Secondo i giudici, il provvedimento del Mef del 2012 (governo Monti) non ha valore di legge per cui  sia la sanità privata che le organizzazioni no profit e le scuole paritarie non potranno più dichiararsi esenti dal pagamento dell’Imu. 

Se le anticipazioni del giornale della Confindustria si riveleranno esatte, le conseguenze più gravi si faranno sentire soprattutto sulle scuole paritarie.

 

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Dalla Cassazione un colpo all’esonero Imu del non profit

di Pasquale Mirto, Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore – 16 Aprile 2019

Dalla Cassazione arriva un pesante colpo di piccone alle regole dell’ Imu per il non profit, nate a inizio 2012 per sostituire le vecchie esenzioni affondate dalle obiezioni Ue. I colpi della Suprema corte si rivolgono al Dm 200/2012, quello con cui il ministero dell’ Economia ha tracciato il confine fra le attività commerciali, quindi paganti, e quelle «svolte con modalità non commerciali», e quindi esenti.

Quel decreto, scrivono i giudici nell’ ordinanza 10124/2019, «non ha valore di legge», perché la norma (articolo 91-bis del Dl 1/2012) «non demandava al decreto ministeriale il compito di definire autoritativamente il concetto di “modalità non commerciali”, ma solo il compito di stabilire modalità e procedure da seguire in caso di utilizzazione mista di un immobile, al fine di individuare il rapporto percentuale tra utilizzazione commerciale e utilizzazione non commerciale dell’ immobile stesso». Tradotto: la linea che separa paganti ed esenti non può essere quella scritta nel decreto.

Perché, chiariscono ancora i giudici nell’ ordinanza, va ritenuta «commerciale» qualsiasi «attività organizzata per la prestazione di servizi a terzi dietro pagamento – da parte dell’ utente o di altri, compresi lo Stato, le regioni o altre pubbliche amministrazioni – di un corrispettivo funzionale ed adeguato alla copertura dei costi e alla remunerazione dei fattori della produzione».

Che cosa significa, in pratica? Il «niet» della Cassazione punta prima di tutto al criterio ministeriale che etichetta come «esente» tutta la sanità privata, a patto che sia «accreditata, contrattualizzata o convenzionata» con il servizio nazionale. In base alle regole ministeriali, fin dalla circolare 2/2009 del dipartimento Finanze ripresa in modo fedele dal Dm 200/2012, la sanità privata convenzionata non paga l’ imposta sul mattone in quanto la sua attività si sviluppa «in maniera complementare o integrativa rispetto al servizio pubblico».

Ma per i giudici non è quella la strada da seguire, perché il criterio è un altro e ha carattere generale: quando la tariffa serve a coprire i costi e finanziare gli investimenti, l’ attività è commerciale e l’ Imu/Tasi va pagata. Un parametro di questo tipo colpisce senza dubbio anche un altro settore, quello della scuola. In quel caso, il discrimine fra attività commerciali e non è dato dal costo standard per studente (si va dai 5.739,17 euro annui per la scuola dell’ infanzia ai 6.914,31 euro per le superiori). Se la tariffa media chiesta è inferiore a quel valore, la scuola non paga l’ Imu.

Anche questo criterio è estraneo al principio indicato dalla Cassazione. Ed è fissato dalle istruzioni al modello di dichiarazione Imu per gli enti non commerciali, cioè in un atto che nella gerarchia delle fonti è ancora più in basso del decreto ministeriale censurato dai giudici. Ma più in generale, la pronuncia rimette in discussione tutta l’ architettura delle esenzioni nel non profit: anche quelle, come accade per esempio nel settore alberghiero, che considerano in automatico «simbolica» una tariffa che non superi il 50% della richiesta media praticata nella zona omogenea.

Un altro parametro generale, fissato per Dm e non per legge, e contrario al criterio indicato dai giudici. Ancora una volta, insomma, i giudici aprono una falla nell’ impianto del fisco locale. Una falla che solo una norma può chiudere: perché con l’ ordinanza in mano saranno molti i Comuni a ripensare le esenzioni sul proprio territorio e ad avviare accertamenti su attività finora considerate esenti.

