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Il predominio incontrastato della visione religiosa del mondo, durante i primi secoli del Medioevo fino circa al XIV, ha creato una mentalità dominante tesa a relegare la realtà materiale a una condizione di inferiorità e forte subordinazione alla vita dello spirito…(da Treccani)

Il corpo umano vive allora una lunga stagione di umiliazione, fatta di rinunce e divieti imposti dalla Chiesa per contrastarne i bisogni naturali, percepiti come contrari alla salvezza dell’anima.

Questa sensibilità della rinuncia non è, tuttavia, una costruzione esclusiva del Cristianesimo: esiste infatti, come sostiene Michel Foucault ne L’histoire de la sexualité, una continuità strettissima tra le prime dottrine cristiane e la filosofia morale del mondo antico agli inizi del suo lungo declino. Nei “Pensieri” dell’imperatore Marco Aurelio, vissuto intorno al 200 d.C, si delinea la figura del saggio stoico, intriso di ascetismo, capace di resistere alla bassezza delle proprie passioni, per dedicarsi alla ricerca della verità attraverso il raffinamento della vita interiore.

Il Medioevo, su questa predisposizione, accentua una visione del mondo che, spostando l’attenzione dai valori mondani a quelli ultraterreni, tenta di contenere l’angoscia derivata dalla precarietà e dalla miseria endemica, caratteristica di quell’epoca di crisi.

Pieter Breughel il Vecchio ,Danza nuziale, Kunsthistorischesmuseum, Vienna

Il corpo resiste

Tuttavia, la realtà fisica tanto svalorizzata e dispregiata non si fa del tutto annichilire e il corpo, in alcune situazioni, riafferma i suoi diritti attraverso comportamenti che sono nel segno dell’eccesso, come inevitabile reazione all’oblio cui dal sistema di pensiero e di potere dominante è condannato.

Per cui, di contro alle quaresime, allo stile di vita dei monaci odiatori di ogni agio mondano, ai flagellanti che incrudeliscono sul proprio corpo per espiarne le bassezze, spuntano le trasgressioni del carnevale, le tanto biasimate sregolatezze della gola e del sesso, l’utopia del paese della cuccagna, dove si gode la vita senza faticare. Il corpo dunque, nella mentalità del tempo, vive in realtà una oscillazione tra negazione ed esaltazione, eccitazione e rinuncia. E questa sorta di dualità attraversa tutte le forme dell’arte, in special modo quella letteraria.

Masaccio, La cacciata dal paradiso terrestre, Cappella Brancacci in S.Spirito, FirenzeLa poesia religiosa

Francesco d’Assisi, prima voce poetica in volgare, realizza la conciliazione tra materia e spirito celebrando serenamente tutto il creato, compreso “frate corpo” che, come ogni altra realtà vivente, “porta significazione” del Signore. Quando è assalito dalla malattia, Francesco, senza confliggere col suo straordinario misticismo, non disdegna di offrire al suo corpo dolente il sollievo di qualche cura perché esso è considerato un valore, sempre “da usare per fini spirituali ma non solo attraverso la sofferenza e il dolore” (Agrimi J., Crisciani C. Carità e assistenza nella storia della medicina medievale, 1993).

Diverso è l’atteggiamento del suo discepolo Jacopone da Todi, il cui rigido ascetismo gli fa osservare con orrore tutte le esperienze umane, e nel rifiuto totale della dimensione terrenaarriva a invocare da Dio le più tremende malattie per poter mortificare il proprio corpo, rendendolo visibilmente immondo e ripugnante. rappresenta con accenti drammatici l’immagine del corpo vilipeso. Nelle sue laude, con crudo realismo reso più aspro dal rude dialetto umbro, sferza implacabilmente ogni iniziativa dell’uomo perché malata all’origine, soggetta al dominio della realtà fisica, generatrice di vizi e peccati abominevoli. Nella laude “O Segnor per cortesia mandame la malsania”,

D’altra parte, alla negazione della dignità della materia si mescola una sorta di glorificazione derivata dal mistero dell’Incarnazione del figlio di Dio e dal dogma della Resurrezione dei corpi promessa da Cristo a tutti gli uomini, credenza inusitata nel mondo antico. Pertanto, sia nei riti della flagellazione, che nell’accettazione e invocazione delle sofferenze fisiche – e soprattutto nel fenomeno delle stigmate – si realizza una sorta di identificazione col corpo sofferente di Cristo e col suo “preziosissimo sangue”. Di questa fondamentale ambivalenza – dispregio, compassione, estasi – è in fondo intrisa la tragica sostanza della poesia di Jacopone.

