“Le troiane” a Catania, un dolente canto di femmine migranti

Rileggere i classici (da Omero ad Euripide) in un continuo, incessante dialogo col presente. Non per attualizzarli, a dire il vero pericolosa tentazione, ma per mostrarne il loro messaggio eterno.

Nicola Alberto Orofino (coadiuvato per le scene da  Vincenzo La Mendola, assistente alla regia Gabriella Caltabiano) con le sue Troiane. Canto di femmine migranti, andato in scena nei suggestivi ambulacri del Teatro greco romano di Catania l’1 e il 2 settembre, ha firmato così una regia come sempre coraggiosa, facendo degli attori puro corpo e voce incastonati nelle suggestive nicchie trasudanti antichissime emozioni.

Sette monologhi struggenti, affidati a sette bravissimi performers, lì senza palcoscenico, abbattuta la quarta parete, in un desiderio di intimo colloquio con gli spettatori. Talvolta la parete divisoria sono state delle sbarre, grande metafora della prigionia di guerra, delle vicissitudini che inevitabilmente toccano ai vinti, le troiane di un tempo e gli sconfitti di sempre.

Eppure l’aspetto più pregevole della pièce è stato proprio nel trasportare lo spettatore, a tratti visibilmente commosso, tanto forte è lo straziante grido delle donne disperate, in una antichissima storia di millenni fa, senza snaturarla nei suoi tratti fondamentali: basti pensare al giusto rilievo che il regista ha dato all’intervento degli Dei nelle vicende dell’Iliade e nella distruzione di Troia, con la simpaticissima performance iniziale degli dei Poseidone e Atena, godibilmente interpretati da Marta Cirello.

Abbiamo assistito dunque a una lettura filologicamente corretta delle opere, senza devianti attualizzazioni molto diffuse al giorno d’oggi e che sempre lasciano il tempo che trovano.

Un grumo di dolore e rabbia ha animato corpo e voci della sempre incisiva Luana Toscano nei panni di Andromaca, una madre dolente di cui resta, nelle menti e nelle orecchie degli spettatori, la maledizione “Crepa!” alla volta di Elena, della intensa Egle Doria, nelle vesti di una ieratica Ecuba, che svela via via il suo tormento di regina senza ormai figli e figlie, della dolce Valeria La Bua, una Criseide delicata tanto quanto è rozzo e volgare il mondo maschile che la circonda, e la splendida Alessandra Barbagallo che è stata una Cassandra più infelice che mai.

Multiforme ed eclettica Lucia Portale che è passata con maestria dai panni del becero Menelao a quelli di una sensuale Elena a giudizio di fronte ad Ecuba.

Ha chiuso in bellezza lo spettacolo il grande e convincente Silvio Laviano, con l’evento finale, in cui terrore ed eccitazione sono le sensazioni che solo il fuoco, che tutto divora, può dare, offrendo un significativo ricordo del secondo libro dell’Eneide.

Parlare intensamente di guerra, emigrazione, sconfitta, povertà, perdita di affetti e averi, voglia di ricominciare.  C’era proprio bisogno, oggi più che mai, di questo bello spettacolo che invita alla riflessione e alla compassione.

Silvana La Porta

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