§ https://www.segretaricomunalivighenzi.it/17-04-2019-dalla-cassazione-un-colpo-allesonero-imu-del-non-profit

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Scuola. Imu e paritarie, con un’ordinanza la Cassazione le chiude una volta per tutte

Con l’ordinanza 10124/2019 la Corte di Cassazione ha stabilito che sanità privata, non profit e paritarie non sono più esenti dal pagamento dell’Imu
17.04.2019 – Pierluigi Castagneto
Ci sono voluti 7 anni alla giustizia italiana per dare un colpo mortale al no profit e alle scuole paritarie. La Corte di Cassazione infatti, con l’ordinanza 10124/2019 ha cassato il decreto ministeriale del ministero dell’Economia n. 200/2012 che stabiliva che le paritarie, essendo le loro rette al di sotto del costo medio sostenuto da quelle statali, non erano considerate enti commerciali, per cui non erano tenute a versare l’Imu. Lo rivela Il Sole 24 Ore con un’anticipazione di una sentenza della Suprema corte non ancora resa pubblica.

Secondo i giudici, il provvedimento del Mef del 2012 (governo Monti) non ha valore di legge per cui  sia la sanità privata che le organizzazioni no profit e le scuole paritarie non potranno più dichiararsi esenti dal pagamento dell’Imu. 

Se le anticipazioni del giornale della Confindustria si riveleranno esatte, le conseguenze più gravi si faranno sentire soprattutto sulle scuole paritarie. Quasi tutte quelle a gestione diretta (escluse quelle degli enti locali), saranno destinate a chiudere e sul sistema paritario verrà messa una pietra tombale. 

Allarmismo? Per niente. Se le scuole del sistema paritario saranno dichiarate enti commerciali, oltre a dover sborsare migliaia di euro all’anno di imposta sugli immobili, non potranno più accedere al finanziamento statale del sistema paritario, perché lo Stato italiano non potrebbe finanziare imprese con scopo di lucro, in quanto tale contributo – che ora ammonta a circa 500 milioni di euro – si potrebbe configurare come indebito aiuto di stato.

Serve a questo punto una legge, non un decreto o un regolamento e le omissioni della norma sulla parità scolastica 62/2000 ora vengono al pettine. Allora si rimase rigorosamente in silenzio sui meccanismi finanziari a sostegno della parità e quella legge, voluta da Luigi Berlinguer, pur valida e indispensabile, non stabiliva chi si doveva accollare i costi delle scuole libere e in che modo erogarli. Adesso è bastata una sentenza per far venire giù un castello di carta.

A questo punto occorre chiedersi chi oggi abbia la forza politica di difendere la libertà di scelta educativa e il pluralismo scolastico. Chi in Italia non vuole che il sistema dell’istruzione sia solo statale? Chi difenderà la società italiana dalla statalismo centralista, più adatto alla Corea del Nord che a un paese occidentale? La strada per le scuole paritarie italiane sembra davvero in salita.

§ https://www.ilsussidiario.net/news/educazione/2019/4/17/scuola-imu-e-paritarie-con-unordinanza-la-cassazione-le-chiude-una-volta-per-tutte/1872566/

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Imu e Chiesa. Perché la Ue odia il patto (virtuoso) tra Stato e non profit?

L’Avvocato generale Ue chiede all’Italia la restituzione dell’Ici non riscossa dalle istituzioni religiose per le attività “commerciali”. Una pretesa irragionevole, spiega Massimo Introvigne
12.04.2018, agg. il 06.11.2018 alle 14:10 – Massimo Introvigne
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LaPresse

È sceso in campo l’avvocato generale della Corte di giustizia comunitaria, Melchior Wathelet, per chiedere che lo Stato italiano ingiunga alle istituzioni religiose, in gran parte cattoliche, di pagare l’Ici per le loro attività “commerciali” svolte nel periodo 2006-2011, che l’Italia considera teoricamente o potenzialmente dovuta, ma in pratica indeterminabile e quindi non in grado di essere riscossa. A molti sembra semplicemente che la Chiesa non voglia pagare le tasse. Ma le cose sono più complicate.

