La vacuità boriosa di Francesco Merlo / L’involuzione burocratica e culturale del Preside

presidi di facoltà e rettori delle università vengono eletti e sono a tempo e non vedo perché nelle scuole non dovrebbe avvenire la stessa cosa, se non per un assunto di minorità che andrebbe al più presto messo da parte.

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La vacuità boriosa del giornalista Francesco Merlo

di Emilio Sisi – 20 marzo 2015

Caro Valerio [Vagnoli], come non essere d’accordo con te? Anche chi non ti conosce può leggere nel tuo commento all’ignobile articolo di Merlo quanta passione e quanta professionalità ci siano nelle tue parole, uscendo dai luoghi comuni a cui l’ideologia ci ha abituato e non cessa di irrigare il suo campo. Chi ti conosce sa anche che il tuo operato da dirigente ha mostrato che, se rimane qualche piccola luce che filtra dai nostri edifici, è merito certo di qualche docente, ma soprattutto di persone come te. Persone che nel rispetto dei vincoli della legge sanno costruire quelle possibilità che sono l’unica garanzia per il futuro di questo disastrato paese. E dunque per questi ragazzi che accompagniamo con affetto da diversi decenni.

Rispetto alla vacuità boriosa del giornalista le tue parole mostrano in modo ologrammatico, attraverso esempi non fine a se stessi, cosa voglia dire fare il Dirigente di uno scuola oggi. E qui mi fermo, perché vorrei aggiungere qualcosa, che non piacerà a molti, ma che tu saprai comprendere, nel senso etimologico di questa parola. Sono abituato a fare i conti con la realtà, non per giocare al ribasso, ma al contrario per giocare a nuove sfide. È dalla realtà dunque che occorre partire. E la realtà mi dice che la scuola in Italia è socialmente considerata ben poco, il che si traduce in un valore sociale minimo; e questo riguarda le persone normali, piccoli e medi imprenditori, artigiani, operai, professionisti: quale sia la causa poco importa. Per chi va alla ricerca di colpe, è sempre colpa del Governo che poco investe e poco paga: io credo che gli stipendi dei docenti e dei dirigenti siano espressione del valore che la società italiana attribuisce alla scuola. Logica di mercato: per quel prodotto non sono disponibile a pagare di più. Non voglio negare le responsabilità del Governo e del Ministero, a cui spetterebbe il compito e la responsabilità di fornire regole chiare e farle rispettare, invece di deambulare: quando poi mi capita di leggere che lo stipendio di uno dei tanti dirigenti dell’USR Toscana è il 50% (!) più alto del mio, pur avendo 30 anni meno di me e non esser mai passato per la scuola, beh!, che dire?

Ma riprendiamo il senso del discorso. Tu scrivi: “Lungi da me fare il difensore d’ufficio, da preside, dei miei colleghi e di me stesso.” E hai ragione, ma non credo sia solo un problema di concorsi. Come scrissi tempo addietro, non possiamo esimerci dal fare i conti con i diversi filamenti che compongono la realtà della scuola. Quante volte i Dirigenti permettono che i Collegi siano assemblee sindacali? Quante volte fingono di non vedere i comportamenti illeciti di studenti, docenti, personale Ata? Quante volte subiscono l’arroganza di genitori non responsabili? Quante volte antepongono le proprie convinzioni personali e ideologiche ai cambiamenti introdotti dall’amministrazione? Quante volte confondono la qualità dell’offerta formativa con numeri che nulla vogliono dire?

Potrei continuare ologrammaticamente con esempi che individuano significato e direzione, cioè senso. Ma mi fermo. O mettiamo il dito nella piaga e la facciamo gemere per ripulirla, oppure il destino è segnato. Dirigere significa indicare un percorso, delineare un quadro strategico cui fare riferimento e sviluppare risorse umane, creare valore aggiunto: se leggo i Pof della maggior parte delle scuole secondarie superiore non trovo nulla di tutto questo e tantomeno negli interventi programmatici dei Dirigenti (di cui spesso non è pubblicato né il curriculum vitae né lo stipendio). In realtà la maggior parte dei ds si limita a gestire la quotidianità: il collegio, il piano annuale, il calendario delle riunioni, gli scrutini, i libri di testo, lo stage, le gite e infine i corsi di recupero. Nessuno scatto, nessuno scarto. Una parata di pratiche burocratiche, senza dimenticare di alzare i voti per non perdere iscritti ed evitando di essere troppo duri per non rovinare i ragazzi cattivelli. Diciamolo chiaramente: alla maggior parte dei dirigenti va bene così, chi per miopia culturale, chi perché plasmato dall’andazzo generale. E va bene anche lo stipendio, perché, insomma, è sempre più alto di quello dei docenti. E va bene lo status, perché si è chiamati a celebrazioni, commemorazioni, incontri con il meglio della società toscana, l’assessore della regione o della città metropolitana o la vicesindaco. E poi dirigente è una parola che innalza l’ego.

