Un’intervista (drammatica) di qualche tempo fa al dott. Vittorio Lodolo D’Oria…

Vittorio Lodolo D’Oria – membro del Collegio Medico della ASL milanese preposto al riconoscimento dell’inabilità al lavoro per causa di salute – è il primo firmatario dello “studio Getsemani”  sulle patologie psichiatriche cui sono soggette alcune categorie di lavoratori, in modo particolare quella degli insegnanti. Il suo nome è legato al tema del burnout, una sindrome che deriva dal “sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative”. Stando a una recente ricerca sui docenti,  che verte sul rischio di usura psicofisica, il 59% di questi lavoratori si dichiara “in apprensione” e il 13% “in grave stato ansioso”. Parliamo con il noto specialista del disagio mentale professionale che colpisce i lavoratori in questione, esposti a un costante logorio socialmente misconosciuto.

Dottor Lodolo D’Oria, perché si chiama “Getsemani” lo studio sul rapporto fra professioni e  patologie?
“Per una semplice analogia. Nel Getsemani il Maestro per eccellenza era in agonia, in preda ad ansia e angoscia al massimo grado. Un quadro che ben rappresenta la situazione della nostra scuola sofferente”.

Quali sono le “patologie professionali” degli insegnanti? Si tratta delle classiche “disfonie” causate dalle laringiti croniche riconosciute nelle cause di servizio? O vi sono altre malattie, magari più frequenti seppur ignorate? 
“Questo è l’interrogativo cui ha cercato di dare risposta un mio recentissimo studio – svolto con la collaborazione del Conbs – che ha esaminato le diagnosi formulate dai Collegi Medici per determinare l’inidoneità all’insegnamento per motivi di salute. Lo studio dimostra che l’inidoneità degli insegnanti è causata da patologie psichiatriche in oltre il 60% dei casi (il 70% delle quali appartengono all’area ansioso-depressiva), mentre le “disfonie” sono appena il 13% (5 volte di meno). Ne consegue che devono essere ritenute patologie professionali dei docenti anche e soprattutto le patologie psichiatriche, per poi muoversi di conseguenza con piani di prevenzione e cura, nel rispetto del dettato normativo, sulla tutela della salute dei lavoratori (art. 27 D.L. 81/08). Si tratta di un problema comune ad altre nazioni – dove viene combattuto con maggior risolutezza – e affrontato in Italia da un Governo disattento, che non effettua studi epidemiologici su base nazionale, non esamina lo stato di salute della categoria professionale prima di licenziare le riforme previdenziali e anzi penalizza i docenti che si ammalano (l’82% dei quali sono donne). Si pensi al decreto Brunetta, all’abolizione della causa di servizio o, peggio, alla più recente spending review”.

Si comincia a parlare oggi di Stress da Lavoro Correlato (SLC). Può dirci, più precisamente, in che cosa consiste?
“La definizione più esaustiva di SLC è la seguente: “Lo stress che il lavoratore porta con sé e che manifesta sul lavoro”. Lo stress psichico che una persona possiede è la sommatoria dello stress professionale, di quello extra-professionale e, infine, della sua sensibilità personale legata intrinsecamente alla genetica dell’individuo. Si pensi, per fare un esempio, all’influenza di un’anamnesi familiare positiva ad una patologia psichiatrica. L’insegnamento comporta un’alta usura psicofisica ed è pertanto ricompreso tra le cosiddette Helping Profession (coloro che esercitano professioni d’aiuto). Vi sono numerosi dati che suffragano questa realtà. La Francia (2006) e il Regno Unito (2009) hanno rilevato che il tasso suicidario tra gli insegnanti è il più alto in assoluto se paragonato a quello dell’intera popolazione o di altre categorie professionali del pubblico impiego. L’Italia non raccoglie dati in proposito. Si aggiunga che oltre la metà dei pensionamenti anticipati per motivi di salute è conseguente – in Germania, nel Regno Unito e in Italia – a una diagnosi  psichiatrica. In Giappone, poi, le assenze per malattia causate da una diagnosi psichiatrica sono passate, in 10 anni, dal 35% al 55% (1995-2004). In California (da uno studio su 133.000 docenti del 2002) l’incidenza del tumore, soprattutto al seno, si è rilevata decisamente superiore a quella della popolazione generale. Lo stesso riscontro è stato evidenziato nello studio milanese pubblicato su “La Medicina del Lavoro” (N. 5/2004). A Torino e a Milano (studio osservazionale 1992-2003) il 50% di diagnosi in seguito ad accertamento medico è di tipo psichiatrico (psicosi 30%, depressione 70%). Le diagnosi psichiatriche in Collegio Medico di Verifica (CMV) su base annuale superano attualmente il 70%. Eppure, a fronte di tutti questi dati significativi, meno dell’1% dei 9.000 dirigenti scolastici conosce l’iter per l’accertamento medico d’ufficio (secondo uno studio del 2008 ) ed è in grado di stabilire come e quando sia indispensabile avviare la pratica. Solo il 19% dei docenti è a conoscenza del rischio psichiatrico/oncologico della professione e dunque la categoria è esposta senza saperlo. I docenti non conoscono l’iter per il CMV. Si consideri che la prevenzione dello Stress da Lavoro Correlato è divenuta obbligatoria, nelle scuole, solo a partire dal 1° Gennaio 2011 (D. L. 81/08). Nessuno, però, sembra preoccuparsene. E infatti non vengono stanziati fondi ad hoc”.