L’Ici (Imposta comunale sugli immobili), poi sostituita dall’Imu, è stata introdotta nel 1992, esentando dal suo pagamento gli enti non commerciali. Fino al 2004 questa esenzione – di cui non beneficiava solo la Chiesa cattolica, ma tutto il vasto mondo non profit, compreso quello che fa capo al Pd – ha sollevato un contenzioso relativamente modesto. Infatti, che cosa sia un ente non commerciale è chiaro: è un ente che non distribuisce utili, dunque su cui nessuno “guadagna” e che in caso di scioglimento destina il suo eventuale attivo residuo a fini di pubblica utilità.

Nel 2004 una sentenza della Cassazione – relativa a un immobile di proprietà di un istituto religioso utilizzato come casa di cura e pensionato per studentesse – ha affermato che per beneficiare dell’esenzione sono necessari tre requisiti. Primo: l’immobile è utilizzato da un ente non commerciale. Secondo: l’immobile è totalmente destinato ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative o sportive. Terzo: queste attività non devono essere svolte “in forma di attività commerciale”.

I primi due requisiti ripetevano semplicemente quanto affermava l’articolo 7 del decreto legislativo n. 504 del 1992. Il terzo aprì un contenzioso infinito: come si fa a svolgere un’attività assistenziale, didattica o così via in forma non commerciale? Significa non far pagare gli utenti? O farli pagare un prezzo che copre i soli costi, o comunque inferiore a quello di mercato? Alcuni giudici cominciarono a sostenere che qualunque forma di richiesta di un corrispettivo per un corso, un soggiorno, un’assistenza sanitaria – anche se domandata da un ente senza fini di lucro – trasformava l’attività in una “svolta in forma commerciale” e faceva venire meno l’esenzione dall’Ici.

Era evidente che questa interpretazione sovvertiva l’intento del legislatore di esentare dall’Ici gli immobili utilizzati per attività non lucrative e al servizio del bene comune, da chiunque svolte e non solo dalla Chiesa. Pertanto nel 2005 l’articolo 7, comma 2-bis del Dl 203/2005 tornava alla situazione anteriore alla sentenza della Cassazione e stabiliva che dei tre requisiti di quella sentenza solo i primi due rilevavano per l’esenzione dall’Ici.

A quel punto, però, gli anticlericali avevano già messo nel mirino la Chiesa cattolica, presunta principale beneficiaria della norma, che fu impugnata di fronte alla Commissione europea, in quanto avrebbe determinato una distorsione della concorrenza a favore degli enti religiosi rispetto ad altri che offrissero analoghi servizi. La Commissione europea ha archiviato due volte le procedure contro l’Italia sul punto, ma ha infine condannato il nostro Paese nel 2012, imponendogli di non privilegiare gli enti religiosi se svolgono attività in forma commerciale e di fatto dando ragione ai giudici della Cassazione del 2004.

Nel 2006, anche per rispondere ai rilievi europei, era stata nel frattempo emanata una seconda legge interpretativa, il Dl 223/2006, la quale precisava che l’esenzione Ici si applicava agli enti commerciali che svolgono una o più delle otto attività esenti secondo la legge del 1992 – assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative o sportive – “in modo non esclusivamente commerciale”.

Consapevole della difficoltà d’interpretare quest’ultima espressione, il governo istituì presso il ministero dell’Economia e delle Finanze una commissione mista di rappresentanti del ministero, dell’Associazione nazionale dei Comuni d’Italia, della Conferenza episcopale italiana e dell’Agenzia per le Onlus incaricata di precisare i criteri in base ai quali un’attività può essere esercitata “in modo non esclusivamente commerciale”.

