6a00d834c8859469e201a3fd1bdfd6970b-800widal blog di Anna Maria Curci CRONACHE DI MUTTER COURAGE

Di Antonio Scavone

Il romanzo di Felicitas Hoppe, Johanna (2006), tradotto dal tedesco con grande cura da Anna Maria Curci (Del Vecchio Editore, 2014), è un romanzo pretestuoso, nel senso che si affida a un pretesto storico e leggendario per organizzare la propria struttura narrativa, ma che nasce e si forma intorno a un pretesto da scoprire e valorizzare come ambito e metodo di una “certa” storia e di una “certa” necessità espressiva.
Oltre che inusuale sembra strano che una scrittrice come la Hoppe, nata nel 1960 ad Hamelin (il paese del “Pifferaio magico”), abbia scelto come simbolo o alter ego della sua avventura letteraria niente meno che un personaggio storico come Giovanna d’Arco, la famosa e infelice pulzella d’Orléans che ha ispirato drammaturghi e registi da George Bernard Shaw a Robert Bresson.
C’è come una filigrana tra la storia di Johanna/Jeanne d’Arc e una innominata studiosa di storia alle prese con la dissertazione della sua tesi di dottorato sulla sfortunata diciannovenne che sentiva le “voci” di Santa Caterina e Santa Margherita. Intervengono a più riprese, tra ipotesi, resoconti e viaggi di ricognizione, l’ineffabile Dottor Peitsche – che sembra saperne molto di più di quello che dice o nasconde su Giovanna d’Arco – e il Professore che giudicherà nell’esame finale la ricerca della studiosa senza nome. Fin qui, grosso modo, la trama di questo romanzo di Felicitas Hoppe ma è una trama, a dire il vero, che poco o nulla ha da spartire con la tessitura del romanzo, la sua linearità o la sua trasparenza.
Johanna fa pensare, per la sua minuziosa e a volte cervellotica architettura, all’anti-romanzo in voga negli anni ’60-’70, a quel repertorio di fatti e figure che gli autori insoddisfatti del genere “romanzo” imbastivano per disorientare i loro lettori e per organizzare e giustificare l’accidentalità o la persuasività delle loro fabulae. D’altronde, nella letteratura tedesca o di lingua tedesca, non desta grande sorpresa imbattersi in storie e stili che si sovrappongono alla realtà effettuale per disegnarne una seconda o una terza che ambisca a diventare consustanziale e sostenibile. Si passa da scrittori come Uwe Johnson (Due punti di vista) a Peter Handke (Prima del calcio di rigore), da Günther Grass a Heinrich Böll, a Ingeborg Bachmann. Si è passati, in altre parole, da scrittori che riconfiguravano, con il recupero etico di un’antropologia tradita, il paradigma esistenziale di un popolo, tanto per le aberrazioni del nazismo, tanto per il disfacimento dell’unità di patria e il prezzo pagato per le due Germanie divise.
Questo panorama, com’è ovvio che sia, è superato nel romanzo della Hoppe ma nella tessitura enigmatica e a tratti visionaria di questa storia si manifesta ugualmente una frattura, un distinguo stavolta semantico. Convergono nella fascinazione che questa fabula pretestuosa esercita sull’io narrante infinite altre suggestioni che, con la leggenda di Giovanna d’Arco, sembra che abbiano una contiguità speciosa e inevitabilmente metaforica. E sono suggestioni per così dire trasferite dalle disavventure e dall’ostinazione della pulzella alla pervicacia della giovane studiosa che insegue e concepisce, per mano dell’io narrante, la sua personale ed eccentrica idea di scrivere un romanzo, di intrattenere e sedurre prima se stessa e poi i suoi lettori.
I tratti picareschi, istrionici, babelici sopravanzano per originalità la storia che la scrittrice si ostina a comporre e scomporre: la stessa formula narrativa – impron-tata ad una segmentazione rutilante dell’intreccio – fa pensare ad una sintassi da contrappunto che istruisce e abbandona i temi portanti (le voci, il processo, l’abiura, il rogo della pulzella) per additarne altri, misteriosi ed impenetrabili. Il ragionato e caotico monologo interiore dell’io narrante, quel flusso di coscienza che si attesta ora protervo ora candido sulle aspettative dei personaggi chiamati a dirimere la gratuità o la verità della leggenda in questione (i miracoli, le visioni, la Sancta simplicitas), sono elementi di un romanzo in divenire, di un work in progress di cui si conosce, già dall’inizio, la conclusione ma se ne ignora il tragitto per un sopraggiunto imbarazzo.
Si passa, ancora, dalla paranoia descrittiva alla suggestione romantica, dal bi-sogno di trovare una complicazione (spiegare perché l’invasata pulzella attese e at-tenda – nella sincronia del tempo-romanzo – nient’altro che il sacrificio) alla lusinga sotto-traccia di una complicità emotiva, quasi un transfert tra la protagonista della saga e la scrittrice nascosta di questa inafferrabile agnizione, che sembra coniugare la “gaia scienza” con la “gaia letteratura” (non a caso la Hoppe è associata al gruppo delle Fräuleinwunder, le “Signorine Meraviglia” o semplicemente geniali).
Delirio, invocazioni, monoverbi reiterati (“Dunque”, “Quindi”), gli innumerevoli monogrammi dei copricapo di carta, paradossi (Voce/Voto), proclami (“Nessuno vuole diventare adulto”, “Sogniamo tutti il grande romanzo”), Grand Guignol da riporto (il gotico è ovviamente una tentazione): tutto si confà e si sfalda in questo romanzo all’apparenza mono-tematico, anche i temi e le circostanze taciute per reticenza o pudore (il sesso delle Giovanne, la verginità dell’una e dell’altra) illustrano e nello stesso tempo opacizzano il progetto letterario, come sotto l’influsso di una smania narcisistica.
I personaggi storici, raccontati o reinventati (La Hire, i Borgognoni, Carlo VII) entrano in questo romanzo, definito frettolosamente storico, in realtà per uscirne, non attecchiscono e difatti non sono magnificati e la scrittrice comincia a parlare di sé timidamente verso la fine del romanzo, saltando, come suggerisce Anna Maria Curci in una nota di traduzione, nel ragionamento o, forse più propriamente, nell’auto-analisi razionale di se stessa nel romanzo.
Si disperde e si intristisce Felicitas Hoppe: finalmente si riscopre in un’avventura letteraria che l’ha inorgoglita (la tesi, l’esame) ma l’ha pure liberata da una fantasmagorica sovraesposizione. Ripercorrendo idealmente e realisticamente l’excursus vitalistico e tragico della sua eroina, quest’altra Giovanna (l’io narrante) sarà tratta in salvo dal Dottor Peitsche dalle acque della Senna, dove erano state gettate nel 1431 le spoglie della pulzella.
C’era bisogno di arrivare a tanto in questa certosina ed eclettica immedesima-zione tra il personaggio e il suo autore? La scrittrice se la tiene per sé la risposta, preferisce glissare, alludere al non detto, a quel pretesto che l’aveva illuminata, alla fatica di registrare una sua personale iniziazione all’esistenza e ai piaceri dell’esistenza.
Le note di Anna Maria Curci ci hanno fatto capire come il lavoro di traduzione sia stato sorretto – e non poteva essere altrimenti – da una vigile e puntigliosa transcodificazione, che si è avventurata talvolta nella creazione di neologismi (“vaccaia”, per esempio) per aderire empaticamente non solo a un modo di dire nostrano, ma alle intenzionalità di una lingua assomativa come il tedesco, che snocciola all’infinito lemmi e parole con un assemblaggio dovremmo dire talora frenetico e talora striminzito.
Resta da chiedersi se Felicitas Hoppe non abbia fatto anche con noi la Pifferaia di Hamelin, se non ci abbia graziosamente plagiati e se, infine, era proprio questo il romanzo che aveva in mente e che voleva scrivere. Anche qui, la risposta riposa in un segreto seduttivo, come quando si racconta una favola a dei bambini e se ne attende febbrilmente lo stupore.