Come mai tanto silenzio da parte delle istituzioni e dei sindacati in materia di tutela dei lavoratori?
“Più volte mi sono posto la domanda e non ho saputo trovare la risposta adeguata. Le istituzioni ignorano volutamente la situazione che – prima o poi – produrrà danni seri. Temo che la ragione stia nel non disporre di fondi da destinare alla prevenzione. Si sta insomma aspettando che succeda qualcosa di grave prima di attivarsi. I sindacati hanno paura di essere attaccati dall’opinione pubblica perché la categoria professionale dei docenti rimarrà indifendibile fin quando sopravvivranno (e spadroneggeranno) i soliti stereotipi su di essa. In 20 anni siamo passati da un sistema previdenziale garantista (baby-pensioni del ’92) all’attuale sistema vessatorio, senza un solo accertamento medico sulla salute della categoria. Per non parlare dell’accanimento nei confronti degli inidonei che, nel giro di 14 mesi, sono stati raggiunti da ben quattro provvedimenti a loro discapito”.

Come combattere il pregiudizio verso tale diffuso malessere?  
“La risposta va trovata attivando la ricerca epidemiologica su base nazionale. Recenti studi evidenziano il particolare stress cui è sottoposta la categoria degli insegnanti e ne riconducono l’origine a molteplici fattori assai diversi fra di loro. Innanzitutto vi è la peculiarità della professione vista nel suo rapporto con le varie componenti scolastiche: dalla gestione di classi numerose alla retribuzione insoddisfacente, dalle risorse carenti al problema del precariato, dalla conflittualità tra colleghi alla costante necessità di aggiornamento. Non bisogna dimenticare che viviamo in una società globalizzata dove si assiste a una crescita esponenziale del numero di studenti extracomunitari. Ma non basta. Vi è difatti il continuo evolversi della percezione dei valori sociali, fra cui l’introduzione di nuove politiche a favore dell’handicap e il conseguente inserimento di alunni disabili nelle classi, la delega educativa da parte della famiglia a fronte dell’assenza di genitori-lavoratori o di famiglie monoparentali, l’alleanza genitori-figli a detrimento del vecchio ma funzionale asse genitori-insegnanti. Altri fattori non meno importanti sono l’evoluzione delle tecniche di comunicazione connesse con l’avvento dell’era informatica e delle nuove tecnologie di comunicazione elettronica, il susseguirsi continuo di riforme fra cui quella sull’autonomia scolastica, il lavoro d’équipe, l’innalzamento della scuola dell’obbligo, l’ingresso anticipato nel mondo della scuola. E poi c’è la riforma continua delle pensioni. Solo vent’anni fa si poteva ancora scegliere di essere collocati a riposo con 15 anni di servizio. Infine bisogna mettere in conto la bassa considerazione sociale degli insegnanti presso l’opinione pubblica. Le due agenzie educative per eccellenza sono la famiglia e la scuola, ambedue attaccate senza tregua dal 1968 ad oggi. Ricostruire quello che è stato distrutto richiede tempo e fatica. Temo però che non si sia ancora toccato il fondo”.

Può tratteggiarci un identikit di questa sindrome?
“Lo SLC può generare quel quadro ormai noto oggi come burnout. La condizione è stata riconosciuta quale risultante di quattro elementi principali: affaticamento fisico ed emotivo (emotional exhaustion and fatigue); atteggiamento distaccato e apatico nei confronti di studenti, colleghi e nei rapporti interpersonali (depersonalisation and cynical attitude); sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative (lack of personal accomplishment); diminuzione dell’autocontrollo (reduced self-control). Tuttavia è fondamentale sottolineare come il burnout sia una diagnosi psicologica e non medica. L’universo medico-psichiatrico in particolare è assai indietro sull’argomento. Basti dire che le pubblicazioni su riviste di psicologia in materia di burnout degli insegnanti sono oltre 10.000, mentre le pubblicazioni medico-scientifiche sulle patologie psichiatriche dei docenti sono in tutto una decina”.