Nessuno tornerebbe a fare l’insegnante. Questo vuol dire che il mercato ha stabilito il prezzo, cioè il nostro valore. Valore socialmente utile, come diceva Marx. Non saranno certo gli scioperi, sul modello sindacale operaio, a cambiare le cose. Certo non è colpa dei dirigenti: è tutta la società che ha scelto che il merito è una cattiva parola e che bisogna essere comprensivi in tutto e per tutto (i lavoratori che rubano a Malpensa, gli studenti che estorcono o occupano, i ladri di appartamento o per strada, chi lavora al nero e gode della CIG…): in questo quadro la scuola è diventata sostanzialmente un Centro Sociale. E il Dirigente un semplice fratello maggiore nella Buona Famiglia della scuola, in cui tutti sono chiamati (perché lo vogliono) a svolgere il ruolo di psicologi, genitori, amici, poliziotti, giudici…E le leggi vengono interpretate.

Certo, altre sono le responsabilità principali, ma è la società che per ideologia o infingardaggine ha creato il terreno su cui pascoliamo: questo terreno non possiamo cambiarlo. Siamo capaci di approvare in Collegio una mozione contro la globalizzazione e non ci accorgiamo che brasiliani, indiani, cinesi, turchi … occupano spazi che erano nostri. Stop.

Concludo ricordando quanto ho detto in apertura: “Chi ti conosce sa anche che il tuo operato da Dirigente della scuola ha mostrato che, se rimane qualche piccola luce che filtra dai nostri edifici, è merito soprattutto di persone come te. Persone che nel rispetto dei vincoli della legge sanno costruire quelle possibilità che sono l’unica garanzia per il futuro di questo disastrato paese. E dunque per questi ragazzi che accompagniamo con affetto da diversi decenni.”.

Cordialmente,

Emilio Sisi

http://gruppodifirenze.blogspot.it/2015/03/risposta-francesco-merlo-sui-dirigenti.html

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L’involuzione burocratica e culturale della figura del capo d’istituto

di Paolo Francini – 21 marzo 2015

A me invece l’articolo di Merlo sembra andare piuttosto bene a segno. Al di là dei dettagli tecnici, Merlo mette bene a fuoco quella che è stata un’involuzione burocratica e culturale della figura del capo d’istituto. E la deriva “podestarile” della figura del d.s., in atto da anni e ora in rapida accentuazione. Il fatto che i d.s. abbiano questo carico di incombenze esagerato è di per sé una patologia. si affidano alla scuola compiti sociologicamente esagerati e di fatto infruttuosi, che si traducono in una proliferazione di incombenze amministrative e in un ruolo sempre più accresciuto dei dirigenti, anche per effetto dei tagli e accorpamenti selvaggi (“dimensionamento e razionalizzazione” dei “punti di erogazione del servizio”, alla faccia dell’autonomia). Per come la vedo io, la scuola non dovrebbe avere bisogno di dirigenti o di manager o di leader, una scuola che per funzionare ha bisogno di un dirigente gerarchico scelto dall’amministrazione non può essere una buona scuola.

A dirla tutta, l’istituto della dirigenza scolastica a me pare non abbia mai funzionato granché bene, e non ha prodotto rsultati complessivamente esaltanti, se non accentuare la gerarchizzazione, lo svuotamento degli organi collegiali, lo schiacciamento del ruolo dei docenti in posizione ossequiosa e conforme. E’ ben noto che quasi mai i d.s. vengono a trovarsi in minoranza. E’ noto che esiste una particolare fauna di docente che automaticamente e rapidamente si sintonizza inevitabilmente sulla lunghezza d’onda del d.s., in numero sufficiente ad evitare che il d.s. possa mai trovarsi in minoranza, e se la cosa accade è uso spiegare che la questione non può proprio essere messa ai voti, dunque si fa come dice il d.s. E’ anche ben noto che, di fatto, quasi sempre sono i d.s. a presiedere il Consiglio d’Istituto, con tanti saluti alla messinscena del genitore.

