Le associazioni, i movimenti, le singole personalità e persone che propugnano o sostengono i diritti degli omosessuali pensano che, tra le nazioni europee, l’Italia spicchi per l’arretratezza e la parzialità della legislazione in materia. In effetti, alzi la mano chi si ricorda che fine hanno fatto i Dico, acronimo di DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi. A quanto pare, il percorso parlamentare si è bloccato da due anni…(da treccani)
 


La prevalenza del gay

Le associazioni, i movimenti, le singole personalità e persone che propugnano o sostengono i diritti degli omosessuali pensano che, tra le nazioni europee, l’Italia spicchi per l’arretratezza e la parzialità della legislazione in materia. In effetti, alzi la mano chi si ricorda che fine hanno fatto i Dico, acronimo di DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi. A quanto pare, il percorso parlamentare si è bloccato da due anni.

Se prendiamo in esame solo una parte del tutto, ovvero i matrimoni tra persone dello stesso sesso, a fronte del fatto che, poco tempo fa, la Corte Costituzionale è stata chiamata a decidere sull’ammissibilità dei matrimoni tra omosessuali (il pronunciamento avverrà quando il presente scritto sarà già stato “chiuso”), dobbiamo pur tenere a mente che in numerose civili nazioni del mondo la faccenda è già risolta positivamente (Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Belgio, Spagna, Canada, Sudafrica, Svezia e sei Stati degli Usa). Da noi nemmeno sono entrate nel calendario delle commissioni parlamentari le 4 proposte di legge, presentate da Italia dei Valori e Radicali, che propongono una regolamentazione delle unioni civili. Anche i tentativi di parte governativa (o di settori della stessa) di intervenire in materia di unioni civili riconoscendo diritti agli omosessuali si sono arenati. A ricordarci che la questione della parità dei diritti (e dei doveri) tra le persone, a prescindere da differenze di sesso, censo, opinioni politiche, credo religioso ecc. entra in gioco anche quando si tratta di omosessuali, servono poco (se servono) le passerelle televisive di personaggi più (lo scrittore Aldo Busi) o meno (questo o quel partecipante a questo o quel reality show) famosi. Va meglio con certi film, come Mine vaganti (2010) di Ferzan Ozpetek, anche se gli amici dell’omosessuale interpretato da Riccardo Scamarcio sono, curiosamente e contraddittoriamente, leziose caricature di “frocetti” (http://www.minevaganti.net/). C’è poi la cronaca, naturalmente, con i suoi casi, che, se non sfociano nel dramma (i ragazzi aggrediti davanti al “Gay Village” a Roma nell’agosto del 2009 http://roma.corriere.it/roma/), sono troppo spesso ridotte a notiziole di costume a causa all’atteggiamento degli organi d’informazione: come nel caso recente della sentenza della Cassazione che condanna un vigile ingiurioso, per lettera, con un collega omosessuale, attaccato con l’epiteto di gay.

