Per i tre anni e mezzo di governo Berlusconi il taglieggiamento operato da Tremonti è stato nascosto sull’altare dell’onor di patria, oppure nascosto dietro i fumogeni della meritocrazia o della riduzione degli sprechi sbandierati lanciati dall’ex ministro Gelmini.

Questo tesoro espropriato all’istruzione è servito a finanziare i «capitani coraggiosi» che, secondo Berlusconi, avrebbero salvato l’Alitalia dall’acquisizione di Air France.

[Bugiardino. Per circa un decennio (2000-2009) il pil destinato all’istruzione è rimasto all’incirca costante intorno al 4,5%; poi Gelmini-Tremonti hanno innescato una discesa o arretramento è il pil è sceso fino al 3,8 nel 2017; ora (2019) il pil è intorno al 3,6% e è programmato per ridursi al 3,1% nel 2035 !! v.p.]

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IL DEF

Meno soldi per la scuola fino al 2035 La spesa calerà dal 3,6 al 3,1% del Pil

Nel Documento di economia e finanza previsto un taglio consistente della spesa in Istruzione legato al calo demografico. Meno studenti=meno prof. Allarme dei sindacati

Meno soldi per la scuola fino al 2035 La spesa calerà dal 3,6 al 3,1% del Pil
Meno studenti=meno prof

La spiegazione è presto data e si chiama calo demografico: negli ultimi quattro anni la scuola italiana ha perso quasi 200 mila studenti (70 mila in meno solo fra quest’anno e il prossimo) con un calo percentuale del 2,4%. E per i prossimi cinque anni ne sono previsti altri 370 mila in meno, soprattutto al Sud. A questo si aggiungono i dati, ancor più allarmanti, sulla ripresa della dispersione scolastica che nel 2016 era scesa al 13,8% ma negli ultimi due anni è in drammatica rimonta (14% nel 2017, 14,5% nel 2018). Un’emergenza che richiederebbe nuovi e consistenti investimenti per esempio in tema di estensione del tempo pieno. Ma nonostante i proclami dell’autunno («D’ora in poi, in tutte le scuole elementari italiane ci sarà il tempo pieno», aveva promesso il vice premier Luigi Di Maio), nella legge di Bilancio licenziata dal Parlamento a dicembre si sono visti soli 2.000 maestri in più: una goccia nel mare. Andrà meglio l’anno prossimo? Non pare. A leggere il Def, a fronte del crollo di iscritti legato al calo demografico, il governo prevede evidentemente un parallelo, drastico ridimensionamento degli organici, da cui il significativo calo percentuale della spesa pubblica in istruzione. I sindacati sono in agitazione e hanno proclamato uno sciopero unitario per il prossimo 17 maggio, a due settimane dalle elezioni europee e a meno di un mese dalla fine della scuola. Quanto a Bussetti per ora si è limitato a postare su Facebook un messaggio distensivo in cui promette di «governare le dinamiche demografiche riuscendo a offrire più #scuola ai nostri ragazzi». Come? E soprattutto: con quali soldi?

§ http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/meno-soldi-per-la-scuola-fino-al-2035-la-spesa-calera-dal-3-6-al-3-1-del-pil.flc
§ https://www.corriere.it/scuola/medie/19_aprile_15/meno-soldi-la-scuola-fino-2035-spesa-calera-36percento-31percento-pil-3e61a19a-5f6b-11e9-b974-356c261cf349.shtml
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Istruzione, l’Italia spende poco e male (e gli studenti abbandonano la scuola)
Sia come percentuale del Pil, sia come percentuale della spesa pubblica totale, gli investimenti italiani sono al di sotto della media Ue. Il risultato? Un alto tasso di abbandono e una percentuale di disoccupazione post laurea allarmante.

Linkiesta, 18.4.20189

L’istruzione in Italia è un po’ come un buco nero: risucchia molte energie, le sue dinamiche interne sono monitorate da anni e spesso indecifrabili e la sua esistenza non era certa se non prima di una fotografia.Fotografia che parla chiaro: la spesa pubblica italiana per l’istruzione continua a essere tra le più basse dell’Ue. Scattata dalla Commissione Europea, l’immagine, intitolata “Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione 2018 Italia”, delinea uno Stato lontano dagli standard europei e inerme di fronte alla costante emorragia del settore scolastico.

