Rassegna Altrove Tsc: debutta il 27 settembre alle Ciminiere “Sessantotto punto e basta”

Rassegna Altrove Tsc: debutta il 27 settembre alle Ciminiere “Sessantotto punto e basta”…Eccovi le preziose note di regia di Nicola Alberto Orofino
note di regia di 68 PUNTO E BASTA

DRAMMATURGIA DELLA COMPAGNIA
di Nicola Alberto Orofino

Ricordo come fossero state pronunciate ieri, le parole usate dalla mia maestra all’inizio di quella che fu la prima lezione di Storia della mia vita: “Da oggi cominceremo a raccontare la storia del passato degli uomini”. E in me, bambino di otto anni, che fino a quel momento avevo compreso solo le dimensioni del presente e del futuro, la scoperta del “passato degli uomini” scatenò una quantità considerevole di domande. Da adolescente sono stato uno studente molto appassionato di Storia, spinto quasi esclusivamente dalla curiosità e angosciato dalla sensazione di non riuscire a capirla fino in fondo, perché il passato antico degli uomini lo puoi solo studiare, ma non lo puoi toccare con mano, non ne puoi fare una esperienza personale, non lo puoi vivere… Il passato è inevitabile per la comprensione del presente, ma il suo studio, per quanti sforzi abbia potuto fare, mi è sempre sembrato lacunoso, incompleto, imperfetto. Il teatro ha complicato questa angoscia. Come si possono rappresentare costumi, ragioni, relazioni umane, pensieri di un passato che non si è vissuto? Per quanto tu possa approfondire, documentarti, analizzare, indagare, mancherà sempre il dato dell’esperienza. E non è poco.