Riterrei preferibile alleggerirne notevolmente le funzioni, abrogare la dirigenza, rendere l’incarico di capo d’istituto elettivo e temporaneo (3 anni di incarico), senza però che il preside sia del tutto sollevato dall’insegnamento (solo un parziale esonero dalle attività didattiche). Dovrebbe trattarsi più di una sorta di coordinatore didattico, scelto e stimato dalla comunità scolastica, che non di un dirigente in senso amministrativo come è adesso. Che razza di autonomia è quella dove le scuole sono dirette da una figura scelta dall’amministrazione stessa? E tutte le incombenze impropriemente addossate ai d.s per effetto dell’autonomia dovrebbero semplicemente scomparire. La mitologia del preside manager e della leadership andrebbe demistificata e tutte le funzioni riportate su binari più collegiali e più aderenti ad uno spirito democratico, nelle forme opportune. Parlo quindi di una svolta a 180° rispetto alla direzione di sempre più forte accentuazione gerarchica e verticistica che si + voluta imporre alle scuole nell’ultimo quindicennio, con accelerazione parossistica nel ddl renziano.

Del resto presidi di facoltà e rettori delle università vengono eletti e sono a tempo, non mi risulta che siano nominati dall’amministrazione e non vedo perché nelle scuole non dovrebbe avvenire la stessa cosa, se non per un assunto di minorità che andrebbe al più presto messo da parte.

Paolo Francini

http://gruppodifirenze.blogspot.it/2015/03/risposta-francesco-merlo-sui-dirigenti.html

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Risposta a Francesco Merlo sui dirigenti scolastici

di Valerio Vagnoli – 17 marzo 2015

L’articolo di Francesco Merlo di sabato scorso sui maggiori poteri attribuiti ai presidi nella riforma della scuola fa pensare a certi atteggiamenti tipici di quei bulli che affrontano le vittime con il prepotente desiderio di umiliarle, per poi blandirle riconoscendo loro, alla fine, persino qualche pregio per meglio affiliarsele e renderle così succubi. Lungi da me fare il difensore d’ufficio, da preside, dei miei colleghi e di me stesso. D’altra parte, sono effettivamente indifendibili certi comportamenti truffaldini in occasione dei concorsi pubblici a dirigente scolastico. E non tutti, effettivamente, sono all’altezza del compito.

Tuttavia, dell’articolo di Merlo non mi piace il superficiale tentativo di rappresentare l’intera categoria dei presidi come inadatta a gestire ora e in futuro la scuola, in quanto priva di cultura manageriale; e lo fa con toni spesso sprezzanti e caricaturali. E se un’amica preside gli confessa di essersi dovuta accontentare di tablet di terz’ordine, anziché coglierne l’ottimismo della volontà, il vero grande patrimonio del mondo scolastico con il quale si fanno spesso miracoli, Merlo lo svilisce riducendolo a macchietta, come si capisce subito dall’iniziale citazione di Totò.

Se ne avesse avuto la curiosità e la volontà, avrebbe scoperto che il mestiere del preside è fatto di fatiche inaudite, che vedono gran parte di noi lavorare per 12-14 ore al giorno, mentre la domenica serve per sbrigare gli affari più delicati, quali le difese per il tribunale, le lettere di richiamo, le risposte ai genitori o agli enti locali o ancora agli organismi ministeriali, che spesso sono i primi a rendere impossibile il nostro lavoro. Lavoro che consiste nel gestire, organizzare, controllare centinaia di dipendenti, in genere un migliaio di studenti con rispettivi genitori; nel tenere i rapporti con gli enti locali, i ministeri e il mondo delle imprese; nel seguire i progetti europei e quant’altro oggi interessa la scuola, per non parlare dei problemi di comportamento che contraddistinguono molte classi, in cui si riflettono le carenze educative delle famiglie. E tocca al preside, sempre al preside, prendere contatti con i servizi sociali, con il tribunale dei minori, all’occorrenza con le forze di polizia, naturalmente facendo attenzione a non sbagliare  un nome o una virgola nelle sue relazioni, per non pagare caro, molto caro, l’errore o la svista.

