L’Italia fuori dalla classifica delle regioni competitive, la Sicilia al 235esimo posto…(da agrigento notizie)

 

“Non funzionano le istituzioni regionali e locali, non funzionano i servizi, la burocrazia, sempre più padrona dell’Isola, blocca ogni iniziativa, ivi compreso l’utilizzo dei fondi europei” denuncia il sindaco di Agrigento, Marco Zambut

 

 

 

(foto archivio)
(foto archivio)

 

La Commissione europea ha pubblicato l’indice 2013 sulle regioni più competitive d’Europa che vede la Sicilia piazzata al 235esimo posto su un totale di 262.

Tre sono i principali gruppi di indagine, che vanno da ciò che viene considerato basilare per il funzionamento di un’economia (qualità delle istituzioni; stabilità macroeconomica; infrastrutture; sistema sanitario; qualità dell’istruzione) all’efficienza (qualità delle università e dell’apprendimento permanente; efficienza del mercato del lavoro; dimensioni di mercato), all’innovazione (livello tecnologico; innovazione).

Ma l’Italia in generale non esce molto bene dall’inchiesta: per trovare la prima regione italiana in classifica, la Lombardia, è necessario scorrere fino al 128esimo posto. Questa è però la regione che presenta la peggior performance nel Belpaese se si considera che nel 2010 era al 98esimo posto e che ha quindi perso ben 30 posizioni.

 

 

 

“L’indice – ha affermato il sindaco Marco Zambuto – rischia di ‘spezzare’ ogni speranza di ripresa per la Sicilia. È vero, l’Italia negli ultimi vent’anni non è più cresciuta, è diventata sempre più vecchia e arretrata, ma la Sicilia è tra le ultime in assoluto, relegata a fare compagnia solo alle regioni povere della Bulgaria, della Romania e della Grecia. Lo studio, pubblicato dalla Commissione, si fonda su tre campi d’indagine quali la qualità delle istituzioni, la stabilità macro-economica, le infrastrutture, il sistema sanitario, la qualità dell’istruzione, l’efficienza delle università e dell’approfondimento permanente, l’innovazione a livello tecnico-logico in una prospettiva di competitività, modernità ed efficienza. Tra tutti questi indicatori la Sicilia resta sempre in coda, vecchia ed ingessata. Non funzionano le istituzioni regionali e locali, non funzionano i servizi, la burocrazia, sempre più padrona dell’Isola, blocca ogni iniziativa, ivi compreso l’utilizzo dei fondi europei; le clientele e l’apparato ‘consulentizio’ restano pressoché intatti. Del fallimento degli Ato (idrico e rifiuti) tutti ne hanno preso coscienza. Solo la Regione, imbarcatasi in mille inutili discussioni, stenta a trovare una via d’uscita, per cui il sistema dei rifiuti resta, tra una proroga e l’altra, nelle mani degli aboliti Ato e l’acqua, pubblicizzata a parole, resta nelle mani delle lobby affaristiche del settore che continuano a lucrare utili. Tali servizi essenziali, sottratti ai comuni per fini affaristici e clientelari, continuano a torturare le famiglie con bollette esose a fronte di servizi carenti. Un solo esempio: importanti progetti di grandi opere infrastrutturali (vedi, una per tutte, la nuova rete idrica della città di Agrigento e del suo sistema di depurazione delle acque nere) già finanziati restano fermi nei meandri di comitati, commissioni tecniche e conferenze di servizio, con il rischio di perdere le somme. In queste condizioni e con tutti questi intrecci spesso perversi e paralegali la Sicilia resta ferma e paralizzata, mentre l’Ars, incapace di ridurre drasticamente i costi della politica, si esercita in discussioni improduttive sull’acqua pubblica, la raccolta differenziata e, soprattutto, sulla distribuzione a pioggia dei milioni previsti per la famigerata tabella H. Potremmo continuare all’infinito ad elencare lentezze, disfunzioni, intrecci perversi tra spesa pubblica e clientele politiche. Una cosa resta però certa ed inconfutabile: la Regione così come è strutturata ed organizzata non aiuta le comunità locali a crescere anzi rappresenta un freno ad ogni iniziativa ed una strozzatura inaccettabile e insopportabile. Il presidente Crocetta ha vinto per cambiare le cose e tanti sindaci come me lo abbiamo sostenuto per tale progetto di cambiamento. Resta chiaro però che non aspetteremo inoperosi che il prossimo indice della Commissione sulla competitività delle regioni europee vada ad accertare per la Sicilia un ulteriore regresso verso l’ultimo posto: sarebbe un default mortale. Perciò occorre mettere su un organismo di base capace di proporre, vigilare, ridare speranza e futuro ai giovani siciliani.  I sindaci dei nove capoluoghi, con quelli dei grandi centri dell’Isola, potrebbero svolgere tale importante ruolo”.