Rigoletto a Taormina, la tragedia di un padre deforme e appassionato

Ha convinto, sia per l’allestimento sia per la qualità vocale degli interpreti e la messa in scena, l’ennesima edizione del Rigoletto, andato in scena a Taormina l’11 luglio al Teatro Antico (con replica il 15) per il Sesto Senso Opera Festival, una bella rassegna diretta da Marcello Giordani e Peppe Vessicchio in un fecondo mix tra classico e pop…

Il famoso critico musicale Bruno Barilli  scriveva della musica della celeberrima e plurirappresentata opera verdiana che essa “s’intromette furiosamente, taglia i nodi con la roncola, fa scorrere lacrime e sangue esilaranti, piomba sul pubblico, lo mette tutto in un sacco, se lo carica sulle spalle e lo porta a gran passi entro i rossi, vulcanici dominii della sua arte”.

E suggeriva, con queste parole, l’interpretazione della messa in scena della tragedia di un solo grande personaggio, quel buffone di corte,  uomo ma soprattutto padre, incalzato da una incombente maledizione e da un cupo fatalismo.

La regia dell’opera di Bruno Torrisi è stata discreta, quasi invisibile, eppur efficace:  il regista, venendo dalla prosa, ha sottolineato le scene salienti con  gestualità e  mimica adeguate, facendo sì che ogni gesto e ogni movimento dessero piena evidenza al libretto, aumentando l’espressività del cantato.

Ma il vero punto di forza di tutta la rappresentazione è stata la giovane promessa  Raffaele Abete nei panni del Duca di Mantova: libertino al punto giusto, con vette passionali nei duetti amorosi e acuti luminosi, davvero ha dominato la scena con la sua bella voce e una tecnica sicura, che ha restituito agli ascoltatori una frizzante, seppur preludio alla tragedia di Rigoletto,  “La donna è mobile”.

Sufficientemente nel ruolo anche gli altri cantanti: Desirèe Rancatore nei panni di Gilda, forse non ai suoi soliti livelli, con qualche momento di stanchezza, ma comunque sempre capace di spunti felici, soprattutto nel commovente finale; il contralto Agostina Smimmero, nei panni di Maddalena, si è distinta per una voce non sempre aggraziata, che ha appesantito la dimensione sensuale e maliziosa del personaggio; stentoreo e cavernoso lo Sparafucile di Dario Russo, che ha mostrato pieno controllo dell’emissione vocale.

Giovanni Meoni,  Rigoletto,  ha ben fraseggiato,  svelando una buona vocalità, specialmente nei centri e nei gravi, nel primo atto, dando libero sfogo all’acuto nel secondo e, soprattutto, nel terzo, con una prestazione sufficientemente corretta e, sostanzialmente, positiva, senza però riuscire a dare incisività alla deformità che rende unico il personaggio.

Unico neo la direzione di Angelo Gabrielli, a tratti imprecisa e priva di slanci, con tempi troppo lenti e poco incisivi, che hanno disorientato la brava orchestra, che, malgrè tout, ha mantenuto un ritmo accettabile, cercando di essere il più possibile rispondente ai dettami della partitura verdiana. Anche il coro diretto da Gaetano Costa se l’è cavata egregiamente per una serata di  musica che ha avuto il suo culmine nel quartetto “Bella figlia dell’amore”, dove bene si è giocato il contrasto tra le due coppie,  il Duca e Maddalena, personaggi da opera buffa per i quali l’amore è solo un gioco, e Gilda e  Rigoletto, immersi invece nel loro terribile dramma.

Deforme e ridicolo, ma intimamente appassionato: così Rigoletto ha fatto la sua dignitosa apparizione a Taormina, in una notte di stelle e dolci note…

Silvana La Porta

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