Ci sono i dirigenti scolastici che, sobbarcati di oneri con la riforma della Buona scuola, si sono messi di traverso proprio sull’attuazione della riforma pretendendo l’equiparazione agli altri dirigenti pubblici: aumentare la parte fissa agli 8 mila presidi costa 95 milioni. Forse 100.

[95.000.000 : 8.000 = 11.875. quasi + 1.000 euro al mese?! niente male! o i calcoli sono sbagliati?]

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Contratto, è caccia alle risorse ma anche la normativa è un rebus

Cgil, Cisl, Uil e Snals hanno avviato la mobilitazione

di Marco Nobilio – ItaliaOggi – 10 ottobre 2017

Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in legge di bilancio per adeguare le loro retribuzioni». Lo ha detto Valeria Fedeli, ministra dell’istruzione, in una nota diffusa il 6 ottobre scorso in occasione della giornata mondiale dell’insegnante. Dunque, i soldi per il rinnovo del contratto di lavoro dei docenti ed personale Ata ancora non ci sono. Ma anche se fossero stati trovati, sarebbero comunque insufficienti per recuperare la perdita salariale che si è accumulata per effetto del blocco della contrattazione collettiva ormai ferma dal 2009.

Secondo quanto risulta a Italia Oggi la perdita del potere di acquisito delle retribuzioni dal 2009 ad oggi si aggirerebbe intorno al 15%. Mediamente: dai 150 ai 250 euro netti in meno in busta paga. Mentre, secondo l’accordo sul pubblico impiego del 30 novembre scorso, il governo si sarebbe impegnato a garantire un aumento medio lordo di 85 euro. Dei quali giungerebbero in busta paga meno della metà, secondo i calcoli della Gilda degli insegnanti. Dagli 85 euro si sottrae la parte di oneri previdenziali a carico dello stato, ovvero il 24%. Dopo questa operazione la cifra diventa di euro 64,6. Si debbono poi sottrarre gli oneri previdenziali a carico del dipendente: 11%, e la cifra diventa 57,5 euro. Restano infine le imposte, tra nazionale, comunale e regionale siamo attorno al 30%. «A questo punto», conclude il coordinatore di Gilda, Rino Di Meglio, «gli 85 euro sono diventati 40, centesimo in più o meno».

Le rassicurazione della ministra dell’istruzione non convincono nemmeno Cgil, Cisl, Uil e Snals che, in un comunicato congiunto, fanno sapere che «ad oggi, nessun atto di indirizzo sia stato inviato all’Aran». E la firma dell’intesa con il governo che si impegnava al rinnovo è datata 30 novembre 2016. Per protestare hanno varato una serie di proteste che culmineranno con la manifestazione del 18 novembre a Barbiana. Per Cgil, Cisl, Uil e Snals, «occorre dare risposte convincenti all’emergenza stipendiale che colpisce tutto il personale della scuola».

Il governo, incalza il numero uno della Flc-Cgil, Francesco Sinopoli, «non dimentichi come ha votato la scuola al referendum». Sul piatto anche i fondi dei bonus per il merito, «vanno tolti dalla legge e assegnati al tavolo contrattuale», sottolinea il segretario della Uil scuola, Pino Turi. Chiede chiarezza anche Elvira Serafini, segretario generale Snals-Confsal: «Serve una risposta vera e senza inganno». Ma la strada è tutta in salita.

Sebbene la questione centrale resti quella degli incrementi retributivi, c’è anche un’altra questione di non poco conto che le parti dovranno affrontare al tavolo negoziale: la inderogabilità delle norme di legge da parte della contrattazione collettiva. Nell’accordo del 30 novembre il governo si era impegnato a ripristinare la supremazia del contratto rispetto alla legge. Ma ciò è avvenuto solo in parte. Prima dell’avvento del decreto Brunetta, infatti, la contrattazione collettiva poteva derogare tutte le norme di legge che regolassero questioni afferenti i diritti e i doveri dei lavoratori della scuola. Tale facoltà è stata cancellata dalla legge 15/2009 e dal decreto 150/2009 (il cosiddetto decreto Brunetta). E dopo l’accordo del 30 novembre i sindacati si aspettavano dal governo un colpo di spugna che equiparasse nuovamente il settore pubblico a quello privato. Ma così non è stato.

