Il pollo che si credeva un’aquila / La solitudine di Matteo Renzi

Ora che evaporano pure i suoi due ultimi alleati Pisapia e Alfano, già peraltro ridotti allo stato gassoso, Renzi è riuscito definitivamente a dimostrare la scientificità del teorema di Carlo M. Cipolla. Quello che divideva gli esseri umani in quattro categorie: gli intelligenti, che avvantaggiano sia se stessi sia gli altri; gli sprovveduti, che danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri; i banditi, che danneggiano gli altri per avvantaggiare se stessi; e gli stupidi, che danneggiano sia gli altri sia se stessi. E lui, ovviamente, appartiene alla quarta categoria, cui fece ufficialmente domanda d’iscrizione un anno fa, dopo la disfatta referendaria.

Con il ritiro di Giuliano Pisapia, la mancata ricandidatura del leader di Ap, Angelino Alfano, il no incassato da Mdp e il “nì” dei Radicali di Emma Bonino, il Pd a trazione renziana è ormai politicamente isolato e difficilmente riuscirà a creare una coalizione ampia e unitaria in grado battere il centrodestra di Silvio Berlusconi e rischia non solo di non vincere le prossime elezioni, ma di arrivare addirittura terzo, in coda anche ai 5 Stelle.

 

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Il pollo che si credeva un’aquila

di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano – 7 dicembre 2017 – pagg. 1 e 20

Ora che evaporano pure i suoi due ultimi alleati Pisapia e Alfano, già peraltro ridotti allo stato gassoso, Renzi è riuscito definitivamente a dimostrare la scientificità del teorema di Carlo M. Cipolla. Quello che divideva gli esseri umani in quattro categorie: gli intelligenti, che avvantaggiano sia se stessi sia gli altri; gli sprovveduti, che danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri; i banditi, che danneggiano gli altri per avvantaggiare se stessi; e gli stupidi, che danneggiano sia gli altri sia se stessi. E lui, ovviamente, appartiene alla quarta categoria, cui fece ufficialmente domanda d’iscrizione un anno fa, dopo la disfatta referendaria.

1) Appena perso il referendum, il Genio di Rignano sull’Arno si rimangiò subito il solenne impegno di lasciare la politica e ritirarsi a vita privata: se l’avesse fatto, dedicandosi allo studio, all’autocritica e alla formazione di una classe dirigente, avrebbe persino potuto avere un futuro. Specie in quel campo di Agramante che è da sempre la sinistra italiana, capace solo di litigare, dividersi e scindersi in microrganismi sempre più invisibili. Bastava lasciar fare gli altri presunti leader che, tempo un paio d’anni, sarebbero riusciti a far dimenticare i suoi disastri, poi si sarebbero recati in pellegrinaggio a Pontassieve per implorarlo di tornare. Invece restò abbarbicato alla poltrona del Nazareno, con i bei risultati a tutti noti.

2) Quando nacque il governo Gentiloni, Renzi pretese di infilarci i fedelissimi Lotti&Boschi per far la guardia al bidone. Il primo fu subito inquisito per le soffiate sull’inchiesta Consip. La seconda iniziò a impicciarsi in tutti i dossier, soprattutto bancari, aggravando l’olezzo di conflitto d’interessi etrusco.

3) Dopo avere sterminato tutti i possibili alleati del centrosinistra a colpi d’insulti e arroganza, e avere spinto a viva forza fuori dalla porta i bersaniani, in nome della presunta “vocazione maggioritaria” del Pd, mandò a picco una legge elettorale che premiava i partiti single come il suo: quella tedesca, pur riveduta e corrotta all’italiana con nominati e voto congiunto. E ne dettò una opposta, affidata per giunta a quel gran genio di Rosato: quella che premia le coalizioni. Il tutto per decimare il M5S e tornare fra le braccia di B., che l’aveva già fregato sulla riforma costituzionale e l’Italicum (prima firmati, poi rinnegati) e ora si appresta a gabbarlo un’altra volta. Del Rosatellum infatti l’unico beneficiario è B.: da solo vale poco o nulla, ma sommato agli alleati Salvini e Meloni, può vantare financo il primo posto sul podio.

4) La legge elettorale fatta platealmente apposta per fregare il primo partito italiano – i 5Stelle – ha ridato fiato e spazio a un movimento che a giugno era uscito con le ossa rotte dalle urne amministrative. Li ha issati in cima alla classifica in Sicilia e a Ostia. Li ha consacrati nell’immaginario collettivo come l’unico antidoto al ritorno di B., regalando loro il “voto utile” che aveva sempre favorito il Pd. E li ha resi appetibili alla sinistra riunita da Grasso per un’intesa post-voto contro l’orrenda prospettiva del Renzusconi, anzi del Berlusrenzi.