Dunque, secondo lei, invece di limitarsi a curare i mali privati dell’individuo, anche la medicina deve denunciare quegli ambiti della società che strutturalmente costituiscono una minaccia per la salute? “
Gli studi epidemiologici servono a rispondere al quesito se la patologia è da riferire a una causa piuttosto che a un’altra. Nel nostro caso si fa con grandi numeri, come abbiamo fatto nello studio milanese confrontando 4 categorie professionali. Il risultato è stato chiaro e inequivocabile: gli operai presentano una maggiore incidenza di patologie ortopediche e neuromuscolari in virtù dei notevoli sforzi fisici, mentre gli insegnanti fanno registrare la più alta incidenza di patologie fonatorie e psichiatriche. Far finta che i disturbi mentali siano da imputare ai singoli – piuttosto che al rischio professionale cui è esposta la categoria – è del tutto controproducente. A remare contro c’è anche lo stigma che accompagna la patologia psichiatrica: questo induce la persona ammalata a negare la propria condizione o, peggio, a vergognarsene isolandosi da tutto e da tutti”.

Oggi, con il carico delle pensioni a 67 anni, si finisce per esacerbare ancor più questa sindrome.
“Il rischio c’è – come dicevo prima – ed è altissimo. Aumentare l’età previdenziale senza prima disporre un serio accertamento sulla salute della categoria docente corrisponde a un infausto salto nel buio. Ripeto: non ha senso passare, nel giro di 20 anni, dalle baby-pensioni ai 67 anni di età, soprattutto quando dati nazionali e internazionali dimostrano che c’è un evidente problema di tenuta psichica dovuta allo SLC”.

Quali azioni possono tutelare i lavoratori su questo versante?
“Prima di tutto si devono riconoscere le malattie psichiatriche quali patologie professionali attraverso appositi studi epidemiologici nazionali. Quindi si possono salvaguardare le suddette condizioni con la prevenzione che deve tendere a informare i docenti sui rischi professionali cui va incontro la loro salute, a formare i dirigenti sugli strumenti e le modalità utili a poter tutelare la salute dei docenti, a preoccuparsi di ridurre le ore di lezione frontale con la progressione dell’anzianità di servizio, privilegiando l’uso in funzioni di tipo amministrativo. È evidente che, per fare ciò, si devono stanziare risorse consistenti, ma ne vale la pena per i lavoratori e per l’utenza”.

Quali ricadute può avere un simile disagio sugli studenti e quindi sulle nuove generazioni?
“Nell’80% dei casi le patologie a carico dei docenti sono di tipo ansioso-depressivo. In questo caso  potrebbero solitamente verificarsi problemi tali per il docente stesso – come dimostrano i dati inglesi e francesi – da portare al suicidio,. Nel 20% dei casi le patologie comprendono anche quadri psicotici dove il rischio per l’incolumità degli studenti e dei colleghi può essere di un certo rilievo. Spero che non si stia aspettando il caso limite per intervenire. Oltre al rischio per l’incolumità fisica vi è poi un grave handicap di apprendimento: un docente in crisi non sarà mai in grado di assolvere il proprio compito educativo e l’istruzione degli alunni risulterà inevitabilmente compromessa”.

È attendibile la valutazione del rischio di SLC attraverso la distribuzione di schede apposite?
“Al contrario. Non esistono ancora moduli validati. Io stesso uso questionari nei corsi per docenti, ma ne ho ben presenti i limiti. Non ha poi alcun senso somministrare un questionario se non si interviene con la formazione (modulata per docenti e per dirigente) e senza affiancare un’assistenza specialistica che possa intervenire al bisogno. Per questa ragione propongo alle scuole la formazione dei docenti e dei dirigenti, garantendo in seconda battuta l’assistenza ai primi via e-mail o per telefono per un primo consulto di  orientamento medico, e ai secondi il supporto per effettuare la richiesta di accertamento medico d’ufficio in tutta serenità”.

Quando un insegnante si rende conto di essere a rischio di SLC, come deve muoversi affinché sia riconosciuto?
“Suggerirei di farsi aiutare senza timore da uno psicologo (o da uno  psichiatra) che consigli il da farsi (psicoterapia, farmacoterapia, ecc). Col supporto dello specialista si potrà inoltre decidere – o meno – di intraprendere la via dell’accertamento in Collegio Medico di Verifica per ottenere l’inidoneità all’insegnamento (sia essa temporanea o permanente). Quanto sopra vale per chi è ancora in grado di intendere e di volere, trovandosi ancora in un disagio iniziale riconosciuto e ammesso dallo stesso interessato. Se la patologia psichiatrica è avanzata o rientra nel più articolato campo delle psicosi (che sono circa il 30% del totale), l’interessato tende a negare la patologia e sviluppa un delirio persecutorio che rende assai difficile qualsiasi tipo d’intervento. In tal caso la palla passa in mano al dirigente che deve avviare – facendo però molta attenzione per non incappare nelle denunce per mobbing – la richiesta di accertamento medico d’ufficio. Tra i compiti della mia attività di consulenza medico-legale rientra anche quello di aiutare il dirigente a stilare la relazione di accompagnamento che risulta fondamentale per il CMV ai fini dell’inquadramento del caso clinico, della diagnosi e del conseguente provvedimento da assumere”.

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