Queste le riflessioni e i dubbi quando il Teatro Stabile di Catania mi ha proposto di raccontare il Sessantotto catanese. La compagnia, quasi interamente formata da attori nati molto dopo il 1968, conosce bene la Catania di oggi, ma poco sapeva del suo passato. Occorreva studiare. Era necessario un tempo per l’approfondimento e una riflessione collettiva. Un lavoro che abbiamo fatto e che è durato diversi mesi.
Che cosa è successo nel 1968 a Catania? Come la città ha reagito ai movimenti di contestazione studentesca che si scatenavano nel resto del mondo? Quali erano i colori politici che la governavano? Quali i sentimenti, le passioni, le aspirazioni, gli svaghi, i crucci dei catanesi? Ho chiesto agli attori di porsi queste domande, proponendo loro di immaginare la vita di verosimili personaggi che avrebbero potuto vivere nel ‘68 a Catania, personaggi comuni colti nella particolare prospettiva di un verosimile passato cittadino.
Ma questo non è bastato perché se ci fossimo fermati a questo il risultato sarebbe stato quello di una ricostruzione fredda, sterile e francamente falsa.
Mi sono allora interrogato sul significato profondo che il Sessantotto poteva assumere non soltanto nelle generazioni che lo hanno vissuto, ma nell’immaginario di quelle successive.
Era nato come movimento di contestazione negli anni precedenti e produsse cambiamenti politici, culturali, nei costumi, scoperte emotive che ancora oggi ci spingono a ricordare quegli anni con gradi diversi di adesione o rifiuto. In Italia senza il Sessantotto non ci sarebbe stata la grande stagione delle lotte per i diritti civili, lo Statuto dei lavoratori, la legge Basaglia, le leggi che culminarono nell’istituzione del servizio sanitario nazionale.
Catania, poi, in quegli anni viveva una delle stagioni culturali più intense e proficue: dal teatro allo sport, dall’architettura alla musica. Una colata di calcestruzzo le fa assumere l’aspetto di una metropoli. E’ l’anno della costruzione dei grandi alberghi, delle ville sui paesi etnei. Catania diventa attrazione turistica. Campeggia lo slogan “dalle nevi dell’Etna, alla riviera dei Ciclopi in 20 minuti”. Comincia in quegli anni il mito della Milano del Sud, il commercio prospera, il futuro appare radioso e splendido…
Fava in un’intervista rilasciata nel 1967 così raccontava i miei concittadini di quegli anni: “i catanesi hanno il piacere di vivere, una vitalità che si trasforma in volontà di lavoro forsennata, in un costante piacere di spendere denaro. Catania è la città dei night, delle automobili, le ragazze catanesi sono vivaci e divertenti. Catania è l’avanguardia del Sud. Fra 10 anni sarà l’unica metropoli del Sud.”
Che cosa è andato storto? Che cosa è rimasto di quel sogno? Oggi il Sessantotto rimane nella memoria collettiva solo come esperienza, parentesi? Ne siamo sicuri?
Un miraggio, una fantasia… Ne siamo sicuri?
Forse un punto di partenza.
Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione d’Indipendenza e terzo presidente degli Stati Uniti, diceva che ci vorrebbe una bella rivoluzione ogni vent’anni.
E io sono d’accordo con lui. Una bella rivoluzione. Io il Sessantotto me lo figuro così. Rivoluzionario. Faccio fatica a comprenderne la reale portata, ma mi piace immaginarmelo così. Il Sessantotto per me non è solo un pezzo di Storia, ma ha uno scopo. E la ragione per raccontarlo, non può che essere quella di smuovere piccole/grandi rivoluzioni quotidiane per le nostre vite.
68 PUNTO E BASTA non ha la presunzione (non può averla) di raccontare la storia del Sessantotto catanese, ma utilizza l’immaginario di quel periodo per svelare le generazioni successive, i desideri, i crucci, le angosce, le speranze di tutti noi.
Il Sessantotto per me è quella miccia sempre accesa e che non si spegne, come il vulcano che ci minaccia e ci accoglie. Ha il suono inconfondibile delle voci disordinate dei quatteri catanesi, che sono la nostra contestazione perenne. Ha il colore delle basole della città nera da cui sbummica feto e cauru, che sono la nostra lotta dura di sempre.
Il Sessantotto è un obiettivo che mai si raggiunge o per mancanza di audacia o per indolenza atavica. E’ un tentativo di cambiamento nel privato, è un amore che ha la forza di esplodere, è una confessione che ha l’urgenza di diventare rivelazione, è una scoperta che si ha il coraggio di gridare in faccia a tutti…
68 PUNTO E BASTA è immaginato come un viaggio nel tempo, attraverso quattro percorsi (UNIVERSITA’ – LAVORO – POLITICA – SOCIETA’ & COSTUME) che si svolgono in contemporanea, dalla Catania del 2018 verso la Catania del 1968. Ma è un gioco finto e falso, perché alla fine il vero obiettivo, come sempre nel gioco del teatro, siamo noi stessi, qui e ora, con le nostre debolezze e le nostre vittorie, con le nostre ribellioni e nostri fallimenti, nei luoghi privati e pubblici delle nostre vite.
– Orofino ma che fai piangi? Leggiteli a casa ‘sti libri, se devi piangere, non in biblioteca!
– Signor Reitano, come leggo in biblioteca non leggo da nessuna parte.
– Ma è quello che hai preso ieri? La Fallaci? Un uomo.”
– Si.
– Cosa ti ha fatto piangere?
– Glielo leggo: “Il viaggio è la vita, la nave sei tu, una nave che non ha mai gettato l’ancora, che non la getterà mai, né l’ancora degli affetti, né l’ancora dei desideri, né l’ancora di un meritato riposo. Perché non ti rassegnerai mai, non ti stancherai mai di inseguire il sogno. E se ti chiedessi che sogno non sapresti rispondermi: oggi è un sogno cui dai nome libertà, domani potrebb’essere un sogno cui dare nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrerne il miraggio, la luce.
Avevo 17 anni.
E ancora non sapevo che il pianto sarebbe stato un modo magnifico per ribellarsi.
Nicola Alberto Orofino
P.S.
Ringrazio il teatro Stabile di Catania per l’impegno e lo sforzo speso in questo progetto.
Ringrazio tutta la compagnia per la passione, la professionalità, l’amore, la cura, la bravura che hanno messo nel loro lavoro.
Sono stati una bella rivoluzione.

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