Nel 2012 la Commissione europea ha ritenuto la normativa del 2006 ancora troppo favorevole agli enti religiosi, cui sarebbero stati concessi degli aiuti di Stato mascherati, e ha imposto una disciplina più restrittiva, di cui ha preso atto la Cassazione con una serie di sentenze. Dal 2012, in particolare, le attività didattiche degli enti religiosi si considerano non commerciali ai fini dell’esenzione dal tributo solo se svolte a titolo gratuito ovvero dietro versamento di un importo simbolico, tale da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio.

Peraltro, la Commissione europea ha rilevato che la natura non economica non è contraddetta dal fatto che gli alunni debbano versare tasse scolastiche o di iscrizione, purché tali contributi finanziari coprano solo una frazione del costo effettivo del servizio e non possano pertanto considerarsi una retribuzione del servizio prestato.

Quanto alle attività ricettive, culturali, ricreative e sportive, così come le attività assistenziali e sanitarie non accreditate o convenzionate con lo Stato, le Regioni e gli enti locali, si considerano non commerciali solo se svolte a titolo gratuito ovvero dietro corrispettivo di importo simbolico e comunque non superiore alla metà dei corrispettivi medi previsti per analoghe attività svolte nello stesso ambito territoriale.

Questa normativa si applica agli enti non profit in genere dal 2012. Il problema sollevato ora riguarda il periodo 2006-2011. L’Avvocato generale pensa che gli enti religiosi italiani dovrebbero pagare l’Ici per quegli anni, nei quali avevano beneficiato di un regime più favorevole considerato non conforme alle regole europee dalla Commissione.

Ma, a parte ogni altra considerazione, l’Italia ha finora risposto che è impossibile determinare il tributo teoricamente dovuto, perché è impossibile, anche per problemi catastali, ricostruire quali parti degli immobili fossero destinate in quegli anni ad attività svolte “in forma commerciale” e quali no. L’Avvocato generale chiede però che gli enti religiosi paghino comunque. La pretesa, oltre che irragionevole, mostra una certa antipatia delle istituzioni europee per il mondo non profit, in particolare religioso, visto solo come potenziale evasore fiscale e non come fornitore a costi ragionevoli di servizi utili e spesso essenziali per la comunità.

§ https://www.ilsussidiario.net/news/cronaca/2018/4/12/imu-e-chiesa-perche-la-ue-odia-il-patto-virtuoso-tra-stato-e-non-profit/815925/

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Recupero Ici e Chiesa cattolica: una sintesi sommaria?

di *  – 24 novembre 2018

«L’Italia recuperi l’ICI non pagata dalla Chiesa»: questa la pronuncia perentoria della Corte di Giustizia UE – secondo alcune stime dal valore di almeno 4 miliardi di Euro – con cui è stato accolto il ricorso della scuola Montessori di Roma, sul principio secondo cui, in caso di aiuti illegittimi, la Corte è tenuta ad ordinarne il recupero. La sentenza va ad annullare quanto deciso nel 2012 dalla Commissione europea e nel 2016 dal Tribunale UE con cui si sanciva «l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative».

In sostanza, al tempo si ravvisava un’impossibilità di quantificare retroattivamente le attività svolte negli immobili di proprietà di enti beneficiari dell’esenzione, impossibilità che viene oggi attribuita invece a «mere difficoltà interne all’Italia ed esclusivamente ad essa imputabili», dato che nessun aiuto illegale di stato, cosi come viene definita la “passata” esenzione ICI, può secondo la Corte essere giustificato dalla mancanza di adeguati database di recupero; pena l’attivazione d’urgenza, in mancanza di immediati riscontri, della procedura di infrazione nei confronti dell’Italia.

