della scuola”.

Eppure il modo di liberalizzare il sistema non sarebbe né impossibile né costoso, anzi,  un recente saggio di Suor Monia Alfieri dimostra che potrebbe portare pure ad un risparmio per le finanze pubbliche.  Esattamente come accade in tutti i campi quando al monopolio privato o statale si  introducono elementi di corretta concorrenza e si lascia ai cittadini, non agli ispettori, decidere qual è il loro bene.

La proposta è quella del “costo standard sostenibile per allievo” , inteso come “dote spettante ad ogni persona  per il diritto all’educazione”, bambino o adulto che sia. Diritto ribadito nella Dichiarazione universale, nella Carta dei diritti dell’Unione Europea, nella Costituzione Italiana. Ogni persona, poi, può assegnare “il costo standard già definito dal Ministero”,alla scuola prescelta e ritenuta più rispondente alle proprie libere convinzioni.

La proposta, pur essendo semplice e di immediata comprensione, scatena in Italia una ridda incredibile di obiezioni ideologiche, politiche , burocratiche e  corporative. Eppure vi è solo il  rischio di realizzare in Italia quanto si fa nei  Paesi democratici più avanzati e di risalire nelle graduatorie internazionali, che ci vedono sempre agli ultimi posti per i livelli di apprendimento dei ragazzi. Soprattutto si potrebbe mettere fine alla grave discriminazione nei riguardi delle famiglie meno abbienti,  che sono impedite nel loro diritto sacrosanto alla libertà educativa. Diritto inviolabile, che la “Repubblica dovrebbe garantire togliendo gli ostacoli economici  che ne impediscono l’esercizio (art 2, 3, 30 della Costituzione)”.

Le obiezioni pratiche al “costo standard” sono molte e anche in certo qual modo comprensibili, vista la nostra storia e la cultura predominante. Basterebbe che almeno cominciassimo a condividerne il principio di fondo e ne facessimo “criterio guida” nei prossimi cambiamenti e nel confronto tra le forze politiche – sindacali  o tra le scuole e le istituzioni. Molto potrebbe cambiare se nelle trattative tutti condividessimo  “il diritto del bambino e del genitore alla libertà”,  invece di difendere gli interessi di parte: siano essi dello Stato, oppure delle  scuole, del personale, del partito.

I prossimi cambiamenti non sono da poco. Basti accennare al’applicazione del Decreto che istituisce il Sistema integrato di educazione e istruzione per lo 0 – 6 anni  dove il bambino dovrebbe essere posto al centro: “superando  disuguaglianze  economiche, etniche e culturali ..” (art.1)

Con il criterio della “libertà educativa” gli stessi contributi alle scuole paritarie dello Stato, delle Regioni e Comuni non sembrerebbero più benevole concessioni alle scuole, ma interventi per attenuare la grave discriminazione nei riguardi delle famiglie povere  con apposite borse di studio/quote capitarie/costo standard (come previsto dalla legge 62 – 2000, art. 9).

Il criterio del costo standard ci fa vedere sotto nuova luce anche i cambiamenti avvenuti:  la gratuità del nido in Lombardia per tutte le famiglie fino a 25.000 euro di reddito  può essere interpretato  come il “costo standard /quota capitaria (di circa 5000 euro) assegnato al bambino indipendentemente dal nido frequentato sia esso comunale o paritario. Ora se questo è il criterio applicato per bambini da 0 a 3 anni nei nidi, perché non applicarlo dai 3 ai 6 anni per tutte le scuole dell’infanzia, che fanno parte dello stesso “sistema integrato 0 – 6 anni”?

La possibilità di  introdurre  il “costo standard” gradualmente, a partire dalle  fasce più deboli,  non significa con questo declassarlo ad un intervento assistenziale.  Resta a tutti gli effetti “un diritto della persona” che si estende a una platea sempre più vasta a seconda delle  risorse economiche disponibili.

La proposta del “costo standard sostenibile per allievo”, toglie i veli a molti sofismi culturali predominanti e pone  tutti di fronte alle proprie responsabilità nei riguardi dei bambini, delle famiglie ed anche al fondamentale valore della “libertà educativa”.

Giuseppe Richiedei

§ https://www.tecnicadellascuola.it/la-liberta-educativa-prima-di-tutto

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Amarcord 2015. Scuola privata: scelta di libertà o ipocrisia?
 
di Pierfranco Pellizzetti | 10 agosto 2015
 
Ci sono dei momenti e dei punti in cui talvolta fa capolino il volto abietto della nostra civiltà. A saperlo scorgere dietro il velo degli abbellimenti verbali e dei ragionamenti contorsionistici. Una civiltà nata all’insegna del venerando e venerabile principio di libertà, propugnato pensando a tutt’altro; alla tutela della proprietà, del privilegio possessivo. Si cominciò nel ‘600, quando la libellistica che promuoveva l’idea di libero mercato servì a dare forma decorosa e disinteressata agli appetiti dei circoli finanziari anglo-francesi, determinati a entrare nel lucroso business della tratta schiavistica; a quel tempo regolata oligopolisticamente dalle patenti regie.
 