Il decreto Madia ha effettivamente previsto nuovamente la possibilità di derogare le norme di legge con i contratti. Ma ciò riguarda solo le assenze tipiche. Perché «nelle materie relative alle sanzioni disciplinari, alla valutazione delle prestazioni ai fini della corresponsione del trattamento accessorio, della mobilità, la contrattazione collettiva è consentita nei limiti previsti dalle norme di legge». In materia di sanzioni disciplinari, dunque, le parti potranno solo modificare la disciplina sostanziale delle sanzioni. E cioè il collegamento tra il catalogo delle sanzioni e i comportamenti antidoverosi a cui debbano applicarsi.

Senza toccare in alcun modo le regole del procedimento disciplinare e quelle relative alle impugnazioni. E non potranno nemmeno introdurre vincoli alla discrezionalità dei dirigenti ai fini delle dazioni conseguenti alla valutazione. Idem per quanto riguarda ambiti e chiamata diretta, materie introdotte dalla legge 107/2015 e direttamente collegate alla mobilità, che non potranno essere modificate dalla contrattazione collettiva. E infine c’è anche l’incognita dei maggiori costi collegati alla necessità di rimuovere le disparità di trattamento tra personale di ruolo e non di ruolo in materia di assenze e permessi e, soprattutto, in materia di riconoscimento dell’anzianità di servizio ai fini delle retribuzioni. Necessità che discende direttamente dalla normativa europea.

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/contratto-e-caccia-alle-risorse-ma-anche-la-normativa-e-un-rebus.flc

http://www.italiaoggi.it/giornali/preview_giornali.asp?id=2215938&codiciTestate=&sez=hgiornali

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=7528VX&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

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Manovra, la Fedeli batte cassa

Le misure all’esame di Palazzo Chigi per la legge di Bilancio. In testa, i salari dei prof

di Alessandra Ricciardi – ItaliaOggi – 10 ottobre 2017

Ci sono i dirigenti scolastici che, sobbarcati di oneri con la riforma della Buona scuola, si sono messi di traverso proprio sull’attuazione della riforma pretendendo l’equiparazione agli altri dirigenti pubblici: aumentare la parte fissa agli 8 mila presidi costa 95 milioni. Forse 100. Ci sono poi i docenti, che chiedono di poter continuare ad avere il bonus degli 80 euro anche se nella fascia a rischio, quella del reddito tra i 24 mila e i 26 mila euro annui, che potrebbe perderlo con gli 85 euro di aumento medio mensile promessi dal governo Renzi con il prossimo rinnovo del contratto.

E qi il costo complessivo della parte rimanente degli 85 euro (che è ancora da finanziare) e del bonus dipende anche dai conteggi delle retribuzioni dei precari. Stima circa 700 milioni di euro. La soluzione per consentire la convivenza delle due misure sarà di tipo fiscale e si applicherà a tutto il pubblico impiego. Il pacchetto delle misure predisposto dalla ministra Valeria Fedeli in vista della prossima legge di bilancio è stata inviato a Palazzo Chigi. Vi figura anche lo sblocco degli scatti per i professori universitari, la richiesta di assunzione per 1.500 ricercatori, nuove assunzioni per il ministero stesso, circa 500.

C’è poi il personale ausiliario, tecnico e amministrativo delle scuole: per loro il nodo di nuove assunzioni, almeno 6 mila in più rispetto al turnover, e il ripristino delle supplenze brevi eliminate dal governo di Mario Monti. Per gli Its, gli istituti tecnici e superiori, un fondo di 14 milioni per far raddoppiare gli studenti dei corsi, oggi 8mila, visti i brillanti risultati: 81% di occupati a un anno dal diploma. Questo capitolo però potrebbe andare sull’Industria 4.0, e dunque sul bilancio del ministero dello sviluppo economico. Ci sono poi altri titoli che potrebbero però finire negli emendamenti parlamentari di maggioranza: organico del potenziamento anche sulla scuola dell’infanzia, stabilizzare una quota delle supplenze in deroga sul sostegno.