Merlo – e dispiace che certo giornalismo si compiaccia e si consumi quasi del tutto nell’estetica barocco-dannunziana della scrittura – non si preoccupa di sapere che un gran numero di presidi deve gestire anche due scuole con numerosi plessi e con problemi resi ancora più gravi proprio dal non avere da anni, queste scuole, un loro dirigente di ruolo. E dall’amica dirigente il giornalista avrebbe potuto sapere che molti miei colleghi si trovano a gestire e ad essere responsabili in solido di milioni di euro, di migliaia di circolari, di migliaia di voti e di centinaia di scrutini. Se molti presidi riescono a venire a capo di tutto questo, si può sostenere che non abbiano nessuna capacità “manageriale”? E un bravo giornalista dovrebbe pur dire che stipendi così bassi, con responsabilità così elevate e da veri manager, sono indecorosi, soprattutto se paragonati a quelli di altri funzionari e dirigenti pubblici, che con minor responsabilità e molte meno incombenze, guadagnano molto, ma molto di più di un qualsiasi dirigente scolastico.

Valerio Vagnoli

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Il vecchio Preside di “Cuore” nella trappola della Buona Scuola / La missione del preside

di Francesco Merlo – la Repubblica – 14 marzo 2015 – pagg. 1 e 33

NELL’ITALIA degli Schettino e dei capetti improvvisati vogliono fare anche del preside un piccolo boss di paese. Senza insegnargli il comando, senza prepararlo alla leadership dell’azienda pubblica più delicata e più grande, senza formazione né stipendio da manager.
Gli danno infatti il potere e la responsabilità di assumere docenti per cooptazione e di premiare e punire il merito distribuendo danaro. E tutti capiscono che, solo per l’effetto annuncio, la famosa stanza del preside sta già diventando l’ufficio raccomandazioni e suppliche di quel proletariato intellettuale di cui parlava Salvemini. Questa è insomma la definitiva trasformazione della figura più bella della scuola italiana in un Soprastante che amministra la disperazione e l’irrilevanza sociale dell’insegnante meno pagato d’Europa che, al contrario dei suoi allievi, non ha i mezzi per comprarsi un computer né per abbonarsi alle riviste specialistiche come Studi italiani di filologia classica di Le Monnier, acquistare edizioni critiche di questo o di quell’altro testo greco, l’Oxoniensis per esempio o i libri della Fondazione Valla, e neppure i volumi con il testo a fronte della vecchia Utet, né può permettersi l’iPhone e il tablet che per il governo Renzi sono sicuramente più importanti della matita rossa e blu. Una mia amica preside a Roma mi segnala la marca scamuffa del tablet che la scuola ha potuto fornire ai suoi docenti: Archos (55 euro secondo il Trovaprezzi) che fa pendant con le polacchine “quattro stagioni” dell’Upim e con i maglioni dell’Oviesse.

Il “signor direttore” di De Amicis, che era il più bravo dei professori, una specie di primario di quel mondo rotondo e perfetto che formò l’identità italiana, diventa dunque il caporalato delle questue, degli incarichi comunque poveri, dei piccoli conforti, proprio come faceva Totò quando catalogava «il latore della presente» fregiandosi del titolo di presidente della Spa (Società parcheggiatori abusivi).

Si sta parlando infatti di un preside che può omaggiare con gratifiche sino a 500 euro l’anno il 5 per cento dei suoi docenti, ovvero uno su 20. Sono piccole mance che ribadiscono però la condizione di straccioni della cultura degli insegnanti italiani che sono pagati quanto le cameriere, vivono di espedienti, prolungano la propria adolescenza in famiglia sino ai trentacinque e ai quarant’anni, e diventano canuti restando precari in scuole che più che ai pollai evocati da Renzi somigliano alle piazze, ad agglomerati di umori giovanili ingovernabili.