Esperimento manipolativo del comune sentire ripetuto innumerevoli altre volte, ma sempre a vantaggio degli interessi di pochi: dalla propaganda nazionalistica, con cui venne spezzata l’unità del fronte operaio che si riconosceva nell’internazionalismo, arrivando alle odierne campagne anti-tasse per sbaraccare il sistema di welfare, rendendo – come si suol dire – il ceto medio “cornuto e mazziato”.
 
Un mood argomentativo che ritroviamo – paro paro – nelle torsioni concettuali a difesa della presunta libertà di scelta in ambito scolastico, dietro cui si nasconde un’aggressione al principio costituzionale che attribuisce al settore pubblico il compito di concretizzare il diritto all’istruzione; uno dei punti della presenza statuale particolarmente esposto all’opera di sbaraccamento dei diritti fondativi della cittadinanza. Operazione perseguita con una faccia tosta degna della celebre massima di La Rochefoucault: “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”.
 
Con effetti quasi comici, a cominciare dall’assunto: “chi meglio delle famiglie può operare la scelta in materia di indirizzo scolastico dei propri figli?”. C’è da ridere a questo quadretto di padri e madri assurti a certificatori della qualità didattica al tempo in cui si assiste alla catastrofe della genitorialità, alla rinuncia del proprio ruolo da parte di adulti sempre più disattenti e – comunque, per lo più – privi di strumenti di giudizio per scelte che vadano più in là di un percorso facilitato; che non crei grattacapi a padri e madri (chiamandoli a responsabilità che non possono/intendono assumersi) e gratifichi l’allievo del facile quanto sospirato diploma.
 
Ancora più da ridere la primazia attribuita al privato in quanto livello di prestazione, in quanto monetizzata. Una superstizione che attribuisce eccellenze a vanvera (come nella sanità milanese, dove alla gente venivano asportati organi sani per incassare ticket e si moriva arsi vivi nelle camere bariche). Chi scrive ricorda benissimo il proprio percorso educativo, largamente svolto in istituti religiosi (due anni di asilo presso le suore Marcelline e dieci dai Barnabiti; con liberatoria fuga al liceo classico in una scuola pubblica), dove gli insegnanti risultavano o in tonaca (generalmente riempitivi) oppure personale sottopagato (a elevato tasso di frustrazione); selezionato al risparmio per far quadrare i conti secondo i criteri propri di un’impresa rivolta al profitto. Lo stesso criterio per cui la privatizzazione della sicurezza (NeoLib) negli aeroporti americani venne considerata responsabile di quegli arrivi incontrollati di terroristi autori degli attacchi dell’11 settembre.
 
Tornando al tema: i genitori (abbienti) orientati alla scelta scolastica nel privato parlano di qualità e – dunque – di libertà. Ma che cosa si vuol dire effettivamente sciacquandosi la bocca con questi alati concetti? Coltivare relazioni, ecco a cosa si pensa. Ossia spedire i figli in un ambiente selettivo, dove conoscere e frequentare buone amicizie; che verranno utili per ottenere favori futuri. La stessa visione miope per cui le famiglie italiane scelgono la via liceale e considerano quella tecnico-professionale “una seconda scelta di ripiego”, a prescindere dalle vocazioni/attitudini dei ragazzi.
 
Nella logica di quel tipico capitalismo di relazione italiano, che si puntella attraverso il meccanismo dei favori. Una scelta di status, che prescinde completamente dalla preparazione a esercitare ruoli effettivi, anticamera del processo di ricastalizzazione della società in atto. Perché dopo tanto parlare di “società aperta” stiamo veleggiando verso realtà sempre più “chiuse”. Grazie anche a professionisti della paura che oggi danno il peggio di loro sul tema dell’immigrazione. E questa è solo un’altra faccia delle monete svalutate che stiamo battendo.
 
§ http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/10/scuola-privata-scelta-di-liberta-o-ipocrisia/1947400/
 
§ http://www.aetnascuola.it/scuola-privata-scelta-di-liberta-o-ipocrisia/
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Scuole paritarie e costo standard: dumping salariale e sfruttamento delle suore
§ http://www.aetnascuola.it/scuole-paritarie-e-costo-standard-dumping-salariale-e-sfruttamento-delle-suore/
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di Dario Antiseri*
*ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso l’Università Luiss

da Il Giornale, 19/07/16

La scuola di Stato è un patrimonio grande e prezioso che va protetto, salvato; solo che quanti difendono il monopolio statale dell’istruzione non aiutano la scuola di Stato a sollevarsi dalle difficoltà in cui versa.