Anna Maria Curci
Anna Maria Curci

Johanna

«Par mon Martin!» soffiava
– era fuoco o bivacco? –
sugli altri copricapo la pulzella.
Dal pascolo al patibolo è un salto,
dietro le tende cifra la menzogna
e batte i denti.
«Ne avessimo da noi!»,
mormorava il nemico.
Di sante folli,
di candide sgobbone da incendiare?
C’è via di scampo dal fumo perenne
o resta il bivio di falso autorizzato
e prosa da scudieri?

Anna Maria Curci

(su Johanna di Felicitas Hoppe)
Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna tedesco in un liceo statale. Ha scritto manuali e antologie per le scuole, testi per la formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, pubblicazioni sull’educazione plurilingue.

http://digilander.libero.it/dibiasio.neoassunti/TEMATICA7/Promuovere/competenza.pdf

Scrive sul blog Cronache di Mutter Courage, su Unterwegs/In cammino, su Lettere migranti ed è redattore di Poetarum Silva.

Suoi testi sono apparsi in riviste (“Journal of Italian Translation”; “Traduttologia; “Chichibìo”; “Il 996″), nelle antologie La notte (Roma 2008), Oltre le nazioni (CFR 2011), Cuore di preda (CFR 2012), Nuovi Salmi (Quaderni di CNTN, n. 28, Palermo 2012), Cronache da Rapa Nui (CFR 2013), nei blog La dimora del tempo sospeso, Cartesensibili, Neobar, La poesia e lo spirito e sul sito Poeti del parco. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista trimestrale Periferie, diretta da Vincenzo Luciani.

Ha tradotto testi di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Gottfried Benn, Thomas Bernhard, Horst Bienek, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Thomas Brasch, Volker Braun, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Seamus Heaney, Felicitas Hoppe, Peter Huchel, Ernst Jandl, Marie Luise Kaschnitz, Sarah Kirsch, Ursula Krechel, Michael Krüger, Reiner Kunze, Else Lasker-Schüler, Christine Lavant, Rainer Malkowski, Peretz Markish, Monika Minder, Christian Morgenstern, Irmtraud Morgner, Novalis, Oskar Pastior, Christa Reinig, Lutz Seiler, Alev Tekinay, Dylan Thomas, Georg Trakl, Wilhelm Willms, Christa Wolf.

Traduzioni in volume: alcune poesie da: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott (Del Vecchio editore, 2012) e il romanzo Johanna di Felicitas Hoppe (Del Vecchio editore, 2014)