Il corpo della donna

Intorno al 400 d.C. S. Agostino, vescovo di Ippona, nella “Città di Dio” parlava della fatica sostenuta dagli uomini di fede per non accrescere i pesi “di un corpo corruttibile che aggrava l’anima”. Era stato proprio Agostino, il pagano convertito al Cristianesimo dopo una vita gaudente, a interpretare nella Scrittura il peccato originale di disobbedienza e orgoglio come peccato sessuale, e questa forzatura ha contribuito a indirizzare la mentalità medievale verso la negazione della dignità del corpo, visto come veleno dell’anima, e la demonizzazione della donna come tentatrice, accrescendo il suo stato di drammatica inferiorità già sancito secoli prima autorevolmente da Aristotele.

Successivamente S.Tommaso, coevo di Dante, pur attenuando la teologia agostiniana per restituire valore a entrambi gli aspetti della creazione, materia e spirito, ribadisce la diversità della condizione della donna, considerata “pallido riflesso dell’uomo”.

Eppure nella stessa epoca la nascita del culto mariano, che esalta la figura di Maria come redentrice, contrapposta a quella di Eva, peccatrice e tentatrice, crea le premesse per una rivalutazione e persino nobilitazione della figura femminile. Questa svolta promuove nell’arte gotica, alla fine del 1200, l’attenzione per la bellezza fisica, partendo dal volto di Maria, riflesso della sua bellezza spirituale.

Gustavo  Dorè, Beatrice appare tra gli angeli , Purgatorio, canto 30L’eterea Beatrice

Per Dante, intellettuale comunale impegnato, durante il duro esilio, nel progetto etico-politico di riforma che risollevasse e potenziasse le capacità umane, la realtà in tutti gli aspetti anche fisici è degna di essere rappresentata. Le tre cantiche della Commedia brulicano di corpi, quali abbrutiti dalla colpa e dalla corrispondente pena, quali, nonostante i tormenti infernali, dignitosi e composti in virtù di qualità apprezzate dal poeta, quali carichi della ineffabile luminosità paradisiaca.

Ma la donna amata, Beatrice, nelle poesie che il poeta le dedica ancora prima della Commedia, è creatura eterea, apparizione celestiale tanto delicata quanto potentemente salvifica, il cui unico segno di appartenenza terrena è il saluto “gentile e onesto” che sconvolge coloro ai quali è diretto. Non ha corpo Beatrice nei versi stilnovistici, ma solo perché la realtà dello spirito comprende e supera, nobilitandola, la realtà della materia, e nella società mercantile quale Firenze sta diventando, ai giovani intellettuali e poeti occorre un blasone di aristocrazia morale che sia impareggiabile e li distingua dalla vecchia classe aristocratica e dalla massa. E questo proviene da una concezione dell’amore disincarnato, filosofico, sublime.

L’altra produzione, quella che accomuna in parte Dante ai poeti ‘comici’ del suo tempo, quale Cecco Angiolieri, racconta una storia diversa, di donne dai corpi veri, dal carattere aspro, allude a graduatorie di bellezza in base alle quali scegliere le compagne per la gita nel “vasel” con gli amici poeti. Sempre letteratura, ma ispirata a una concezione meno astratta e ideologica, più vicino alla realtà e ai bisogni della vita vissuta.

Il corpo di Laura

Nel terzo libro del “Secretum” Petrarca, nel dialogo immaginario con S. Agostino, sua coscienza cristiana, affronta direttamente il nodo inestricabile che ha caratterizzato tutta la sua esistenza di uomo e di intellettuale: il conflitto tra la passione per i beni terreni, amore e gloria, e quello per i valori eterni, celesti, che conducono direttamente a Dio.

Petrarca tenta di non cedere ai rimproveri del santo che vuole distoglierlo dall’interesse per il mondo, argomentando le sue ragioni anche in nome delle mascherature ideologiche dello Stil Novo che idealizzando l’amore lo rendeva veicolo per il Paradiso.

Cita i filosofi antichi, Platone, ma l’altro evoca Seneca, Cicerone, Virgilio.

Non c’ è soluzione a questo dissidio insanabile: Petrarca, nel difendere le sue “debolezze umane”, sa tuttavia che non portano gioie durature e la sua malattia, l’accidia, è il segno della coscienza del disvalore e della precarietà delle cose terrene. Eppure, non può e forse non vuole cambiare. Il corpo di Laura lo seduce irrimediabilmente, fonte di estasi e tortura, accennato con delicatezza infinita nelle rime del Canzoniere, ma pure presente ovunque, apparizione soave, angelica e a volte fredda, feroce, “la bella fera”.

E’ il passaggio tra due mondi, il Medio Evo e l’Umanesimo rinascimentale che Petrarca vive lacerandosi.

Subito dopo di lui Boccaccio, espressione di una società dinamica, concreta, dedita agli affari, non avrà scrupoli a rappresentare i corpi degli uomini e delle donne in tutti i loro bisogni ed espressioni, celebrando tanto il pudore quanto la sfrontatezza senza pregiudizi moralistici, godendo egli stesso della loro irresistibile e sana forza naturale.