C’è chi, come i 5Stelle, si propone di togliere i contributi alle scuole “paritarie” e chi, invece, riconosce il valore di una offerta scolastica diversificata, fermi, in ogni caso, i programmi indicati dallo Stato. È questo secondo il caso del Popolo della Famiglia, il partito uscito dal Family Day, che presenta candidati in tutta Italia per rivendicare il ruolo centrale della Famiglia dal punto di vista sociale e quindi presta particolare attenzione al tema della scuola, laddove si formano i futuri cittadini e lavoratori ai vari livelli professionali.

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Elezioni 2018. Paola Maria Zerman: pubblica o privata? Alle famiglie il diritto di scelta della scuola

 ROMA – C’è chi, come i 5Stelle, si propone di togliere i contributi alle scuole “paritarie” e chi, invece, riconosce il valore di una offerta scolastica diversificata, fermi, in ogni caso, i programmi indicati dallo Stato. È questo secondo il caso del Popolo della Famiglia, il partito uscito dal Family Day, che presenta candidati in tutta Italia per rivendicare il ruolo centrale della Famiglia dal punto di vista sociale e quindi presta particolare attenzione al tema della scuola, laddove si formano i futuri cittadini e lavoratori ai vari livelli professionali.

Sul tema è impegnata Paola Maria Zerman, Avvocato dello Stato, candidata come capolista a Roma e seconda a Verona. Nel corso della sua trentennale carriera l’avv. Zerman si è anche occupata di contenzioso scolastico. Ha pubblicato un libro sull’autonomia scolastica, ed un altro per i giovani, “Dalla scuola alla vita”; è stata consulente di un ministro dell’Istruzione [2001, Letizia Moratti], e ha presieduto una commissione di studio per la riforma delle scuole paritarie. Quindi si intende di scuola. Le facciamo alcune domande.

Avvocato, è meglio la scuola pubblica o quella privata?

Vanno bene entrambe. L’importante è che sia riconosciuta ad ogni cittadino la possibilità di accedere all’una o l’altra, secondo il principio di libertà di scelta educativa garantita non solo dalla Costituzione ma anche dalla Trattato di Lisbona a livello europeo. Del resto già dal 2000, con la legge 62, scritta dall’On. Berlinguer, si è stabilito che il sistema pubblico [1] di istruzione è formato sia dalle scuole statali che da quelle paritarie (art. 1), ovvero le private che soddisfano i parametri stabiliti dalla legge sia in termini di qualità dell’insegnamento che di eguaglianza nell’accoglienza. Queste, naturalmente, non vanno confuse con i “diplomifici”, il cui unico scopo è quello di lucro.

Lei che scuola ha frequentato?

Io ho sempre studiato in scuole pubbliche e mi sono trovata benissimo. Per me i maestri prima e gli insegnanti poi, sono stati anche modelli e maestri di vita. Ricordo ancora l’ultima lezione del mio professore di greco, al Maffei di Verona, che ci disse. “Ora voi andate a vivere. Ricordatevi di amare sempre il bene e il bello (kalos kai agathos) e di diffidare di tutti coloro che in poco tempo guadagnano cifre enormi, vuol dire che non sono onesti”.

Questo però trent’anni fa…E’ opinione diffusa che ora il livello della scuola pubblica sia molto sceso, sia per l’insoddisfazione degli insegnanti, malpagati, sia perché, specie nelle grandi città, le classi sono formate in prevalenza da bambini extracomunitari che sanno poco l’italiano, cosa propone Lei?

La qualità della scuola è direttamente correlata al livello culturale del Paese. È ovvio che se livello della scuola è basso, scenderà quello generale, e questo è molto triste in un Paese dove l’eccellenza culturale e artistica è stata in passato un esempio luminoso nel mondo. Ritengo urgente che l’obbiettivo principale di un prossimo Governo sia la riqualificazione sia sociale che economica del corpo docente. Gli insegnanti devono essere meglio pagati, ma anche più apprezzati socialmente per il lavoro di estremo rilievo per la formazione dei giovani. Mi sembra necessario, inoltre, che gli alunni stranieri, frequentino separatamente dei corsi per l’apprendimento dell’italiano, in modo da non rallentare il lavoro di tutti gli altri alunni.

In questi giorni i rappresentanti del movimento 5 stelle stanno ripetendo che, una volta al Governo, toglieranno i contributi alle scuole private. Che ne pensa?

Penso che, al di là dell’apparente intento di favorire la scuola pubblica, togliendo risorse alla privata, e di stare dalla parte della gente comune, in realtà questa proposta avrebbe un effetto nettamente contrario all’intento che sembra interessare i proponenti. Infatti, non farà altro che ampliare la distanza tra ricchi e poveri, fatto che in Italia sta diventando sempre più preoccupante, avvicinandoci ai Paesi meno arretrati. È ovvio, infatti, che se il livello della scuola pubblica continua a scendere, e le scuole paritarie non sono sostenute dallo Stato, la retta costerà sempre di più. I ricchi si potranno permettere la scuola privata. I poveri prenderanno quello che c’è.