5) Per raccattare almeno una finta coalizione che eviti al Pd la triste corsa solitaria, Renzi ha millantato accordi con Prodi (che l’ha salutato), la Bonino (che l’ha sfanculato), Alfano (che s’è perso per strada il partito) e il Sor Tentenna Pisapia. Il quale già di suo non sa dove voleva andare. Ma poi, dopo le figuracce rimediate con i penultimatum su Alfano, sulla Sicilia, sullo Ius soli, sull’immigrazione, sul dialogo con Grasso e su qualsiasi cosa gli venisse in mente, ieri ha preferito fare ciò che i veri amici gli suggerivano da tempo: lasciar perdere. Requiem aeternam della coalizione di centrosinistra (anche di quella finta).

6) Sulle banche, il capolavoro. Renzi aveva annunciato la commissione parlamentare d’inchiesta nel dicembre 2015. L’avesse fatta subito, a quest’ora sarebbe chiusa e dimenticata. Invece il Rommel di Rignano ha traccheggiato per due anni, sbloccando la pratica solo due mesi fa, cioè a fine legislatura e in piena campagna elettorale. E l’ha usata per bombardare a freddo Bankitalia, facendo incazzare gli ignari Mattarella, Gentiloni, Padoan e soprattutto Visco. Che voleva lasciare e invece, grazie agli attacchi Pd, ha cambiato idea e s’è fatto riconfermare. Poi Renzi ha usato l’audizione del pm Rossi per accollare a Visco pure il crac di Etruria (una delle poche colpe che non ha) e scagionare papà Boschi (“il procuratore ha spiegato che non c’è nessun profilo penale”), salvo poi scoprire che il primo non è indagato, il secondo sì. E ora il Pd fa catenaccio per scongiurare l’audizione più attesa e normale: quella dell’ex Ad di Unicredit Ghizzoni, indicato da De Bortoli come destinatario di una richiesta dell’allora ministra Boschi perché salvasse la banca del babbo. Completa il quadro la Boschi, che prima annuncia immediata querela a De Bortoli, poi dorme per 7 mesi lasciando scadere i termini, e ora minaccia una causa civile per danni proprio alla vigilia dell’auspicata audizione di Ghizzoni: così quello che all’inizio poteva sembrare un atto di forza, ora pare una prova di debolezza, e anche di intimidazione. Resta da capire se papà Boschi abbia informato la figlia della proroga delle indagini a suo carico per falso in prospetto; se la figlia abbia avvertito Renzi di non dire cazzate sull’estraneità del padre alle indagini; e se lui abbia dunque mentito a sua insaputa (e senza neppure fare una telefonata a babbo Boschi) o sapendo di farlo.

Anthony de Mello scrisse un libro su un’aquila che si credeva un pollo: ecco, Renzi è proprio il contrario.

link: https://infosannio.wordpress.com/2017/12/07/il-pollo-che-si-credeva-unaquila-editoriale-di-marco-travaglio/

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La solitudine di Matteo Renzi

di Charlotte Matteini – 7 dicembre 2017 

Con il ritiro di Giuliano Pisapia, la mancata ricandidatura del leader di Ap, Angelino Alfano, il no incassato da Mdp e il “nì” dei Radicali di Emma Bonino, il Pd a trazione renziana è ormai politicamente isolato e difficilmente riuscirà a creare una coalizione ampia e unitaria in grado battere il centrodestra di Silvio Berlusconi e rischia non solo di non vincere le prossime elezioni, ma di arrivare addirittura terzo, in coda anche ai 5 Stelle.

E così, il Partito Democratico guidato dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi sembra essere rimasto ormai da solo, senza più alleati. Con il ritiro di Giuliano Pisapia e lo scioglimento di Campo Progressista, il passaggio di Scelta Civica alla coalizione di centrodestra e la decisione di Angelino Alfano di non ricandidarsi alle prossime elezioni, l’ampia e unitaria coalizione di centrosinistra auspicata da Matteo Renzi appare sempre più lontana, quasi un’illusione. Solo poche settimane fa l’ex Ds Piero Fassino aveva ricevuto un mandato ben preciso dal segretario Renzi: lavorare e dialogare con gli scissionisti di Mdp, con Pisapia, Bonino, Verdi per appianare le divergenze e ricostruire la coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche, obiettivo che però Fassino sembra aver fallito. Dopo aver incassato il netto No di Bersani e Mdp e il nì di Bonino, questo pomeriggio Giuliano Pisapia – in rotta di collisione con il partito guidato da Matteo Renzi a causa della probabile mancata approvazione dello Ius Soli entro fine legislatura – ha bollato come “impossibile il dialogo con il Pd”, annunciando di non avere alcuna intenzione di candidarsi alle prossime elezioni.