Sia come percentuale del Pil (3,9 % nel 2016 rispetto alla media Ue del 4,7 %), sia come percentuale della spesa pubblica totale (7,9 %, media Ue 10,2 %), gli investimenti italiani sono al di sotto della soglia media e a volte anche più bassi. L’aggravante infatti si chiama livello terziario: per le scuole superiori e le università la spesa dell’Italia è la più bassa d’Europa dopo il Regno Unito, appena lo 0,3 % del Pil nel 2016 (media europea dello 0,7 %).

Ad alimentare la crisi del sistema scolastico ci pensano anche gli stipendi. Gli insegnanti italiani vengono pagati meno dei colleghi, sia a livello europeo che internazionale

Precedentemente indebolito dall’ultimo esecutivo, il nuovo governo in carica dopo le elezioni del marzo 2018 ha annunciato una revisione approfondita della riforma renziana “La Buona Scuola”, con particolare attenzione per le deroghe successive alle norme più severe sulla mobilità introdotte da quest’ultima (un periodo obbligatorio di tre anni per gli insegnanti di nuova nomina prima di poter chiedere il trasferimento) che hanno intensificato la rotazione degli insegnanti.

Questa licenza infatti, se non disinnescata, rischia di scatenare un cortocircuito se combinata con le previsioni Eurostat, non contando inoltre la frattura interna creata in questi due anni di attività. La rotazione ha determinato una carenza di insegnanti al nord – no, non è una battuta! -, in favore di una migrazione verso le strutture del sud Italia. Negli ultimi tre anni quasi 240 000 insegnanti su 819 000 hanno cambiato scuola o zona geografica (un tasso di rotazione del 29 %), segnando come preferenze le regioni meridionali.

Lo squilibrio geografico è frutto del fatto che la maggior parte degli insegnanti proviene dal sud, mentre la maggior parte dei posti di insegnamento è disponibile al nord, oltre alla mancata attuazione della norma che avrebbe consentito ai dirigenti di assumere gli insegnanti direttamente in base alle esigenze delle scuole (per “chiamata diretta”), abolita a giugno 2018 e in grado forse di alleggerire il gap.

Ad alimentare la crisi del sistema scolastico ci pensano anche gli stipendi. Gli insegnanti italiani vengono pagati meno dei colleghi, sia a livello europeo che internazionale. Secondo l’Ocse, le retribuzioni contrattuali dei docenti nella scuola pre-primaria fino alla scuola secondaria nel settore pubblico sono diminuite costantemente tra il 2010 e il 2016 (nel 2016 gli stipendi degli insegnanti corrispondevano al 93% del loro valore rispetto al 2005). Una busta paga scarna che si va ad aggiungere alle prospettive di carriera limitate hanno spinto il Miur e il ministro Bussetti a inserire nel Def dello scorso 9 aprile, due norme mirate al contrasto dell’abbandono scolastico e all’arricchimento dell’offerta formativa. Promesse più che norme, segno comunque di un rinnovato interesse per la sfera scolastica.

A chiudere il cerchio della “malaistruzione” nostrana sono i risultati di apprendimento e il tasso di occupazione dei neodiplomati.
Se i Neet sono ormai una costante di quasi tutti i discorsi del settore – nonostante nel 2017 circa un quinto degli italiani di età compresa tra 15 e 24 anni non aveva né un lavoro né seguiva un percorso scolastico o formativo e quella del Bel Paese è di gran lunga la percentuale più alta dell’Ue – il problema dell’apprendimento è emerso con violenza dopo l’ultimo ciclo di test Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione).

L’istruzione italiana

Nel 2017 il tasso di occupazione dei neodiplomati dell’istruzione terziaria nella fascia di età 25-29 anni era del 54,5 %, rispetto alla media UE dell’81,5 %

Al sud il numero di studenti con scarsi risultati in italiano, matematica e inglese nel terzo anno di scuola secondaria di primo grado è più elevato rispetto al nord (45 % contro 28 % in italiano, 54 % contro 32 % in matematica, 67 % contro 30 % in inglese). La grammatica di questi risultati è viziata da un sistema d’istruzione che al sud sembra essere meno equo rispetto al resto d’Italia: sono molte infatti le differenze tra le scuole, a livello primario, e molto spesso tra le classi della stessa scuola, quasi a voler evidenziare una tendenza a raggruppare fin dall’inizio gli studenti meno capaci in classi separate.