E questo non è giusto.

Infatti! Secondo me la vera eguaglianza sta nel mettere tutti in una identica posizione di partenza, assicurando a tutti le condizioni migliori per lo sviluppo delle loro capacità. Poi ognuno arriverà fin dove lo permetteranno il suo impegno e i suoi talenti. Del resto, in Europa, in tutti i Paesi le scuole istituite su iniziativa dei genitori, vengono sostenute dallo Stato, senza alcun tipo di opposizione ideologica. In Francia, ad esempio, paese laico per definizione, gli insegnanti delle scuole private sono pagati dallo Stato. Egualmente negli altri Paesi, il costo quasi integrale della retta è sostenuto dallo Stato.

Ma come mai in Italia, il sostegno pubblico alla scuola paritaria viene così osteggiato?

Come dicevo, è un problema ideologico. In Italia, la scuola paritaria viene ancora identificata con quella cattolica, e pertanto contrastata dalla forte presenza di alcune correnti anticlericali. Senza rendersi conto che in molti casi non è più così, e che, comunque, il servizio reso dalle scuole di ispirazione cattolica è stato enorme, sia dal punto di vista culturale che sociale. E senza nemmeno considerare che la scuola paritaria sta sollevando lo Stato da ingenti costi per gli insegnati e per la logistica,  che quest’ ultimo dovrebbe pagare per ospitare  il quasi milione di alunni che frequentano le private. I contributi erogati dallo Stato sono talmente modesti che l’anno scorso hanno dovuto chiudere oltre 200 scuole paritarie.

Ma la Costituzione non stabilisce che la scuola privata non deve comportare “oneri per lo Stato”?

Infatti. I contributi esigui versati alle paritarie , non costituiscono oneri, ma un rimborso parziale del servizio pubblico reso dalle paritarie   e che costerebbe allo Stato molto di più se gestito direttamente se gli alunni usufruissero della scuola pubblica. Non voglio dilungarmi e rinvio agli studi, puntuali e scientifici,  di suor Anna Monia Alfieri, una delle massime esperte in materia,  che lo dimostrano molto bene. Il meccanismo è simile a quello delle aziende sanitarie convenzionate, accettate comunemente da tutti.

Quale sarebbe per lei il sistema migliore da adottare?

Lo stesso meccanismo adottato, come dicevo, per le cliniche convenzionate che danno la possibilità al cittadino di rivolgersi al privato, che viene poi rimborsato dallo Stato, secondo costi medi o standard. O, ancora, attraverso la deduzione integrale del costo della scuola privata, per evitare ai genitori di pagare due volte la scuola, quella pubblica con le tasse e quella privata con le rette. È un problema di giustizia. E un doveroso adeguamento ai parametri europei, secondo cui la libertà di scelta educativa dei genitori costituisce un diritto che deve essere garantito non solo in teoria ma anche in pratica, senza renderlo così gravoso economicamente da riconoscerlo solo alla parte più ricca, e sempre più esigua, della popolazione.

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[1] non è proprio come scrive Paola Maria Zerman: ” il sistema pubblico di istruzione è formato sia dalle scuole statali che da quelle paritarie (art. 1)”; il comma 1), art. 1), legge 63/2000 recita invece: “Il sistema nazionale di istruzione, …. è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali.”; manca l’aggettivo “pubblico”.

link: https://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/elezioni-paola-maria-zerman-scuola-2831979/

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Elezioni 2018. Paola Zerman: Rivoluzione fiscale per la famiglia, perno della società, hub di lavoratori e risparmiatori

PaolaMaria Zerman, Avvocato dello Stato, già Vice Commissario Straordinario del Governo per le politiche antidroga e coordinatrice della Commissione per la Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 2003 al 2006, è candidata alla Camera con il “Popolo della Famiglia”, il partito fondato subito dopo il Family Day. È capolista a Roma e seconda a Verona.

D. Perché ha deciso di candidarsi e quali sono le politiche che il Partito intende portare avanti?

R. Ho scelto l’impegno in prima persona per un senso di giustizia. Sono una donna delle istituzioni e sono sdegnata nel vedere quanto l’istituzione fondamentale della società, la famiglia, sia da un lato trascurata e dall’altro attaccata, nonostante la Costituzione riconosca il suo essenziale ruolo di “società naturale fondata sul matrimonio”, sulla base dell’eguaglianza “morale e giuridica dei coniugi”, come si legge nell’art. 29. Inoltre “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi”. Sta scritto nell’art. 31 ma tutto questo è rimasto sulla carta. Non si è fatto nulla di significativo.

