altIn tervista a Chuck Palahniuk: cari lettori vi porto all’inferno…….

Chuck Palahniuk è nato a Pasco, nello Stato di Washington, il 21 febbraio 1962. Il suo primo libro, Fight Club, è del 1996, tra gli altri titoli Invisible monsters, Ninna nanna, Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey, Pigmeo, Senza veli e l’ultimo uscito, Dannazione (tutti tradotti per Mondadori).

da Paolo Mastrolilli, inviato a new  York

A quel punto l’autore abbandona il leggìo, e comincia a lanciare cervelli gonfiabili verso il pubblico, che si accalca sotto il palco per afferrarli. Il gioco è soffiarci dentro più in fretta possibile, perché i primi tre che riescono a farli scoppiare vincono una selezione di libri. La metafora è tanto semplice, quanto efficace: l’autore ha promesso ai suoi fan un romanzo di sfida, capace di «blow your mind», e quindi chiede ai lettori di guadagnarselo facendo esplodere sul serio dei cervelli finti. Poi, non contento della calca demoniaca generata in sala, si mette anche a lanciare barre di cioccolato verso le teste dei fan, perché il suo ultimo libro è ambientato all’inferno dove i «candies», si sa, rappresentano la moneta sonante per ogni transazione. Infine, siccome capita che il reading si svolga il giorno dopo Halloween, l’autore passa ai lettori degli scheletri gonfiabili, che possono far esplodere in sala o portare via a modo di souvenir e trofeo della serata, come preferiscono.

Non è facile tirare le fila di questa apparente follia e darle un senso, soprattutto perché stiamo parlando di uno scrittore che ha appena deciso di imbarcarsi in un viaggio sulle tracce di Dante. Proprio così: una trilogia ispirata alla Divina Commedia, per tornare all’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso, accompagnati da una ragazza tredicenne americana morta per una overdose di marijuana. Ma così è Chuck Palahniuk, più noto al grande pubblico come autore di Fight Club, che ormai ha trasformato se stesso in un fenomeno fatto di eccessi. Capace di vendere migliaia di copie e costruirsi un seguito che non è difficile paragonare a un culto. La scena che abbiamo appena descritta è vera, nei minimi particolari, a cui abbiamo sottratto alcuni dettagli che qualcuno troverebbe offensivi. È avvenuta il primo novembre scorso alla Great Hall della Cooper Union di New York, un posto sacro dove hanno parlato diversi presidenti degli Stati Uniti, da Abramo Lincoln a Barack Obama. Ma l’altra sera sul podio è salito Palahniuk per presentare il suo ultimo romanzo, Damned (in italiano Dannazione, Mondadori, pp. 250, euro 17,50), e quasi si sono aperte le porte dell’inferno.

A cose fatte, due giorni dopo, gli abbiamo parlato per chiedere conto di cosa era successo: «Nessuno scrittore fa robe del genere, lo capisco. Ma è liberatorio: è un invito a partecipare. Se io mi umilio e faccio l’idiota durante un reading, anche i lettori si sentono liberi di fare gli idioti, divertirsi e godersela. Non è utile che la gente veda la letteratura anche come un piacere e un divertimento?».

Non le interessa quello che poi i critici dicono di lei?
«Per la verità, non mi interessa neppure quello che pensano i lettori. Io scrivo perché amo farlo. Poi se quello che stampo piace ai critici o al pubblico, bene; se non piace, bene lo stesso. Io vado comunque avanti».

E quella roba dei cervelli gonfiabili?
«Scherzi a parte, io credo che un libro debba rappresentare una sfida per chi lo legge: questa è una responsabilità precisa dell’autore. Deve stimolare, toccando anche corde che possono disturbare. Altrimenti è tempo perso».

Perciò lei ha scritto un romanzo che racconta la storia di una tredicenne, Madison, figlia di un ricchissimo produttore cinematografico di Los Angeles, che muore per una overdose di marijuana nel suo collegio svizzero e finisce all’inferno.
«Avete presente le requiem novel? Sono libri di fiction scritti per fare i conti con la perdita di una persona cara. Max Brooks, il figlio di Mel, ne ha scritto uno in cui parla degli zombie che si impossessano della Terra, perché in realtà voleva descrivere il dolore provato quando era morta sua madre, Anne Bancroft. La stessa Anne Rice, quando pubblicò Intervista col vampiro, lo fece per superare la morte della figlia a causa della leucemia. Io avevo già perso mio padre, assassinato dall’ex amante della sua fidanzata, e nel 2008 hanno diagnosticato a mia madre un cancro ai polmoni. L’ho assistita fino alla morte, e poi ho sentito l’esigenza di scrivere questo libro».

Perché?
«L’inferno che descrivo, per quanto sembri molto divertente al principio, è un luogo triste che ricorda i nostri ospedali. La protagonista, Madison, ci arriva dopo essere morta a tredici anni, quando in vita stava per entrare nell’adolescenza e temeva di perdere il controllo del proprio corpo. Soffre per la separazione dai genitori, ma nel corso della storia cresce e diventa sempre più sicura di sé».

Madison è lei, come diceva Flaubert di Madame Bovary?
«Direi di sì, a parti invertite. In Dannazione muore la figlia, che ha nostalgia dei genitori. Nella mia vita sono morti i genitori, e sono io che soffro per la loro assenza: è una tragedia che fatico ad accettare. Passi la vita a liberarti della loro pressione, oppure a cercare di comportarti in modo che siano orgogliosi di te. Poi quando li perdi, e finalmente potresti agire come vuoi, senti improvvisamente il peso di essere restato solo al mondo. Ti si apre dentro un senso di vuoto che io non sapevo come colmare».

Dannazione si conclude con la parola «continua». Cosa dobbiamo aspettarci?
«Una trilogia. Seguirà un romanzo ambientato al Purgatorio e uno in Paradiso. Con il dovuto rispetto e le ovvie differenze, mi sono ispirato a Dante e a Gulliver. Voglio raccontare un lungo viaggio, che in realtà è la trasformazione interna di una persona».

Non le sembra di esagerare?
«Al contrario, ho assolutamente bisogno di distrarmi da un dolore che fatico a superare. Spero che tre libri siano uno spazio di tempo sufficiente a fare i conti con la sofferenza per la perdita dei miei genitori».