Nell’immaginaria scuola dell’autonomia il preside già dal 2001 è pomposamente ribattezzato “dirigente scolastico” con l’idea nominalistica, che piacerebbe certamente agli antichi grammatici, secondo la quale c’è una magica corrispondenza tra il nome e la cosa. In realtà il preside oggi fa soprattutto il procacciatore di piccoli fondi europei (si chiamano “Pon” quelli per le zone disagiate) attraverso i progetti a finanziamento: trenta ore sulla prima guerra mondiale valgono 1500 euro lorde, quaranta sulla fotografia ne valgono 1400 euro, trenta sulla danza spagnola ne valgono 1500 ed è inutile dire che si tratta in genere di uno svilimento della scuola su argomenti più o meno forzati, qualche volta inventati. Insieme al segretario, che a sua volta è diventato intanto “direttore”, il preside dirige poi i tecnici e i bidelli, promossi a loro volta “collaboratori scolastici”. E sovrintende il collegio dei docenti per garantire, per esempio, che in Italiano si vada davvero dal Trecento a Camilleri. E assegna le cattedre sezione per sezione e classe per classe. Ma passa la gran parte del suo tempo ad accogliere le proteste dei genitori, che in tutta Italia sono sempre più conflittuali a difesa del “figlio nostro”, u figghiu miu, a creatura, il piccinin, er pischello, il toso, contro le prerogative istituzionali della scuola, contro la formazione del cittadino. Non può esserci riforma e buona scuola senza ridimensionare padri e madri che, dinanzi alla punizione del figlio, reagiscono da superbulli fabbricatori di bulli. Quasi mai i presidi riescono a farli arretrare, a convincerli a cedere il passo e consegnare il figlio all’insegnante e alla scuola.

Un tempo era riconosciuto il diritto alla punizione dello scolaro, si aveva fiducia nella qualità dell’insegnante, e anche gli aristocratici mandavano i figli a scuola con la convinzione di trovarvi un assemblaggio di strumenti, uomini e opportunità educative e formative che in casa, nonostante l’agio, non c’erano. La punizione, per esempio, di copiare cento volte una frase sul quaderno scolastico si chiamava “penso” ed era un’antica, cardinale istituzione della scuola che era fatta anche di compiti a casa, interrogazioni e rimproveri. Ricordo di avere scritto per cento volte su un quaderno nero «non dirò mai più “piccolo babbeo” al mio compagno Gulizia». E ricordo anche che mio padre, convocato a scuola, si mise a dare fin troppo ragione all’insegnante, accusandomi più di quanto non avesse fatto il professore, il quale, a un certo punto, fu costretto a difendere me da mio padre: «Non esageriamo, il ragazzo vale». E invece oggi i padri fanno ricorso al Tar anche per cinque insufficienze: in latino, greco, italiano, matematica e inglese. Persino per i 7 in condotta (ora si chiama voto disciplinare) le famiglie mandano a scuola gli avvocati.

E si capisce qui benissimo che nulla si può cambiare nella scuola italiana sino a quando non si restituisce agli insegnati l’antico decoro a partire dall’innalzamento dello stipendio a livelli di decenza europea. Non è trasformando i presidi in tanti malpagati e frustrati dottor Orimbelli, il capufficio che sbeffeggia Fracchia, che si può restituire credito sociale, appeal, fascino e autorevolezza a una professione irresponsabilmente degradata. Tanto più che la riforma della buona scuola pretende che per meno di mille e cinquecento euro al mese il docente maltrattato non solo si occupi di aoristi e della scansione dei trimetri giambici, ma anche di educazione alla salute, legalità, educazione stradale, computer, lotta al bullismo, arte, musica, diritto, economia, e magari insegni pure a offrire il braccio alla vecchietta che attraversa la strada, a rispettare i diversi, ad apprezzare il progresso, a formare insomma la piccola vedetta democratica di un borgo felice.

E che l’idea del preside-sceriffo sia improvvisazione si capisce dando un’occhiata ai brogli, alle irregolarità e alle inadeguatezze dei concorsi a preside. Ne sono stai annullati tantissimi: in Molise, in Abruzzo, in Toscana. E nell’ultimo concorso in Sicilia la commissione non solo corresse 1400 compiti, di dieci pagine ciascuno, in meno di tre ore, ma promosse un testo dov’era scritto: «Ciò induce il dirigente ha (sic) ricercare accordi». E nessuno si accorse di quel candidato che aveva scritto “ledership”. Il concorso fu annullato ma i trecento promossi furono salvati da una legge nazionale. Sono ancora presidi. E presto saranno clientela, baronato dei poveri, anche loro, come Totò, presidenti di una Spa.

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=3MQN54&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

 

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