Spesso quando proponi in brutto voto, o anche semplicemente un programma che prevede un serio lavoro in classe, arriva sempre il collega o il dirigente che ti cita don Milani, facendoti passare per la professoressa cattiva a cui lui indirizzava lettere.

Lasciatevelo dire: don Milani in questa scuola qua prenderebbe a calci molti docenti e dirigenti, e credo anche molti alunni.

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L’appello dei docenti universitari per l’insegnamento della grammatica e il problema della coscienza senza la i

di Mariangela Galatea Vaglio – 5 febbraio 2017

C’era una volta una filastrocca di Gianni Rodari che raccontava la storia di un signore con grossi problemi etici e morali perché aveva un “coscenza”. Una “coscenza” scritta senza i, come invece dovrebbe essere, e per questo la coscienza non funzionava a dovere.

Rodari è sempre stato un autore sottovalutato, perché, con decenni di anticipo, aveva già intuito quello che oggi, in pompa magna e con pubblico appello, 600 docenti universitari fanno notare rispetto alla scuola: cioè che i ragazzi che arrivano da loro, e quindi diplomati ed adulti, non sono in grado di scrivere un testo corretto, fanno errori gravissimi di sintassi e di lessico e, per dirla in tono meno paludato ma molto concreto, spesso non riescono a capire nulla o quasi dei testi che dovrebbero studiare.

I professori universitari arrivano da buoni ultimi, perché ormai l’onda lunga ha travolto anche loro. Sono giunti ai loro corsi quei ragazzi che noi, nei gradini inferiori dell’istruzione, vediamo ogni santo anno. Ragazzi, sia ben chiaro, non stupidi, o limitati per qualche problema neurologico, e spesso nemmeno figli di famiglie in particolare difficoltà economica e sociale, ma che non sono in grado di usare con una competenza minima l’italiano. E per competenza minima intendo dire formulare una frase di tre righe con soggetto e predicato coerenti, o scrivere un testo senza orripilanti errori di ortografia che un tempo non avrebbero consentito di superare una terza elementare.

Ora, sinceramente, a me andare ad indagare di chi sia la colpa pare ormai un esercizio stucchevole, perché poi le colpe sono tante e assai distribuite. La “vecchia scuola” con maestre severe ed impassibili e professori arcigni, che talvolta viene presentata come un eden che partoriva geni, diciamolo chiaramente, non è mai esistita. Un tempo esisteva una scuola profondamente classista in cui arrivavano all’università non “i migliori”, ma quelli che fortunate circostanze (famiglie benestanti o anche povere ma capaci di appoggiare i figli nello studio e ragazzi curiosi, disposti e allenati a studiare) riuscivano a superare le selezioni cervellotiche e spesso prive di senso di un sistema chiuso e ottuso.

Il “vecchio sistema” funzionava perché faceva milioni di incolpevoli vittime, spesso molto intelligenti: perché il figlio dell’operaio o del fornaio, il ragazzino con problemi di memorizzazione o di autismo, chi aveva qualche handicap fisico, mentale o anche solo economico veniva falciato subito e senza pietà. I ragazzini con problemi (e non parliamo poi delle ragazzine) non superavano nemmeno la quinta elementare, e comunque veniva dato per scontato che, se decidevano di proseguire gli studi, venissero avviati al lavoro quanto prima, senza che nessuno si curasse di sviluppare la loro intelligenza e le loro particolari doti.

Ai livelli superiori di istruzione arrivavano solo gli altri, quelli che allora venivano definiti “normali”, e invece sarebbe più corretto indicare come “fortunati”. Anche se non particolarmente geniali, imparare in ambienti in cui ogni possibile altra fonte di disturbo e di “rallentamento” era eliminata a prescindere consentiva loro di essere più concentrati. Anche per i docenti era più facile. Se oggi facciamo abitualmente lezione in classi di venticinque o trenta alunni in cui almeno quattro o cinque avrebbero bisogno di sostegno e aiuto e magari non ce l’hanno, gli alunni di un tempo avevano insegnanti magari anche più scarsi, ma molto più rilassati e presenti, e classi più piccole in cui per giunta le famiglie inculcavano il rispetto per l’autorità e per i docenti a prescindere, sicché non facevano nemmeno particolare fatica a dare ordini ed a vederli eseguire senza un fiato e senza una contestazione.

Oggi non è più così, e secondo me, chiariamo subito, è un gran bene. Quel sistema era un grandissimo spreco di intelligenza. Quella degli alunni particolari, che non potevano sviluppare la propria, ma anche quella dei docenti, che spesso erano ridotti ad ingessati carabinieri o sacerdoti di un sapere stantio e immutabile, poco a contatto con la realtà.