Il capitolo più impegnativo riguarda quello contrattuale. I sindacati chiedono che la Fedeli sia coerente con quanto affermato sulle basse retribuzioni dei docenti e che dunque metta mano al portafogli con aumenti ad hoc. Se un docente di scuola media a metà carriera ha un cedolino di 30 mila euro lordi, la media Ue è di 36 mila, che sale a 44 mila a fine carriera contro i 37 mila dell’Italia. L’obiettivo è avere più soldi sulla parte fissa, ma anche su quella variabile, riportando a contrattazione il bonus per l’aggiornamento professionale e quello per il merito a favore dell’avvio di un nuovo sistema di welfare. Si tratterebbe però di definanziare due capitoli importanti della riforma della Buona scuola, una mossa dalle evidenti ricadute politiche che è arduo per il governo di Paolo Gentiloni portare avanti.

Dalla formalizzazione della legge di bilancio dipende anche l’invio dell’atto di indirizzo per l’aperture delle trattative. Cgil, Cisl, Uil e Confsal hanno deciso di giocare di anticipo e di andare comunque a una fase di mobilitazione per chiedere che la direttiva all’Aran ci sia subito, visto che l’accordo sullo sblocco dei contratti, fermi da nove anni, risale a quasi un anno fa. Ma è evidente che fino a quando non sarà trovata la quadra sulla manovra, dal ministero dell’economia non giungerà nessuna autorizzazione ad aprire tavoli contrattuali. E non è solo una questione economica. Anche sulla ricontrattualizzazione dell’organizzazione del rapporto di lavoro, a cui apre la riforma Madia, ci sono da soppesare ambiti di applicazione ed effetti. Non solo in termini di controbilanciamenti di poteri nella pubblica amministrazione e di funzionamento della macchina, ma anche di posizionamento in campagna elettorale.

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/manovra-la-fedeli-batte-cassa.flc

http://www.italiaoggi.it/giornali/preview_giornali.asp?id=2215936&codiciTestate=1&sez=hgiornali&testo=&titolo=Manovra,%20la%20Fedeli%20batte%20cassa

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=7528VF&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

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Dirigenti scolastici, possibile incremento retribuzioni. ANP: protesta inizia a dare i primi frutti

di redazione – 8 ottobre 2017

I dirigenti scolastici sono ormai da tempo in stato di agitazione, a causa delle condizioni lavorative cui non corrisponde un’adeguata retribuzione.

Tra i principali motivi del predetto stato di agitazione il crescere delle responsabilità non proporzionate allo stipendio, l’eccesso di burocrazia e gli oneri legati alla sicurezza. Si tratta di criticità più volte evidenziate dal giovane sindacato UDIR.

Sulla questione è intervenuta l’Associazione nazionale Presidi (ANP), commentando la notizia del possibile aumento delle retribuzioni. Si parla di un primo stanziamento di circa 90/95 milioni di euro. Secondo l’ARAN, i dirigenti scolastici sono i capi meno pagati se si tiene conto di quelli delle agenzie fiscali, delle università, dei ministeri, degli ospedali e delle ASL: stipendi 4 volte inferiori rispetto a chi guadagna di più. Oggi la paga media di un dirigente scolastico è di 2.800 euro netti al mese.

Secondo l’ANP la protesta inizia a dare i suoi frutti. Queste le parole del presidente Rembado:

“Il nostro obiettivo, come noto a tutti, resta quello della perequazione piena. Nel prendere atto che questo rappresenta un primo passo per il raggiungimento dell’obiettivo finale, invitiamo i colleghi a continuare con la massima unità e convinzione”.

https://www.orizzontescuola.it/dirigenti-scolastici-possibile-incremento-retribuzioni-anp-protesta-inizia-dare-primi-frutti/
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