Ma si tratta di ingiuria?   Di là dal trattamento dei media, la sostanza della notizia c’è. La sentenza della Cassazione è precisa e vanifica il dubbio che potrebbe sorgere: ma se uno è gay e non ne fa mistero, perché mai dovrebbe essere considerato ingiurioso chiamarlo gay? Naturalmente, la parola gay in sé non è ingiuriosa, ma il fatto che il contesto in cui si colloca la carichi di una valenza chiaramente negativa finisce con il trasformarla in un’ingiuria. E il signor vigile scrivente, a quanto pare (http://www.repubblica.it/cronaca/), nel “contesto” ci andò giù pesante. Altra, immediata evidenza avrebbe avuto l’insulto se, anziché gay (attestato nell’italiano scritto dal 1959; nell’inglese d’America, dal 1933, inizialmente nello slang dei bassifondi e delle prigioni) o omosessuale (dal 1908; o magari omo,scorciamento attestato dal 1972, e l’ibrido angloitaliano omosex, sempre dal 1972), nella lettera al collega il vigile si fosse sbilanciato adoperando vocaboli marcati come i letterari pederasta (dal 1687) e sodomita (metà del XIII secolo), l’eufemistico invertito o gli epiteti dell’eloquio volgare finocchio (dal 1863), frocio (1914), re(o ri-)cchione Di là dal trattamento dei media, la sostanza della notizia c’è. La sentenza della Cassazione è precisa e vanifica il dubbio che potrebbe sorgere: ma se uno è gay e non ne fa mistero, perché mai dovrebbe essere considerato ingiurioso chiamarlo gay? Naturalmente, la parola gay in sé non è ingiuriosa, ma il fatto che il contesto in cui si colloca la carichi di una valenza chiaramente negativa finisce con il trasformarla in un’ingiuria. E il signor vigile scrivente, a quanto pare (http://www.repubblica.it/cronaca/), nel “contesto” ci andò giù pesante. Altra, immediata evidenza avrebbe avuto l’insulto se, anziché gay (attestato nell’italiano scritto dal 1959; nell’inglese d’America, dal 1933, inizialmente nello slang dei bassifondi e delle prigioni) o omosessuale (dal 1908; o magari omo,scorciamento attestato dal 1972, e l’ibrido angloitaliano omosex, sempre dal 1972), nella lettera al collega il vigile si fosse sbilanciato adoperando vocaboli marcati come i letterari pederasta (dal 1687) e sodomita (metà del XIII secolo), l’eufemistico invertito o gli epiteti dell’eloquio volgare finocchio (dal 1863), frocio (1914), re(o ri-)cchione (dal 1918) e via così, in viaggio per lo Stivale attraverso la rigogliosa foresta di forme di ambito regionale e derivazione dialettale.   Grappoli di parole   Gay, da quando ha attecchito in italiano, si è espanso nell’uso a scapito di omosessuale. È successo in contesti e usi non neutri, ma marcati dalla semantica militante dei movimenti e delle associazioni di omosessuali: per es. gay pride ‘orgoglio omosessuale’ e ‘festosa manifestazione di omosessuali in forma di sfilata pubblica’, dal 1994 in italiano. Ha preso piede, dando vita a binomi cristallizzati, nel linguaggio e nella cronaca di eventi e situazioni pubbliche, pubblicizzate e talvolta spettacolari, poiché tutto ciò che accade agli umani, oggi, se può diventare folclore mediatico, lo diventa: per es. gay street, gay-bar, etero-gay. È entrato perfino nella giocosa riscrittura derivativa, quasi affetta da glamour, di codici sentimentali, come nel caso del capostipite gayezza, dal 1982 in italiano, che, con allusività omofonica (e non omofobica), esplicita l’idea di una piena soddisfazione del sentirsi, oltre che dell’‘essere omosessuale’; per finire, forse, con gaytudine, del 2005. La vera vittoria di gay, almeno per il momento, si registra nella lingua dei media e tende a profilarsi anche nel linguaggio dell’uso.  Una questione di orgoglio   Una piccola notarella la merita gay pride. Mentre nel significato originario di ‘orgoglio omosessuale, dignità e fierezza dell’essere omosessuale’, ereditato dall’inglese agli inizi degli anni Novanta, gay pride e orgoglio gay (più che orgoglio omosessuale) si alternano nell’uso, sebbene tenda a prevalere nettamente il prestito integrale rispetto al semi-adattamento italianizzante, nel caso dell’accezione ‘manifestazione pubblica, in forma di sfilata, dell’orgoglio omosessuale’, Gay pride non ha rivali. In questo significato Gay pride è uno pseudo-anglicismo semantico, perché la lessicografia angloamericana «sembra confermare che il significato originario è quello relativo all’autostima e all’autoaffermazione degli omosessuali; l’identificazione con le sfilate è quindi tutta italiana» (C. Giovanardi-R. Gualdo, Inglese-Italiano 1 a 1, Manni editore, s.v. Gay pride-orgoglio gay). Come ‘orgoglio omosessuale’, abbiamo detto, gay pride sopravanza per quantità di occorrenze orgoglio gay, mentre l’inventiva dei giornalisti nostrani ha avuto modo di esprimersi anche in occasionalismi effimeri come omo-orgoglio, censito da G. Adamo e V. Della Valle nel loro dizionario Neologismi quotidiani (Olschki editore). Orgoglio gay va a inserirsi nella serie cospicua determinato+determinante di coppia gay, cinema gay, icona gay, scrittore gay, spettacolo gay – che si diffondono a partire dagli ultimi anni del Novecento. In queste coppie (grammaticali), gay acquista in italiano un pieno valore di aggettivo, come testimonia la definizione di gay nel Vocabolario Treccani on line. Il quale Vocabolario, se torniamo al punto, conferma che gay «è termine non connotato negativamente, e quindi preferito in alcuni contesti». Si pensi al citato film Mine vaganti: i personaggi interpretati da Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi quando, in modi e tempi e con interlocutori diversi, fanno coming out – dal 1994 in italiano; alla lettera “rendere pubblico” – dichiarano «Io sono gay» e non «Io sono omosessuale».   Silverio Novelli