Ma per quale motivo Matteo Renzi – che ha sempre sostenuto di poter portare il Pd a vincere le elezioni con il 40% dei consensi e ha sempre rifiutato l’appoggio degli scissionisti di Mdp nonché l’idea di mettere in discussione la propria leadership sancita dalle primarie, in ultima battuta ha deciso di cercare di ricostruire un centrosinistra ampio e unitario, coinvolgendo il mediatore Fassino?

Rispetto all’inizio dell’anno, quando a ridosso del congresso si consumò la scissione del Partito Democratico con l’uscita definitiva di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza ed Enrico Rossi, lo scenario politico è profondamente mutato anche e soprattutto a causa dell’approvazione della nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che favorisce le coalizioni e premia le alleanze elettorali. Al momento, l’unica coalizione esistente e dunque favorita dal Rosatellum Bis è quella del centrodestra, formata da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e molto probabilmente Scelta Civica, che spicca nella totalità dei sondaggi. Il pericolo, dunque, oggi, rispetto a pochi mesi fa, non sono più i 5 Stelle, anch’essi privi di coalizione elettorale, ma il ritorno dei berlusconiani al governo del Paese e proprio per questo motivo Renzi ha cercato di salvarsi in corner, cercando di riconciliarsi con gli ex alleati.

“Uniti si vince”, un mantra che da sempre il centrosinistra ama sbandierare ma che raramente riesce a concretizzare. A pochi mesi dalle elezioni, il Partito Democratico è rimasto solo, Ap di Angelino Alfano non si sa bene che fine farà senza il suo fondatore, nessuno dei potenziali e papabili alleati sembra interessato a costituire un’alleanza con il partito guidato da Matteo Renzi e il Pd al voto potrebbe non solo rischiare di non vincere, ma addirittura arrivare al terzo posto dietro centrodestra e M5S.

Nonostante i sondaggi infausti, però, Matteo Renzi sembra affetto da una sorta di delirio di onnipotenza che lo porta a negare pubblicamente la realtà dei fatti: se da un lato cerca di far ricostruire il centrosinistra al mediatore Fassino, dall’altro annuncia che il Pd vincerà le elezioni anche da solo, che su Jobs Act e articolo 18 non si tratta e che quel 40% di elettori che lo votò alle Europee del 2014 e che approvò la riforma costituzionale targata Boschi sosterrà il Pd alle prossime elezioni. A conti fatti, dunque, Renzi sembra essere convinto di non aver minimamente eroso quel 40% di voti capitalizzato qualche anno fa, nemmeno di fronte alla batosta referendaria, alla scissione della minoranza Pd che ha drenato consensi e ai sondaggi che lo danno da mesi in caduta libera.

Esattamente come lo scorso aprile, a ridosso delle primarie che lo incoronarono nuovamente segretario nazionale del partito nonché candidato presidente del Consiglio, Renzi ancora oggi sembra convinto di avere la vittoria in tasca, ed esattamente come lo scorso luglio quando, dopo aver negato in ogni modo la disfatta alle amministrative di giugno, tirò fuori dal cappello un “aiutiamoli a casa loro” di salviniana memoria, Renzi appare ancora – come lo definii – un “leader accartocciato su se stesso alla ricerca di consenso”, consenso che intimamente sa di aver perso ma che pubblicamente continua a sbandierare.

E così, alla fine, nel giro di pochi mesi, questo approccio ha portato il Pd a trazione renziana all’isolamento politico, come predetto già alla vigilia delle primarie dello scorso aprile: “Gli intenti a 12 mesi dalle elezioni politiche lasciano il tempo che trovano, ma i consensi drenati dalla scissione al momento appaiono reali e irrecuperabili dal Pd di Matteo Renzi, soprattutto perché una sua riconferma tornerebbe ad acuire le distanze e la renziana predisposizione a inibire il dissenso interno. Nonostante l’ex segretario ed ex presidente del Consiglio abbia effettivamente la vittoria alle prossime primarie ormai in tasca, questa vittoria potrebbe però portare alla morte non tanto e non solo del Partito Democratico, ma della coalizione di centrosinistra, che finirebbe per frantumarsi definitivamente e, di riflesso, servire su un piatto d’argento al Movimento 5 Stelle la possibilità di scalzare definitivamente il Pd dalla guida del Paese”. Uno scenario che sembra essersi prontamente avverato, con l’unica differenza che ora il nemico è cambiato ed è molto più forte e unito dei 5 Stelle.

Charlotte Matteini

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