Attualizzare gli immortali miti classici per affrontare tematiche contemporanee, nella arcana consapevolezza che essi parlano all’anima ancestrale dell’uomo…

E’ stato questo l’assunto dell’originale atto unico “L’ombra di Euridice” di Mario Giorgio La Rosa andato in scena, per la rassegna di nuova drammaturgia Altrove del Teatro Stabile, giovedì 7 giugno al Castello Ursino di Catania, con repliche fino al 10 e poi dal 15 al 17. Uno spettacolo commovente, nettamente suddiviso in due parti, una di matrice tragica classica e l’altra tragicamente contemporanea, da una cesura drammatica, l’attimo in cui Orfeo, seppur aiutato da Ermes, un convincente Filippo Brazzaventre,  perde Euridice la cui vita si spezza irrimediabilmente.

E così, mentre sembra di assistere alla solita vicenda ben nota,  qualcosa mette in allarme lo spettatore ancora inconsapevole: per esempio lo scarso accenno alla magia del canto di Orfeo, al suo commuovere le anime dei morti e degli stessi Plutone e Proserpina, interpretata con fierezza orgogliosa dalla brava Liliana Randi. La pièce rivela dunque, da piccoli segnali inquietanti, come il gioco di ombre proiettate e la voce fuori campo prestata da Giovanni Anfuso, la promessa di una svolta imprevista: non è di Orfeo innamorato e di Euridice pronta a riveder la luce che si sta narrando, ma di ben altro.

E cioè di una donna gravemente malata, la moglie di un tale Orfei, alter ego di Orfeo, che si svela, nella doppia icastica interpretazione di Angelo D’Agosta, un uomo ossessionato da un gesto fatale e per lui inevitabile: sopprimere la donna amata perché non soffra più e perderla per sempre. Si chiama eutanasia ed è l’eterno dilemma sul fine vita, su cui il regista ha costruito uno spettacolo che davvero trasmette emozioni pure.

Giovanna Mangiù, efficace nel ruolo di una dolente, ma decisa Euridice, alla fine decide la partita, forse perché, come suggestivamente si può supporre, non ha alcuna voglia di affrontare nuovamente la vita, dopo aver fatto la triste fatica di morire: in un atto d’amore supremo risospinge il marito devoto verso la vita, spegnendosi nell’oblio.

Una storia che è profondamente nostra ci ha proposto, dunque, questa bella pièce. Perché i miti parlano di noi e a noi, ci propongono una nebulosa di spiegazioni, ci lasciano liberi di interpretare e di interrogarci. Anche sul drammatico problema dell’eutanasia, di quel sottile discrimine tra la vita e la morte di cui cerchiamo ancora di capire, tra mille dilemmi morali, chi deve decidere.

Silvana La Porta