Però la scuola oggi di realtà è in overdose. Spesso siamo l’unico presidio dello Stato sociale sul territorio, l’unica reale interfaccia con le famiglie. Il che vuol dire che si chiede alla scuola di risolvere o alleviare problemi che non sono in fondo suoi. Il ragazzo ha guai a casa, è a disagio con i genitori, problemi di salute o economici? La scuola deve intervenire e risolvere, spesso senza averne nemmeno gli strumenti o i fondi per farlo. E così, per evitargli traumi, o per scampare a ricorsi legali da parte di genitori inferociti per una bocciatura o anche solo per un brutto voto, lo fa come può. Gli obiettivi minimi, che dovrebbero essere applicati solo a ragazzi con problemi particolari e riconosciuti, vengono applicati a tutti. Non studia nulla? Pazienza, avrà qualche problema di memorizzazione, non chiediamogli i verbi o di riconoscere i complementi, per carità. Non sa scrivere una parola senza errori? Eh, professoressa, ma non si fissi su questi particolari, si correggerà con il tempo, mica può abbassagli l’autostima. Vuole dargli quattro perché non fa nulla in classe? Suvvia, non si può, è troppo punitivo.

Spesso quando proponi in brutto voto, o anche semplicemente un programma che prevede un serio lavoro in classe, arriva sempre il collega o il dirigente che ti cita don Milani, facendoti passare per la professoressa cattiva a cui lui indirizzava lettere. Lasciatevelo dire: don Milani in questa scuola qua prenderebbe a calci molti docenti e dirigenti, e credo anche molti alunni.

Don Milani non ha mai detto che la soluzione per i problemi dei poveri fosse dare loro dei bei voti: diceva che la soluzione era dare loro una istruzione valida come quella dei ricchi. Noi, in Italia, abbiamo scelto la strada più comoda: abbiamo dato una istruzione abborracciata a tutti. Oggi il figlio del medico e dell’operaio non sanno entrambi, spesso, scrivere correttamente neppure il loro nome senza errori di ortografia. Sono uguali, ma non è un gran risultato.

Se i docenti universitari se ne accorgono adesso è perché da loro arrivava da sempre la cosiddetta “crema” della società, i giovani intelligenti che vogliono una laurea e hanno alle spalle famiglie che consentono loro di proseguire gli studi. Ora si rendono però conto, i docenti universitari, che pure questi che sono “i migliori” non sanno scrivere un testo, non sanno riassumerlo, fanno errori di ortografia e sintassi nonostante i buoni voti conseguiti nei licei e nelle scuole di provenienza.

L’Italia è restata una nazione profondamente classista, in cui va avanti quasi sempre chi è già fortunato. Ma se una volta chi era fortunato riusciva però ad avere una istruzione seria, oggi persino lui manca delle basi per andare avanti. Figuriamoci come può farlo chi per giunta si trova a partire con un handicap o un problema.

Sì, hanno ragione i professori universitari, che bisogna tornare a fare i dettati, e i riassunti, e le prove di grammatica, e tartassarli perché imparino i verbi. Ma dirò loro di più. Non basta. Non basta tornare ai vecchi programmi per recuperare gli alunni, perché i vecchi programmi non garantiscono quello che dovrebbe essere il compito fondamentale della scuola, e cioè una società più giusta. Bisogna tornare a fare i dettati ma anche in ogni classe andare a recuperare ad uno ad uno quelli che non ce la fanno. Non regalando loro dei voti inutili per far finta che i loro problemi non ci siano, ma seguendoli e tampinandoli per permettere loro di risolverli, quei maledetti problemi, e di imparare davvero. Non consentire loro di essere pigri, non consentire loro di venire su faciloni, perché la vita non consentirà loro di essere questo, e noi dobbiamo prepararli e corazzarli ad affrontare il mondo.

Per questo non basta un docente che faccia il missionario e il martire, o uno “vecchia maniera” che si atteggi a cerbero punitore. È necessario che il sistema si interroghi su ciò che serve e ciò che vuole, e spenda soldi per rinnovarsi, non, come fa oggi, buttando via quattrini spesso a caso, seguendo mode o manie che poco hanno a che fare con la didattica e molto con il marketing e l’immagine esteriore.

Ricominciamo a farli studiare davvero, a scrivere correttamente, a leggere. E il ministero e le famiglie decidano seriamente di appoggiarci in questo, senza cercare continuamente alibi e scappatoie. Non importa se i nostri alunni dicono che è difficile e sono recalcitranti, perché rendere possibili per loro le cose difficili è il nostro compito di docenti. Non crediamo che non insegnare loro le piccole cose li salvi dal dover affrontare poi le grandi.

Se vogliamo che un giorno siano cittadini a pieno titolo, caspita, devono avere una coscienza che funziona. E funziona solo ed esclusivamente se sanno come si scrive in modo corretto: mettendo al posto giusto la i.

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