Esistono buone ragioni per affermare che è tramite la competizione tra scuola e scuola che si può sperare di migliorare il nostro sistema formativo: la scuola statale e quella non statale. Il monopolio statale dell’istruzione è negazione di libertà: unicamente l’esistenza della scuola libera garantisce alle famiglie delle reali alternative sia sul piano dell’indirizzo culturale e dei valori che sul piano della qualità e del contenuto dell’insegnamento. Il monopolio statale dell’istruzione viola le più basilari regole della giustizia sociale: le famiglie che iscrivono il proprio figlio alla scuola non statale pagano due volte; la prima volta con le imposte – per un servizio di cui non usufruiscono – e una seconda volta con la retta da corrispondere alla scuola non statale.

Il monopolio statale dell’istruzione devasta l’efficienza della scuola: la mancanza di competizione tra istituzioni scolastiche trasforma queste ultime in nicchie ecologiche protette e comporta di conseguenza, in genere, irresponsabilità, inefficienza e aumento dei costi. La questione è quindi come introdurre linee di competizione nel sistema scolastico, fermo restando che ci sono due vincoli da rispettare: l’obbligatorietà e la gratuità dell’istruzione.

Chi difende la scuola libera non è contrario alla scuola di Stato: è semplicemente contrario al monopolio statale nella gestione della scuola. E questa non è un’idea di bacchettoni cattolici o di biechi e ricchi conservatori di destra. È la giusta terapia per i mali che necessariamente affliggono un sistema formativo intossicato dallo statalismo. Scriveva Gaetano Salvemini sull’Unità del 17 ottobre 1913: “Dalla concorrenza delle scuole private libere, le scuole pubbliche – purché stiano sempre in guardia e siano spinte dalla concorrenza a migliorarsi, e non pretendano neghittosamente eliminare con espedienti legali la concorrenza stessa – hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere”. Nell’ambito del sistema formativo strutturato su linee di competizione, la scuola privata – è ancora Salvemini a parlare – “rappresenterà sempre un pungiglione ai fianchi della scuola pubblica. Obbligandola a perfezionarsi senza tregua, se non vuole essere vinta e sopraffatta”. Di conseguenza: “Se nella città, in cui abito, le scuole pubbliche funzionassero male, e vi fossero scuole private che funzionassero meglio, io vorrei essere pienamente libero di mandare i miei figli a studiare dove meglio mi aggrada. Lo Stato ha il dovere di educare bene i miei figli, se io voglio servirmi delle sue scuole. Non ha il diritto di impormi le sue scuole, anche se i miei figli saranno educati male”.

“È tempo di chiudere questo conflitto del Novecento: scuole statali contro private. Non esiste, non è più tra noi, ci ha fatto perdere tempo e risorse”. E ancora: “Basta guardarsi in giro e si scopre che l’insegnamento è pubblico, fortemente pubblico, ma può essere somministrato da scuole pubbliche, private, religiose, aconfessionali in una sana gara a chi insegna meglio”. Questa una coraggiosa e lungimirante dichiarazione fatta tempo addietro da Luigi Berlinguer, al quale è legata la Legge 62/2000, in cui si definisce il passaggio dalla “Scuola di Stato” al “Sistema nazionale di istruzione” costituito dalla “Scuola pubblica statale” e la “Scuola pubblica paritaria”. Solo che dichiarare giuridicamente uguali Scuola statale e Scuola paritaria finanziando solo la prima e lasciando morire di inedia la seconda è un ulteriore inganno perpetrato da una politica cieca e irresponsabile.

Nei Paesi post-comunisti entrati nell’Unione Europea come nel caso di Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceka, Polonia la parità tra scuole statali e scuole non statali è stata introdotta in modo pieno. Ecco, per scuola non statale, la situazione nei Paesi europei: in Belgio gli stipendi di tutto il personale sono a carico dello Stato; in Spagna sono a carico dello Stato tutte le spese; in Portogallo è erogato dallo Stato l’equivalente del costo medio di un alunno di scuola statale; in Lussemburgo sono a carico dello Stato tutte le spese; in Inghilterra nelle maintained schools sono a carico dello Stato tutti gli stipendi e le spese di funzionamento, oltre all’85% delle spese di costruzione; in Irlanda le spese di costruzione degli immobili sono a carico dello Stato, in misura completa per le scuole dell’obbligo e dell’88% per le scuole superiori; in Germania sono a carico dello Stato e delle Regioni (Länder) lo stipendio dei docenti (85%), gli oneri previdenziali (90%), le spese di funzionamento (10%) e la manutenzione degli immobili (100%); in Francia sono possibili quattro alternative: a) integrazione amministrativa, con tutte le spese a carico dello Stato; b) contratto di assunzione, con spese di funzionamento e per i docenti a carico dello Stato, a condizione che i docenti abbiano gli stessi titoli dei colleghi statali; c) contratto semplice, con spese per il solo personale docente a carico dello Stato; d) contratto di massima libertà che non prevede alcun contributo.