D. A che cosa si riferisce?

R. Mi riferisco innanzitutto alla mancanza di una politica seria che, anche sotto il profilo fiscale, agevoli la formazione della famiglia e la cura dei figli, come abbiamo appena visto dall’art. 32 della Costituzione. In sostanza, rispetto ad altri ordinamenti nei quali lo stato riconosce che i figli sono il futuro della società, un investimento per tutti, in Italia da troppi anni sono state omesse quelle agevolazioni che in paesi come la Francia e la Svezia hanno determinato una ripresa della natalità. Con incentivi fiscali, come il quoziente familiare che determina l’ammontare dell’imposta in relazione al numero dei figli. Alcuni paesi, come la Norvegia, ad esempio,  assicurano un contributo sostanzioso alle famiglie per ogni figlio fino ai 18 anni. E per questi sono gratuite le scuole, compresi i sussidi didattici, le attività sportive e quanto favorisce la formazione dei cittadini e futuri lavoratori.

D. Perché ha scelto il Popolo della Famiglia? Tutti i partiti hanno nel programma elettorale aiuti alle famiglie e sostengo alla natalità.

R. Tutti ne parlano ma nessuno ha fatto qualcosa di significativo. Chi è al governo promette oggi cose che avrebbe potuto fare nei cinque anni precedenti. E chi è stato al governo ugualmente non ha fatto. Perché dovrebbero essere credibili se, quando hanno avuto la possibilità di realizzare politiche familiari adeguate, non hanno fatto nulla? Già dieci anni fa, quale consigliere giuridico del Vicepresidente del consiglio dei Ministri, ho coordinato una Commissione di studio sulla famiglia che ha prodotto precise proposte, la definizione di uno “Statuto del Diritti della Famiglia” e l’istituzione di un “Garante della Famiglia”. Erano stata previste anche concrete misure economiche come incentivi per l’acquisto delle case per le giovani coppie. Era un governo di Centro destra. Ma il progetto non ha avuto seguito, nonostante la diffusa condivisione.

Si dice che dai frutti conoscerete l’albero. I dati che ci fornisce l’Istat sono terrificanti. Una famiglia con più di due figli è già entro la soglia della povertà.

D. Mi consente una domanda che altri le avranno certamente fatto? Vale la pena candidarsi con un movimento così piccolo che ha deciso di rimanere autonomo senza collegarsi ad una delle coalizioni?

R. Questo partito nasce dal Family Day, da quella maggioranza silenziosa che si è riversata due anni fa al Circo Massimo. Ha fatto notizia per qualche giorno, tante promesse dai partiti, poi nulla. Le idee e le proposte maturate in quell’occasione sono rimaste inascoltate. Non c’è stata la grancassa che i mezzi di comunicazione riservano a ben altre questioni, certamente di minore rilievo sociale. Per noi c’è un silenzioso passaparola che si sta rivelando molto efficace. Già in occasione della raccolta delle firme per la presentazione delle liste non c’è stato bisogno di molto per ricevere adesioni ovunque in Italia.

D. Qualcuno potrebbe dire che il voto al Partito della Famiglia è inutile, anche se doveste raggiungerete il 3 per cento, come sembra indichino alcune rilevazioni. Non sarebbe stato meglio un’alleanza con il Centrodestra?

R. Chi parla ancora di voto utile o inutile non ha chiaro il nuovo sistema elettorale nel quale non c’è più il premio di maggioranza. L’elettorato ha dimostrato di essere diviso in tre poli, con un equilibrio instabile e precario. In questo contesto un piccolo partito di persone fortemente motivate può fare la differenza, può costituire il classico ago della bilancia.

D. Forse che il Partito della Famiglia si prepara a schierarsi? Insomma a fare il classico inciucio pur di salvaguardare la poltrona?

R. Assolutamente no. I candidati provengono dalla società civile, sono professionisti, madri e padri di famiglia, con figli a carico, che hanno pagato sulla loro pelle l’onestà e la coerenza del loro impegno. Questo fa la differenza.

D. In concreto, quali misure di sostegno alla famiglia intendete promuovere?

R. Innanzi tutto il reddito di maternità, 1000 euro al mese per le mamme che intendono dedicarsi alla cura dei figli, senza essere costrette dalle necessità economiche ad un impegno lavorativo pieno. Poi un abbassamento delle imposte in relazione al numero dei figli, come già ho accennato, secondo standard che già sono adottati in molti paesi d’Europa.

D. Le risorse ci sono? Dove pensate di trovarle?

R. Il sistema fiscale deve essere rivisto. Basti pensare all’elevatissima evasione, oltre 100 miliardi l’anno, in parte dovuto alla farraginosità della normativa tributaria, in parte dall’inadeguatezza dei controlli. Anche il fatto che non sono previste più ampie detrazioni e deduzioni che potrebbero far emergere il sommerso e favorire un alleggerimento della pressione fiscale. Penso ad esempio alle ingenti spese che sostengono i nostri anziani per i badanti che sono un costo per molti insostenibile. È un problema di giustizia. La rivoluzione fiscale può ben nascere dalla famiglia, da sempre al centro della società. La famiglia dove si collocano lavoratori e risparmiatori. Qui sta la società viva, con i suoi valori civili e spirituali.

link: https://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/elezioni-2018-paola-zerman-2828945/

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