La notizia è subito rimbalzata sui media come “sentenza storica”, “lotta alla concorrenza sleale”. Certo è che in questa materia sarebbe opportuno come non mai avere chiarezza di idee e riuscire ad acquisire un rigoroso quadro giuridico e normativo, nonché una chiarezza di prospettiva in grado di attutire onde emotive, facili giustizialismi e strumentalizzazioni. È opportuno ricordare che i ricorsi inoltrati alla Corte erano due: uno riguardante l’ICI (in vigore fino al 2012), l’altro riguardante l’IMU (in vigore dal 2012 in poi), come noto entrambe imposte dovute ai Comuni dai proprietari di immobili.

La prima domanda che tutti dovremmo porci è perché il nostro paese debba recuperare gli importi relativi alla vecchia l’ICI (imposta comunale sugli immobili) non pagata e non l’IMU (imposta municipale unica). La risposta è che si tratta di imposte regolate diversamente. Prima del 2012 l’esenzione era totale, mentre dopo il 2012, in seguito all’entrata in vigore dell’IMU varata dal Governo Monti, l’esenzione ha riguardato esclusivamente i locali destinati al culto, criterio peraltro ritenuto condivisibilissimo anche in sede comunitaria.

Tornando al recupero dei rimborsi 2006-2011, un primo ordine di difficoltà non può che derivare dall’applicabilità del provvedimento europeo, in assenza di norme di legge in base alle quali valutare modalità e tempi di recupero.
Ci vorrà del tempo, dunque, e ci vorranno delle leggi, ma nel frattempo è fuori dubbio che la Chiesa Cattolica stia pagando quanto dovuto e che, con l’IMU in vigore, stia osservando una legge dello Stato.

Del resto, lo stesso Vaticano si è sempre dichiarato favorevole al pagamento delle tasse da parte della Chiesa per attività commerciali, e la posizione è stata ribadita anche da Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI, il quale ha giustamente ravvisato nella pronuncia pericoli di compromissione di servizi assistenziali, sanitari, culturali e formativi che non riguardano solo ed esclusivamente la Chiesa Cattolica.

La questione, infatti, coinvolge una platea di soggetti più ampia, ossia anche tutte le altre attività laiche aderenti al modello di “Big Society”, il welfare che parte dal basso e che contribuisce al bene collettivo insieme al welfare proveniente dallo Stato. Anche se asserire che la Chiesa non abbia versato l’ICI è apparso a molti riduttivo di una realtà più complessa ed una sintesi piuttosto approssimativa, il Governo italiano ha comunque dovuto esprimere l’intento di dare seguito all’ingiunzione della Corte lussemburghese.

In pratica, secondo alcune notizie trapelate dal Tesoro, sembrerebbe che vista l’effettiva impossibilità di accertamenti attendibili, anche a causa della mancanza di documenti fiscali che la Chiesa non era tenuta a conservare durante il periodo interessato dal provvedimento, si tratterebbe di attuare un soluzione di sanatoria, di pace fiscale, mirante al recupero parziale delle somme. In tal modo si richiederebbe al Vaticano, che sulla materia è apparso sempre aperto al confronto, la somma derivante dall’applicazione di un’aliquota forfettaria del 20% rispetto al totale calcolato.

Palazzo Chigi considera tutto come un atto dovuto, utile inoltre a non inasprire i già tesi rapporti con Bruxelles, ma a questo punto sorge legittimo un dubbio: si tratta davvero di un atto di clemenza magari dettato anche dal buon senso, oppure, cinicamente, di mera “ragion di stato” volta ad ovviare ad alcune pregresse lacune normative? A tal proposito risultano quanto mai appropriate le parole sulla “verità” pronunciate da Papa Francesco mercoledì 14 novembre in Piazza San Pietro: come una persona, un Paese «parla con tutto quel che è e che fa».

*Avvocato, Professore Straordinario di Diritto Commerciale – Università LUM Jean Monnet

§ https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-11-22/recupero-ici-e-chiesa-cattolica-sintesi-sommaria–072551.shtml?uuid=AEAh1KlG

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Corte Ue: Italia dovrà recuperare Ici non pagata dalla Chiesa

06 novembre 2018

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