Dove il diritto alla parità tra scuola statale e scuola non statale è stato e viene tradito è in Grecia e in Italia. Qualche dato sulla situazione italiana. Nel 2012-13 il totale degli studenti iscritti era di 8.943.701, di cui 7.763.964 iscritti alla scuola statale e 1.036.403 iscritti alla scuola paritaria. Nell’anno 2013-14 gli studenti frequentanti la scuola in Italia ammontavano a 8.882.905, con 7.746.270 iscritti alla Scuola statale e con 993.544 iscritti alla scuola paritaria (di questi iscritti alla scuola paritaria 667.487 sono alunni delle scuole cattoliche). Nei due anni scolastici 2012-13 e 2013-14 la spesa per ogni allievo della scuola statale è stata rispettivamente di 6.411,16 e 6.414,57 euro; mentre il contributo medio dello Stato per ogni alunno della scuola paritaria è stato rispettivamente di 481,47 e di 497,21 euro: una autentica elemosina. E nel frattempo, in questi anni di crisi economica, molte famiglie, non potendo permettersi di pagare la retta, sono state costrette a ritirare il proprio figlio dalla scuola paritaria e iscriverlo alla scuola statale, con la conseguente chiusura di scuole non statali, anche di grande prestigio. Tra il 2012-13 e il 2014-15 si sono perse 349 scuole e 75.146 alunni delle scuole paritarie e 423 scuole e 48.066 alunni delle scuole cattoliche.

In Italia la scuola libera è solo libera di morire. E mentre non ci sono manifestazioni sindacali, occupazioni di scuole o convegni sulla scuola in cui non si lanciano slogan contro la scuola paritaria che succhierebbe risorse a scapito delle scuole statali, non ci si rende conto che le rette pagate dalle famiglie che iscrivono i loro figli alla scuola paritaria fanno risparmiare allo Stato circa sei miliardi di euro ogni anno. E, dunque, è la scuola paritaria a danneggiare la scuola statale, oppure è una politica cieca e irresponsabile di destra e di sinistra intossicata di statalismo – a danneggiare sia la Scuola statale che quella non statale?

Da più parti, e sino al fastidio, si è ripetuto e si ripete che le scuole private e segnatamente quelle cattoliche sarebbero luoghi di indottrinamento, a differenza delle scuole statali viste sempre come centri di costruzione di menti critiche. È chiaro che siamo di fronte a un’accusa generica e genericamente infamante. Insegnanti critici si trovano in scuole statali e in scuole non statali; così come guarnigioni di insegnanti dogmatici si trovano in scuole statali e non statali. Solo che dagli insegnanti dogmatici delle scuole statali, le famiglie, che non hanno la possibilità di mandare i propri figli in altre scuole, non possono facilmente difendersi. E che il dogmatismo abbia costituito una malattia grave di tanti docenti, soprattutto negli anni passati, è testimoniato dall’estesa diffusione di non pochi libri di testo per esempio, di filosofia, di letteratura, di storia non costruite di certo da menti scientifiche, aperte, capaci di dubbi e problematiche, libri di testo che non hanno sicuramente contribuito a formare menti critiche.

Altra obiezione, questa volta da parte di un noto giurista italiano: la Scuola deve rimanere saldamente e totalmente nelle mani dello Stato a motivo del fatto che sarebbe soltanto la scuola pubblica in grado di garantire la formazione del cittadino. Ed ecco la replica di Angelo M. Petroni: «La tesi è semplicemente falsa sul piano descrittivo (qualcuno può pensare che il cittadino inglese formato ad Eton sia peggiore del cittadino italiano formato nel migliore liceo statale italiano?). Ma evidentemente è ancora più inaccettabile sul piano dei valori liberali. Dietro di essa vi è l’eterna idea dello stato etico, di uno Stato che ha il diritto di formare le menti dei propri cittadini/sudditi, sottraendo i giovani alle comunità naturali e volontarie, prime tra le quali quella della famiglia».

Ma a difesa del monopolio statale nella gestione della scuola si trova schierato un battaglione di laici statalisti anticlericali convinti che le scuole a orientamento confessionale costituirebbero un pericolo per la democrazia in quanto centri di formazione di menti acritiche, dogmatiche. Quindi: via le scuole dei preti dal territorio della Repubblica! Aveva ragione Albert Einstein a dire che è più difficile distruggere un pregiudizio che disintegrare l’atomo.

§ https://www.uccronline.it/2017/02/08/scuola-paritaria-come-rispondere-ai-rossi-statalisti/

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