Sul versante lavoro, il tasso di occupazione dei neodiplomati dell’istruzione terziaria è in aumento. Finalmente un dato positivo, vien da pensare. Non del tutto. La percentuale infatti rimane al di sotto dei livelli pre-crisi: nel 2017 il tasso di occupazione dei neodiplomati dell’istruzione terziaria nella fascia di età 25-29 anni era del 54,5 %, rispetto alla media Ue dell’81,5 %. Sulle orme cinematografiche del film “Smetto quando voglio”, l’origine di questa convulsione professionale si deve alla scarsa domanda da parte del settore produttivo, ma in primis alª fatto che le imprese privilegiano candidati con precedenti esperienze lavorative. Ciò significa che Pietro Sermonti in una delle scene madri della pellicola di Sibilla – ripreso durante un colloquio per un posto da operaio edile nel quale tenta di convincere il suo potenziale datore di lavoro di non aver conseguito una laurea – non si allontana molto dalla cruda relatà quando perde il controllo e ammette: “Sì sono laureato, ma guardi che è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole”.

§ https://www.gildavenezia.it/istruzione-litalia-spende-poco-e-male-e-gli-studenti-abbandonano-la-scuola/

§ https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/18/miur-investimenti-scuola-istruzione-italia/41834/

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Amarcord 2013 / Programma elettorale PD

Se davvero sono queste le intenzioni del Pd, sarebbe opportuna, utile e chiarificatrice una dichiarazione esplicita in tal senso da parte di Puglisi o dello stesso Bersani, tipo: “con 3 mld in più all’anno, intendiamo recuperare totalmente i tagli all’istruzione operati da Gelmini-Tremonti”.

§ http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=16218

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Istruzione, in tre anni tagli per 8 miliardi

Un taglio in tre anni di 81.120 cattedre e 44.500 Ata (il personale non docente). È la sforbiciata complessiva di 125.620 posti dal 2009 al 2011 che farà risparmiare all’Erario poco più di otto miliardi di euro. Otto miliardi e 13 milioni, per la precisione, stima il Tesoro nel «Def 2011», il Documento di economia e finanza, licenziato qualche giorno fa dal consiglio dei ministri. Parte di queste risorse, il 30%, serviranno a recuperare gli scatti stipendiali bloccati a luglio scorso da Giulio Tremonti. Ma a decorrere dal 2012, le economie di spesa derivanti da queste riduzioni, sempre secondo via XX Settembre, ammonterebbero a 4 miliardi e 561 milioni di euro.

§ https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-04-17/istruzione-anni-tagli-miliardi-081609.shtml?uuid=AaEl9gPD

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Scuola, l’Ue quantifica i tagli di Gelmini: 10 miliardi e 100mila cattedre in meno

Austerity. Uno studio della commissione europea: -10,4% di fondi dal 2010 al 2012

Per i tre anni e mezzo di governo Berlusconi il taglieggiamento operato da Tremonti è stato nascosto sull’altare dell’onor di patria, oppure nascosto dietro i fumogeni della meritocrazia o della riduzione degli sprechi sbandierati lanciati dall’ex ministro Gelmini. L’idea di finanziare il default delle aziende di stato decotte, insieme a quella di sostenere l’«austerità espansiva» (i tagli alla spesa pubblica per investimenti sono «risparmi» che finanziano la crescita) è stata sostenuta anche dal governo Monti che non è riuscito a salvare l’ultima tranche di 300 milioni di euro di tagli dall’ultima legge di stabilità. Decisione che oggi mette a rischio la sopravvivenza di 20 atenei, vissuta però come il naturale decorso di una malattia incurabile.

§ https://ilmanifesto.it/scuola-lue-quantifica-i-tagli-di-gelmini-10-miliardi-e-100mila-cattedre-in-meno/

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